Il vento che spira tra Napoli e Bruxelles

vento

Caro Direttore,
tutti gli analisti sono d’accordo su un punto: l’analisi del voto in termini amministrativi e locali non è minimamente sufficiente. Di sicuro non dice nulla sugli effetti politici che il voto potrà avere. Io però vorrei far notare che in tutti i Paesi europei colpiti dalla crisi, vanno bene le forze politiche anti-sistema, anti-establishment, con tratti populisti e un forte rifiuto della politica e dei partiti tradizionali. C’è una stretta corrispondenza fra i dati dell’economia e quelli della rappresentanza politica: più è alta la disoccupazione, in specie giovanile, e più crescono i consensi alle forze di opposizione. Non si scopre nulla di nuovo, in realtà. Se non che questo esercizio di opposizione prende vie diverse da quelle legate ai partiti europeisti tradizionali, moderati o riformisti, conservatori o socialisti. Se insomma non sei in Germania e non ti chiami Angela Merkel, ti puoi chiamare anche Renzi e aver fatto la rottamazione, ma rischi di finirci dentro pure tu. Come del resto c’è finito Fassino, a Torino, e ha rischiato di finirci persino Merola, a Bologna.

Caro Professore,
è di prima evidenza che nel voto si intrecciano specificità municipali – penso per esempio a quanto il fallimento di Marino sia stato a Roma la premessa della vittoria dei Cinquestelle – con un vento di protesta che spira nei confronti delle élite. Che ha carattere identitario, verso contrappositivo e ribellistico, tratto generazionale, e che avvicina questa consultazione al referendum inglese. Ci sono due motivi per contestare le élite. Uno è interno a queste e riguarda la loro tendenza a diventare corporative non appena si formano, e quindi a costituirsi come entità chiuse che perdono contatto con la realtà. Purtroppo questa è una malattia molto italiana, che si può raccontare nel modo che segue: tu fai rientrare dall’estero dieci scienziati e li metti a lavorare in equipe. Dopo due settimane cercheranno di far assumere l’un altro parenti e amici, scambiandosi favori.
La seconda critica alle élite è esterna ad esse. Cresce nelle società occidentali, alimentata dalla suggestione di una democrazia diretta che sta diventando pensiero politico. Anche qui mi viene da raccontarla con un’immagine che non vuol essere ingenerosa nei confronti del successo grillino: nelle scuole italiane, ogni anno, alla fine di novembre gli studenti cacciano per due settimane i docenti dalle aule e fanno autogestione, o piuttosto occupazione. Cioè si impossessano della cattedra, azzerando con la loro protesta le forme simboliche dell’Autorità, che sono anche le forme della delega democratica: il potere e il sapere. Con un atto di autodeterminazione dal basso, soggetti che non hanno esperienza politica fanno propria la stanza dei bottoni. Chiara Appendino, che ieri dopo il risultato elettorale leggeva cono enfasi e retorica post-adolescenziale il suo commento scritto davanti alle telecamere, sembrava – sia detto senza arroganza – una liceale che espone la sua tesina alla prova di Maturità. Poi, naturalmente, può darsi che gli studenti facciano meglio dei professori. Non si può escludere, vista la qualità media dei «docenti» defenestrati. Il fatto è che nella protesta vengono travolti anche uomini di qualità come Piero Fassino. Questo fa temere che, oltre ad essere anti-elitaria, la rivoluzione in atto possa essere «senza qualità».
C’è un ultimo spunto che lei mi offre, e riguarda il fatto che la democrazia italiana non oppone contro il vento anti-elitario finestre o persiane adeguate. Certo, non è lo stesso chiamarsi Renzi o piuttosto Merkel, e aver rinnovato la classe dirigente o piuttosto aver avviato solo la sua rottamazione. Ma, se di fronte all’avanzata dell’antipolitica, la politica non ha alzato una solidarietà cosiddetta «delle larghe intese» è perché la dimensione civile della democrazia in Italia è diversa da quella francese, dove al secondo turno socialisti e moderati hanno fatto blocco sbarrando la strada al lepenismo. Vent’anni di bipolarismo violento e vendicativo, in cui qualunque mezzo è stato usato dal centrosinistra per buttare giù dalla torre Berlusconi, hanno forgiato un paradigma che ha funzionato a parti invertite. Così gli elettori della Meloni a Roma e di Rosso a Torino sono stati offerti in dono, o piuttosto si sono autoconsegnati, alle due candidate dei Cinquestelle, secondo lo schema «meglio i grillini purché Renzi perda». Con l’effetto di aizzare l’estremismo latente nel centrodestra ma umiliare i suoi elettori moderati, che certo non si riconoscono in questo esito. È il prezzo di un’immaturità civile che la democrazia italiana paga per non aver mai voluto desacralizzare il totem del disconoscimento dell’avversario, che segna la storia del suo lessico politico.

