Archivi del giorno: ottobre 7, 2016

Virtù e vizi delle terapie d’urto

pipa

E così quello delle pippe, o delle mezze pippe, è un problema generalizzato, che non tocca solo i Cinquestelle, a cui Vincenzo De Luca dedica spesso le sue affettuosità, ma anche il partito democratico. Così almeno la pensa il presidente della Regione, ed è difficile dargli torto. Nel senso che il partito democratico, in Campania, continua effettivamente a non godere di buona salute. È chiaro che, quando così giudica, De Luca eccettua se stesso, e non v’è chi non capisca quel che dà ad intendere: che una cosa è il partito democratico, un’altra è lui, Vincenzo De Luca. I risultati elettorali, d’altronde, lo dicono chiaramente da gran tempo: De Luca prende voti perché gli elettori premiano la sua esperienza amministrativa, poco importa se sia riconducibile, e in che misura lo sia, al partito democratico o alla metà del campo che occupa il centrosinistra.

Resta il fatto che il Pd non si è ancora riavuto dalla sconfitta alle elezioni comunali di Napoli. Il quadro è infatti, più o meno, il seguente: c’è un pezzo di partito che vorrebbe mantenersi coerente con il tragitto seguito nei mesi dello scontro elettorale, cioè fare opposizione senza se e senza ma a De Magistris. Un altro pezzo, o forse singoli pezzettini, procede invece in ordine sparso. Vuoi perché rifiuta di riconoscersi nella leadership di Valeria Valente, la candidata uscita battuta dal voto di giugno, vuoi perché preferisce ammorbidire i toni per avere una privata (eufemismo) interlocuzione con l’Amministrazione, per un motivo o per l’altro è restio a serrare le fila, e rinvia qualunque discorso di ricompattamento del partito. Poi c’è la grana grande e grossa di Antonio Bassolino, naturalmente, il quale ha tutto l’interesse a dimostrare che il Pd non è in grado di esprimere una proposta politica e programmatica vera, e si auto-elegge interlocutore privilegiato del primo cittadino. Così si fa la sua festa, non invita i compagni di partito ma duetta di buon grado col Sindaco. Che, a sua volta, ha tutto l’interesse a mantenere diviso il campo democratico, e così gli fa volentieri da sponda: nei giorni festivi e forse anche in quelli feriali.

E poi, manco a dirlo, ci sono le correnti, i posizionamenti, le cordate, i notabiliati e i micronotabilati: tutta la fauna, insomma, che Renzi aveva promesso di disboscare con il lanciafiamme, all’indomani delle elezioni.

Ma che fine ha fatto l’arma fine-di-mondo che il premier aveva promesso di usare? Renzi l’ha riposta nel cassetto, forse perché l’impegno nella decisiva partita referendaria gli suggerisce prudenza su tutti gli altri fronti. In particolare su quelli interni. E, in fondo, ha pure lui interesse ad aprire se mai una finestra di dialogo con De Magistris, per demotivare l’elettorato arancione dall’esprimersi con un voto di opposizione al referendum.

Tutto insomma congiura perché sia rinviato a chissà quando il momento in cui rimettere mano al partito. Fra i suoi stessi dirigenti, fra l’altro, non sono pochi quelli che disperano della possibilità di ricostruirlo. Che lo considerano irriformabile. O che ne propongono il reset, l’azzeramento.

Questa sembra essere, peraltro, la ricetta dello stesso De Luca. Che non da oggi, ma da almeno vent’anni imputa ai democratici e alla sua stessa parte politica di non sapere parlare il linguaggio della gente, di deludere le speranze di rinnovamento, e di avere nei propri ranghi «fior di farabutti». I grillini sono solo la conseguenza, non la causa di questa afasia della «politica tradizionale».

