Un sì o un no che riguarda tutti gli italiani

immagine 9 agosto

La decisione della Cassazione di dare il via libera al referendum sulla riforma costituzionale è stata salutata da un tweet del Comitato per il sì alla riforma, subito condiviso dal Presidente del Consiglio: «Adesso possiamo dirlo: questo è il referendum degli italiani». Siccome le parole e i discorsi degli uomini, anche quelli pubblici, si reggono su una fitta trama di implicature che è indispensabile maneggiare per comprendere il senso, è bene comprendere cosa sia contenuto implicitamente nel tweet di Matteo Renzi. E cioè: che adesso si può dire quel che prima non si poteva dire. E che quel che adesso si può dire è che il referendum è degli italiani, cioè di tutti gli italiani, e non di qualcuno in particolare.

Traduciamo in termini ancora più espliciti: se «prima» io, Matteo Renzi, ho detto che su questo referendum si gioca tutta intera la mia scommessa politica, se dunque «prima» questo referendum poteva essere il referendum di Matteo Renzi (e di Maria Elena Boschi) – quello che mi avrebbe definitivamente intronizzato, o, in caso negativo, disarcionato – «adesso» vi dico invece quello che, dopo il deposito delle firme degli italiani e il bollino della Cassazione, posso finalmente dire in chiaro, e cioè che questo referendum è voluto dagli italiani, ed è l’indispensabile viatico per una nuova Italia.

Ovviamente non è andata proprio così, nel senso che questa torsione fra il discorso di «prima» e il discorso di «adesso» non è dipesa dal passaggio formale del vaglio della Corte di Cassazione, ma da fattori politici molto più stringenti. Cioè, per dirla nel modo più netto possibile, dal rischio di fare la fine di Cameron, il premier britannico che ha rimesso la sua sorte politica a un referendum il cui esito – l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – ne ha determinato le dimissioni.

Si rischia davvero un effetto Cameron, anche in Italia? Qualcuno deve averlo pensato, e se non l’ha pensato glielo hanno suggerito i sondaggi: la riduzione della partita referendaria a un voto pro o contro Renzi non conviene al premier. Sovrapporre al voto di merito, sul contenuto della riforma, un voto sulla persona di Renzi e sul suo futuro politico ha l’immediato effetto di coalizzare su una posizione contraria tutto il variegato fronte delle opposizioni. A un guazzabuglio di partitini e correnti divise e litigiose, schierate anche se versanti diversi dello schieramento politico, si offre infatti un comune denominatore potente, che, in un voto referendario, non ha neppure la scomodità di dover trovare un accordo su un programma o su una leadership: gli basta dire no, e il gioco è fatto. Hai un bel dire allora che però sono riforme attese da non so più quanti anni: se è vero che la personalizzazione è una modificazione profonda della scena pubblica (e delle competizioni elettorali), allora è molto difficile che, legando alla riforma un destino personale, non sia questo a prevalere. Cioè, in questo caso, a soccombere. L’uno contro tutti produce infatti, in un referendum, un risultato numerico più che scontato: tutti sono sicuramente più di uno.

Questo che si è detto sin qui vale sul fronte della strategia comunicativa che sarà presumibilmente tenuta dal Presidente del Consiglio e dalla sua maggioranza nelle prossime settimane, fino a novembre, quando con ogni probabilità il referendum sarà celebrato.

Ma poi c’è dell’altro. Il tweet di Renzi può compiere una simile virata strategica anche perché altro vi è implicato. La formula del «referendum degli italiani» non è infatti un’invenzione estemporanea, o campata in aria, ma rinvia al discorso più importante che sia stato tenuto nel corso di questa legislatura, e che ne rappresenta, per dir così, la fonte ultima di legittimità. Si tratta del discorso pronunziato in Parlamento da Giorgio Napolitano, al momento della sua rielezione a Presidente della Repubblica. Fatto eccezionale, legato ad uno stallo politico e istituzionale che, nelle parole del Presidente, non era dovuto solo alla difficoltà di trovare il nuovo inquilino del Quirinale, ma all’incapacità delle forze politiche di fare le riforme: le riforme elettorali e la riforma costituzionale.

Basti riportarne qui un breve passaggio: «Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario». Questi e altri passaggi furono ascoltati in un doloroso silenzio da tutti i parlamentari, e poi lungamente applauditi. La sostanza della sfida referendaria è quella. Il nodo politico dirimente è quello. Se il referendum non passa, il nulla di fatto vien una volta ancora ribadito. Qui sta una differenza decisiva con la contesa accesa da Cameron con il suo referendum sulla Brexit: perché Cameron ha escogitato il ricorso al referendum proprio per fondarvi la sua leadership sul partito e nel Paese (perdendole entrambe a causa dell’esito a lui infausto), Renzi invece non ha scelto il terreno di elezione della sfida politica: lo ha trovato bensì indicato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento (e, certo, non si è tirato indietro). Questa non piccola differenza gli permette ora la virata. Non gli consente di scindere la sorte del suo governo dal voto di novembre, ma gli dà il margine per riaprire il confronto sui temi di quel voto, sui punti di merito – dalla fine del bicameralismo paritario al nuovo Senato su base regionale, alla stessa legge elettorale –: temi, questi, tutti iscritti fin dall’inizio nei compiti della legislatura. E in questo senso, dunque, è vero: si tratta di un referendum degli italiani, a cui è legata anzitutto la loro sorte.

(Il Mattino, 9 agosto 2016)

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