La vera Antimafia

Immagine.jpgUn ripensamento sulle ragioni dell’Antimafia è stato avviato già da qualche tempo, e forse sarebbe utile condurlo a partire dalla parole che il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha speso all’inizio di quest’anno, in un’occasione solenne, l’inaugurazione dell’anno giudiziario: «C’è stata forse una certa rincorsa all’attribuzione del carattere di antimafia, all’autoattribuzione o alla reciproca attribuzione di patenti di antimafiosità a persone, gruppi e fenomeni che con l’antimafia nulla avevano e hanno a che vedere». E più avanti: «La rincorsa è servita anche a tentare di crearsi aree di intoccabilità, o magari a riscuotere consensi, a guadagnare posizioni, anche a fare affari; ed a bollare come inaccettabili eventuali dissensi o opinioni diverse. E, spiace registrarlo, a questa rincorsa non si è sottratta quasi nessuna categoria sociale e, pur con tutte le cautele del caso derivanti dal rispetto per alcune indagini ancora in corso, forse neanche qualche magistrato».

Se ricordo queste parole, è perché aiutano a capire. La conferma che i clan camorristici stavano progettando di attentare alla vita del Capo della Procura di Napoli – avevano già preparato l’esplosivo, e condotto sopralluoghi, e studiato abitudini di vita e di lavoro di Giovanni Colangelo – dimostra che cosa ancora oggi significhi, purtroppo, condurre a fondo un’azione di contrasto nei confronti della criminalità organizzata. Che cosa significa condurre inchieste, catturare latitanti, spiccare arresti, disporre confische. Che cosa significa mettere in discussione anche certi codici culturali, chiedendo per esempio alle madri di togliere i loro figli dalla strada, spiegandogli che la strada della delinquenza conduce, nel migliore dei casi, al carcere, e in molti altri casi al cimitero. D’altronde il clamore suscitato dalle raffiche di kalashnikov sparate contro la caserma dei carabinieri di Secondigliano è in realtà in un rapporto di proporzione inversa alla forza del radicamento territoriale: meno è forte, più ha bisogno di gesti plateali per affermarsi. Il che dimostra per un verso la fluidità della scena criminale napoletana – che non ne diminuisce affatto la pericolosità ma può anzi persino accentuarla – ma per l’altro anche l’incisività dell’azione che le forze dell’ordine sono venuti in questi mesi conducendo. Colangelo e i suoi pm stanno dando fastidio; una lotta alle mafie condotta con questa determinazione, con questa tenacia, produce effetti, ottiene risultati.La storia delle mafie è la storia della debolezza dello Stato, nel senso che la prima non ci sarebbe stata se non ci fosse stata la seconda. Dove dunque è effettivo l’esercizio dei poteri pubblici, lì sono le mafie a indebolirsi, e sono dunque costrette a reagire.

E così torniamo al discorso del procuratore Lo Voi. Alla necessità di «sostenere e supportare coloro che fanno, anziché quelli che dicono di fare». Forse è sin troppo facile mettere Giovanni Colangelo tra coloro che fanno, e che dunque vanno sostenuti e supportati, mentre è più difficile togliere sostegno e supporto a quelli che dicono – dicono soltanto – di fare. Però è necessario, per dare forza ai primi proprio togliendola ai secondi.

C’è stata in passato un’Antimafia che ha scosso omertà, paure e silenzi, e portato una nuova consapevolezza nella società italiana, strappandola a sottovalutazioni di comodo, e anche ai pregiudizi locali, al folclore e all’antropologia d’accatto. C’è stata un’Antimafia che ha contribuito a spostare l’attenzione anche oltre il terreno stretto della repressione penale, e a individuare quella invisibile linea, varcata la quale i soldi cattivi diventano buoni e non si lasciano più acchiappare. Ma c’è stata e c’è anche un’Antimafia burocratizzata, routinaria, un’Antimafia di carta, un carrozzone inutile o peggio un centro di gestione di affari e consenso e potere: formatosi sia per semplice inerzia che per preciso calcolo e interesse, per guadagnare posizioni o per fare affari.

E invece «antimafia è e significa rispettare le leggi e fare il proprio dovere; gran parte del resto è sovrastruttura»: è ancora il pensiero di Lo Voi, e non è un pensiero vuoto, o banalmente retorico. Sono proprio le risultanze investigative di queste ore a dimostrarlo: quando gli inquirenti scoprono che i clan questa distinzione la sanno fare molto bene, e non perdono tempo appresso alla sovrastruttura, che non spaventa nessuno, ma mettono nel mirino e provano a smantellare la struttura dello Stato che funziona, allora vuol dire che una netta demarcazione va di nuovo tracciata. Per mettere risorse dove servono, e togliere l’acqua dove nuota invece l’Antimafia delle parole.

(Il Mattino, 13 maggio 2016)

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