Archivi del mese: settembre 2016

Le due sinistre alla sfida della modernità

acquisizione-a-schermo-intero-29092016-142241-bmpCon la decisione sulla data di svolgimento del referendum sulla riforma costituzionale si chiudono i preliminari di gioco, e comincia la partita vera e propria. Quasi tutti gli attori politici in campo si sono ormai schierati. In un senso o nell’altro, con maggiore o minore determinazione, ma si sono schierati. Rimane da capire la posizione di quel pezzo minoritario della sinistra del partito democratico che traccheggia: ha finora chiesto che le venisse riconosciuto il diritto di dissentire rispetto alle posizioni del partito, ma non ha ancora deciso di esercitare quel diritto, legando al cambiamento dell’Italicum le residue possibilità di seguire Renzi e la maggioranza sulla strada delle riforme.

Quando queste residue possibilità si saranno esaurite – e manca davvero poco, dopo la decisione della Consulta di rinviare a dopo il referendum l’esame di costituzionalità della legge elettorale – sarà definitivamente fotografata la distanza fra la sinistra per il sì e la sinistra per il no. Fra la sinistra di Violante, Finocchiaro, Orlando, Orfini, e quella di D’Alema, Bersani, Cuperlo, Speranza, (che andrà ad aggiungersi ai fuoriusciti dal Pd e agli altri piccoli pezzi della sinistra italiana).

In termini politici, è la distanza fra quelli che vorrebbero far saltare gli attuali equilibri, formatisi nel partito e nel governo attorno a Matteo Renzi, e quelli che invece li sostengono. Ma la riforma apporta cambiamenti così profondi al nostro ordinamento giuridico – fine del bicameralismo paritario e fiducia alla sola Camera, competenze legislative delle regioni e nuovo Senato, abolizione delle province, riforme degli istituti di democrazia diretta – che riesce difficile non farne uno spartiacque, una sorta di displuvio che inclina su due opposti versanti gli uni e gli altri.

Il referendum produce queste contrapposizione, sopratutto quando si carica di significati politici forti:  l’Italia che vota  sì al divorzio o all’aborto è diversa dall’Italia che vota no. È così anche per l’Italia che, per esempio, vota sì per abolire il finanziamento pubblico ai partiti: dopo infatti sono venuti Berlusconi e i Cinquestelle, forme diverse di rifiuto della partitocrazia della prima Repubblica che sul finanziamento pubblico si reggeva. Cambiamenti, che lasciano indietro quelli che faticano a riconoscerli.

Fu così anche nell’immediato dopoguerra, quando si votò per la forma di Stato: monarchia o Repubblica? Bersani ha ricordato che nella Democrazia cristiana c’erano (e ci rimasero) gli uni e gli altri, i monarchici e i repubblicani, ed è vero. Ma è vero pure che dopo il voto l’Italia voltò una pagina della sua storia, e non fu in nome del Re che si fecero la ricostruzione e il miracolo economico.

Fuor di metafora, e di impropri paragoni storici, l’Italia sta affrontando un cambiamento istituzionale profondo, che la sinistra di D’Alema e Bersani affronta come un’involuzione, un regresso, qualcosa che, in «combinato disposto» con la legge elettorale, rappresenterebbe addirittura un pericolo per la democrazia. Innalza insomma la bandiera del conservatorismo costituzionale. Non a caso, si trova al fianco di quella generazione di giuristiche ha costruito una sorta di linea Maginot intorno all’intangibilità della Carta costituzionale.

Nella tradizione comunista, per quasi tre decenni circa, almeno fino al completamento del regionalismo, negli anni Settanta, la parola d’ordine è stata quella dell’attuazione della Costituzione. Dopo d’allora, però, il vessillo del cambiamento istituzionale è passato di mano, e, in corrispondenza del declino dei partiti, si è imposta l’esigenza di un ammodernamento istituzionale. Attardarsi a difendere la seconda parte della Carta del ’48, scritta ancora sotto l’impressione della dittatura fascista – in tutt’altra epoca, in tutt’altro tempo – si è fatto sempre più difficile. La “grande riforma” evocata da Craxi, i progetti delle commissioni parlamentari costituite ad hoc, a partire dagli anni Ottanta, la Bicamerale presieduta da D’Alema, infine le riforme di stampo federalista approvate dal Parlamento dal centrosinistra e dal centrodestra – la prima promossa dagli elettori, nel 2001, la seconda bocciata nel 2006 – sono stati tutti tentativi, falliti, di ridefinire il profilo della Repubblica, di ridare fiato e respiro ad una politica in grande affanno. Ora, c’è sicuramente una buona dose di retorica nell’argomento che usa il partito democratico, quando sostiene che, votando no, si rimane fermi: perché se, votando sì, si producesse lo scasso istituzionale, non sarebbe così irragionevole rimanere al palo. Questa in verità, può ben essere l’obiezione dell’opposizione di centrodestra; più complicato è farla propria a sinistra, per quegli esponenti che, peraltro, in Parlamento la riforma l’hanno votata. Ma per mantenersi coerenti con le parole che stanno spendendo e ancora spenderanno in campagna elettorale – c’è da giurarci: accentuando l’allarme democratico, con l’avvicinarsi del voto – costoro dovranno sempre più allontanarsi dall’idea che le istituzioni di questo Paese debbano essere cambiate. E sempre più disegnare il profilo di una sinistra conservatrice. Come quello con cui d’altronde polemizzava il buon vecchio Marx: socialismo reazionario, socialismo romantico, socialismo feudale.

(Il Mattino, 26 settembre 2016)

Raggi, un nuovo schiaffo per la giunta: anche Tutino rinuncia all’assessorato

immagineLa saga dell’assessore al bilancio del Comune di Roma continua e non se ne vede la fine. Virginia Raggi, la Sindaca, ha detto a Palermo, lo scorso weekend, che l’ultima moda della stampa che imperterrita si accanisce contro di lei sono le sue orecchie.

Sarà. Ma non si tratta precisamente di orecchie, quando trascorrono più di cento giorni e la nomina dell’assessore non arriva. Non è poi così frequente che la Capitale d’Italia rimanga per oltre tre mesi senza una pedina fondamentale, senza l’uomo che deve far quadrare i conti pubblici (che a Roma quadrati non sono). Non è neppure quello che la Raggi aveva promesso ai cittadini, in campagna elettorale.

A ciò si aggiunga che, in realtà, si tratta di nominare il terzo assessore al Bilancio, visto che il primo, Marcello MInenna, si è dimesso dal mandato per insanabili contrasti politici, mentre il secondo, Raffaele De Dominicis, non ha fatto a tempo ad essere indicato che subito la sindaca ci ha ripensato e lo ha revocato, avendo scoperto che non era in possesso dei necessari requisiti (non giuridici ma, a quanto doveva parerle, morali).

Il Movimento Cinquestelle ha insomma già maciullato un paio di nomi. Ora è la volta di Salvatore Tutino, anche lui come il predecessore (predecessore per modo di dire) magistrato della Corte dei Conti. Il suo nome circolava da alcuni giorni, ma appena è sembrata cosa fatta è partito un robusto fuoco di sbarramento. Il capo d’accusa: far parte della casta. La Raggi aveva detto chiaramente agli altri esponenti di punta del Movimento che la scelta dell’assessore sarebbe toccata a lei e non ad altri che a lei. Ma non è bastato a fermare gli attacchi, a cominciare – dicono le cronache – da quelli di Roberto Fico, che Tutino proprio non lo voleva. Così Tutino ha dovuto rinunciare: «Attacchi del tutto ingiustificati minano alla base ogni possibilità di un proficuo lavoro». E tanti saluti al Campidoglio.

Ma a proposito di orecchie e padiglioni auricolari: siccome il nemico ti ascolta, è d’uopo tacere. Così Beppe Grillo ha twittato: «Ringrazio di cuore tutti i portavoce M5S che non faranno né dichiarazioni né interviste su Roma nei prossimi giorni. Grazie di cuore a tutti».

Il capo politico – perché i grillini dell’«uno vale uno» un capo ce l’hanno e non possono non averlo, visti i casini in cui si stanno infilando – il capo ha imposto a tutti il silenzio stampa, come succede alle squadre di calcio che perdono una partita dietro l’altra. Il Presidente chiama a rapporto l’allenatore, e vieta ai tesserati del club di parlare con gli odiati giornalisti.

Prima o poi la vicenda si chiuderà e Roma, abituata del resto al gioco delle fumate nere e delle fumate bianche del conclave cardinalizio, avrà il suo assessore. Ma resta qualcosa di più di un’impressione di inadeguatezza in capo alla sindaca. Perché non si tratta di difficoltà amministrative, non ci sono provvedimenti o delibere che dividono i dirigenti pentastellati. Tutto questo deve ancora avvenire: la concreta attività di giunta non è neppure cominciata. Si tratta invece di una lotta di potere serrata. Si tratta di nomine, di persone che la Raggi vuole che rispondano innanzitutto a lei e che godano della sua fiducia, e che invece il Movimento vuole controllare da vicino.

