Pokemon, se la caccia nasce con Platone

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Dov’è la novità? Fra spazi e luoghi c’è sempre stata una bella differenza. Se la teniamo presente, non sarà difficile collocare i Pokemon che furoreggiano nel mondo – da Central Park al giardinetto pubblico sotto casa – non in uno spazio, ma in un luogo. Che poi è daccapo uno spazio fisico, però riempito di significati, percorso e orientato dalle attività senso-motorie che noi compiamo in esso. A questa fittissima rete di movimenti con cui da sempre avviciniamo o allontaniamo le cose del mondo – le persone, i beni, le merci – si aggiungono ora quelli suggeriti da questa gigantesca caccia al mostriciattolo virtuale. Con le guance paffute, gli occhi grandi, le orecchie a punta e un nome stravagante.

Certo, una complicazione è rappresentata dal fatto che i mostri virtuali non si vedono a occhio nudo, ma solo sullo schermo dello smartphone o del tablet. Grazie alla geolocalizzazione, il mondo in cui si muove l’avatar – cioè il personaggio che noi stessi incarniamo nel gioco – non è infatti altro che una riproduzione del mondo reale, l’immagine della realtà che circonda effettivamente il giocatore, ma lo spostamento da un punto all’altro di questa mappa virtuale può essere compiuto solo spostandosi davvero, fisicamente, nel mondo reale.

Ricordate «Ricomincio da tre», la scena in cui Massimo Troisi prova a convincere un vaso a spostarsi (farebbe la sua fortuna)? Il vaso in realtà continua testardamente a non spostarsi, ma grazie a Pokemon Go gli potete lanciare contro una biglia virtuale e catturarlo. Catturare non lui, per la verità, ma magari il Pokemon che si è nascosto dietro, e che una volta catturato finisce nel vostro zainetto immateriale.

La chiamano realtà aumentata, per il fatto che nuovi elementi si aggiungono alla realtà grazie al gioco. Il mondo si popoli di nuovi personaggetti. Ma in verità è da quando l’uomo è uomo che la realtà va aumentando. Non in atomi ma, appunto, in significati. Un filosofo contemporaneo, scomparso di recente, Hans Georg Gadamer, ha sostenuto – prima ancora che inventassero la Rete – che tutta l’arte è un simile aumento di realtà: che l’arancia di un quadro di Cézanne è la stessa arancia che sta appesa all’albero, solo che ha subito un aumento d’essere, ed è ora più vera di quanto non sia l’arancia che spremiamo al mattino. O per meglio dire: chi ha visto le arance di Cèzanne, d’ora innanzi guarderà le arance fisiche a partire dalla loro rappresentazione, e non viceversa. Adeguerà insomma le arance del mondo reale all’arancia del quadro, e un po’ è vero: l’estetizzazione della nostra esperienza, la tirannia quotidiana del gusto non spinge forse a portare in frutteria solo arance, mele, e ciliegie tutte tirate a lucido come se fossero dipinte?

Ma i Pokemon? Di che aumento si tratta? Detto che la realtà si continua da sempre in nuove direzioni di senso, detto che non c’è corpo che non si prolunghi ben oltre il perimetro della sua pelle, questo diabolico gioco, più che aumentare la realtà, in verità la inverte. Perché il giocatore che va a in cerca dei piccoli mostri non si immette più profondamente nella realtà grazie a questa caccia virtuale, ma se mai, proprio grazie alla realtà, chiamata a fare da sfondo alla sua avventura online, entra più profondamente dentro la trappola del gioco. Quello che succede, insomma, succede sullo schermo: quello che aumenta, sono il numero di mostriciattoli catturati, gli oggetti collezionati e il livello di forza raggiunto.

È per questo che al telegiornale ci raccontano che per colpa di questi maledetti Pokemon la gente sbatte la testa contro i pali della luce. Perché ci si muove nel mondo reale, ma con la testa si sta dentro il mondo virtuale.

Ora però, nemmeno questa cosa è nuova del tutto. Posso ben dirlo io, per tutte le volte che ho scansato in extremis un ostacolo, mentre camminavo per strada leggendo il giornale. Ma prima di me e di tutti lo ha ben detto Platone, quando ha invitato gli uomini a intraprendere quella seconda navigazione che porta a cogliere «le cose che sono nei discorsi», non cioè le cose banalmente fisiche ma le idee, i concetti. Non ha cioè inventato lui il più virtuale di tutti i giochi, quello della metafisica occidentale (al cui fuoco, dopo tutto, ci scaldiamo ancora)?

Subito dopo averlo fatto, Platone cominciò a chiedersi – senza mai venire a capo della questione – in qual rapporto stessero tutte quelle idee con la realtà sensibile, e se dovessero servirci per allontanarci da essa o per introdursi in essa veramente (cioè: con mente vera). Per uscire dalla caverna della vita, insomma, o per meglio entrarvi.

Ma questo è il bello del gioco che, come uomini, giochiamo da sempre. Alcuni se ne vanno, altri restano. Alcuni hanno un tesoro di verità nascosto altrove, che qui proprio non può rivelarsi; altri non conoscono verità che non sia destinata infallibilmente a manifestarsi. Altri ancora, da ultimo, vanno a caccia di Pokemon. Ma si divertono: perché no, allora?

(Il Mattino, 21 luglio 2016)

 

 

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