Archivi del giorno: agosto 25, 2016

I migranti e l’Europa a due velocità

LQQ44W2E7012-kHmE-UdHu4aaZqzQrwFI-1024x576@LaStampa.itIl fenomeno, senza precedenti, di crescita dei flussi migratori sta mettendo seriamente in pericolo i pilastri fondamentali dell’integrazione europea e della solidarietà fra gli Stati membri: così cominciava il documento con il quale il governo italiano, lo scorso aprile, presentava al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, e al Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, la proposta italiana di un Migration Compact, di un «percorso per migliorare l’efficacia delle politiche migratorie esterne dell’Unione». Siamo quasi alla vigilia del vertice europeo di Bratislava, che si terrà a metà settembre, e l’appuntamento di Ventotene, fra Renzi, Hollande e la Merkel, è servito anche per preparare l’agenda del prossimo incontro su uno dei punti più difficili che i leader europei dovranno affrontare. Uno di quegli argomenti sui quali sta o cade il senso stesso del progetto europeo.

A Ventotene la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha confermato la linea del suo governo, passato dalla contrarietà all’europeizzazione del tema alla richiesta di una maggiore integrazione fra i paesi europei, chiamati a condividere il peso dell’immigrazione. La Merkel ha anche aggiunto che proseguirà la cooperazione con la Turchia, per contenere la pressione migratoria lungo la rotta orientale, alimentata dalla catastrofe umanitaria in Siria. Ma non ha chiarito fino in fondo qual tipo di impegni l’Unione chiederà invece al suo interno, nella revisione del regolamento di Dublino che disciplina le azioni di ricollocazione fra gli Stati europei.

Su questo terreno, la condivisione latita ancora. Prevalgono invece gli egoismi nazionali. La Germania ha assicurato che farà la sua parte, ma altri Paesi fanno orecchie da mercanti. Obblighi giuridici, prima ancora che morali, vengono disattesi, tanto che il sottosegretario Gozi ha dichiarato ieri a questo giornale che sussistono le condizioni per aprire procedure di infrazione (che però prendono parecchio tempo: possono essere uno strumento di pressione, ma non certo una soluzione).

Un sistema sostenibile ed efficace di ripartizione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, allo stato, non c’è. Così come non c’è un vero diritto europeo di asilo, nonostante le dichiarazioni, le norme, le procedure, gli uffici. Nonostante, va aggiunto, i numeri dei rifugiati siano ancora contenuti: se rapportati però non alle capacità di assorbimento dei singoli paesi, ma alla complessiva popolazione europea.

C’è invece una contraddizione patente tra due pretese di segno opposto. Da un lato, c’è infatti la nobile ambizione di evocare – ad ogni nuovo vertice, in ogni nuova riunione dei capi di stato e di governo – un sistema europeo comune di asilo; dall’altro, c’è invece la volontà, un po’ meno nobile, di vincolare gli spostamenti tra i migranti dentro lo spazio di sicurezza, libertà e giustizia definito dagli accordi di Schengen, che si vuole mantenere privo di controlli alle frontiere interne. Fino però a quando vi si riuscirà, in queste condizioni? È evidente infatti che le due pretese cozzano l’una con l’altra, e finiscono col produrre soluzioni complicate, burocratiche e squilibrate. Così, ad esempio, la proposta della Commissione europea di revisione del cosiddetto “sistema Dublino” mantiene un punto – che la domanda di asilo venga presentata e gestita dal primo Stato che il migrante richiedente protezione incontra – che lascia inevitabilmente il cerino nelle mani degli Stati più esposti alla pressione migratoria (Italia e Grecia), cercando poi faticosamente di “comprare” un po’ di solidarietà in più dagli altri Stati, anche grazie a un sistema di multe. Ma non sono le multe, o i tempi di gestione della procedura, o i criteri di ripartizione: è l’idea che vi sia un “primo” Stato – quello che, affacciato sul Mediterraneo, assiste sgomento e impotente alle tragedie del mare, inevitabilmente con più oneri rispetto ai paesi dell’entroterra continentale – è questa stessa idea che si sposa molta male, per non dire che contraddice apertamente i pilastri giuridici dell’Unione. Quelli che la lettera del governo italiano ricordava.

Vedremo i risultati di Bratislava, il mese prossimo. Intanto, il governo trova temporanea sistemazione ai rifugiati che raggiungono le nostre coste utilizzando le caserme. È una soluzione obbligata, forse persino inevitabile, presa sull’onda di un’emergenza che non accenna certo a finire, ma che può avere contraddizioni, se protratta nel tempo. Il rischio è quello di creare di fatto spazi di reclusione o di segregazione, anche se diversamente definiti: campi di concentramento, luoghi di internamento in cui la soglia della difesa della dignità umana può essere troppo facilmente violata. Giorgio Agamben ha sostenuto che non la democrazia e i diritti umani, ma il “campo”, in cui scompare la differenza fra la regola e l’eccezione, rappresenta purtroppo la forma politica esemplare del nostro tempo. Anche in condizioni di emergenza, dobbiamo evitare che ciò accada o torni ad accadere. L’Europa, se deve servire a qualcosa, deve servire a questo.