La geografia dei Cinquestelle dice che la Raggi ha contro i grillini antemarcia, e in particolare le esponenti romane di maggiore peso, Roberta Lombardi e Paola Taverna. Ma c’è comunque un nodo di fondo che rimane irrisolto. Tutte le volte in cui Virginia Raggi rivendica indipendenza e autonomia si urta contro l’ideologia pentastellata del mandato imperativo, contro il vincolo di mandato che è, però, quintessenziale al Movimento. Ora Tutino farebbe parte della casta per via di stipendi e pensioni di cui godrebbe: di qui l’accusa, le tensioni, le dichiarazioni, infine la rinuncia. Ma in realtà il solo fatto che un diaframma rappresentativo si interponga fra la base e gli eletti scatena prima o poi attacchi e risentimenti. È così fin dall’elezione, a Parma, di Pizzarotti, il primo sindaco grillino di una città di medie dimensioni. Che non a caso sta finendo in questi giorni definitivamente fuori dal Movimento. Non ci possono infatti essere rappresentanti, tra i Cinquestelle. Almeno in linea di principio. Perché di fatto ci sono, e non possono non esserci, dal momento che la legge assegna poteri e prerogative alla Sindaca, non certo a Roberto Fico (questa volta) o a Roberta Lombardi e Paola Taverna (le altre volte). Così lo scontro è inevitabile, ed è altrettanto inevitabile che avvenga non in consiglio comunale, ma da qualche altra parte tra la villa di Grillo, l’azienda di Casaleggio, gli uffici dei deputati o la stanza della sindaca. I grillini, campioni di democrazia e di regole per i quali tutto il resto del mondo politico affonda nell’illegalità e nella corruzione, non riescono insomma a dare chiarezza, formalità e certezza al modo in cui procedono nel rapporto con gli eletti. Non lo sanno, ma è, o sarebbe, moralità anche questa.

(Il Mattino, 28 settembre 2016)

La modernità di Croce nella Napoli fuori tempo

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Se la vera storia è sempre storia contemporanea, come diceva Benedetto Croce , non è Napoli, la sua città, la città di Palazzo Filomarino e dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, la più evidente smentita di quel detto crociano?

Gilles Deleuze diceva che i concetti filosofici hanno una singolare caratteristica: sono firmati. Così ad esempio il cogito è il cogito di Cartesio, l’ignoranza è socratica e l’amore è platonico. Certo vi è, in questa maniera di richiamare momenti della storia del pensiero, una straordinaria semplificazione, persino banalizzazione; ma c’è anche una traccia visibile, non cancellabile, della grandezza di un pensatore, che non scompare mai del tutto nei prodotti del suo pensiero (come accade agli artisti: alle madonne di Raffaello, alle mele di Cézanne…). Così è stato per Croce: i “distinti” – questi precari paletti piantati dal filosofo per evitare che tutto precipitasse e si dissolvesse nella pura circolazione dialettica dello spirito – non sono, per l’appunto, i distinti “crociani”?

Così è anche per quel detto, che dovrebbe riassumere il più alto pensiero di Benedetto Croce sulla storia –  in cui da ultimo doveva risolversi la stessa filosofia – non reca forse il sigillo finale del suo pensiero?

Croce contemporaneo? Il convegno che, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si apre questa mattina nella sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici per i centocinquant’anni dalla nascita del filosofo di Pescasseroli, vuol dimostrare appunto questo: che se c’è stato un tempo – nel secondo dopoguerra – in cui l’idealismo crociano ha brillato per la sua assenza, quel tempo è ormai alle nostre spalle, e il suo pensiero torna oggi di attualità. Dimostra la sua vitalità nel diffondersi internazionalmente, e nella stessa ripresa di interesse che c’è attorno alla sua opera. D’altra parte, è così grande il lascito crociano, in libri e istituzioni, e la storia politica e culturale del Paese ne è così impregnata, che a meno di non voler rimuovere mezzo secolo di vita italiana non si può non tornare a Croce.

Poi però lo sguardo cade sulla sua città, Napoli – la città in cui Croce è vissuto e ha operato, a cui ha dedicato pagine memorabili, fra letteratura arte e storia, e in cui ha infine lasciato una parte ancora viva della sua eredità – e la domanda su cosa significhi essere contemporaneo, stare nell’attualità del proprio tempo, diviene inevitabile. Quanta parte della città è davvero in linea con il presente, e non è piuttosto rimasta indietro, o ha deviato lunghi percorsi della storia diversi da quelli che ne determinano, appunto la contemporaneità? Quanti tempi sono com-presenti insieme, nei palazzi e nelle strade di Napoli? Si può capire Napoli, i suoi problemi e le sue contraddizioni, le difficoltà e gli sbalzi della sua vita pubblica, disponendoli in ordine, in un unico tempo? È allo stesso titolo contemporanea la vita politica partenopea, quella artistica, quella sportiva o quella industriale?

In un celebre saggio sul malessere della cultura, Freud provò ad immaginare Roma come un «essere psichico, in cui nulla di ciò che una volta è stato può perdersi» e dove dunque sorgono insieme gli antichi monumenti e le più recenti costruzioni. Ebbene, quel che era nello scritto di Freud solo un’immaginazione non è reale e sotto i nostri occhi tutti i giorni, in questa città? Non vi si trovano insieme, nello stesso spazio, persone e cose e pensieri che appartengono a tempi diversi, e che si sovrappongono senza mai districarsi linearmente, resistenti all’idea di disporsi in successione o anche di lasciarsi ricapitolare in un unico presente, e in un unico concetto o idea dello Spirito?

L’unità che la parola “contemporaneo”assicurava serviva in realtà a Croce per tenere in un solo sguardo la declinante storia d’Europa, sconvolta dalla catastrofe della guerra. Nel «Contributo alla critica di me stesso», Croce raccontò che in età giovanile, la filosofia gli era venuta incontro come «bisogno di rifarmi in forma razionale una fede sulla vita e i suoi fini e doveri, avendo perso la guida della dottrina religiosa e sentendomi nel tempo stesso insidiato da teorie materialistiche, sensistiche e associazionistiche, circa le quali non mi facevo illusioni». La filosofia e la storia furono dunque per lui il terreno sul quale provare comunque a ricostruire una trama di senso, essendo perduta ogni fede trascendente e non volendosi rassegnare a prospettive di stampo empiristico o materialistico. La libertà – parola chiave nel lessico crociano, parola anche questa, in certo modo, firmata – era la «forma razionale» in cui riacchiappare i rotti legami dell’esistenza. La drammaticità di questa impresa poté accentuarsi e si accentuò, nel corso degli anni: di fronte alle immani tragedie del secolo, era sempre meno ottimistico il modo in cui Croce rimetteva nelle mani dell’uomo il suo stesso farsi storico. Ma gli rimase sempre la convinzione che la libertà fosse una, che uno fosse l’uomo, uno lo Spirito, uno il senso o la ragione delle cose. Questa unità gli permise di guardare sempre alla storia come al terreno dell’universale, mai ultimo e definitivo, in cui la civiltà può perdersi o salvarsi.

Questa fede “minimale”mai lo abbandonò. E forse non possiamo non nutrirla anche noi, non possiamo non tenerci contemporanei a Croce almeno per quel lato per cui, in mezzo ai tempi diversi del presente, ai suoi anacronismi e alle sue ucronie, cerchiamo comunque di riunirli secondo una comune, anche se fragile, idea di umanità.

(Il Mattino, 22 settembre 2016)

L’accoglienza impossibile senza l’Europa

Acquisizione a schermo intero 20092016 164121.bmp.jpgLa lettera di Beppe Sala, sindaco di Milano, sull’immigrazione ha sicuramente un pregio: non è banale. Dice almeno un paio di cose che su questo tema vanno dette: che il fenomeno migratorio è tutto meno che un’emergenza. E che i Comuni italiani non possono fare da soli. In mezzo a questi due estremi stanno gli altri due attori convocati da Sala: l’Unione Europea, e lo Stato italiano. Sui primi due punti si può raggiungere un elevato grado di consenso. Ragionato, non improvvisato.

Anzitutto, le migrazioni hanno dalla loro la forza irresistibile dei numeri della demografia, ancor prima che l’urgenza e la drammaticità della politica e della storia. È stato calcolato che se i paesi ricchi chiudessero ermeticamente le loro frontiere, e se altrettanto facessero i paesi poveri (asiatici, africani, sudamericani), impedendo alla popolazione di emigrare, i primi perderebbero, nel giro di vent’anni, quasi cento milioni di persone nella fascia di età attiva, fra i 20 e i 64 anni, mentre i secondi crescerebbero, nello stesso arco di tempo e nella stessa fascia anagrafica, di ben 850 milioni di persone.

Siamo dunque in presenza di un fenomeno strutturale, di portata epocale. Che va governato, non esorcizzato. A tale, imponente fenomeno si somma la componente dei rifugiati, di coloro che fuggono dalla guerra, o da paesi in cui non vengono rispettati i loro diritti politici e civili. E si sommano inevitabilmente inquietudini, paure, diffidenze, quanto più lontana o impermeabile appare l’identità culturale e religiosa di provenienza. I numeri dei rifugiati sono in costante aumento, anche se, per il nostro Paese, non sono ancora tali da giustificare l’uso di certe parole. Non è in corso un’invasione, insomma, anche se ormai l’ordine di grandezza è delle centinaia di migliaia di persone. Ed anche se quel che è in corso – questo è il secondo punto della lettera di Sala – difficilmente può essere gestito a livello periferico. Ci vuole un coordinamento nazionale, e ci vuole per esempio che l’autorità centrale, che stabilisce la distribuzione dei migranti a livello locale, abbia da un lato mezzi e competenze, dall’altro legittimità sufficiente perché le sue decisioni non siano rimesse in discussione degli enti locali. Sala, peraltro, ha ragione di richiamarsi alla tradizione civica della sua città, allo spirito di accoglienza, alla collaborazione dei suoi abitanti. Ma non tutte le città sono uguali, e soprattutto non tutti i territori hanno le medesime strutture, il medesimo retroterra economico e sociale, la medesima capacità di assorbimento e integrazione della presenza straniera. Non solo, ma anche la preoccupazione per il rispetto della legge prende forme diverse: nelle città e nelle campagne; nelle zone di degrado e nelle aree meglio attrezzate; dove esiste una piccola criminalità diffusa o di strada, e dove invece non si ha la medesima percezione di insicurezza. E così via. Sala tuttavia fa solo un fugacissimo cenno al tema. È vero che le politiche di integrazione non si riducono affatto al tema della legalità, ma è anche vero che il tema non può essere eluso, o sottaciuto. Perché non c’è solo un’offerta politica che si organizza strumentalmente su questi temi: c’è anche una domanda reale, che a torto o a ragione viene formulata, e a cui amministratori e governanti devono dare risposte concrete ed efficaci, in Italia e in Europa.

