L’antipolitica condannata a uccidersi

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Le dimissioni-revoca di Carla Ranieri, capo di Gabinetto del sindaco di Roma Virginia Raggi, e quelle dell’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, fanno rumore. Non solo perché arrivano a poco meno di due mesi dall’insediamento della giunta, ma perché mettono in discussione il più clamoroso risultato delle recenti elezioni amministrative, quello che aveva consegnato al Movimento Cinquestelle la guida della Capitale. Come se non bastasse, dopo le prime dimissioni ne sono subito arrivate altre: a lasciare l’incarico, nella giornata di ieri, sono stati anche Marco Rettighieri e Armando Brandolese, rispettivamente direttore generale e amministratore pubblico dell’Atac, l’azienda pubblica dei trasporti, e Alessandro Solidoro, nominato appena un mese fa a capo di Ama, l’azienda dei rifiuti.

A cosa si deve questa improvvisa ecatombe al vertice? A giochi di potere all’ombra del Campidoglio e nelle stanze sempre meno in streaming dei Cinquestelle? Sicuramente il Movimento è attraversato da forti contrasti: basta leggere la dichiarazione della influente senatrice romana Paola Taverna, che parla di «perdita gigante», per capire che non tutti riescono a minimizzare la notizia del giorno. E nella galassia virtuale del Movimento, in cui sempre più spesso contano amici, fidanzati e parenti, fa notizia pure il commento di Francesca De Vito, attivista grillina e sorella del presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito (notoriamente critico verso la sindaca), che su Facebook rimane «senza parole» – e con molti puntini sospensivi – per la gragnuola di dimissioni.

Ma una lettura che si limitasse a ricostruire le vicende romane in termini o di gelosie personali o di inesperienze individuali mancherebbe l’elemento strutturale di questa crisi. A Roma avevano fallito i partiti tradizionali (chiamiamoli pure così, benché di tradizionali non hanno ormai più nulla): il centrodestra con Alemanno, il centrosinistra con Marino non solo avevano male amministrato, ma si erano messi in condizione di non potersi neppure ripresentare dinanzi all’elettorato. Loro stessi invocavano discontinuità e rottura, e discontinuità e rottura sono arrivati, com’è logico che fosse, con il M5S. Con un movimento, nella cui ideologia c’è però un rigetto radicale della politica, non semplicemente la richiesta del suo rinnovamento o della sua riforma. Lo si può misurare su molti terreni: che cos’è infatti l’esaltazione della democrazia diretta, se non una diffidenza di principio verso qualunque azione che altri promuova in mio nome, in mia rappresentanza, e dunque una diffidenza verso uno dei cardini della politica moderna? È chiaro però che questa cultura esplode non appena i grillini sono costretti ad agire dentro il perimetro della politica e nelle istituzioni, e a darsi comunque propri rappresentanti. Verso i quali, quindi, immediatamente scatta il sospetto, la sfiducia, l’accusa di tradimento. Allora il Movimento prova a sviluppare soluzioni surrogatorie: nomina i portavoce, costituisce direttori grandi e piccoli, si inventa il mandato a tempo per gli assessori, sperimenta il voto online per le espulsioni ma anche le decisioni anonime di staff che coprono la chiara assunzione di responsabilità politiche. Lo stesso ampio ricorso a relazioni di amicizia, o di parentela, è ben lungi dall’essere espressione di nepotismo o di corruttela: è, molto più semplicemente, l’incapacità a stringere e tenere in vita relazioni e legami di carattere politico.

Lo stesso dicasi per l’altro grande terreno presidiato dai Cinquestelle, quello morale, del quale rivendicano quasi una sorta di monopolio. In qualunque modo la politica provi ad organizzarsi autonomamente, e di avere ambizioni proprie, secondo una lezione che risale a Machiavelli e a Hobbes, lì ci sarà sempre un’opacità di troppo, per l’ideologia grillina. Un interesse ingiustificato, un lucro immorale. Così non si tratta tanto dello stipendio eccessivo della Ranieri, quanto del fatto che il Movimento, a ben vedere, non è in condizione di giustificare neppure una lira di compenso per l’attività politica. La quale è puro servizio, pura dedizione al bene pubblico: tutto il resto è del demonio, è infetto, è immorale. Le contorsioni dei parlamentari pentastellati fra stipendi diarie e indennizzi ne sono la prova evidente.

Per il lato poi per il quale la politica sviluppa e impegna professionalità, sollecita ambizioni, gestisce fondi e attribuisce poteri e responsabilità il Movimento si trova dunque del tutto impreparato: la distanza dalle burocrazie professionali diventa troppo rapidamente incomprensione ed estraneità.

Del resto, il Movimento non ha una fisiologia, un insieme di regole che possano fondarne l’azione, e così oscilla fra precetti morali assoluti e diktat altrettanto assoluti del fondatore. Tutto quello che c’è in mezzo, dai sindaci sul territorio ai parlamentari nei palazzi della politica, può finire sugli altari o cadere in disgrazia per una parola di Grillo, per un commento in Rete, per la ribellione di un meetup o per la censura morale dei tanti Catone che si esercitano nell’arena pubblica della Nazione. Così a tremare stavolta è Roma, come è stata ieri Parma, e come sarà domani un’altra città: chi può dirlo? Né possono trovare spazio, nella retorica del Movimento, considerazioni di opportunità, dosi di realismo politico, scelte per il male minore. Roma o Roccacannuccia fa lo stesso.

Forse siamo stati per troppi secoli il paese del «sopire, troncare; troncare, sopire» – dal padre provinciale di manzoniana memoria fino ad Andreotti – per meritarci il chiasso e la prolissità ideologica dei grillini. Ma chissà: è probabile che la prima, oggi, a dolersene, e a desiderare di lavorare con meno strepiti e più autorità, seguendo magari la logica delle cose piuttosto che quella del Movimento, è proprio Virginia Raggi. Solo che non può.

(Il Mattino, 2 settembre 2016)

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