Caro Direttore,
penso di trovarmi d’accordo con lei su molte cose. Anzitutto sul fatto che la sua analisi mi risparmia commenti su cosa ha funzionato o non ha funzionato in termini di comunicazione, oppure sulla novità che viene ogni volta premiata. Lo diceva Leopardi, nel dialogo sulla moda e sulla morte, che le due cose vanno insieme, e quello che oggi è di moda domani è già morto. Il fatto è che nessun Paese può divorare così rapidamente le sue classi dirigenti, cambiarne una ad ogni nuova stagione primavera-estate. Per questo, io sono ad esempio tra coloro che non sono affatto confortati dal sapere che la Raggi mollerà tutto fra cinque anni, in omaggio alla regola grillina dei due mandati.
Questo per dire che, certo, lei ha ragione: abbiamo, come Paese, un problema di élite. Siamo addirittura alle prese con l’idea che le élite, in politica, non ci devono proprio essere (ma chissà se quegli stessi che issano questa bandiera si accorgono che, in tutti gli altri mondi sociali ed economici, le élite ci sono, e come, e durano pure un bel po’).
Io mi limito a pensare che contro il vento, che lei dice soffia forte, prima ancora che le persiane o le serrande italiane sono quelle europee a non offrire riparo. Però è vero anche che in Italia più che in altri paesi un riflesso ideologico residuale spinge il centrodestra a votare Cinquestelle, pur di fregare Renzi, proprio come del resto il centrosinistra votò cinque anni fa De Magistris, pur di fregare Lettieri (anche se questa volta sembra aver preferito l’astensione). E a proposito di Napoli, colpisce che mentre a Roma e a Torino i Cinquestelle hanno vinto ingentilendo il loro profilo e cercando anzi di presentarsi con un volto pragmatico, qui De Magistris ha accentuato, al contrario, i tratti populisti e movimentisti. Forse pensa che all’inizio di un’avventura negli spazi della politica nazionale ha bisogno anche lui di un bel Vaffa day (declinato – si capisce – napoletanamente). O, più semplicemente, pensa di dover distogliere l’attenzione dai temi amministrativi della città.

Caro Professore,
c’è un confronto che spiega per intero il senso e il limite della vittoria di De Magistris a Napoli. Che è vittoria piena, mai messa in discussione né durante né prima del ballottaggio. Ma è anche il plebiscito di una minoranza che, in quanto unica ad essere organizzata tra altre minoranze frantumate, diventa maggioranza. Che intendo dire? Che a Napoli ha votato il 36 per cento degli elettori, poco più di un terzo, pari a 288mila persone, il 66 per cento delle quali, cioè poco più di due terzi, ha scelto il sindaco con 186mila voti. Ma i due terzi di un terzo fanno meno di un quarto. Solo un napoletano su quattro ha votato De Magistris. Vuol dire forse che la sua è una vittoria dimidiata? No, per nessun motivo, lo ribadisco a scanso di equivoci: è vittoria netta. Ma in una città dove tre elettori su quattro, pari a 600 mila cittadini, non hanno votato per il vincitore, e 500 mila non hanno votato al secondo turno per nessuno. Per comprendere le dimensioni del fenomeno ci basti pensare che cinquecentomila sono gli elettori di Palermo, che è la quinta città d’Italia per popolazione.
Con questo intendo dire che, in un contesto elettorale come quello qui descritto, De Magistris dovrebbe sfuggire al rischio o alla tentazione di diventare il capo di un popolo, ancorché coeso, che occupi uno spazio simbolico desertificato dalla diserzione civile di gran parte dei cittadini. E dovrebbe invece porsi in concreto l’obiettivo di essere il sindaco per tutti e di tutti, soprattutto di coloro che non lo hanno votato, interpretando il suo ruolo nel segno del dialogo e della riconciliazione. Non solo con le istituzioni, come il governo, contro le quali ha indirizzato la sua retorica elettorale, ma anche con le residue soggettività civili di una città orfana di politica. Se guardo al lessico rivendicativo delle sue prime dichiarazioni da sindaco, dovrei ritenere che questa preoccupazione continui ad essergli estranea. Che, anzi, la percezione di una debolezza della premiership galvanizzi le sue velleità. Tuttavia l’ottimismo della volontà m’induce a sperare in un rasserenamento del clima.
Caro Direttore,