L’Europa, appunto. Qui le cose sono forse più complicate di come appaiono al sindaco di Milano. Si sa, per grandi linee, che cosa l’Unione Europea deve fare: anzitutto modificare gli accordi di Dublino sulla ricollocazione dei migranti, perché non hanno funzionato e non stanno funzionando. Poi snellire procedure e stanziare più fondi. Quindi potenziare gli incentivi destinati ai Paesi che sono più esposti e più direttamente investiti dalle migrazioni in corso. Infine attuare in loco strategie di contenimento e politiche di stabilizzazione. E in prospettiva pianificare e regolarizzare i flussi, rendendoli anche più sicuri e meno esposti al ricatto criminale.

Ma se l’Europa non lo riesce a fare, è evidente che il fallimento – che Sala denuncia con forza, come del resto ha fatto Renzi al termine del vertice di Bratislava – è evidente che non può non avere conseguenze sulle politiche di accoglienza del nostro Paese. Fermo restando il dovere di salvare il maggior numero possibile di vite umane, come fa l’Italia ad «uscire dall’idea di essere una piattaforma di prima accoglienza» se non c’è un vero accordo europeo di cooperazione? Certo, Renzi continua a dire che l’Italia può farcela da sola: lo ha ribadito anche ieri, in risposta alle sollecitazioni della lettera di Sala. Ma pensiamo davvero che se l’Europa fallisse, non fallirebbe anche il modello di piena accoglienza e integrazione a cui pensa il Sindaco di Milano? E non fallirebbe – prima ancora che nei numeri – nell’idea, nella concezione dello spazio politico in cui ciascuno di noi vive, pensa, lavora? Quello spazio è oggi attraversato da mille problemi, ma non è ancora così angusto da scatenare necessariamente urti e conflitti. Ma sarebbe ancora così, se l’egoismo degli Stati nazionali prevalesse? E l’Unione sopravviverebbe, se si divaricassero ancor più politiche di apertura e di chiusura, riconoscimenti e respingimenti, spazio di accoglienza nel Mediterraneo, e spazio di rifiuto nell’Est e nel Nord del continente?

(Il Mattino, 20 settembre 2016)

Una buona legge è tale se rispetta il senso del limite

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Il primo caso al mondo di eutanasia su un minore non può non suscitare dubbi e interrogativi. In Belgio, dove si è dato il caso, la legge autorizza trattamenti eutanasici, senza porre limiti di età, quando il malato sia affetto da un male incurabile, giunto allo stadio terminale, e la sofferenza patita sia costante e intollerabile. Occorre che siano rispettati, e rigorosamente osservati, tutti i pilastri su cui si regge l’eutanasia legale: non solo lo stato clinico, ma anche una adeguata e completa informazione, e soprattutto l’accertamento della volontà del malato. Ora è chiaro che, nel caso di un minore, è molto più difficile stabilire queste ulteriori condizioni. Il significato stesso dei termini coinvolti nella decisione è molto meno netto di quanto non sia per una persona adulta. Che cosa vuol dire morire? Cosa vuol dire compiere una scelta irreversibile? E cosa l’assenza di alternative? In che modo risponda a queste domande un ragazzo, o un bambino, e quanto la risposta sia meditata, riflessa, matura, è tanto più difficile dire, quanto più bassa è l’età del minore. Certo, la legge belga prevede il concorso dei genitori, oltre ai pareri medici, ma il nodo non resta meno intricato, e anzi delicatissimo da sciogliere: quanto sia individuale, indipendente, autonoma, la volontà del minore, che magari ha vissuto solo pochi anni, per giunta in condizioni di salute particolarmente gravose.

D’altra parte: si possono lasciare i genitori e i loro figli soli e senza strumenti, in situazioni estreme, quando il male avanza, la sofferenza si fa insopportabile, e ogni altra via è preclusa? È vero: la medicina oggi dispone di molti modi per alleviare la percezione del dolore, fino alla sedazione profonda, ma rimane comunque la necessità di decidere, o per alcunidi non decidere, sul modo in cui una vita umana giunga alla sua fine: se in condizioni dignitose, umane, compassionevoli. Chiunque sia stato vicino a un malato terminale sa quanto dura sia la prova a cui egli è sottoposto, e come la morte possa diventare, in certi casi estremi, l’unico sollievo dal dolore, o l’unica maniera di mantenere il rispetto di sé. Che in questa stretta possa trovarsi anche un minore può sembrarci inaccettabile: però accade.

È il più grande degli scandali: che un innocente soffra, e soffra al punto che si spenga in lui persino la volontà di vivere. Ma il bambino è il più innocente fra gli innocenti, e la sua sofferenza è la più scandalosa fra tutte. Ne «I fratelli Karamazov», Dostoevskij fa esprimere a Ivan, il più ‘teologo’ dei fratelli, tutta l’enormità di quella sofferenza inutile: in nessun modo redimibile, in nessun modo riscattabile. La più dura obiezione contro l’esistenza di Dio. Di più: Ivan trova ancor più impensabile che si provi a giustificarla, quella sofferenza, a dargli un senso o una ragione. Gli sembra un’offesa ancora più grande provare a inserirla in un qualunque disegno provvidenziale, misterioso o imperscrutabile che sia. Chi domanda di morire non ha più ragioni per vivere, ma forse non vuole neppure che gliele si presti, che altri gliele forniscano, sottraendogli non solo il diritto di disporre della propria vita, ma anche il diritto di lasciarla fuori, definitivamente fuori da qualunque rete di parole. Logos – parola, discorso, ragione – vuol dire infatti originariamente raccogliere, raccolta. È lo spazioin cui la vita umana, in quanto umana, si raccoglie, viene sottratta a una dimensione soltanto naturale, biologica, per legarsi a quella degli altri: in una possibilità di ascolto e di dialogo, in una narrazione condivisa, in una storiacomune. Chi muore, muore a tutto questo. Chi vuole morire, vuole morire a tutto questo: è giunto in una landa estrema, solitaria, abissale, in cui le parole sono spente del tutto dal dolore, non possono più raggiungerlo, abitarlo, comprenderlo. Non possono spiegare e nemmeno alleviare.

Ma un bambino? Quali sono le parole di un bambino, le sue ragioni e la fine di tutte le sue ragioni per vivere? Come si precisa la sua volontà di sfuggire alla rete del mondo, di dichiarare che non c’è parola – e non c’è cura – che possa ancora sostenerlo nella sua sofferenza?

Noi non conosciamo l’età del minore al quale è stata praticata l’eutanasia. Non sappiamo quale fosse la sua situazione clinica, le sue condizioni di salute. Dobbiamo ovviamente supporre che siano stati rigorosamente rispettate i protocolli previsti dalla legge, condotte tutte le verifiche e seguite tutte le procedure: il fatto che questo primo caso giunga a distanza di circa due anni dall’approvazione della legge dimostra che la legge non banalizza il diritto a morire per un minorenne. Sarebbe perciò una vera iattura se si conducesse la discussione a colpi di paragoni con le politiche eugenetiche del nazismo e il programma di eliminazione dei disabili, dal monte Taigeto, a Sparta, alle sperimentazioni «in vivo» dei medici del Führer. Tutto questo non c’entra nulla. Ma anche il lessico dei diritti e delle libertà individuali – che è il lessico del nostro tempo – deve chiedersi se ha davvero tutte le parole giuste per spingersi in queste difficili zone di confine, in cui non coincidono o non sono ancora tutte formate individualità, personalità e vita adulta e autonoma. Non è un paradosso che molte cose un minorenne non può fare, mentre può – secondo la legge belga – chiedere di morire?

Delicatezza, umanità, ma anche prudenza e senso del limite sono dunque indispensabili per procedere senza inutile baldanza,sia nella discussione pubblica che nella discussione in Parlamento. Solo così, se si farà una legge, potrà essere anche una buona legge.

(Il Messaggero, 18 settembre 2016)

Il senso della nazione e del dovere

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L’opera politica di Carlo Azeglio Ciampi è legata essenzialmente alla sua azione di governo – come primo ministro, poi come ministro del Tesoro dei governi Prodi e D’Alema, -, e al settennato vissuto alla Presidenza della Repubblica. Ma Ciampi vi è arrivato dopo una vita trascorsa in Banca d’Italia, che guidò per quattordici anni, dal 1979 al 1993. In Banca d’Italiavi era entrato per concorso, poco dopo la fine del conflitto mondiale. Nato a Livorno, nel 1920, laureato in Lettere, aveva scelto da che parte stare subito dopo l’8 settembre, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò. Era così fuggito a Scanno, in Abruzzo, dove era confinato Guido Calogero, il filosofo che aveva conosciuto e amato alla Normale di Pisa. Finita la guerra, aveva presto abbandonato le velleità politiche, insieme agli studi umanistici(anche se gli rimase per tutta la vita l’ossessione per la cura filologica della parola scritta): la moglie Franca non era troppo contenta di un docente liceale di filosofia. Era cosìfinito al Centro studi di Bankitalia.

Divenne governatore all’improvviso, dopo le clamorose dimissioni di Paolo Baffi (incriminato, arrestato, poi prosciolto in istruttoria).Due anni dopo, Banca d’Italia conquistò l’indipendenza della politica monetaria divorziando dal Tesoro: una premessa indispensabile per le politiche di risanamento finanziario degli anni successivi. Ma quei primi anni Ottanta furono anche gli anni della P2, la loggia segreta di Licio Gelli che aveva infiltrato tutte le istituzioni dello Stato. Ciampi dovette fronteggiare le conseguenze del più grave scandalo della storia repubblicana, che aveva travolto il Banco Ambrosiano di Guido Calvi e coinvolto pesantemente lo Ior, la banca vaticana di monsignor Marcinkus.

