La riforma giusta si vede dai numeri

Immagine 14 agosto

Forse la riforma della scuola non è nata sotto una buona stella, o forse le stelle e la fortuna c’entrano molto poco e c’entra piuttosto quel fenomeno così ricorrente della società italiana che possiamo elevare a principio. Il principio del prurito. Quando hai prurito, l’unica parte del tuo corpo che sembra contare è quella in cui senti del prurito. Può trattarsi anche solo di una prurigine localizzata in un centimetro quadrato di pelle, sotto il gomito o sulla punta del naso, ma finché prude, maledizione: non pensi ad altro, e finché non passa non riesci a far nulla.

Ora, è sicuramente irrispettoso paragonare i docenti che protestano per il trasferimento lontano da casa a prudore, però si prenda l’esempio per ciò di cui è esempio: per il rapporto che il Paese intrattiene con agguerrite e rumorose minoranze, che non solo riescono a calamitare l’attenzione sui loro problemi (il che, va da sé, è assolutamente legittimo), ma che a volte riescono a condizionare, persino a bloccare un processo riformatore, l’introduzione di una nuova normativa di settore o le politiche di un’amministrazione locale grazie alla capacità di mobilitazione, alla protesta sociale, alla pressione corporativa.

Entro certi limiti, siamo nella normale dialettica democratica. Anzi: non di normale dialettica si tratta, ma di dialettica salutare. Ma appunto: entro certi limiti. Perciò, lasciamo pure perdere l’infelice paragone con il prurito ma stiamo tuttavia ai fatti, per vedere se quei limiti non siano superati. Prendiamo allora il caso della Campania.

Che cosa succede in Campania? Quanti sono i docenti costretti a emigrare? Quanti sono i «deportati», come si disse lo scorso anno, quando apparve chiaro che le nuove immissioni di ruolo avrebbero costretto alcuni docenti, prevalentemente meridionali, a trasferirsi nelle inospitali regioni del Nord? A quanti tra i nuovi professori immessi in ruolo nelle scuole superiori tocca finire in un’aula lombarda, o veneta, o emiliana?

Stando ai dati forniti dal Ministero, la mobilità docente extra-regionale riguarda in Campania meno di mille persone su cinquemila domande. Meno dunque del venti per cento. Ma c’è da aggiungere che, a fronte di questi mille docenti costretti a trasferirsi per almeno tre anni, ce ne sono più di mille, quasi mille e cinquecento che invece rientrano. Il saldo, dunque, è positivo. Sorprendentemente positivo. Lo è in generale: rientrano definitivamente al Sud 4295 docenti; vanno a Nord, per tre anni, 3700 docenti. E c’è ancora da aggiungere che i malcapitati trasferiti possono chiedere l’assegnazione provvisoria, e che in realtà possono anche rifiutarsi: rimanendo precari, ma potendo ancora contare sull’inquadramento definitivo il prossimo anno. Insomma: di tutto si tratta meno che di una deportazione di massa. Al Ministero di viale Trastevere è evidente: non siede qualche emulo di Stalin che procede alla immissione forzata dei nuovi professori come un tempo si procedeva alla collettivizzazione forzata delle campagne e alla russificazione del Paese.

È vero: c’è poco da scherzare. È evidente che non è piacevole cambiare forzosamente regime e abitudini di vita. Lo è ancor meno quando si ha ormai una certa età: non parliamo infatti di laureati di primo pelo, di bamboccioni o di giovani troppo schizzinosi – choosy, insomma –, e la propensione al cambiamento e le prospettiva di carriera a una certa età sono ormai comprensibilmente basse. Le relazioni familiari e sociali sono già definite, ed è difficile mandarle sottosopra, specie quando lo stipendio invece di crescere si riduce, a cause delle nuove spese che devono essere sostenute in trasferta.

Tutto vero. Ma resta il dato: meno di mille. Resta la percentuale: meno del venti per cento. Resta il fatto che i docenti sono al Sud e le classi sono al Nord. Resta infine da considerare che ci troviamo dinanzi al più significativo infoltimento dei ranghi docenti da un bel po’ di anni a questa parte. Parliamo, complessivamente, di un numero a sei cifre, dunque di decine e decine di migliaia di nuovi insegnanti. Come è possibile che la rappresentazione di questa realtà si rovesci, almeno a livello mediatico, e la cosa piccola assume, in una prospettiva evidentemente distorta, dimensioni maggiori della cosa grande? Sicuramente, i mezzi di comunicazione amplificano il rumore di chi protesta, rispetto a chi tacitamente approva. Quelli che tornano a casa non vanno in piazza ad esultare, mentre quelli che si allontanano si fanno sentire. Ma c’è forse anche una difficoltà più strutturale, legata alle caratteristiche della società italiana. Al suo innato particolarismo, alla sua resistente corporativizzazione, al suo conservatorismo sociale. Siamo figli di una storia con poche discontinuità, e molte persistenze. Il che non comporta solo svantaggi, ma qualche svantaggio lo comporta. Se poi si considera che una democrazia liberale è un impasto strano (anche se ormai ci è familiare) perché democrazia significa regola della maggioranza, mentre liberalismo significa separazione dei poteri e rispetto dei diritti, individuali e delle minoranze; democrazia significa sovranità del popolo, mentre liberalismo significa limitazione della sovranità – se si considera ciò, si troverà che la mancanza di un forte demos unitario, nel Paese col più alto tasso di liti giudiziarie d’Europa, ha permesso che sotto l’ombra di sacrosanti principi liberali si mantenesse in realtà un basso livello di integrazione, e forti poteri di interdizione diffusi nelle pieghe della società e nella stessa prassi politica, istituzionale, amministrativa. Coi corpi intermedi – partiti e organizzazione sindacali – che hanno ceduto, rischiamo ogni volta che anche la più democratica delle decisioni, invece di piacere alla maggioranza, prenda il suo colore dal dispiacere della più esigua delle minoranze.

(Il Mattino, 14 agosto 2016)

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