La patria dell’integrazione dove l’Islam sposa la laicità

sadiqkhan.jpgLondra ha fatto di me la persona che io sono oggi: così scriveva Sadiq Khan nel libro che la Fabian Society dedicava qualche anno fa a Londra, «come sarà dopo il 2015». Cioè oggi, quando Sadiq Khan, figlio di un autista di bus, pakistano, di fede musulmana, diviene sindaco della città più cosmopolita d’Europa (stando almeno ai primi risultati). Sadiq Khan era il favorito della vigilia, e in termini strettamente politici la cosa, dunque, non può sorprendere. Probabilmente, darà pure qualche scossone al partito laburista, nel quale Sadiq Khan milita. Ma resta un risultato storico, che la prima città europea, la capitale di un impero che meno di un secolo fa toccava i quattro angoli del pianeta, sarà nei prossimi anni guidata da un immigrato non cristiano di origine asiatica.

Che storia è questa? Una storia che della profezia dello scrittore francese Michel Houellebecq,che ha spaventato i buoni europei,ha cambiato tutti i dati. Non si tratta della Francia, infatti, ma della Gran Bretagna. Non è uno Stato in ballo, ma la guida di una città. E soprattutto non è la fine del secolarismo, della laicità, del progressismo, dell’individualismo liberal-democratico, del libertinismo sessuale e del materialismo ateo: che vengono messi in fila uno dopo l’altro, nel libro di Houllebecq, come se fossero la stessa cosa. Lo scrittore francese ha immaginato, nel suo ultimo, discusso romanzo, Sottomissione, che la crisi, in Francia, del gioco politico strutturato sull’opposizione fra la destra e la sinistra tradizionali avrebbe spinto i partiti repubblicani a sostenere un candidato musulmano contro l’avanzata della destra populista e xenofoba. E l’esito finale sarebbe stato prima la vittoria della Fratellanza musulmana, poi l’islamizzazione della società. Di più: questo esito sarebbe stato in fondo accettato dagli stessi francesi, a cui avrebbe infine fatto comodo rinunciare a un po’ di libertà per ripiegare verso porti più sicuri, dopo decenni di relativismo, nichilismo, anarchia.

«OurLondon», scriveva invece il futuro sindaco Sadiq Khan, tre anni fa, raccontando la sua storia di avvocato e politico di successo, e in quella storia non c’è quasi nulla dei timori di Houellebecq sull’immigrazione che cambia il volto della società europea, fino a sfigurarla, a snaturarla (ea svirilizzarla).

La mia storia, la storia delle opportunità che questa città ha concesso alla mia famiglia, a mio padre e ai suoi figli, raccontava Sadiq Khan, è la storia di ciò che Londra è stata (e può ancora essere): una città aperta, tollerante, multiculturale, dove lavorando duro potevi mettere da parte qualche soldo e costruire un futuro per le nuove generazioni. Sadiq insisteva sulle eguaglianze di opportunità, e domandava: nella Londra di oggi, in cui un milione e mezzo di abitanti – sui due milioni e mezzo che fa questa straordinaria metropoli – vive in condizioni di sotto-occupazione, sarebbe stato possibile a mio padre trovare un lavoro sicuro e stabile, e a me studiare?

Il significato del voto di oggi, se sarà davvero Sadiq Khan a succedere all’uscente sindaco conservatore, Boris Johnson, va al di là delle sfide che la città ha davanti, e su cui il futuro sindaco ha costruito il suo successo: in termini di trasporti, welfare, housing sociale, infrastrutture. Questi sono, né più né meno, i problemi di tutte o quasi le grandi città europee. Un sindaco musulmano, nella città che forse, più ancora di Parigi, di Roma o di Berlino dice che cos’è la civiltà occidentale, indica un percorso di integrazione possibile. Niente muri, niente costruzioni di enclave, niente comunità separate, niente divisioni su basi etniche, religiose o razziali. Ma che questo esito abbia un contenuto sociale, parli ai ceti popolari come alla middle class londinese, non è estraneo all’affermazione di Sadiq.

Certo, le cose, lungo il Tamigi, sono molto diverse da quelle che accadono lungo la Senna o lungo il Tevere. Lo sfondo culturale e storico è profondamente diverso e a Londra indiani e pakistani e sudditi di sua Maestà sono arrivati sotto l’orologio di Westminster da molto più tempo. Occidentale, ma anche atlantica, versata sull’elemento marino molto più di quanto non sia terranea l’Europa centro-orientale, agitata da fantasmi xenofobi. Londra ha una vocazione per l’incrocio di popoli e razze molto più accentuata delle altri capitali europee. Ma il multiculturalismo può prendere strade diverse: può generare il modello Londonistan, in cui la tolleranza produce separazione, comunità chiuse e giustapposte, estranee e potenzialmente nemiche. Oppure può condurre a storie come quelle di Sadiq Khan, storie i cui fili di un’identità si intrecciano insieme, e il laburista, l’europeo, il musulmano e il pakistano stanno tutti insieme nel profilo del nuovo sindaco della capitale del regno di Elisabetta.

(Il Mattino e Il Messaggero, 6 maggio 2016)

 

 

 

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