Giorni di passione Ciampi e l’Italia vissero durantedue gravissime crisi valutarie: la prima nell’85, la seconda nel ’92 (quella della maxi-manovra del governo Amato, del primo innalzamento dell’età pensionistica e del prelievo forzoso sui conti correnti bancari). Giorni e anni difficili, in cuicambiavanettamente direzione la politica economica del Paese: rinunciando al mix di inflazione e svalutazione che ne aveva caratterizzato lo sviluppo per tutto il decennio precedente, l’Italia di Ciampi si impose quel rigore che le permise di entrare nel sistema monetario europeo, progenitore della moneta unica. Ciampi aveva ben chiaro il senso di quelle scelte.Quando, nel 1983, Craxi venne nominato presidente del Consiglio, quel che gli promise il governatore fu un’inflazione a una sola cifra (si viaggiava intorno al 16%). E la lira pesante, con tre zeri di meno, un progetto che sia Craxi che Ciampi accarezzaronoa lungo.

Invece della lira pesante arrivò l’euro, nella stagione dell’impegno politico. Che cominciò anche quella improvvisamente. Nel pieno di Tangentopoli, con una classe politica completamente screditata, il Presidente della Repubblica Scalfaro dovette ricorrere a Ciampi per dare una guida al Paese:«una macchina del Quirinale, con il prefetto Iannelli, verrà a prelevarla per portarla a casa mia», cosìgli disse Scalfaro al telefono. Ciampi riferì ai suoi collaboratori, dopodiché lasciò l’ufficio. E non vi tornò più.

Ma gli anni decisivi furono quelli trascorsi al Tesoro, a via XX settembre, quando si compì, con Prodi e D’Alema, l’impresa di agganciare l’Italia alla moneta unica. E poi gli anni vissuti al Quirinale, nel corso dei quali Ciampi dedicòogni sua energia a risvegliare l’amor di patria. Le due esperienze sono fra loro intimamente connesse, almeno nel modo in cui sono state concepite da Ciampi. Lo dimostrano le parole consegnate alle sue memorie: «L’ingresso nell’euro ci ha messo sostanzialmente al riparo dal secessionismo. Dopo quel successo, non a caso, Umberto Bossi, che precedentemente proclamava ogni anno la secessione della Padania, ha smesso di agitare in quei termini l’idea del Nord come nazione separata».

Dopo sono venuti anni di crisi e di ripensamenti, e la moneta unica è finita sotto accusa.Quanto all’Italia, il senno di poi dimentica che all’indomani dell’accordo sul cambio lira-euro, il Financial Times scrisse che chiunque altro avesse parlato in Europa al posto di Ciampi sarebbe stato «buttato giù dalla finestra».

Ma nelle valutazioni spesso risentite e a volte anche affrettate con cui si giudicano le conseguenze di quella decisione in ogni senso fondamentale, presa con grande coraggio e difesa con altrettanta ostinazione, ci si dimentica di inserire il significato storico e politico al quale Ciampi teneva particolarmente. Da un lato, l’Italia nell’euro ha evitato che l’Europa prendesse un’esclusivo timbro mitteleuropeo, allargando il fronte mediterraneo dell’Unione;dall’altro,l’euro in Italia ha spentoi rancori secessionisti. Politiche rigorose di bilancio e unità nazionale costituivano dunque per Ciampi una e la medesima cosa, e non gli ci volle dunque molto a riversare la sua cultura economica, maturata in Banca d’Italia, nella sua esperienza politica, primo presidente del consiglio non parlamentare della storia d’Italia.

La chiave di lettura che adottò, nel farsi interprete della storia nazionale, proveniva principalmente da un libro che aveva amato molto in gioventù, la storia d’Italia di Benedetto Croce e la sua «religione della libertà». Da Croce – ancor più che dall’azionismo di cui pure Ciampi era profondamente imbevuto, per la via del liberalsocialismo professato dal suo maestro Calogero – da Croce veniva l’idea di una continuità nelle vicende italiane, che il fascismo aveva solo temporaneamente interrotto, ma che idealmente permetteva di collegare i momenti dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale a quelli della Resistenza e della ricostruzione, per giungere sino a noi. Ora, questo legame poteva essere letto in due modi, a seconda che si privilegiasse una direzione o l’altra. In un caso, infatti, se si guarda all’Italia del Novecento a partire dalla sua radice risorgimentale, si delinea anzitutto il compito di un’eredità da raccogliere. Sono allora Mazzini e Cavour a farsi interpreti ideali del senso della nazione e di quello del dovere, sono loro il tesoro anzitutto morale a cui attingere per dare al paese una religione civile moderna; nell’altro caso, è l’Italia democratica e antifascista che pone le basi materiali e realizza le promesse non mantenute del Risorgimento, proiettandole nel futuro del Paese.

Ciampi ha indubbiamente letto e interpretato la storia d’Italia nel primo verso, facendo appello all’unità nazionale, riscoprendone i simboli, riproponendone il valore senza inutile retorica, ma con sobrietà e serietà.

La stessa che metteva negli incontri e nelle visite in giro per il Paese.Come quando venne la prima volta a Napoli da Presidente, nel settembre del 1999, e affrontò, tra le preoccupazioni dei responsabili della sicurezza, i disoccupati organizzati che gridavano «Lavoro! Lavoro!». Lo fece con umanità, ma non senza impartire loro una piccola lezioncina di economia: non chiedete lavori fasulli, li ammonì. E la contestazione organizzata si mutò dapprima in silenzio, poi addirittura in claque presidenziale nel prosieguo della visita.

Per l’isterilirsi delle principali culture politiche del Paese, e nel mezzo di una profonda crisi di legittimazione della Repubblica, Ciampi ha potuto cosìcostituire – con i mezzi di un discorso pubblico sorretto da autentica dirittura morale –un prezioso punto di equilibrio e di ancoraggio, secondo uno stile e con una determinazione proseguita poi dal suo successore, Giorgio Napolitano.

L’altra grande stella polare dell’impegno politico di Ciampi è stata l’Europa. Con Ciampi, finisce il paradosso a lungo incarnato dall’Italia: dichiararsi europeisti ma resistere all’adozione di politiche di marca e formato europeo, in campo economico e non solo. Il primo pezzo del recupero di credibilità del nostro paese in Europa lo si deve a lui. E se oggi l’Unione europea ci appare, nel bene e nel male, la cornice naturale dell’impegno di governo è anche se non soprattutto per merito suo. Per merito di questo livornese tenace, di questo vigile antifascista, di questo cattolico cresciuto in mezzo ai non credenti del partito d’azione, di questo studioso competente, di questo governatore autorevolissimo, di questo europeista convinto che è stato Carlo Azeglio Ciampi.

(Il Mattino, 17 settembre 2016)

I libri da consigliare a Di Maio e Di Battista

downloadPinochet: chi era costui? Un dittatore. E dove esercitava il suo onesto mestiere? In Cile. Ma Di Maio lo piazza in Venezuela. Con uno svarione memorabile, come neanche i nostri compagni di scuola hanno saputo regalarci ai tempi belli.

C’è poco da scherzare: se studi da premier, conviene che ti fai una cultura. Magari insieme all’altro aspirante del Movimento Cinquestelle, Di Battista, che ti ha già preceduto da lunga pezza sulla strada delle gaffe. E dei congiuntivi sbagliati.

Si potrebbe cominciare dal giardinaggio, occuparsi della chimica per passare poi all’archeologia. Forse non è il percorso più lineare, ma è quello che seguono quei brav’uomini di Bouvard e Pécuchet, gli eroi involontari dell’ultimo, incompiuto romanzo di Flaubert. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista potrebbero seguirne le orme: magari senza ritirarsi in campagna come loro, perché la carriera politica dei due leader ne risentirebbe, ma con la stessa voracità enciclopedica. Le cose da sapere, infatti, sono tante. Nel frattempo, potrebbe venire loro incontro il dizionario dei luoghi comuni che sempre Flaubert sognava di completare: molto utile per far conversazione in società, tenendosi appunto a quel sano buon senso che insegna le cose che bisogna dire per ben figurare. Come per esempio che il machiavellismo è da esecrare, che Darwin era quello che diceva che gli uomini discendono dalle scimmie e che il filosofo Diderot va citato sempre in coppia con D’Alembert. Cose così, magari appena più aggiornate: coi nomi propri al posto giusto ma sempre nei pressi della familiare banalità quotidiana.

Se infatti si lascia la solida frequentazione delle stupidaggini di tutti i giorni, si finisce fatalmente con l’inciampare. Collocando Pinochet in Venezuela, mentre ci si lancia in un impegnativo paragone fra il nostro premier e il generale cileno. Di Maio avrebbe forse potuto continuare con un «sempre di Sud America si tratta!», ma ha preferito correggersi, il che è sicuramente dimostrazione di una salda volontà di imparare dai propri errori. Però, nel sistemare in fretta la geografia, ha lasciato comunque in piedi il paragone fra il presidente del Consiglio di un paese democratico, e l’autore del golpe, che depose manu militari il governo democratico di Salvador Allende (e che in seguito fu processato per crimini contro l’umanità). Queste cose si sanno: stanno in tutti i manuali scolastici di storia contemporanea, dei quali ogni tanto sarebbe utile un ripasso, o almeno una qualche forma di consultazione. Anche perché Di Maio soggiunge: «e sappiamo com’è finita», come se in fondo all’esperienza del governo Renzi i Cinquestelle intravedessero già migliaia di persone torturate e uccise.

Ma forse è solo un problema di retorica sopra le righe. Se dunque, per sistemare le proprie conoscenze nell’ambito della storia contemporanea, possono tornare utili i manuali in uso delle scuole (non dimenticandosi di aggiungere che il Novecento è stato il secolo breve: così si fa mostra di aver letto Hobsbawm e si allunga il dizionario di Flaubert), per sistemare paragoni e metafore si può ricorrere a Bice Mortara Garavelli, coi sui libri sulla retorica, e il prontuario di punteggiatura. Il classico trattato sull’argomentazione di ChaÏm Perelman è infatti un po’ troppo impegnativo.

