Matteo e l’impresa dell’aria nuova

Aria di Parigi

Fermarsi e riflettere, come chiede Ganni Cuperlo, o andare avanti? Nella Direzione di ieri, Matteo Renzi non ha mostrato di avere molti dubbi: andare avanti. Andare fino in fondo. E pazienza se Cuperlo e la minoranza del Pd mettono il muso, e pensano che in questo modo il segretario condurrà la sinistra italiana verso una sconfitta storica. Cosa del resto vorrebbe dire fermarsi? Si sono sentite tre cose. In primo luogo, fermarsi significa rinunciare al doppio incarico, e quindi andare al congresso del partito democratico con un ticket, cioè con due nomi: uno per il governo e l’altro per il partito. Come se le cose avessero mai funzionato, al tempo in cui Prodi era al governo e una volta D’Alema e l’altra Veltroni, dal partito, già gli preparavano il funerale. In secondo luogo, fermarsi vuol dire accogliere la proposta della minoranza di lasciare tutti liberi di aderire ai comitati del sì oppure del no al referendum costituzionale del prossimo autunno. Come se il partito non dovesse avere una linea riconoscibile, condivisa, unitaria, e non avesse anche un minimo dovere di coerenza – anzi di intellegibilità – rispetto al percorso di riforme avviato. Chi capirebbe un partito che ha metà della sua classe dirigente per il sì, e l’altra metà per il no, sulla questione centrale su cui – c’è poco da girarci intorno – può cadere non solo il governo ma l’intera legislatura? Ma la minoranza, imperterrita, ieri chiedeva «piena cittadinanza» per chi voterà no (e farà pure campagna). In terzo e ultimo luogo, la legge elettorale. Su questo, la minoranza batte da tempo, ma ieri anche Franceschini – cioè uno degli azionisti di riferimento della maggioranza del partito – si è schierato apertamente per la modifica dell’Italicum e l’introduzione del premio di coalizione in luogo del premio alla lista. Il ragionamento svolto dal ministro della Cultura è stato il seguente: dobbiamo battere i populismi che da Trump in America a Nigel Farage nel Regno Unito rappresentano la sfida principale. Battere i populismi significa includere, ampliare lo schieramento delle forze che sostengono il peso del governo. Ora, il premio di coalizione serve proprio a questo, e consente di allargarsi sia a sinistra che al centro. Inoltre, serve alla destra per ricompattarsi un po’, per mettere insieme pezzi che altrimenti non riuscirebbero a sommarsi.

Pure questa riflessione si infrange in realtà contro un «come se» grosso come una casa. Franceschini parlava infatti come se le coalizioni avessero finora dimostrato di reggerlo davvero, il peso del governo, e non fossero invece sistematicamente finite in pezzi. E questo sia a sinistra che a destra, essendo state vittime di coalizioni confuse e litigiose tanto Prodi quanto Berlusconi.

Insomma, le proposte ascoltate ieri sono state da Renzi rispedite al mittente. Oppure ai loro luoghi propri. Volete un partito diverso? Proponete modifiche statutarie. Volete un altro segretario? C’è il congresso che lo elegge. Ma lui, Renzi, fintanto che manterrà la leadership, andrà avanti lungo la linea tracciata. Personalizzazione o non personalizzazione. Populismo o non populismo.

Piani B, del resto, non ce ne sono. La legge elettorale e riforma costituzionale non formeranno un combinato disposto, in termini strettamente giuridici, ma politicamente parlando sono ben legate l’una all’altra, in una sfida complessiva da cui dipende, per il segretario del Pd, la possibilità di uscire finalmente dal pantano di questi anni.

Renzi, per il resto, ha messo in chiaro di non essere affatto rimasto impressionato dal voto di giugno, che ha preferito leggere in chiave prevalentemente locale. In verità, tutti gli interpreti delle diverse anime del partito hanno finito col legare insieme voto amministrativo e Brexit, col risultato che la misura del confronto è divenuta da un lato quella generale, di come evitare di finire nel mirino dei vari populismi che rinfocolano in tutto il braciere europeo e si manifestano nelle urne italiane, come in quelle britanniche, o austriache, o spagnole. Dall’altro lato, quello particolare della lotta interna al partito e delle strategie di logoramento tentate per sbalzare dal sellino il premier. Su questo secondo versante, Renzi non ha ovviamente fatto la minima concessione, e anzi in replica ci è andato giù duro contro l’accusa di vivere dentro un talent show (o – che è lo stesso – di essersi chiuso nel proprio giglio magico), rivendicando con forza la propria attività di governo. Sul primo versante, invece, si è messo a ragionare: di questione sociale e periferie con Matteo Orfini Piero Fassino e Maurizio Martina; di sicurezza con Vincenzo De Luca, di scuola e investimenti con Graziano Del Rio e Anna Ascani. Sembravano discussioni vere, e forse lo erano. Ma nessuna di queste questioni porta con sé un referendum, sicché per Renzi la vera scommessa rimane quella di riuscire a spiegare ai cittadini che la ricostruzione del sistema istituzionale, affidata al voto di ottobre, non è una questione interna ai gruppi dirigenti del Paese, alla «casta», ma anzi il modo per far circolare aria nuova nelle stanze della politica italiana.

(Il Mattino, 5 luglio 2016)

 

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