Il lato oscuro dei cugini coltelli

coltello_schiena-6Pur di fare cadere Renzi, Massimo D’Alema è disposto a votare Virginia Raggi. L’indiscrezione pubblicata ieri da Repubblica è stata immediatamente smentita, e tuttavia è rimasta in pagina, sul sito del quotidiano, l’intera giornata: come mai? Pura malevolenza? Forse no, forse il retroscena francamente impastocchiato – e però confermato, anche dopo la smentita, dal giornale – ha un grado di plausibilità tale che non riesce difficile credere ad esso, e può reggere l’apertura della homepage di Repubblica, e il susseguirsi delle dichiarazioni, per tutto il santo giorno. C’è infatti un punto politico, che regge l’articolo, e che non si può liquidare con una smentita ufficiale. È il seguente: che fare con Renzi? Che fare con un premier che, qualora vincesse il referendum costituzionale, si guadagnerebbe il via libera per il restante della legislatura e pure per la prossima? Che fare, se non provare ad assestargli una prima botta con le amministrative, sfilandogli Milano, Roma, e magari pure Torino, per togliergli definitivamente l’aura del vincitore, e poi dargli una seconda botta in autunno, con il no alla riforma costituzionale? Per l’uno-due, c’è bisogno però che prevalga il leit-motiv dell’antipolitica, che il comune denominatore sia il ritornello del «mandare tutti a casa», anche se i vessilliferi di una simile bandiera dovessero essere i grillini (anzi le grilline, la Raggi a Roma e la Appendino a Torino)?

Questa idea, del resto, è formulata in maniera del tutto esplicita da Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sel: meglio che Renzi perda. Chi è contro le politiche del governo ne vuole la caduta e deve votare di conseguenza: Roma e Torino c’entrano poco (e i cittadini romani e torinesi pazienza,capiranno). Questo ragionamento si capisce che faccia breccia alla sinistra del Pd, perché lì, in quell’amalgama politico abbastanza indefinito che obiettivamente stenta a prendere forma, si trovano, certo, dirigenti politici (come Fassina, o D’Attore) usciti dal Pd in rotta di collisione col segretario, ma pur sempre provenienti da una nobile e lunga tradizione di realismo politico, ma anche pezzi di sinistra radicale e antagonista, che invece praticano da tempo la logica del «tanto peggio, tanto meglio», in cui quasi sempre finisce col rovesciarsi ogni professione di purezza, o di intransigenza.

Questi ultimi, probabilmente, non hanno nemmeno bisogno di turarsi il naso, per votare i Cinquestelle. Ma nel Pd? Nella minoranza bersanian-dalemiana? In uomini che sono stati al governo, che quando erano al governo hanno provato pure loro a fare la riforma costituzionale, e che ai tempi della Bicamerale hanno saputo reggere per anni alla critica di inciuciare con il Cavaliere? Uomini che, quanto a duttilità e a spirito di compromesso, necessario dopo l’89, in un processo di ridefinizione della sinistra riformista condotto spesso al buio, a tentoni, senza lumi ideologici, in condizioni di obiettiva debolezza politica e programmatica, uomini– anzi: capi comunisti – che, in simili condizioni,si sono spinti molto avanti su molti terreni, e hanno votato cose come il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, o, in politica estera, i bombardamenti nella ex-Jugoslavia, e la religione del pareggio di bilancio in politica economica: in questa generazione di uomini politici che è riuscita a cambiare pelle, completando impensabilmente l’avvicinamento e l’ingresso del partito comunista nell’area di governo, proprio quando sembrava invece che tutto sarebbe finito con il crollo del muro, in costoro, com’è possibile che l’esperienza di governo di Renzi sia vissuta come una specie di sopruso, consumato ai loro danni? Se l’analisi scivola nella psicologia, subito viene in causa la profondità insondabile dell’animo umano, e allora va’ a capire. Però è difficile non ricavare da certi atti e comportamenti l’impressione che a Renzi l’abbiamo giurata, e che c’entri il risentimento personale, più che il giudizio politico. Nella storia comunista c’è forse l’una e l’altra cosa: c’è tanto la fraseologia occorrente per dire che un’altra fase storica di è aperta, e dunque si possono fare accordi persino con quello che una volta era il nemico (li può fare Togliatti con la svolta di Salerno e l’amnistia, Berlinguer con Moro e persino D’Alema con Berlusconi), quanto però l’accoltellamento fra cugini, se non proprio fra fratelli, e una scia di scissioni, espulsioni ed epurazioni in cui prevalgono vendette, rancori e tradimenti.

Questo, per dirla in una maniera grande e tragica. Ma c’è sempre il dubbio che il formato di tutta questa vicenda sia più piccolo, e che i piani della storia politica e della psicologia individuale non si separino mai del tutto. Ed è anzi facile che chi teme di scivolare via dalla prima, finisce col rimanere sempre più confinato, nelle proprie mosse e nelle proprie scelte, solo nella seconda.

(Il Mattino, 16 giugno 2016)

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