Prendete Di Battista: «mi domando quanto un miliziano dell’ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell». A parte il gentile contributo alla causa di Flaubert – la violenza è sempre «inaudita» o «efferata» –, è chiaro che per sostenere simili paragoni servono anche dosi massicce de «L’arte di ottenere ragione» di Schopenhauer. O qualcosa del genere. Ma certo è che il lungo scritto in cui Di Battista, nel ricostruire a modo suo (cioè con parecchie imprecisioni) le vicende mediorientali, chiedeva di «intavolare una discussione» coi terroristi e eleggeva lo Stato islamico ad interlocutore, più che un contributo all’analisi storico-politica era un manifesto dell’antiamericanismo, cioè un pezzo di (alta o bassa: fate voi) retorica politica.

Già. Sistemati italiano e storia (e giardinaggio e chimica e archeologia) bisognerebbe pur sempre saperne di più di politica. Da dove cominciare? Dalla «Politica» di Aristotele o dal «Leviatano» di Hobbes? Perché non c’è cultura senza classici, ma i classici purtroppo sono tanti. E poi c’è la filosofia politica, la scienza politica, la storia delle dottrine politiche, la sociologia politica: insomma, una faticaccia. Che fare? Forse ci si può limitare ai pensatori del Novecento – a Bobbio e Habermas, a Dahl e Rawls –, così ci si tiene in una zona medio-alta, e ci si accultura senza troppi rischi.

E il cinema, e tutta l’arte del ventesimo secolo, e la letteratura e il diritto e le scienze sociali? Non finiranno schiacciati, i nostri due eroi, da Dante e Shakespeare, da Manzoni e Thomas Mann? Stiamo esagerando. Per fortuna la politica – la politica democratica – non è affatto riservata solo ai laureati con lode (per quanto, qualche esame in più…). Ma infatti il problema non è la mancanza di cultura: è la mezza cultura, e quel misto di supponenza e faciloneria, di grande saccenteria e piccola bestialità, che a volte si fa persino aggressiva, per nascondere i vuoti – di pensiero, più che di erudizione – che ci sono dietro.

(Il Mattino, 15 settembre 2016)

Il referendum decisivo per il futuro

272175433-giocare-a-carte-carta-da-gioco-tavolo-da-gioco-pokerE di nuovo ieri il premier Matteo Renzi ha ribadito, parlando in chiusura della festa nazionale del partito democratico, a Catania, la disponibilità a rivedere la legge elettorale. Lo aveva detto anche il giorno prima, ed era sembrato che fossero quelle le parole più importanti del suo intervento a tutto campo. Se le si guarda dal punto di vista della lotta politica – e dal punto di vista più limitato della lotta politica all’interno della maggioranza – lo sono indubbiamente. La minoranza del Pd, con Cuperlo e Speranza, continua a chiedere modifiche dell’Italicum. Lo stesso fanno i centristi, da Alfano a Casini. Quando dunque Renzi si dichiara disponibile a intervenire sulla legge, parla innanzitutto a questi settori. Quando però prova a rilanciare l’iniziativa politica, parla a tutti gli italiani. E allora le parole più importanti divengono altre: «una riforma elettorale si cambia in 3-5 mesi, una riforma costituzionale no». Non sarà un diamante, e non sarà per sempre, ma una riforma costituzionale dell’ampiezza di quella in discussione ha, non può non avere l’ambizione di durare per un bel pezzo. Abbiano o no ragione quelli per i quali l’Italicum non è il vestito giusto per l’attuale sistema politico tripolare – e tra di loro c’è anche il presidente emerito Napolitano, primo sponsor delle riforme – è persino ragionevole mostrare disponibilità sul terreno della legge elettorale, per portare a casa un risultato molto più durevole sul terreno delle riforme.

Un risultato, cerca di dire Renzi, capace di futuro. Tutto il discorso di Catania di ieri aveva questo significato. Dalla parte del sì sta il futuro del paese, dalla parte del no stanno i fallimenti della seconda Repubblica. Sta il passato, sta un’altra stagione della vita politica italiana ormai conclusa. E ovviamente sta Massimo D’Alema – sceso in campo come leader del no alla riforma – che più di tutti la incarna. Renzi prova a rilanciare l’iniziativa politica, a raccontare le riforme del suo governo (le unioni civili, la scuola, il jobsact) e i buoni propositi per l’anno venturo (primo fra tutti la riduzione delle tasse).

Ma soprattutto torna ad essere quello che sta davanti, con gli altri ad inseguire. Complici infatti le difficoltà dei Cinquestelle – ancora incartati con il caso Roma e i dolori della sindaca Raggi –, complici le guerre intestine nel centrodestra – con l’investitura di Parisi, voluta dal Cavaliere ma osteggiata dalla dirigenza del partito –, il presidente del Consiglio torna a dare le carte. A mettersi al centro degli equilibri e delle prospettive di governo del Paese. Tutto però dipende dalla capacità di apparire non come quello che vuol sfangarla, sopravvivendo alle forche caudine del referendum, ma come quello che cambia l’Italia. Il viatico è dunque la legge elettorale («sia che la Corte costituzionale dica sì, sia che dica no»), ma l’orizzonte è l’Italia del futuro. La prima è la polpetta che i partiti devono dividersi (se ci riescono, il che non è affatto scontato), ma il secondo è l’elemento davvero decisivo di cui ci si deve impadronire. La vittoria al referendum è insomma legata, per Renzi, alla possibilità di allestire uno scenario che coinvolga tutto il paese e non solo le sue classi dirigenti, che rimangono incerte spaventate o divise dal salto in un nuovo sistema politico-istituzionale.

Al premier, del resto, non manca il dinamismo per condurre questi due mesi, due mesi e mezzo di campagna elettorale all’attacco, su più fronti. Cercando sponde internazionali. Girando per l’Italia. Parlando a tutto campo. Mettendo anche un po’ di furbizia nell’orientare l’attività politico-parlamentare delle prossime settimane (vedi alla voce: legge di stabilità). E aprendo canali di comunicazione anche là dove, fino a poco tempo fa, si era al muro contro muro. A Napoli è così. Oggi il premier è in Campania, per una serie di appuntamenti in cui non gli mancherà certo il modo di confermare, insieme all’attenzione per il Mezzogiorno portata avanti con i patti per il Sud, questa nuova linea dialogante. E in serata, per l’evento organizzato da «il Mattino», siederà nel palco reale del San Carlo insieme al sindaco Luigi De Magistris. Certo, è una serata di gala, non un incontro istituzionale. Ma è, o può essere anche l’occasione per mostrare di avere il vento nelle vele anche alla città più «derenzizzata» d’Italia. A cui stasera in fondo si tornerà a chiedere se convenga continuare il gioco comunardo della repubblica indipendente, o unire il proprio destino a quello del resto del Paese.

(Il Mattino, 12 settembre 2016)

Uno vale uno, ma il comico vale per tutti

immagineC’è una bella metafora di Aristotele, che viene in mente leggendo di queste giornate di passione del Movimento Cinque Stelle a Roma. Che continuano: stavolta l’amaro calice delle dimissioni devono berlo i componenti del mini-direttorio che avrebbero dovuto affiancare Virginia Raggi nelle scelte più rilevanti della nuova amministrazione capitolina. Sembra scritto in neo-lingua: tutto bene, compito svolto, mollate i pappafichi, noi restiamo a terra mentre la nave comincia la sua navigazione. In realtà, ancora nulla è tornato al suo posto. Il nuovo assessore al bilancio, De Dominicis, non ha nemmeno fatto in tempo a insediarsi che ha già dovuto rinunciare: risulta infatti indagato dalla procura per abuso d’ufficio, e così, per la Sindaca che poche ore fa lo ha nominato, non ha più i requisiti. La giunta, dunque, non è ancora al completo.

Intanto vacilla pure il gran Direttorio (in realtà un duumvirato) di Di Battista e Di Maio: non c’è solo il sindaco di Parma, Pizzarotti, che lo vorrebbe dimissionare; anche fra i parlamentari e nella base aumentano le perplessità e le critiche. Grillo e Casaleggio avevano rinunciato al sacro principio dell’«uno uguale uno», e del «siamo tutti portavoce» perché non è così che funziona in realtà, e perché anche un Movimento retto da un non-Statuto con una testa in Liguria (Grillo) e un’altra in Lombardia (Casaleggio), ha bisogno di un’ossatura organizzativa. Il peso dei big del Movimento è allora cresciuto, e di pari passo è venuto scemando il ruolo della Rete, ridotto a rumore di fondo che si ingrossa solo nelle giornate di tempesta. Ma l’infelice gestione del caso Roma sta mettendo a dura prova la struttura direttoriale, per la semplice ragione che essa è priva di un’autentica legittimazione: si fonda infatti sul principio della nomina, pur non essendo scritto da nessuna parte ed essendo anzi contrario allo spirito «dal basso» del Movimento che i dirigenti pentastellati debbano essere, tutt’al contrario, nominati «dall’alto».

Grande è dunque la confusione sotto il cielo. Se Grillo non si stuferà, se come un grande Timoniere non deciderà di bel bello di bombardare lui il quartiere generale, sarà difficile che il Movimento trovi presto un punto fermo.

