Archivi del giorno: luglio 1, 2016

Italicum, perché Renzi non lo cambierà

omini-pentola-1Dopo le elezioni amministrative, il quadro politico si è rimesso in movimento. La partita del referendum costituzionale rimane la partita decisiva: se passa il sì, non si chiude solo la transizione istituzionale che si trascina confusamente dal dopo ’89, ma si spegne anche la forte fibrillazione innescata dalla prova non brillante del Pd alle scorse elezioni, e il clamoroso successo dei Cinquestelle a Roma e a Torino.

Ma al referendum bisogna arrivarci. E da qui ad ottobre l’ostacolo messo davanti alla maggioranza di governo e a Renzi si chiama Italicum. La legge elettorale, appena entrata in vigore, è già sotto tiro. In particolare, è il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione la pietra di inciampo. Renzi non ha interesse a cambiarla: premio alla lista significa infatti governabilità, senza più concessioni ai piccoli partiti. Quando fu approvata la legge, significava anche premio al Pd. Dopo i risultati di giugno, non è più così scontato che il Pd possa beneficiare del premio di lista, ma resta del tutto comprensibile che Renzi invece confidi di portarlo a casa, vincendo prima il referendum è andando poi al voto nel 2018. Questa era il disegno originario, e questo rimane.

Ma una voce sussurra all’orecchio del premier che le cose potrebbero non andare così bene. Che il referendum potrebbe essere perso e che i Cinquestelle potrebbero diventare il primo partito. L’Italicum servirebbe così su un piatto d’argento, a Beppe Grillo e ai suoi «cittadini», il governo del Paese. Se invece il premio andasse alla coalizione e non alla lista – continua la vocina – il Movimento avrebbe molte meno chance, non essendo in alcun modo intenzionato a stringere accordi con altri partiti. Il ragionamento è semplice e insinuante: la bassa capacità coalizionale dei grillini viene punito da una legge che favorisce invece le coalizioni, perché dunque non ritoccare la legge?

A fare questi ragionamenti sono in molti, in particolare nell’area di centro, dove prosperano le piccole formazioni. Messe alle strette dalla soglia di sbarramento (che pure è molto bassa, al tre per cento), e poco attratte dalla prospettiva di confluire in un’unica lista. Questa era del resto la ragione per cui inizialmente l’Italicum godeva del sostegno di Berlusconi: perché favoriva il ricompattamento e il ritorno all’ovile dei molti pezzi staccatisi da Forza Italia nel corso del tempo. Senza il Cavaliere nel ruolo di playmaker del centrodestra, la linea si è fatta molto più incerta. Senza dire che il solo provare a rimettere mano all’Italicum e a riaprire la partita delle riforme di sistema equivarrebbe comunque a una mezza sconfitta di Renzi.

Nel Pd la minoranza è su una posizione analoga. L’imperativo è infatti mettere Renzi sotto scacco, e cambiare la legge significa anzitutto dimostrare che Il premier non è più il dominus della situazione. Per il resto, il motivo per cui con il premio di coalizione si innalza l’argine opposto ai Cinquestelle è poco coerente con le posizioni aperturiste nei confronti del voto grillino da non demonizzare. Ma è una posizione che, viceversa, si sposa molto bene con il progetto di mantenere un soggetto politico autonomo alla sinistra del Pd come sua spina nel fianco.

All’opposto i Cinquestelle. All’Italicum hanno detto no, in passato, in tutti luoghi e in tutti i modi. Ma l’Italicum gli conviene, e così da qualche giorno fioccano, a dispetto della coerenza, le dichiarazioni contrarie alla revisione della legge. Lo scenario che i pentastellati immaginano è uguale e contrario a quello su cui punta Renzi: se il referendum non passa, Renzi va a casa, e con il premio di lista Di Maio va a Palazzo Chigi.

Le pedine sono dunque tutte sul tavolo, e di qui a ottobre continueranno a muoversi, provando magari a tirar dentro la trattativa altri punti discussi della legge, dalle preferenze ai capilista bloccati al doppio turno: una volta infatti che fosse acclarato che l’Italicum è modificabile, le richieste di modifica è presumibile che si moltiplicherebbero. La materia elettorale, come quella costituzionale, è la più opinabile al mondo, e offre ogni tipo di soluzione, ogni sorta – come si dice – di combinato disposto. Quel che le dà forma e stabilità è la volontà politica. Scoperchiando il vaso di Pandora delle modifiche all’Italicum, anziché costruire in maniera previdente un piano B, per l’ipotesi di un esito infausto al referendum, Renzi rischia di vestire i panni dell’incauto Epimeteo, quello che ragiona col senno di poi, e chiude la stalla quando i buoi sono scappati.

Ma è probabile che gli basti sollevare solo un poco il coperchio, sentire tutte le voci che si agitano sul fondo non limpidissimo della politica italiana, e subito richiuderlo, ritornando al piano principale, col quale sta o cade la sua vera scommessa politica.

(Il Mattino, 1 luglio 2016)

Se la caduta di Corbyn spegne la fiammata ideologica a sinistra

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Il voto largamente maggioritario con il quale i parlamentari laburisti inglesi hanno espresso la sfiducia verso il loro leader, Jeremy Corbyn, ha forse un significato che va oltre la crisi profondissima del Labour, e investe l’orizzonte stesso del socialismo europeo. Corbyn ha già detto che non lascerà: nonostante i 176 voti a lui sfavorevoli (contro 44 a favore), nonostante le dimissioni in massa dal governo ombra, nonostante l’opinione pubblica progressista lo accusi di aver condotto una compagna molto blanda a favore del “Remain”. Sostiene di avere ancora dalla sua la base e i sindacati, e non c’è norma nel partito che lo possa costringere a dimettersi. Ma, anche così, la rappresentazione che il Labour offre, di un partito spaccato fra militanti ed eletti, è di per sé la più inequivocabile immagine di un fallimento strategico.

