Le due sinistre alla sfida della modernità

acquisizione-a-schermo-intero-29092016-142241-bmpCon la decisione sulla data di svolgimento del referendum sulla riforma costituzionale si chiudono i preliminari di gioco, e comincia la partita vera e propria. Quasi tutti gli attori politici in campo si sono ormai schierati. In un senso o nell’altro, con maggiore o minore determinazione, ma si sono schierati. Rimane da capire la posizione di quel pezzo minoritario della sinistra del partito democratico che traccheggia: ha finora chiesto che le venisse riconosciuto il diritto di dissentire rispetto alle posizioni del partito, ma non ha ancora deciso di esercitare quel diritto, legando al cambiamento dell’Italicum le residue possibilità di seguire Renzi e la maggioranza sulla strada delle riforme.

Quando queste residue possibilità si saranno esaurite – e manca davvero poco, dopo la decisione della Consulta di rinviare a dopo il referendum l’esame di costituzionalità della legge elettorale – sarà definitivamente fotografata la distanza fra la sinistra per il sì e la sinistra per il no. Fra la sinistra di Violante, Finocchiaro, Orlando, Orfini, e quella di D’Alema, Bersani, Cuperlo, Speranza, (che andrà ad aggiungersi ai fuoriusciti dal Pd e agli altri piccoli pezzi della sinistra italiana).

In termini politici, è la distanza fra quelli che vorrebbero far saltare gli attuali equilibri, formatisi nel partito e nel governo attorno a Matteo Renzi, e quelli che invece li sostengono. Ma la riforma apporta cambiamenti così profondi al nostro ordinamento giuridico – fine del bicameralismo paritario e fiducia alla sola Camera, competenze legislative delle regioni e nuovo Senato, abolizione delle province, riforme degli istituti di democrazia diretta – che riesce difficile non farne uno spartiacque, una sorta di displuvio che inclina su due opposti versanti gli uni e gli altri.

Il referendum produce queste contrapposizione, sopratutto quando si carica di significati politici forti:  l’Italia che vota  sì al divorzio o all’aborto è diversa dall’Italia che vota no. È così anche per l’Italia che, per esempio, vota sì per abolire il finanziamento pubblico ai partiti: dopo infatti sono venuti Berlusconi e i Cinquestelle, forme diverse di rifiuto della partitocrazia della prima Repubblica che sul finanziamento pubblico si reggeva. Cambiamenti, che lasciano indietro quelli che faticano a riconoscerli.

Fu così anche nell’immediato dopoguerra, quando si votò per la forma di Stato: monarchia o Repubblica? Bersani ha ricordato che nella Democrazia cristiana c’erano (e ci rimasero) gli uni e gli altri, i monarchici e i repubblicani, ed è vero. Ma è vero pure che dopo il voto l’Italia voltò una pagina della sua storia, e non fu in nome del Re che si fecero la ricostruzione e il miracolo economico.

Fuor di metafora, e di impropri paragoni storici, l’Italia sta affrontando un cambiamento istituzionale profondo, che la sinistra di D’Alema e Bersani affronta come un’involuzione, un regresso, qualcosa che, in «combinato disposto» con la legge elettorale, rappresenterebbe addirittura un pericolo per la democrazia. Innalza insomma la bandiera del conservatorismo costituzionale. Non a caso, si trova al fianco di quella generazione di giuristiche ha costruito una sorta di linea Maginot intorno all’intangibilità della Carta costituzionale.

Nella tradizione comunista, per quasi tre decenni circa, almeno fino al completamento del regionalismo, negli anni Settanta, la parola d’ordine è stata quella dell’attuazione della Costituzione. Dopo d’allora, però, il vessillo del cambiamento istituzionale è passato di mano, e, in corrispondenza del declino dei partiti, si è imposta l’esigenza di un ammodernamento istituzionale. Attardarsi a difendere la seconda parte della Carta del ’48, scritta ancora sotto l’impressione della dittatura fascista – in tutt’altra epoca, in tutt’altro tempo – si è fatto sempre più difficile. La “grande riforma” evocata da Craxi, i progetti delle commissioni parlamentari costituite ad hoc, a partire dagli anni Ottanta, la Bicamerale presieduta da D’Alema, infine le riforme di stampo federalista approvate dal Parlamento dal centrosinistra e dal centrodestra – la prima promossa dagli elettori, nel 2001, la seconda bocciata nel 2006 – sono stati tutti tentativi, falliti, di ridefinire il profilo della Repubblica, di ridare fiato e respiro ad una politica in grande affanno. Ora, c’è sicuramente una buona dose di retorica nell’argomento che usa il partito democratico, quando sostiene che, votando no, si rimane fermi: perché se, votando sì, si producesse lo scasso istituzionale, non sarebbe così irragionevole rimanere al palo. Questa in verità, può ben essere l’obiezione dell’opposizione di centrodestra; più complicato è farla propria a sinistra, per quegli esponenti che, peraltro, in Parlamento la riforma l’hanno votata. Ma per mantenersi coerenti con le parole che stanno spendendo e ancora spenderanno in campagna elettorale – c’è da giurarci: accentuando l’allarme democratico, con l’avvicinarsi del voto – costoro dovranno sempre più allontanarsi dall’idea che le istituzioni di questo Paese debbano essere cambiate. E sempre più disegnare il profilo di una sinistra conservatrice. Come quello con cui d’altronde polemizzava il buon vecchio Marx: socialismo reazionario, socialismo romantico, socialismo feudale.

(Il Mattino, 26 settembre 2016)

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