Così viene in mente la metafora aristotelica dell’esercito in rotta: le fila che disordinatamente si rompono e il fuggi fuggi generale. A un certo punto, però, qualcuno si arresta, non indietreggia più. Qualcun altro allora gli si fa accosto e poco a poco si costruisce una nuova linea difensiva. Aristotele usava la metafora per spiegare la nascita del concetto, ossia: com’è che a un certo punto ci si raccapezzi un po’. Per i Cinquestelle è un po’ più dura che per l’esercito di Aristotele, perché la rotta avviene in una terra incognita: non solo o non tanto per l’inesperienza politica o amministrativa, ma perché mancano persino i luoghi dove questo debba avvenire: nella residenza genovese di Grillo o in quella al mare? Nell’albergo romano deciso all’ultimo minuto o nel retropalco di un comizio? In un ufficio di Montecitorio o negli uffici della Casaleggio e Associati? Il movimento ha casa in Rete, così una casa vera non ce l’ha. E non ha dei veri organi interni. Probabilmente nessuno rimpiange i congressi, le assemblee nazionali, i comitati centrali e gli uffici politici di una volta. Nessuno prova più un brivido se sente parlare dl dispositivo di una commissione regionale di controllo, o dei provvedimenti di una segreteria di federazione: i partiti sono stati liquidati da un pezzo. Ma lo svolgimento della vita interna non sembra proprio che ne abbia guadagnato. Può darsi che l’iniziativa presa dal Pd, di stendere una legge sui partiti in attuazione dell’articolo 49 della Costituzione,non andrà in porto, ed è nota, peraltro,la ragione per cui quella legge non è mai stata scritta: per timore che, essendovi una legge, la lotta politica interna potesse essere decisa da qualche ricorso al magistrato di turno. Ma resta un impressionante deficit di democraticità in tutte le formazioni politiche (bisogna dirlo: proprio il Pd, che tiene ancora congressi e primarie, fa eccezione), l’assenza di chiare procedure di autorizzazione, e un’inconsistenza sul piano organizzativo e gestionale preoccupante. Naturalmente c’è stato e c’è ancora un modo per coprire tutti questi difetti, ed è il ricorso al leader. È così, dopo tutto, che il centrodestra tiene ancora botta: grazie a Berlusconi (pur essendo, in verità, molto più dell’esercito di Silvio), ed è così che il M5S ha sin qui funzionato: grazie a Grillo (pur essendo, senza di lui, molto meno di quello che appare nello schermo virtuale della Rete)

Ma allora ci vuole almeno che il comico genovese salga su un predellino, come il Cavaliere, e dica come si fa o non si fa, consumando così anche le ultime ambizioni di autonomia dei piccoli candidati in pectore che cercava di coltivare nel Direttorio: i Di Battista e i Di Maio, appunto.Un colpo, forse, finirà allora davvero per cadere sul quartier generale, e una bella rivoluzione culturale restituirà definitivamente al Movimento la sua vera natura anti-istituzionale.

(Il Mattino, 9 settembre 2016)

I grillini nudi, senza il totem dell’onestà

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La riservatezza, l’ipocrisia, il compromesso. Da un lato. E dall’altro l’ambizione, il potere, la forza. Ora, si provi a far politica eliminando tutto questo: rinunciando alle ambizioni degli uomini, all’uso (legittimo) della forza, alla gestione del potere. Ma anche alla necessaria riservatezza che protegge ogni forma di accordo o di mediazione, all’ipocrisia spesso necessaria per cucire i rapporti, salvare le apparenze, lavorare in squadra. E infine ai compromessi su principi o valori chiamati a confrontarsi con la realtà sempre prosaica del mondo. I Cinquestelle hanno pensato forse che fosse possibile qualcosa del genere, qualcosa che ovviamente ha i contorni ideali della purezza, dell’onestà, della sincerità ma che purtroppo non ha, non riesce ad avere la forma della politica.

Ora succede che la sindaca Virginia Raggi ha mentito, o forse ha solo omesso di dire (distinzione ipocrita quant’altre mai), che l’assessore Muraro ha taciuto, poi ammesso a bassissima voce (altra ipocrisia), quindi smentito o precisato o corretto. Succede che uno, Di Maio, diserta l’appuntamento televisivo, e l’altro, Di Battista, diserta la manifestazione pubblica. Succede infine che il Movimento che aveva fatto della trasparenza, dello streaming, della partecipazione online una bandiera, di colpoammutolisca: Grillo non dice nulla (al più lascia filtrare: ipocrita), Davide Casaleggio è inavvicinabile, e nulla compare sui blog e le bacheche dei leader del movimento.

Una punizione, una forma di contrappasso che neanche Dante Alighieri avrebbe saputo immaginare così dura, rapida e perfetta. Il fatto è che, privatisi di strumenti essenziali alla vita politica, rimasti solo con il grido: “Onestà! Onestà!” strozzato in gola, i grillini non sanno come venirne fuori. Che vuol dire, ben al di là della crisi in corso, come salvare un’ideologia totalmente impolitica ed esercitare insieme la responsabilità politica, che i romani hanno pur sempre conferito loro alle elezioniamministrative, cartina di tornasole di ogni futura prova di governo.

Le due cose non stanno insieme, e non perché la politica è inguaribilmente corrotta, marcia, irredimibile. Al contrario: proprio l’aver pensato che la politica fosse inguaribilmente corrotta marcia e irredimibile li ha costretti a rifiutarne completamente la forma. In termini psicanalitici, si direbbe che i grillini hanno qualche problema con il principio di realtà. Di qui i narcisismi e, ora, gli isterismi.

Parliamoci chiaro, infatti: quello che è successo a Roma è nulla, o quasi. E invece rischia di affossare tutto, e di sommergere tutto: un assessore, una giunta, un Movimento. C’è un nuovo assessore al bilancio scelto dalla sindaca sentendo non organi di partito (esistono?) mauna persona amica, di cui si fida. E c’è un’indagine in corso a carico di un altro assessore, indagine che è solo agli inizi, di cui si sa molto poco, e che peraltro interessa una materia assai controversa, in cui si mescolano interessi e lotte di potere. Quisquilie. Pinzillacchere. In qualunque parte del mondo, un sindaco e il suo partito saprebbero come attutire l’impatto di queste piccole grane, e troverebbero il modo di affrontare politicamente anche i contrasti interni al Movimento (“raggio magico”contro mini-direttorio romano). Invece per i Cinquestelle diventano due patate bollenti impossibili da maneggiare. Se ora uno domandasse per esempio, a un cittadino della Capitale: “vuoi la soluzione dei problemi finanziari della città e del problema dei rifiuti, anche se il costo èqualche compromesso con i poteri reali, maniere un po’ più spicce e la testa di questo o quell’esponente politico?”, non vi è dubbio che la risposta sarebbe: “fate pure le vostre lotte, ma datemi una città risanata”. Ma il guaio è che i grillini non sono in condizione di porre quella domanda né esplicitamente né implicitamente (e ovviamente si dovrà vedere – se si potrà vedere – cosa sapranno fare), cioè non sono in condizione di fare politica. Continuano a pensare che basti l’onestà, e sono anche disponibili a considerare indispensabile la competenza, per cui si sforzano di trovare ed esibire come uno scalpo le competenze tecniche conquistate alla causa (vedi il ricorso ai magistrati), ma non sono disponibili a confessare, anzitutto a se stessi, che in politica è in gioco ben altro. Non sanno, non vogliono sapere, che la politica è una di quelle dimensioni che sul cammino della civiltà gli uomini hanno costruito per spostare su mete socialmente condivise una certa quota di aggressività primaria, ineliminabile ma per fortuna regolabile. A condizione ovviamente, di riconoscerla, invece di negarla come struzzi.

Si chiama sublimazione. E in certo modo un meccanismo simile c’è persino nella Bibbia, se è vero che la colpa di Adamo fu felice, perché diede origine alla storia della salvezza. Vale a dire: qualcosa di non propriamente commendevole è potuta servire a maggior gloria di Dio. Ma i Cinquestelle sono oltre la Bibbia: non accettano nulla che sia meno che commendevole,  tracciano una linea che impedisce loro di pareggiare, compensare o mediare. E alla fine impedirà anche di agire politicamente.

(Il Mattino, 7 settembre 2016)

L’antipolitica condannata a uccidersi

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Le dimissioni-revoca di Carla Ranieri, capo di Gabinetto del sindaco di Roma Virginia Raggi, e quelle dell’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, fanno rumore. Non solo perché arrivano a poco meno di due mesi dall’insediamento della giunta, ma perché mettono in discussione il più clamoroso risultato delle recenti elezioni amministrative, quello che aveva consegnato al Movimento Cinquestelle la guida della Capitale. Come se non bastasse, dopo le prime dimissioni ne sono subito arrivate altre: a lasciare l’incarico, nella giornata di ieri, sono stati anche Marco Rettighieri e Armando Brandolese, rispettivamente direttore generale e amministratore pubblico dell’Atac, l’azienda pubblica dei trasporti, e Alessandro Solidoro, nominato appena un mese fa a capo di Ama, l’azienda dei rifiuti.

A cosa si deve questa improvvisa ecatombe al vertice? A giochi di potere all’ombra del Campidoglio e nelle stanze sempre meno in streaming dei Cinquestelle? Sicuramente il Movimento è attraversato da forti contrasti: basta leggere la dichiarazione della influente senatrice romana Paola Taverna, che parla di «perdita gigante», per capire che non tutti riescono a minimizzare la notizia del giorno. E nella galassia virtuale del Movimento, in cui sempre più spesso contano amici, fidanzati e parenti, fa notizia pure il commento di Francesca De Vito, attivista grillina e sorella del presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito (notoriamente critico verso la sindaca), che su Facebook rimane «senza parole» – e con molti puntini sospensivi – per la gragnuola di dimissioni.

