Quel bivio tra populismo e governo

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Niente polemiche. Almeno di qui al 19 giugno. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, per una volta non alimenta polemiche, non usa accenti da campagna elettorale, non esagera i modi e non esaspera i toni. Renzi viene in Campania, a Marcianise, e De Magistris non ne trae il preteso per nuove bordate all’indirizzo del premier, dei poteri forti o di quelli collusi, ma anzi si preoccupa di assicurare il pieno «rispetto di tutti i luoghi istituzionali, quindi anche Governo e Presidenza del Consiglio». Un insolito registro linguistico: esce il rivoluzionario, entra l’uomo delle istituzioni. Ovviamente, De Magistris sostiene di poter sostenere egregiamente entrambe le parti, ma resta il fatto che per tutta la campagna elettorale sono prevalsi i tratti populisti – passionali o demagogici a seconda di chi li guarda, e li giudica – mentre nelle parole di ieri si sono trovate espressioni molto più pacate, quasi da amministratore oculato, preoccupato di aver un buon rapporto con gli altri poteri dello Stato.

Come mai? Sarà forse perché siamo tra il primo ed il secondo turno elettorale? In effetti, De Magistris ha già interpretato l’anima rivoluzionar-popolare, ha già pigiato il più possibile il pedale retorico della Napoli liberata, ha già giocato la parte dell’uomo capace di vincere da solo, senza i partiti. Ma se ha evidentemente convinto buona parte dell’elettorato che con i partiti si governa male – e, certo, i partiti, fanno molto per dargli ragione – non è detto che sia altrettanto convincente l’idea che si può amministrare Napoli in solitudine, senza alcuna capacità di interlocuzione con gli altri livelli di governo. Così De Magistris ha deciso di rivolgersi anche a quei settori dell’opinione pubblica che sono meno affascinati dall’anarchia come forma suprema della democrazia, e più interessati al concreto esercizio amministrativo. Una città sarà pure fatta dell’effervescenza dei centri sociali e delle passeggiate sul lungomare, infatti, ma è fatta anche di bilanci in ordine, di strade illuminate, di autobus che arrivano in orario. Napoli ha sicuramente mondi giovanili, centri culturali, vivacità intellettuali a cui il messaggio zapatista del sindaco arriva come manna dal cielo, ma ha anche un’economia cittadina preoccupata per un verso di ottenere un livello di servizi pubblici più efficienti, e per l’altro di un più abbondante uso di fondi pubblici. A questo segmento di opinione pubblica interessa poco una Napoli modello Caracas, o Buenos Aires, e molto più un’idea urbana di formato e taglio europeo.

Cosa però interessa davvero De Magistris? Quale strada prenderà dopo il 19 giugno? Come sarà, se sarà, la seconda consiliatura guidata dall’ex magistrato? La prima volta De Magistris ha scassato tutto, ma ora? Cos’altro rimane da scassare? E soprattutto, non è fin d’ora chiaro che il giudizio su un sindaco è anzitutto un giudizio sulla sua politica urbanistica, sulla gestione della macchina comunale, sulle percentuali di raccolta differenziata? A detta di molti, però, il voto di domenica scorsa è stato meno un voto su questi aspetti del lavoro del sindaco, e molto più un voto sul personaggio, o meglio: sulla sua capacità di interpretare un sentimento profondo di diffidenza nei confronti del vecchio ceto politico e delle vecchie consorterie locali. Un’altra scrollata, dopo quella del 2011, che Giggino è riuscito a dare nonostante i cinque anni di governo, tempestivamente ribaltati in un’esperienza di strada invece di una gestione di Palazzo.

Ma ora, cos’altro rimane da ribaltare? Ben poco. Così, è chiaro il bivio che si disegna dinanzi a De Magistris. O portare la croce dell’amministratore, alle prese con le difficoltà di bilancio, con le buche stradali o con la sicurezza degli edifici scolastici. O prendere le vesti responsabili del primo cittadino che dialoga con gli altri livelli istituzionali e prova insieme a far ripartire Bagnoli, a far rinascere Napoli Est, a far ripartire gli investimenti del Centro storico. Oppure imboccare tutt’altra strada, quella nazionale, internazionale e mondiale (all’ambizione politica non c’è limite, però fateci caso: per descrivere questi orizzonti di gloria la parola «europeo» non viene usata quasi mai: lo spirito internazionalista non lo consente), e proiettarsi ben oltre i decumani cittadini, in uno spazio politico più ampio in cui cercare il modo di incassare il capitale di popolarità accumulato in questi anni di battaglie populiste con la bandana arancione.

Quale via De Magistris prenderà lo si vedrà fra una settimana. Ma siccome nel primo caso sarebbe costretto al faticoso e molto prosaico esercizio del dare conto e ragione dei propri atti, mentre nel secondo caso no, non ci sono molti dubbi su quale sarà la scelta. Beninteso: dopo  una settimana intera tutta british, senza ombra di polemica alcuna.

(Il Mattino – Napoli ed., 12 giugno 2016)

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