Archivi del giorno: agosto 14, 2016

La riforma giusta si vede dai numeri

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Forse la riforma della scuola non è nata sotto una buona stella, o forse le stelle e la fortuna c’entrano molto poco e c’entra piuttosto quel fenomeno così ricorrente della società italiana che possiamo elevare a principio. Il principio del prurito. Quando hai prurito, l’unica parte del tuo corpo che sembra contare è quella in cui senti del prurito. Può trattarsi anche solo di una prurigine localizzata in un centimetro quadrato di pelle, sotto il gomito o sulla punta del naso, ma finché prude, maledizione: non pensi ad altro, e finché non passa non riesci a far nulla.

Ora, è sicuramente irrispettoso paragonare i docenti che protestano per il trasferimento lontano da casa a prudore, però si prenda l’esempio per ciò di cui è esempio: per il rapporto che il Paese intrattiene con agguerrite e rumorose minoranze, che non solo riescono a calamitare l’attenzione sui loro problemi (il che, va da sé, è assolutamente legittimo), ma che a volte riescono a condizionare, persino a bloccare un processo riformatore, l’introduzione di una nuova normativa di settore o le politiche di un’amministrazione locale grazie alla capacità di mobilitazione, alla protesta sociale, alla pressione corporativa.

Entro certi limiti, siamo nella normale dialettica democratica. Anzi: non di normale dialettica si tratta, ma di dialettica salutare. Ma appunto: entro certi limiti. Perciò, lasciamo pure perdere l’infelice paragone con il prurito ma stiamo tuttavia ai fatti, per vedere se quei limiti non siano superati. Prendiamo allora il caso della Campania.

Che cosa succede in Campania? Quanti sono i docenti costretti a emigrare? Quanti sono i «deportati», come si disse lo scorso anno, quando apparve chiaro che le nuove immissioni di ruolo avrebbero costretto alcuni docenti, prevalentemente meridionali, a trasferirsi nelle inospitali regioni del Nord? A quanti tra i nuovi professori immessi in ruolo nelle scuole superiori tocca finire in un’aula lombarda, o veneta, o emiliana?

Stando ai dati forniti dal Ministero, la mobilità docente extra-regionale riguarda in Campania meno di mille persone su cinquemila domande. Meno dunque del venti per cento. Ma c’è da aggiungere che, a fronte di questi mille docenti costretti a trasferirsi per almeno tre anni, ce ne sono più di mille, quasi mille e cinquecento che invece rientrano. Il saldo, dunque, è positivo. Sorprendentemente positivo. Lo è in generale: rientrano definitivamente al Sud 4295 docenti; vanno a Nord, per tre anni, 3700 docenti. E c’è ancora da aggiungere che i malcapitati trasferiti possono chiedere l’assegnazione provvisoria, e che in realtà possono anche rifiutarsi: rimanendo precari, ma potendo ancora contare sull’inquadramento definitivo il prossimo anno. Insomma: di tutto si tratta meno che di una deportazione di massa. Al Ministero di viale Trastevere è evidente: non siede qualche emulo di Stalin che procede alla immissione forzata dei nuovi professori come un tempo si procedeva alla collettivizzazione forzata delle campagne e alla russificazione del Paese.

È vero: c’è poco da scherzare. È evidente che non è piacevole cambiare forzosamente regime e abitudini di vita. Lo è ancor meno quando si ha ormai una certa età: non parliamo infatti di laureati di primo pelo, di bamboccioni o di giovani troppo schizzinosi – choosy, insomma –, e la propensione al cambiamento e le prospettiva di carriera a una certa età sono ormai comprensibilmente basse. Le relazioni familiari e sociali sono già definite, ed è difficile mandarle sottosopra, specie quando lo stipendio invece di crescere si riduce, a cause delle nuove spese che devono essere sostenute in trasferta.