(Il Mattino, 24 agosto 2016)

L’Europa debole e i fantasmi che ritornano

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Anche la storia intellettuale recente dell’Europa ha qualche data memorabile. Una di queste è il 6 giugno 1986, giorno della pubblicazione, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dell’articolo dello storico tedesco Ernst Nolte, scomparso ieri, dal titolo: «Un passato che non vuole passare». Nolte vi sosteneva che la Germania doveva liberarsi dal senso di colpa che la inchiodava al suo passato nazista, e impiegava allo scopo gli strumenti della ricerca storiografica per inserire il nazionalsocialismo e lo sterminio degli ebrei nel quadro di un conflitto di più lunga durata, di una guerra civile europea consumatasi nell’arco di circa un trentennio, dal 1917 al 1945. Scriveva perciò:

«Non compì Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un’azione “asiatica” [ossia paragonabile a quanto accaduto in Russia, con la rivoluzione bolscevica], soltanto perché consideravano se stessi e i propri simili vittime potenziali o effettive di un’azione “asiatica”? L’Arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo “sterminio di classe” dei bolscevichi il prius logico e fattuale dello “sterminio di razza” dei nazionalsocialisti?». Parole, queste, che non provenivano dai torbidi politici dell’estremismo di destra, ma da uno studioso serio e rispettato, perfettamente integrato nella comunità accademica. Nolte sosteneva che l’ascesa di Hitler al potere andava letta come una reazione, l’effetto causato dalla rivoluzione «asiatica» di Lenin. E aggiungeva elementi per una comparazione fra atrocità e delitti commessi dai regimi totalitari, che comportavano uno scandaloso effetto di relativizzazione della Shoah. Il male non era più assoluto. Non diversamente, ancora di recente, Nolte avrebbe per esempio posto la questione di quale sia, almeno in linea di principio, la differenza fra Auschwitz e il «silenzioso genocidio» perpetrato nella regione centroamericana e caraibica dalle politiche del governo statunitense.

In ciò non vi era e non vi è certo alcun negazionismo, ma sì l’idea assai discutibile che fosse possibile alleggerire le responsabilità dei tedeschi grazie a un esercizio di contestualizzazione. Con la difficoltà non trascurabile di dover comunque spiegare in maniera convincente perché la reazione al socialismo bolscevico dovesse scegliersi come vittima il popolo ebraico.

L’articolo di Nolte scatenò, ad ogni modo, l’«Historikerstreit», la controversia tra gli storici, definita più energicamente dalla New York Review of Books la ‘guerra’ degli storici tedeschi. I suoi riverberi raggiunsero anche studiosi, accomunati sotto l’etichetta di revisionisti, come Renzo De Felice in Italia e François Furet in Francia, il quale attribuì pubblicamente a Nolte il grande merito di avere con coraggio infranto un tabù, osando paragonare fra loro i regimi comunisti e fascisti.

Agli aspetti politici più controversi delle tesi giustificazioniste di Nolte rispose con asprezza, fra gli altri, Jürgen Habermas, tuttora il più autorevole filosofo tedesco vivente. In questione non era per lui il merito strettamente storiografico delle questioni sollevate da Nolte, quanto l’uso pubblico della storia e il suo peso sul presente. E soprattutto il giudizio sulla leadership tedesca, sempre più interessata a restituire alla Germania un ruolo centrale nelle vicende politiche europee e mondiali, e quindi favorevole a una rivisitazione critica dell’ingombrante e terribile passato.

A distanza di anni, mentre si è attenuato lo scandalo in sede scientifica, non è affatto diminuito, anzi è cresciuto – in Germania come nel resto del continente – il bisogno di dare all’Europa un pensiero. La scelta di Nolte, di riconoscere nel bolscevismo un significato «asiatico», non europeo, era assai indicativa. Per Nolte, il nazismo non era affatto, nelle intenzioni iniziali, antieuropeo: lo fu solo nella sua realizzazione pratica. Al contrario, il bolscevismo era certo europeo in origine, perché sorto dal socialismo marxista, ma antieuropeo nell’idea, in quanto vòlto alla distruzione del sistema sociale, economico e politico realizzatosi in Europa. Questa chiave di lettura comportava, in maniera implicita, l’idea che si fosse ormai tragicamente compiuto, nel corso del Novecento, l’ultimo tentativo di difesa della civiltà europea, e in maniera esplicita un giudizio negativo sull’americanismo della seconda metà del Novecento, e sulla globalizzazione contemporanea, definita con evidente disprezzo «la società del supermercato universale».

Un pensiero di stampo schiettamente conservatore, nutrito da nuove preoccupazioni per via dell’avanzata islamica e dell’immigrazione senza limiti, ma a cui bisogna ancora che l’Europa progressista e democratica provi a dare qualche risposta.

Un’altra data allora va ricordata: il 31 maggio 2003, quando ancora Habermas firma, questa volta insieme a Jacques Derrida, un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. I due più noti esponenti della cultura di sinistra europea, un tedesco e un francese, fino ad allora assai diffidenti l’uno dell’altro, salutano insieme i primi segni della nascita di una nuova sfera pubblica europea, per via delle manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq, svoltesi contemporaneamente in molte capitali: da Roma a Parigi, da Berlino a Madrid. Ma chi direbbe oggi che quest’ultima data è divenuta davvero memorabile, accendendo davvero gli entusiasmi della comunità scientifica e quelli delle opinioni pubbliche nazionali? Chi può oggi unirsi con fiducia ai pronostici di Habermas, invece di piegarsi ancora una volta, spaventato, sulle preoccupazioni di Ernst Nolte? Nei percorsi della memoria, c’è purtroppo ancora da cercare, e i fantasmi del passato non sono così lontani da non poter ritornare.

(Il Mattino, 19 agosto 2016)