io non confido molto, lo confesso, nella volontà di De Magistris di rivolgersi ai napoletani che non lo hanno votato. Mentre scriviamo, lui sta già rivolgendosi piuttosto agli italiani a cui chiederà il voto. E di sicuro punta a indebolire la leadership di Renzi. Aggiungo: purtroppo, perché i voti assoluti dicono con maggior precisione delle percentuali che cosa sta succedendo. In realtà, io non demonizzo, in generale, l’astensione, non sono tra quelli che pensa che una democrazia è veramente tale solo se votano tutti. Ma chi non vota può farlo perché ha poco interesse per la politica, o perché la respinge in blocco. Può trattarsi cioè di un non-giudizio, o di un giudizio negativo, di rifiuto. In Italia temo prevalga purtroppo il secondo atteggiamento.
Però resta vero quello che Lei diceva prima a proposito di forme nuove di democrazia e partecipazione. Io declinerei il tema in questo modo: che cosa significa «rappresentanza»? Se indica solo una tecnica di organizzazione dei corpi politici, il concetto farà la felicità di giuristi e ingegneri elettorali, ma non della politica. Che ha bisogno di mettere effettiva rappresentatività nella rappresentanza. E intendo: non solo autorevolezza, ma anche fiducia, affidamento. Dubito che ci sia, non verso questo o quel singolo candidato del Pd, perché francamente non avrei troppe obiezioni da muovere a Giachetti o a Fassino, ma proprio verso il Pd, e verso molta parte della politica italiana.
Sia o non sia così, il confronto è anche fra un Movimento, che declina senza incertezze i propri obiettivi strategici, e due schieramenti – quello di centrosinistra e quello di centrodestra – in chiara difficoltà di visione e di orizzonte. Quanto al centrodestra, anche in crisi di leadership.
Renzi ha certamente la carta del referendum costituzionale. Deve giocarla bene, però, e non è facile. E deve soprattutto ripensare il Pd, un minuto dopo (o un minuto prima?) il voto d’autunno. Chiaro che, se lo perde, quel ripensamento ci sarà lo stesso, ma non è detto che ci sarà a lungo il Pd. Perché, caro Direttore, tutte le spinte di rinnovamento degli ultimi vent’anni sono venute insieme a nuove sigle politiche: Renzi è l’unico che ha invece scommesso di farlo, tenendo la sigla che ha trovato. Da ieri, si starà domandando se ha fatto bene.

Caro Professore,

la retorica elettorale del centrodestra è stata quella di dire: «Uniti si vince». Dopo l’esito del voto di Milano si potrebbe al più dire: «Uniti si tengono insieme i cocci di quello che resta e si perde con onore». Sono due cose molto diverse. Perché la necessità di essere e apparire coeso è, per il centrodestra, una pregiudiziale, rassicurante per un Paese che non sarà mai, per fortuna, estremista o lepenista in maggioranza, ma che esprime piuttosto una domanda di politica moderata da tempo rimasta senza risposte. Riunire i cocci di una guerra fredda che ha visto letteralmente evaporare la classe dirigente liberale è solo il primo passo, Occorre riattivare una dialettica e soprattutto individuare un leader capace di sostenere una proposta moderata credibile, di aggiornarla ai tempi e di renderla visibile e diversa da quella che fin qui da sinistra ha proposto Renzi. Non basta la memoria riverniciata di quello che fu il 1994, occorre un coraggio politico che ancora non si vede e che non è surrogabile né da un’investitura monocratica di Berlusconi, né dalla scoperta del tecnocrate di turno, prestato alla politica e pronto a vestire per una settimana o due i panni dell’erede, per poi essere accantonato.

Quanto alla sfida referendaria, colgo nel suo racconto una drammatizzazione che indubbiamente non è infondata. Tuttavia i due voti, quello per le città e quello per la riforma costituzionale, non sono sovrapponibili. Non foss’altro perché da qui a ottobre c’è tempo e modi per mobilitare quanti l’altro ieri hanno disertato le urne. Le coordinate della sfida sono già scritte e a mio avviso non più modificabili, e cioè: uno contro tutti. Non tanto per l’errore di personalizzazione compiuto dal premier, quando ha detto «se perdo mi dimetto». Grillo e questo centrodestra non avevano bisogno dell’assist, ingenuo in verità, del premier per coalizzarsi contro di lui. Il tratto contrappositivo è un elemento della cultura civile e politica di un Paese dove persino i costituzionalisti paiono regolare sul referendum i loro conti accademici. Renzi, che con la sua consueta onestà intellettuale ha ammesso la sconfitta dimostrando di voler cogliere in pieno il suo significato politico, ha tre mesi per rimettersi in sintonia con gli italiani e convincerli che la riforma costituzionale e quella del suo partito sono credibili e possono diventare due spinte al cambiamento per il Paese. Per farlo dovrà ridurre il tasso di verticalizzazione della sua politica e aumentare l’ascolto e il dialogo con le diverse piazze, e tra queste soprattutto quella virtuale, La Rete resta centrale nella formazione del consenso politico e i partiti, tutti tranne i grillini, ne ignorano l’importanza e l’uso migliore.

(Il Mattino, 21 giugno 2016)

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