Tutto vero. Ma resta il dato: meno di mille. Resta la percentuale: meno del venti per cento. Resta il fatto che i docenti sono al Sud e le classi sono al Nord. Resta infine da considerare che ci troviamo dinanzi al più significativo infoltimento dei ranghi docenti da un bel po’ di anni a questa parte. Parliamo, complessivamente, di un numero a sei cifre, dunque di decine e decine di migliaia di nuovi insegnanti. Come è possibile che la rappresentazione di questa realtà si rovesci, almeno a livello mediatico, e la cosa piccola assume, in una prospettiva evidentemente distorta, dimensioni maggiori della cosa grande? Sicuramente, i mezzi di comunicazione amplificano il rumore di chi protesta, rispetto a chi tacitamente approva. Quelli che tornano a casa non vanno in piazza ad esultare, mentre quelli che si allontanano si fanno sentire. Ma c’è forse anche una difficoltà più strutturale, legata alle caratteristiche della società italiana. Al suo innato particolarismo, alla sua resistente corporativizzazione, al suo conservatorismo sociale. Siamo figli di una storia con poche discontinuità, e molte persistenze. Il che non comporta solo svantaggi, ma qualche svantaggio lo comporta. Se poi si considera che una democrazia liberale è un impasto strano (anche se ormai ci è familiare) perché democrazia significa regola della maggioranza, mentre liberalismo significa separazione dei poteri e rispetto dei diritti, individuali e delle minoranze; democrazia significa sovranità del popolo, mentre liberalismo significa limitazione della sovranità – se si considera ciò, si troverà che la mancanza di un forte demos unitario, nel Paese col più alto tasso di liti giudiziarie d’Europa, ha permesso che sotto l’ombra di sacrosanti principi liberali si mantenesse in realtà un basso livello di integrazione, e forti poteri di interdizione diffusi nelle pieghe della società e nella stessa prassi politica, istituzionale, amministrativa. Coi corpi intermedi – partiti e organizzazione sindacali – che hanno ceduto, rischiamo ogni volta che anche la più democratica delle decisioni, invece di piacere alla maggioranza, prenda il suo colore dal dispiacere della più esigua delle minoranze.

(Il Mattino, 14 agosto 2016)

Se Napoli diserta il tavolo

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Con la delibera del CIPE di ieri si conclude a distanza esatta di un anno il percorso scelto dal governo per ridefinire termini e modalità del suo impegno per il Mezzogiorno. E Napoli non c’è. L’anno scorso, in una direzione nazionale del Pd, insolitamente convocata ai primi di agosto, Matteo Renzi annunziò che il governo avrebbe varato un Masterplan per il Mezzogiorno. I patti per il Sud sottoscritti in questi mesi con Regioni e città metropolitane hanno dato forma a quel piano. La delibera del CIPE di ieri dà, invece, i soldi. E Napoli non c’è, il sindaco della città più derenzizzata d’Italia ha scelto ancora una volta di non esserci. Con la conseguenza che non ci sarà nemmeno quando quei soldi si tratterà di spenderli.

Naturalmente è già sorto il conflitto delle interpretazioni: è il governo che tiene fuori il Comune; no, è il Comune che si chiama fuori. È De Magistris che vuole ergersi a campione dell’opposizione al premier; no, è il premier che non tollera le mani libere che De Magistris vuole mantenere. La sostanza è però una soltanto: Napoli non c’è. E siccome la questione meridionale è nata per dir così «ufficialmente», cento e più anni fa, insieme alla questione della città di Napoli, privata del suo rango di capitale nel nuovo Regno unitario, l’assenza della firma del sindaco partenopeo stride ancora di più.

In realtà, manca anche un’altra firma: quella di Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Lì però c’è stato nelle scorse settimane almeno un appeasement, un avvicinamento, una stretta di mano, ed è probabile che entro la fine dell’anno tutto si sistemerà. Ma ovviamente colpisce la circostanza per cui sono le personalità che marcano i caratteri del proprio profilo politico proprio grazie all’opposizione al Presidente del Consiglio a tenere in serbo la firma per altri momenti.

Non che occorra essere tutti allineati e coperti; occorre piuttosto avere contezza del proprio ruolo istituzionale, nonché della propria funzione di rappresentanti del territorio, per guardare al rapporto fra Stato, regioni e città in una chiave meno contingente, meno subordinata alle esigenze della lotta politica, meno strumentale rispetto alle proprie ambizioni.