Ma una lettura che si limitasse a ricostruire le vicende romane in termini o di gelosie personali o di inesperienze individuali mancherebbe l’elemento strutturale di questa crisi. A Roma avevano fallito i partiti tradizionali (chiamiamoli pure così, benché di tradizionali non hanno ormai più nulla): il centrodestra con Alemanno, il centrosinistra con Marino non solo avevano male amministrato, ma si erano messi in condizione di non potersi neppure ripresentare dinanzi all’elettorato. Loro stessi invocavano discontinuità e rottura, e discontinuità e rottura sono arrivati, com’è logico che fosse, con il M5S. Con un movimento, nella cui ideologia c’è però un rigetto radicale della politica, non semplicemente la richiesta del suo rinnovamento o della sua riforma. Lo si può misurare su molti terreni: che cos’è infatti l’esaltazione della democrazia diretta, se non una diffidenza di principio verso qualunque azione che altri promuova in mio nome, in mia rappresentanza, e dunque una diffidenza verso uno dei cardini della politica moderna? È chiaro però che questa cultura esplode non appena i grillini sono costretti ad agire dentro il perimetro della politica e nelle istituzioni, e a darsi comunque propri rappresentanti. Verso i quali, quindi, immediatamente scatta il sospetto, la sfiducia, l’accusa di tradimento. Allora il Movimento prova a sviluppare soluzioni surrogatorie: nomina i portavoce, costituisce direttori grandi e piccoli, si inventa il mandato a tempo per gli assessori, sperimenta il voto online per le espulsioni ma anche le decisioni anonime di staff che coprono la chiara assunzione di responsabilità politiche. Lo stesso ampio ricorso a relazioni di amicizia, o di parentela, è ben lungi dall’essere espressione di nepotismo o di corruttela: è, molto più semplicemente, l’incapacità a stringere e tenere in vita relazioni e legami di carattere politico.

Lo stesso dicasi per l’altro grande terreno presidiato dai Cinquestelle, quello morale, del quale rivendicano quasi una sorta di monopolio. In qualunque modo la politica provi ad organizzarsi autonomamente, e di avere ambizioni proprie, secondo una lezione che risale a Machiavelli e a Hobbes, lì ci sarà sempre un’opacità di troppo, per l’ideologia grillina. Un interesse ingiustificato, un lucro immorale. Così non si tratta tanto dello stipendio eccessivo della Ranieri, quanto del fatto che il Movimento, a ben vedere, non è in condizione di giustificare neppure una lira di compenso per l’attività politica. La quale è puro servizio, pura dedizione al bene pubblico: tutto il resto è del demonio, è infetto, è immorale. Le contorsioni dei parlamentari pentastellati fra stipendi diarie e indennizzi ne sono la prova evidente.

Per il lato poi per il quale la politica sviluppa e impegna professionalità, sollecita ambizioni, gestisce fondi e attribuisce poteri e responsabilità il Movimento si trova dunque del tutto impreparato: la distanza dalle burocrazie professionali diventa troppo rapidamente incomprensione ed estraneità.

Del resto, il Movimento non ha una fisiologia, un insieme di regole che possano fondarne l’azione, e così oscilla fra precetti morali assoluti e diktat altrettanto assoluti del fondatore. Tutto quello che c’è in mezzo, dai sindaci sul territorio ai parlamentari nei palazzi della politica, può finire sugli altari o cadere in disgrazia per una parola di Grillo, per un commento in Rete, per la ribellione di un meetup o per la censura morale dei tanti Catone che si esercitano nell’arena pubblica della Nazione. Così a tremare stavolta è Roma, come è stata ieri Parma, e come sarà domani un’altra città: chi può dirlo? Né possono trovare spazio, nella retorica del Movimento, considerazioni di opportunità, dosi di realismo politico, scelte per il male minore. Roma o Roccacannuccia fa lo stesso.

Forse siamo stati per troppi secoli il paese del «sopire, troncare; troncare, sopire» – dal padre provinciale di manzoniana memoria fino ad Andreotti – per meritarci il chiasso e la prolissità ideologica dei grillini. Ma chissà: è probabile che la prima, oggi, a dolersene, e a desiderare di lavorare con meno strepiti e più autorità, seguendo magari la logica delle cose piuttosto che quella del Movimento, è proprio Virginia Raggi. Solo che non può.

(Il Mattino, 2 settembre 2016)

Il merito torna a scuola e non trova docenti

ImmagineLe stime parlano di circa ventimila posti nella scuola, su poco più di sessantamila messi a concorso, che non saranno assegnati. Non ci sono i candidati, nel senso che quelli che c’erano sono stati bocciati. La scuola intanto cambia: si investe sulle nuove tecnologie didattiche, torna il maestro unico prevalente, è introdotta la nuova prova scritta nazionale Invalsi nell’esame di terza media, si riorganizzano gli indirizzi di studio dei nuovi licei, si potenzia l’insegnamento delle lingue straniere, si ridefiniscono i percorsi didattici degli istituti tecnici e professionali. E si assumono nuovi docenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Si fa dunque il concorso, si mettono a bando 63.712 posti e si svolgono le prove. Ma sorpresa! In larga parte, le prove non vengono superate, e così bisognerà ancora una volta ricorrere agli iscritti alle graduatorie ad esaurimento e conferire incarichi annuali.

Ma perché così tanti bocciati? Il dato è così anomalo, o forse semplicemente inatteso, da spingere molti a formulare ipotesi le più varie che ne diano conto: le tracce assegnate sono forse troppo difficili, troppo complesse, troppo complicate? Il tempo a disposizione dei candidati è troppo poco? I percorsi di abilitazione seguiti dai candidati ammessi a concorso si sono rivelati inadeguati? Fra i commissari d’esame e i candidati sussistono forse abissi di incomunicabilità? L’italianista Claudio Giunta, ad esempio, su «Il Sole 24 ore», ha passato in rassegna le otto domande della prova d’italiano. Le ha giudicate «estremamente complesse», tali da richiedere «risposte ben argomentate» (come si può pensare, tuttavia, di insegnare italiano nelle scuole senza essere in grado di produrre risposte ben argomentate?). Il fatto è che però per le otto risposte della prova (e le altre risposte chiuse) i candidati avevano a disposizione solo due ore e mezza: troppo poco. E così Giunta ha concluso: «escluderei che una prova del genere, nel tempo assegnato, possa essere svolta decentemente da parte di chicchessia, anche del migliore studioso di letteratura italiana».

Può darsi che sia effettivamente così, e che quel che è successo con la prova d’italiano sia successo anche in altre materie (io comunque ho dato uno sguardo alle domande della prova in filosofia, e non mi sono parse insormontabili), ma lo stesso Giunta mette in premessa qualche considerazione più generale: sui molti che vorrebbero insegnare e che piuttosto dovrebbero ancora imparare; sulle lacune nella preparazione che dipenderebbero non già dagli studi universitari ma dal poco o nulla che si è fatto prima, alle medie e al liceo; sulla scarsa attrattività che l’insegnamento esercita sui più bravi e più brillanti, specie nelle discipline scientifiche.

Insomma: qualcos’altro forse c’è. Qualcosa che non riguarda solo le modalità di svolgimento delle prove concorsuali, ma più in generale il posto della scuola nella società. Sempre meno centrale, sempre più marginale, sempre meno qualificante. Claudio Giunta ha limitato la sua considerazione all’ambito scientifico, ma il problema si pone anche nelle altre materie, con la sola differenza che in quei casi mancano alternative all’insegnamento altrettanto robuste di quelle che si aprono a un laureato in discipline scientifiche. Ma il problema è lo stesso: i più bravi sono sempre meno interessati a insegnare. Per più di un motivo: perché gli stipendi sono bassi, e chi è bravo non è entusiasta all’idea di impiegare la propria bravura per avere in cambio un salario modesto. E perché la bravura (cioè il merito, le competenze) non ricevono veri riconoscimenti, né di ordine simbolico né più prosaicamente materiali.

Diciamolo allora in una parola: c’è stato un generale disinteresse, in tutti questi anni, a portare in cattedra quelli bravi. Il solo fatto che si sia attesa quasi una generazione per ripartire con i concorsi la dice lunga sull’importanza assegnata alla selezione di una buona classe docente. Se non fai i concorsi, procedi inevitabilmente per toppe e rammendi, e mandi avanti un po’ tutti: quelli che studiano e magari continuano pure a fare attività di ricerca (ci sono), ma anche quelli che vanno solo a caccia di punti e supplenze, indipendentemente dall’impegno didattico profuso, da progetti formativi o da specifiche attitudine professionali (ci sono, e sono di più).

Con il concorso il ministro Giannini ha provato a far ripartire il motore della scuola, ingolfato da una pessima manutenzione. Anzi: dall’assenza di qualunque intervento per tanti, troppi anni. E si è visto cosa è accaduto in tutto questo tempo: che un’intera leva di aspiranti docenti è arrivata all’appuntamento del tutto impreparata, forse persino sorpresa all’idea che dovesse prepararsi. Forse, quelli che il concorso non lo volevano affatto, e puntavano solo a una qualche forma di ope legis, avevano presentito una disfatta simile. Ma avessero avuto ragione non l’avrebbero evitata: l’avrebbero solo trasferita nelle aule. Piuttosto, alla luce dei risultati che stanno emergendo in questi giorni, è evidente che la riforma scolastica è appena cominciata, e non potrà dirsi riuscita se non riporterà la scuola al centro della vita pubblica e sociale del Paese, e se non si troverà il modo di portare in cattedra un buon numero di quelli bravi.