Ma il punto di caduta del suo ragionamento – e della sua retorica – è un altro, e viene raggiunto quando chiede al segretario-premier di tirare fuori l’Italia dalla «palude burocratico-amministrativa». Quella della palude è infatti un’immagine a cui De Luca ricorre spessissimo. E che chiarisce anche il principale capo di imputazione che grava su tutte le mezze pippe, grilline o democratiche che siano. Sono tutti degli incapaci. E lo sono prima ancora di essere di destra o di sinistra. De Luca tira una linea: da una parte stanno gli amministratori capaci, dall’altra tutti gli altri. E la gente capisce il linguaggio dei primi, mentre respinge le chiacchiere dei secondi, quelli che quando parlano ti fanno venire «una crisi depressiva».

Ora, è chiaro che questo schema De Luca sa interpretarlo alla perfezione. Che dentro di esso sia possibile ricostruire una comunità di partito, in grado tenere insieme le sue molte e diverse anime è, però, alquanto dubbio. E tuttavia la via alternativa, schiettamente leaderistica, rischia di essere solo una scorciatoia, o il surrogato di una vera soluzione alle difficoltà del partito democratico, alla sua crisi d’identità e di linea politica, se non trova contrappesi in un’organizzazione e in una classe dirigente all’altezza dei compiti. A Roma come a Napoli, forse, il problema è lo stesso.

(Il Mattino, 5 ottobre 2016)

L’Italia paradosso: dice sì alla riforma ma è tentata dal no

sondaggi

Il sondaggio condotto da Ipsos per il Corriere della Sera sul referendum costituzionale del 4 dicembre merita qualche parola di commento. Esso infatti ci dice che il No alla riforma è in questo momento in vantaggio, e che tuttavia la partita è ancora aperta, dal momento che la distanza fra i due schieramenti è molto ridotta (52% per il No contro il 48% per il Sì) ed è ancora molto elevato il numero di coloro che non sembrano orientati a votare, o comunque non danno, allo stato, indicazioni di voto (44%). Ma poi ci dice qualcosa anche sulle motivazioni del voto. Qualcosa di sorprendente. L’istituto dei sondaggi ha provato infatti a verificare le opinioni degli elettori anche sui singoli punti del testo di riforma: se cioè l’elettore sia o no favorevole alla riduzione dei senatori, o a mettere fine al bicameralismo perfetto; se poi condivida la soppressione del CNEL o la modifica della disciplina referendaria o la cancellazione delle province dalla carta costituzionale. Su tutte queste voci, prevale il sì. Naturalmente, si può eccepire che la loro stessa formulazione favorisce una risposta in senso favorevole. E che in questo caso le intenzioni di voto sono poco significative perché pochi sanno. E però colpisce che persino alla domanda sui senatori scelti dai consigli regionali – che com’è noto non godono di particolare credito presso la pubblica opinione, visti i continui scandali raccontati dalla grande stampa  – prevalgono i sì. Infine, la domanda di chiusura taglia la testa al toro: richiesti di dire se siano o no d’accordo con i contenuti della riforma nel loro complesso, gli italiani dicono in maggioranza di sì, di essere molto o abbastanza d’accordo (42%), mentre ad essere poco o per nulla d’accordo è solo il 35%.

Traduciamo: gli italiani approvano i contenuti della riforma, ma esprimono disapprovazione per motivi diversi da quelli di merito, da ciò che la riforma prevede e da come la Costituzione cambia. Vale a dire: dicono di no per motivi puramente politici.

Quel che così emerge è però qualcosa di più radicato e di più profondo di ciò che possiamo constatare anche con i nostri personali sondaggi, chiedendo cioè in giro come siano orientate le persone che conosciamo, che incontriamo al bar o sul luogo di lavoro. Perché è facile verificare che le intenzioni di voto oggi espresse sono molto più legate alla partita politica che si gioca attorno al referendum, che non al cambiamento costituzionale. Si dirà che il premier ha sbagliato a personalizzare il confronto, se non altro perché ha consentito alle opposizioni (diversissime fra loro) di fare fronte comune. Ma al di là dell’errore di comunicazione di Renzi, e della possibilità di correggerlo nel corso dei prossimi due mesi di campagna elettorale, c’è un tratto più fondamentale che in quel sondaggio trova espressione. C’è un’antica faziosità e partigianeria tutta italiana, che gli storici faranno forse risalire ai guelfi e ai ghibellini, ma che sicuramente arriva fino ai nostri giorni. Fino almeno all’antiberlusconismo, che è stato l’ampio cappello sotto il quale a lungo si è accomodata l’opposizione di sinistra al Cavaliere. Ma arriva anche alla bandiera della libertà dal comunismo, che è stata issata dallo stesso Berlusconi ben dopo la caduta del muro di Berlino. E funzionava.