Le critiche di merito sono, invece, un’altra cosa. Fin dall’annuncio dello scorso anno, osservammo peraltro che il Masterplan e i patti che avrebbe generato a livello territoriale contenevano più che altro un’innovazione di metodo: si trattava infatti di un riordino e di un recupero di fondi e impegni di spesa già deliberati, più che di nuovi investimenti. Coi tempi che correvano (e che ancora corrono), non era comunque un piccolo passo. In primo luogo, perché il governo si mostrava finalmente convinto di dover dare una regia generale alla spesa per investimenti nel Mezzogiorno: in materia di infrastrutture, di ambiente, di fiscalità di vantaggio. In secondo luogo, perché si avvertiva finalmente un’inversione di tendenza rispetto agli anni a dominante nordista, trainati dal duo Bossi-Tremonti, per i quali era meglio, molto meglio impiegare i fondi per lo sviluppo e la coesione sociale destinati al Sud per tappare buchi di bilancio, o magari pagare le multe delle quote latte oppure intervenire in emergenze come quella del terremoto dell’Aquila. Insomma, la convinzione diffusa e il discorso pubblico dominante era stato, fino ad allora, solo uno: che i soldi messi su porti, ferrovie o aeroporti del Sud erano soldi spesi male, buttati al vento, buoni solo a ingrassare le clientele meridionali e incapaci di generare crescita economica e occupazione.

Ebbene, cambiare convinzioni (e politiche) è già un bel passo avanti. Leggere perciò che nella delibera del CIPE sono approvati i fondi per le zone economiche speciali da avviare nelle aree portuali e retroportuali di Napoli e Salerno – per fare solo un solido esempio – non è affatto una bazzecola.

Nella direzione nazionale dello scorso anno, Renzi aveva detto: «Il problema del Sud oggi non è la mancanza dei soldi. È la mancanza della politica». C’era del vero in quella affermazione, ma c’era anche il timore che per mancanza di politica si continuassero a far mancare i soldi. Adesso però i soldi non mancano, ma Napoli continua a mancare. Per colpa di una cattiva politica, che il Sindaco De Magistris continua a portare avanti convinto di dover trasformare Napoli nella rivoluzionaria comune di Parigi, o della lontana città messicana di Morelos. Lo zapatismo del Sindaco libererebbe la città: questo il vessillo issato su Palazzo San Giacomo in campagna elettorale. Ora, è vero che la libertà non ha prezzo; bisogna pur sapere che, ciononostante, i napoletani un prezzo assai salato rischiano comunque di pagarlo.

(Il Mattino, 11 agosto 2016)

Un sì o un no che riguarda tutti gli italiani

immagine 9 agosto

La decisione della Cassazione di dare il via libera al referendum sulla riforma costituzionale è stata salutata da un tweet del Comitato per il sì alla riforma, subito condiviso dal Presidente del Consiglio: «Adesso possiamo dirlo: questo è il referendum degli italiani». Siccome le parole e i discorsi degli uomini, anche quelli pubblici, si reggono su una fitta trama di implicature che è indispensabile maneggiare per comprendere il senso, è bene comprendere cosa sia contenuto implicitamente nel tweet di Matteo Renzi. E cioè: che adesso si può dire quel che prima non si poteva dire. E che quel che adesso si può dire è che il referendum è degli italiani, cioè di tutti gli italiani, e non di qualcuno in particolare.

Traduciamo in termini ancora più espliciti: se «prima» io, Matteo Renzi, ho detto che su questo referendum si gioca tutta intera la mia scommessa politica, se dunque «prima» questo referendum poteva essere il referendum di Matteo Renzi (e di Maria Elena Boschi) – quello che mi avrebbe definitivamente intronizzato, o, in caso negativo, disarcionato – «adesso» vi dico invece quello che, dopo il deposito delle firme degli italiani e il bollino della Cassazione, posso finalmente dire in chiaro, e cioè che questo referendum è voluto dagli italiani, ed è l’indispensabile viatico per una nuova Italia.