(Il Mattino, 1 settembre 2016)

L’ultima del sindaco: la Rivoluzione Umana

De-Magistris-saluta-i-suoi-sostenitori-al-ballottaggio-2016-con-la-maglia-del-NapoliLa «Rivoluzione Umana» (con le maiuscole) che Luigi De Magistris annuncia via Facebook deve «supportare i processi di liberazione» ma anche «ostacolare quelli di omologazione». Sul suo profilo social, alimentato in queste settimane agostane dai successi della città turistica, in grado di attrarre nuovamente flussi turistici importanti (è il vanto dell’Amministrazione partenopea), il sindaco di Napoli non manca di inserire gli elementi fondamentali della sua retorica, fatta di battaglie contro l’ingiustizia, lotta contro la povertà, indignazione per i continui soprusi dei potenti. E naturalmente di tirate a favore della comunità, della giustizia e della felicità. La chiama «Rivoluzione Umana», ma è anzitutto la sua maniera, quasi quotidiana, di comunicare col popolo (ed essere vicino al popolo, e vivere come il popolo, e insomma fare il Sindaco di Strada). Non importa se è agosto, e l’attenzione dei più sembra calamitata dal calciomercato o dall’inizio del campionato: De Magistris prova lo stesso ad annunciare un mondo in cui «si recuperano i valori della vita», si costruiscono luoghi in cui «si daranno risposte sempre più concrete ai bisogni reali», si animano comunità «in cui contano le persone, non le accumulazioni di denaro». Certo, per realizzare questa «concreta possibilità», bisogna sorbirsi dosi massicce di ideologia parolaia, per cui la Rivoluzione Umana prevede «la collettivizzazione di volontà autonome ma non contrapposte», contro «il consumismo universale della massificazione depressiva neo-liberista», ma, al netto di questi ingredienti, De Magistris rimane uno dei pochi uomini capaci di assegnare alla politica compiti come: realizzare «luoghi in cui l’essere vince contro l’avere», abitare spazi in cui «la natura è sorgente di vita, non oggetto da stuprare», e soprattutto edificare «Comunità SPA». La Rivoluzione Umana trasformerà infatti così profondamente il mondo, che in luogo delle società per azioni si avranno comunità SPA, «Solo Per Amore». Diciamolo onestamente: nemmeno Berlusconi, quando si inventò il partito dell’amore, era arrivato a tanto. Quello che però a sguardi cinici e disincantati appare esorbitante, De Magistris riesce a renderlo in qualche misura almeno convincente: a giudicare anzitutto dai like che i suoi post raccolgono su Facebook, ma più ampiamente dal consenso e dal carisma di cui continua a godere. È come se fossimo un po’ tutti stanchi della faticosa prosa del mondo, e avessimo bisogno di qualche licenza poetica in più. De Magistris parla un linguaggio di opposizione (anche se continua a fare il Sindaco) grazie al fatto che gli riesce di occuparsi dei mali del mondo, molto più che dei piccoli malesseri quotidiani. Così nella sua rivoluzione trovano posto se non il lupo che riposa accanto all’agnello, almeno i siriani e i curdi, che si abbracceranno tutti, insieme agli europei e agli africani. (In questo affratellamento di popoli, spiace dirlo, non mancano i palestinesi ma non figurano gli ebrei. Loro non ci sono: per loro niente amore e niente abbracci).

Il primo commento che leggo sotto il post (che mentre scrivo ha già raccolto più di 900 like) è di una certa Martina Bianchi, che ringrazia il Sindaco di Napoli per averle «definitivamente pulito il cervello milanese». A riprova che c’è un tratto sudista nei gesti e nelle parole del Sindaco, che viene percepito anche quando non costituisce il tema specifico dei suoi discorsi. Ma la retorica del Sud che è amore e generosità, contro gli egoismi e l’aridità morale del Nord evidentemente funziona (grazie anche all’opposto linguaggio di Salvini). Poi ci sono anche quelli che chiedono bruscamente di smetterla con queste supercazzole, ma l’impressione è che Il Sindaco, a colpi di rivendicazioni di beni comuni e partecipazione e diritti irrinunciabili (a quasi tutto), nonché delle immancabili moltitudini che decidono dal basso, continui a cercare uno spazio politico in cui valorizzare una certa tradizione di sinistra rimasta priva di riferimenti concreti, orfana di solidi ancoraggi politici e culturali, ma permeabili a tutti i venti e i fermenti ideologici che «l’Europa di Lor Signori» (così la chiama il Sindaco) lascia fuori.

Lo schema è insomma quello della guerra all’establishment. Siccome in Italia in quel ruolo gioca da titolare il Movimento Cinque Stelle, a De Magistris tocca fare panchina, ma quando può giocare qualche scampolo di partita, allora prova a fare del suo meglio, per guadagnarsi un posto nella politica nazionale. Lui ha il suo profilo da ala sinistra, molto movimento e poca finalizzazione, ma siccome in quella zona del campo molti dei vecchi protagonisti dell’antagonismo sono usciti di scena, mentre sono al palo tutti i processi di ricomposizione di una forza politica alla sinistra del Pd, De Magistris ci prova.

Ora, è evidente che le cose che scrive il Sindaco di Napoli non sono apprezzabili per chiunque pensi che l’elettorato si intercetti in base alla domanda: e voi vi fareste governare (o amministrare) da uno così? Ma poiché quote forse crescenti dell’elettorato non si orientano più in risposta a questa domanda, rifiutano anzi l’appello alla responsabilità che essa comporta, e preferiscono piuttosto esprimere un “sentimento”, o anche percepire una “visione”, piuttosto che subire l’ennesimo, gelido bagno di realismo, le parole del Sindaco trovano seguito. Quanto ampio è difficile dirlo. Ma che diventino un manifesto ad uso dei diseredati e di tutti i Sud del mondo è comunque improbabile, forse perché nemmeno De Magistris può fare che gli ultimi erediteranno davvero la terra (per realizzarvi, si capisce, la nuova economia a chilometro zero).

(Il Mattino – ed. Napoli, 30 agosto 2016)

 

La riforma della Costituzione ha un motivo che non si vede

immagine 29 agosto

Vi sono stati, finora, due piani di discussione della riforma costituzionale, in vista del referendum del prossimo autunno. Il primo concerne il merito, cioè il contenuto della riforma. Il secondo riguarda invece la partita politica che si gioca attorno al referendum. C’è però un terzo piano, sul quale sarebbe necessario portare la discussione, e che è purtroppo ben poco frequentato nel dibattito di queste settimane. Nel merito, i difensori della riforma rivendicano l’importanza di scelte che mettono fine al bicameralismo paritario e ridefiniscono i rapporti fra il livello statale e quello regionale, dopo anni di pseudo-federalismo malissimo digerito; quanti sono contrari trovano invece confusa o involuta la fisionomia del nuovo Senato delle Regioni e paventano una restrizione degli spazi di legittimità democratica delle istituzioni. Sul piano politico, invece, gli avversari della riforma trovano un comune denominatore nella possibilità di far cadere Renzi (e si direbbe proprio lui, più ancora che il governo da lui presieduto); al contrario, Renzi sa che con la vittoria al referendum il resto della legislatura sarebbe in discesa, e magari potrebbe riprendere verve l’antica spinta rottamatrice.

Qual è però il terzo piano, quello assai poco frequentato finora? Forse lo si vede meglio se lo si osserva da lontano, da molto lontano. Dalla foresta amazzonica, per esempio, dove si spinse l’antropologo Claude Lévi-Strauss. Imbattendosi in società «fredde» che, a differenza di quelle «calde», vivevano vicini allo «zero di temperatura storica». Società che allo studioso francese sembravano stazionarie, preoccupate esclusivamente di «perseverare nel loro essere». Lévi-Strauss aveva certamente in testa un solo modello di storia, un solo «regime di storicità»: quello tipico delle società occidentali, persuase di vivere (da almeno un paio di secoli) dentro il corso progressivo di una storia che procede per successivi accumuli, e che è palesemente ispirata e diretta verso il futuro.

Quella persuasione è ormai andata smarrita. Un altro studioso francese, lo storico François Hartog, ha parlato di crisi del regime moderno e coniato l’espressione «presentismo» per spiegare in qual modo oggi viviamo l’esperienza del tempo. L’avvenire non è più, infatti, il punto luminoso verso il quale la società umana è diretta, e così il fiume della storia, invece di dirigersi sicuro verso la foce del futuro, si slarga e ristagna nella morta gora del presente.

Il «presentismo», in realtà, ha dapprima significato l’impazienza rivoluzionaria di buttare a mare il passato, o di ottenere tutto e subito, come gridavano i muri di Parigi nel maggio del ’68. Poi, però, passata la febbre rivoluzionaria, e abbassatasi drasticamente la temperatura storica, ha voluto dire e vuol dire un tempo privo di vere aspettative, accartocciatosi su se stesso, sprofondato definitivamente al di qua di ogni linea d’orizzonte. Un provincialismo non dello spazio ma del tempo, per dirla con il poeta inglese Eliot, in cui non ha più parte il passato, che ha perso ogni esemplarità, ma in cui anche il futuro ha perso qualsiasi attrattiva.

Domanda: se questa diagnosi è corretta – e a questa diagnosi concorrono molti fenomeni storici e sociali: dalla crisi del lavoro salariato alla diffusione dei social media, dalla fine delle grandi narrazioni politiche e ideologiche ai progetti di naturalizzazione coltivati (anche) dalle scienze umane – se la diagnosi è corretta, la domanda diviene: cosa significa fare una riforma profonda della costituzione, in una simile temperie culturale? Non dovrebbe significare immettere nuovo dinamismo ed energia politica nel tessuto istituzionale del Paese? Non dovrebbe essere questa la vera scommessa, ben al di là del merito dei singoli articoli toccati dal processo di revisione?

Vi è in effetti un modo di presentare gli effetti del cambiamento costituzionale, per il quale la riforma produce al più un adeguamento, un aggiornamento del contesto istituzionale. Si tratterebbe cioè – secondo questo racconto – non di aprire un nuovo corso, una nuova storia, ma al più di non rimanere indietro rispetto al presente: del futuro c’è così, in questa maniera di apprezzare la riforma, ben poca traccia. Ce n’è ovviamente ancora meno in chi guarda invece al passato: è la retorica che monumentalizza la Carta del ’48, trasformandola in un patrimonio immutabile, ed è un altro modo, irrimediabilmente passatista, di sfuggire all’appuntamento con i compiti che la storia assegna alla politica. Ma chi vuole la riforma forse non può accontentarsi di vivere vicino allo zero di temperatura storica, o ha anzi il dovere di spingere lo sguardo più in là, oltre la crisi del tempo attuale, provando per una volta ancora a dire in maniera solida e non effimera che questo presente è inferiore all’avvenire che si tratta di aprire. Non è del resto la stessa incapacità che affligge oggi l’intera costruzione europea?

(Il Mattino, 29 agosto 2016)