Dopo gli anni di Blair, il Labour ha virato a sinistra, prima con Ed Miliband poi, ancor più nettamente, con Jeremy Corbyn. Questa svolta è stata da taluni giudicata necessaria, per ritrovare l’anima di un partito svenduta da Tony Blair con la guerra in Iraq, da altri invece giudicata puramente difensiva, nostalgicamente ripiegata su posizioni da vecchio Labour. Per i primi, è finalmente la riscoperta del tema dell’ineguaglianza, smarrito a sinistra dietro le false luci dell’opportunità e del merito individuale; per gli altri, si tratta in realtà della solita ricetta statalista, ormai improponibile nell’epoca della globalizzazione dei mercati. Di sicuro, pezzi del programma di Corbyn – come la rinazionalizzazione delle ferrovie – avrebbero trovato in Bruxelles un fortissimo ostacolo, e questo spiega la tiepidezza, la riluttanza e l’ambiguità in cui Corbyn si è mantenuto durante tutta la campagna elettorale. Incertezza e indecisione in politica non pagano, e ora Corbyn rischia di perdere la leadership del partito.

Ma il punto di crisi è più generale, e davvero strategico. E tocca i laburisti inglesi quanto i socialisti francesi o quelli spagnoli: si può immaginare una politica di sinistra dentro la cornice dell’Unione? O, in alternativa, si deve piuttosto accompagnare, o addirittura favorire un processo destituente, di controllato smantellamento dell’architettura europea, per cercare nella dimensione nazionale, sovranista,, la risposta alla crisi sociale? In una prospettiva storica, sembra di essere ritornati a cent’anni fa (senza che per fortuna spirino venti di guerra). Ma il nodo è in certo modo lo stesso. Cent’anni fa, ad una fase di crescente espansione globale dei commerci seguì una violenta fiammata nazionalista, e anche allora i partiti socialisti non ressero la prova: rinunciarono alla dimensione internazionalista e misero innanzi la causa nazionale. E si divisero, aprendo la strada a un lungo ciclo di sconfitte, che in fondo verrà interrotto solo dopo la seconda guerra mondiale, con la ricostruzione e il sogno democratico e federalista dell’unità europea.

Oggi, di nuovo, il socialismo europeo è di fronte a un bivio. In realtà, sembrava fino a non molti mesi fa che avesse già imboccato una strada precisa: le ripetute sconfitte della socialdemocrazia tedesca, il declino di Hollande da una parte, e dall’altra la vittoria di Podemos in Spagna e di Siryza in Grecia, i nuovi astri di Corbyn e di Sanders, sembravano andare tutti nella stessa direzione, di un profondo ripensamento ideologico, programmatico e perfino organizzativo.  Tutto sembrava muoversi velocemente: fuori però della difesa cocciuta della cittadella europea, e chi rimaneva dentro appariva vanamente aggrappato ad una nave ormai colata a picco. Ma ora il vento ha cambiato un’altra volta direzione: Sanders perde, Podemos perde, Corbyn viene vigorosamente contestato, e la via alternativa che doveva finalmente cambiare le sorti del vecchio socialismo europeo si sta esaurendo. All’improvviso, si trova iscritta sotto le parole nobili ma assai poco promettenti di Samuel Beckett: fallisci un’altra volta, fallisci ancora, fallisci meglio.

Nel Regno Unito un’alternativa forse c’è, e ha il nome del neo-sindaco di Londra, Sadiq Kahn. Così almeno la pensa Anthony Giddens, che però non è quel che si dice un osservatore imparziale, essendo stato l’intellettuale più vicino a Tony Blair. Ma, al di là dei nomi, resta per i socialisti un nodo da sciogliere: lo spazio europeo è davvero impraticabile per una politica progressista, di crescita e di inclusione sociale? Nel conto non si può non mettere un dato di realtà: la forbice della diseguaglianza si è parecchio allargata, e l’Unione è oggi un posto dove c’è molta meno mobilità sociale che non trenta o quaranta anni fa. Se fallisce oggi la sinistra più radicaleggiante, non si può dire dunque che quella blairista degli anni Novanta sia andata molto meglio.

Però governava. Ed è infatti quella la pietra d’inciampo: la prova delle responsabilità di governo. Lasciamo per una volta il partito democratico e Matteo Renzi fuori dal quadro, e torniamo alla crisi del Labour: Corbyn non è in fondo incappato nella contraddizione di voler ricostruire una sinistra pura e senza compromessi da una parte, pur senza voler assumere  del tutto il profilo di una forza populista, antisistema? È così anche la sua idea di Europa non è viziata da una insanabile forma di dissociazione, fra storia e attualità, interessi e idealità: lontana dalle istanze che il Labour vuole rappresentare, essendo però stata, storicamente, l’unico luogo in cui quelle istanze si sono gradualmente realizzate? La conseguenza è che se non può essere un europeista, dopo il referendum, a guidare i conservatori, non può essere europeista nemmeno il leader dei laburisti. Finché almeno si tratta del molle e impacciato, e quasi vergognoso di sé, europeismo di Jeremy Corbyn.

(Il Mattino, 29 giugno 2016)