Ovviamente non è andata proprio così, nel senso che questa torsione fra il discorso di «prima» e il discorso di «adesso» non è dipesa dal passaggio formale del vaglio della Corte di Cassazione, ma da fattori politici molto più stringenti. Cioè, per dirla nel modo più netto possibile, dal rischio di fare la fine di Cameron, il premier britannico che ha rimesso la sua sorte politica a un referendum il cui esito – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – ne ha determinato le dimissioni.

Si rischia davvero un effetto Cameron, anche in Italia? Qualcuno deve averlo pensato, e se non l’ha pensato glielo hanno suggerito i sondaggi: la riduzione della partita referendaria a un voto pro o contro Renzi non conviene al premier. Sovrapporre al voto di merito, sul contenuto della riforma, un voto sulla persona di Renzi e sul suo futuro politico ha l’immediato effetto di coalizzare su una posizione contraria tutto il variegato fronte delle opposizioni. A un guazzabuglio di partitini e correnti divise e litigiose, schierate anche se versanti diversi dello schieramento politico, si offre infatti un comune denominatore potente, che, in un voto referendario, non ha neppure la scomodità di dover trovare un accordo su un programma o su una leadership: gli basta dire no, e il gioco è fatto. Hai un bel dire allora che però sono riforme attese da non so più quanti anni: se è vero che la personalizzazione è una modificazione profonda della scena pubblica (e delle competizioni elettorali), allora è molto difficile che, legando alla riforma un destino personale, non sia questo a prevalere. Cioè, in questo caso, a soccombere. L’uno contro tutti produce infatti, in un referendum, un risultato numerico più che scontato: tutti sono sicuramente più di uno.

Questo che si è detto sin qui vale sul fronte della strategia comunicativa che sarà presumibilmente tenuta dal Presidente del Consiglio e dalla sua maggioranza nelle prossime settimane, fino a novembre, quando con ogni probabilità il referendum sarà celebrato.

Ma poi c’è dell’altro. Il tweet di Renzi può compiere una simile virata strategica anche perché altro vi è implicato. La formula del «referendum degli italiani» non è infatti un’invenzione estemporanea, o campata in aria, ma rinvia al discorso più importante che sia stato tenuto nel corso di questa legislatura, e che ne rappresenta, per dir così, la fonte ultima di legittimità. Si tratta del discorso pronunziato in Parlamento da Giorgio Napolitano, al momento della sua rielezione a Presidente della Repubblica. Fatto eccezionale, legato ad uno stallo politico e istituzionale che, nelle parole del Presidente, non era dovuto solo alla difficoltà di trovare il nuovo inquilino del Quirinale, ma all’incapacità delle forze politiche di fare le riforme: le riforme elettorali e la riforma costituzionale.

Basti riportarne qui un breve passaggio: «Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario». Questi e altri passaggi furono ascoltati in un doloroso silenzio da tutti i parlamentari, e poi lungamente applauditi. La sostanza della sfida referendaria è quella. Il nodo politico dirimente è quello. Se il referendum non passa, il nulla di fatto vien una volta ancora ribadito. Qui sta una differenza decisiva con la contesa accesa da Cameron con il suo referendum sulla Brexit: perché Cameron ha escogitato il ricorso al referendum proprio per fondarvi la sua leadership sul partito e nel Paese (perdendole entrambe a causa dell’esito a lui infausto), Renzi invece non ha scelto il terreno di elezione della sfida politica: lo ha trovato bensì indicato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento (e, certo, non si è tirato indietro). Questa non piccola differenza gli permette ora la virata. Non gli consente di scindere la sorte del suo governo dal voto di novembre, ma gli dà il margine per riaprire il confronto sui temi di quel voto, sui punti di merito – dalla fine del bicameralismo paritario al nuovo Senato su base regionale, alla stessa legge elettorale –: temi, questi, tutti iscritti fin dall’inizio nei compiti della legislatura. E in questo senso, dunque, è vero: si tratta di un referendum degli italiani, a cui è legata anzitutto la loro sorte.

(Il Mattino, 9 agosto 2016)