L’Europa debole e i fantasmi che ritornano

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Anche la storia intellettuale recente dell’Europa ha qualche data memorabile. Una di queste è il 6 giugno 1986, giorno della pubblicazione, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, dell’articolo dello storico tedesco Ernst Nolte, scomparso ieri, dal titolo: «Un passato che non vuole passare». Nolte vi sosteneva che la Germania doveva liberarsi dal senso di colpa che la inchiodava al suo passato nazista, e impiegava allo scopo gli strumenti della ricerca storiografica per inserire il nazionalsocialismo e lo sterminio degli ebrei nel quadro di un conflitto di più lunga durata, di una guerra civile europea consumatasi nell’arco di circa un trentennio, dal 1917 al 1945. Scriveva perciò:

«Non compì Hitler, non compirono i nazionalsocialisti un’azione “asiatica” [ossia paragonabile a quanto accaduto in Russia, con la rivoluzione bolscevica], soltanto perché consideravano se stessi e i propri simili vittime potenziali o effettive di un’azione “asiatica”? L’Arcipelago Gulag non precedette Auschwitz? Non fu lo “sterminio di classe” dei bolscevichi il prius logico e fattuale dello “sterminio di razza” dei nazionalsocialisti?». Parole, queste, che non provenivano dai torbidi politici dell’estremismo di destra, ma da uno studioso serio e rispettato, perfettamente integrato nella comunità accademica. Nolte sosteneva che l’ascesa di Hitler al potere andava letta come una reazione, l’effetto causato dalla rivoluzione «asiatica» di Lenin. E aggiungeva elementi per una comparazione fra atrocità e delitti commessi dai regimi totalitari, che comportavano uno scandaloso effetto di relativizzazione della Shoah. Il male non era più assoluto. Non diversamente, ancora di recente, Nolte avrebbe per esempio posto la questione di quale sia, almeno in linea di principio, la differenza fra Auschwitz e il «silenzioso genocidio» perpetrato nella regione centroamericana e caraibica dalle politiche del governo statunitense.

In ciò non vi era e non vi è certo alcun negazionismo, ma sì l’idea assai discutibile che fosse possibile alleggerire le responsabilità dei tedeschi grazie a un esercizio di contestualizzazione. Con la difficoltà non trascurabile di dover comunque spiegare in maniera convincente perché la reazione al socialismo bolscevico dovesse scegliersi come vittima il popolo ebraico.

L’articolo di Nolte scatenò, ad ogni modo, l’«Historikerstreit», la controversia tra gli storici, definita più energicamente dalla New York Review of Books la ‘guerra’ degli storici tedeschi. I suoi riverberi raggiunsero anche studiosi, accomunati sotto l’etichetta di revisionisti, come Renzo De Felice in Italia e François Furet in Francia, il quale attribuì pubblicamente a Nolte il grande merito di avere con coraggio infranto un tabù, osando paragonare fra loro i regimi comunisti e fascisti.

Agli aspetti politici più controversi delle tesi giustificazioniste di Nolte rispose con asprezza, fra gli altri, Jürgen Habermas, tuttora il più autorevole filosofo tedesco vivente. In questione non era per lui il merito strettamente storiografico delle questioni sollevate da Nolte, quanto l’uso pubblico della storia e il suo peso sul presente. E soprattutto il giudizio sulla leadership tedesca, sempre più interessata a restituire alla Germania un ruolo centrale nelle vicende politiche europee e mondiali, e quindi favorevole a una rivisitazione critica dell’ingombrante e terribile passato.

A distanza di anni, mentre si è attenuato lo scandalo in sede scientifica, non è affatto diminuito, anzi è cresciuto – in Germania come nel resto del continente – il bisogno di dare all’Europa un pensiero. La scelta di Nolte, di riconoscere nel bolscevismo un significato «asiatico», non europeo, era assai indicativa. Per Nolte, il nazismo non era affatto, nelle intenzioni iniziali, antieuropeo: lo fu solo nella sua realizzazione pratica. Al contrario, il bolscevismo era certo europeo in origine, perché sorto dal socialismo marxista, ma antieuropeo nell’idea, in quanto vòlto alla distruzione del sistema sociale, economico e politico realizzatosi in Europa. Questa chiave di lettura comportava, in maniera implicita, l’idea che si fosse ormai tragicamente compiuto, nel corso del Novecento, l’ultimo tentativo di difesa della civiltà europea, e in maniera esplicita un giudizio negativo sull’americanismo della seconda metà del Novecento, e sulla globalizzazione contemporanea, definita con evidente disprezzo «la società del supermercato universale».

Un pensiero di stampo schiettamente conservatore, nutrito da nuove preoccupazioni per via dell’avanzata islamica e dell’immigrazione senza limiti, ma a cui bisogna ancora che l’Europa progressista e democratica provi a dare qualche risposta.

Un’altra data allora va ricordata: il 31 maggio 2003, quando ancora Habermas firma, questa volta insieme a Jacques Derrida, un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. I due più noti esponenti della cultura di sinistra europea, un tedesco e un francese, fino ad allora assai diffidenti l’uno dell’altro, salutano insieme i primi segni della nascita di una nuova sfera pubblica europea, per via delle manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq, svoltesi contemporaneamente in molte capitali: da Roma a Parigi, da Berlino a Madrid. Ma chi direbbe oggi che quest’ultima data è divenuta davvero memorabile, accendendo davvero gli entusiasmi della comunità scientifica e quelli delle opinioni pubbliche nazionali? Chi può oggi unirsi con fiducia ai pronostici di Habermas, invece di piegarsi ancora una volta, spaventato, sulle preoccupazioni di Ernst Nolte? Nei percorsi della memoria, c’è purtroppo ancora da cercare, e i fantasmi del passato non sono così lontani da non poter ritornare.

(Il Mattino, 19 agosto 2016)

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