Se Napoli diserta il tavolo

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Con la delibera del CIPE di ieri si conclude a distanza esatta di un anno il percorso scelto dal governo per ridefinire termini e modalità del suo impegno per il Mezzogiorno. E Napoli non c’è. L’anno scorso, in una direzione nazionale del Pd, insolitamente convocata ai primi di agosto, Matteo Renzi annunziò che il governo avrebbe varato un Masterplan per il Mezzogiorno. I patti per il Sud sottoscritti in questi mesi con Regioni e città metropolitane hanno dato forma a quel piano. La delibera del CIPE di ieri dà, invece, i soldi. E Napoli non c’è, il sindaco della città più derenzizzata d’Italia ha scelto ancora una volta di non esserci. Con la conseguenza che non ci sarà nemmeno quando quei soldi si tratterà di spenderli.

Naturalmente è già sorto il conflitto delle interpretazioni: è il governo che tiene fuori il Comune; no, è il Comune che si chiama fuori. È De Magistris che vuole ergersi a campione dell’opposizione al premier; no, è il premier che non tollera le mani libere che De Magistris vuole mantenere. La sostanza è però una soltanto: Napoli non c’è. E siccome la questione meridionale è nata per dir così «ufficialmente», cento e più anni fa, insieme alla questione della città di Napoli, privata del suo rango di capitale nel nuovo Regno unitario, l’assenza della firma del sindaco partenopeo stride ancora di più.

In realtà, manca anche un’altra firma: quella di Michele Emiliano, il governatore della Puglia. Lì però c’è stato nelle scorse settimane almeno un appeasement, un avvicinamento, una stretta di mano, ed è probabile che entro la fine dell’anno tutto si sistemerà. Ma ovviamente colpisce la circostanza per cui sono le personalità che marcano i caratteri del proprio profilo politico proprio grazie all’opposizione al Presidente del Consiglio a tenere in serbo la firma per altri momenti.

Non che occorra essere tutti allineati e coperti; occorre piuttosto avere contezza del proprio ruolo istituzionale, nonché della propria funzione di rappresentanti del territorio, per guardare al rapporto fra Stato, regioni e città in una chiave meno contingente, meno subordinata alle esigenze della lotta politica, meno strumentale rispetto alle proprie ambizioni.

Le critiche di merito sono, invece, un’altra cosa. Fin dall’annuncio dello scorso anno, osservammo peraltro che il Masterplan e i patti che avrebbe generato a livello territoriale contenevano più che altro un’innovazione di metodo: si trattava infatti di un riordino e di un recupero di fondi e impegni di spesa già deliberati, più che di nuovi investimenti. Coi tempi che correvano (e che ancora corrono), non era comunque un piccolo passo. In primo luogo, perché il governo si mostrava finalmente convinto di dover dare una regia generale alla spesa per investimenti nel Mezzogiorno: in materia di infrastrutture, di ambiente, di fiscalità di vantaggio. In secondo luogo, perché si avvertiva finalmente un’inversione di tendenza rispetto agli anni a dominante nordista, trainati dal duo Bossi-Tremonti, per i quali era meglio, molto meglio impiegare i fondi per lo sviluppo e la coesione sociale destinati al Sud per tappare buchi di bilancio, o magari pagare le multe delle quote latte oppure intervenire in emergenze come quella del terremoto dell’Aquila. Insomma, la convinzione diffusa e il discorso pubblico dominante era stato, fino ad allora, solo uno: che i soldi messi su porti, ferrovie o aeroporti del Sud erano soldi spesi male, buttati al vento, buoni solo a ingrassare le clientele meridionali e incapaci di generare crescita economica e occupazione.

Ebbene, cambiare convinzioni (e politiche) è già un bel passo avanti. Leggere perciò che nella delibera del CIPE sono approvati i fondi per le zone economiche speciali da avviare nelle aree portuali e retroportuali di Napoli e Salerno – per fare solo un solido esempio – non è affatto una bazzecola.

Nella direzione nazionale dello scorso anno, Renzi aveva detto: «Il problema del Sud oggi non è la mancanza dei soldi. È la mancanza della politica». C’era del vero in quella affermazione, ma c’era anche il timore che per mancanza di politica si continuassero a far mancare i soldi. Adesso però i soldi non mancano, ma Napoli continua a mancare. Per colpa di una cattiva politica, che il Sindaco De Magistris continua a portare avanti convinto di dover trasformare Napoli nella rivoluzionaria comune di Parigi, o della lontana città messicana di Morelos. Lo zapatismo del Sindaco libererebbe la città: questo il vessillo issato su Palazzo San Giacomo in campagna elettorale. Ora, è vero che la libertà non ha prezzo; bisogna pur sapere che, ciononostante, i napoletani un prezzo assai salato rischiano comunque di pagarlo.

(Il Mattino, 11 agosto 2016)

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