Nell’uno e nell’altro caso, si è trattato evidentemente di vessilli ideologici, di motivazioni di carattere simbolico, in grado di coagulare immediatamente una maggioranza che per le vie faticose del consenso informato – la dico con una metafora medica, visto che il Paese sembra ancora affetto da qualche virus patologico – non era altrettanto facile ottenere.

Vale la pena scomodare la storia, per rimarcare una continuità di costumi politici che attraversa da gran tempo il nostro Paese, ma vale la pena anche rimarcare le discontinuità. È vero infatti che in Italia le due Chiese – quella democristiana e quella comunista  – hanno formato i rispettivi popoli forse più dell’identità nazionale, per cui l’appartenenza a un campo oppure all’altro determinava i comportamenti politici ed elettorali – ma anche, a lungo le alleanze sociali – indipendentemente dalle scelte di merito. Era tutta politica, a danno però delle politiche, cioè delle linee concrete di azione e di scelta. Ma è vero pure che, per un largo tratto, quelle chiese hanno svolto almeno un’azione di carattere pedagogico, formato comunità, fornito una coscienza, elaborato elementi di un lessico politico e culturale che ha portato dentro la vicenda del Paese masse ingenti di uomini e donne. Oggi invece rischiamo di avere, di quel passato ideologico, solo il riflesso condizionato, senza più alcuna sostanza sottostante. Continuiamo a schierarci di qua o di là a prescindere, senza più nessun’altra ragione per difendere la scelta. Non nel merito, ma neppure nella collocazione internazionale, o nella visione del mondo. Che visione del mondo si esprime, infatti, nel far cadere Renzi o nel tenerlo su? Nessuna, eppure la partita rischia davvero di ridursi a questo. Con la stessa semplificazione di un tempo, ma con molta meno ragionevolezza di allora. E con davanti una Costituzione da cambiare o da lasciare così com’è.

Forse il Paese avrebbe bisogno di liberarsi da certe tossine, o forse sarebbe sufficiente che non ne assumesse di nuove. Perché mentre a chiacchiere celebriamo la fine delle ideologie, le uniche forze politiche nuove, che non abbiano radici nella storia repubblicana – cioè la Lega dapprima, i Cinquestelle poi – si presentano come movimenti fortemente ideologizzati, in grado di trangugiare qualunque contraddizione in nome di obiettivi puramente simbolici e significativamente distanti da qualunque realtà (la secessione padana, la democrazia diretta grillina).

Così stando le cose, il compito che ha dinanzi il fronte favorevole alla riforma è veramente un compito storico, perché sarà enormemente complicato portare a coincidenza il sì al merito della riforme con l’espressione di voto finale. Ed è dubbio, a questo punto, che ci si riuscirà solo con il fioretto degli argomenti in punta di penna, o con gli inviti a ragionare con pacatezza sugli articoli del nuovo testo costituzionale.

(Il Mattino, 4 ottobre 2016)

Un primo passo verso la normalità

bagnoli

De Magistris a Palazzo Chigi. In una storia universale della distensione, dopo gli storici incontri fra un presidente americano e un segretario generale del partito comunista sovietico – come quello fra Eisenhower e Chruŝčëv, nel 1959, o quello fra Nixon e Breznev, nel 1972, o infine quello di Reykjavik fra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, nel 1986, che mise fine alla guerra fredda – compito dello storico sarà quello di annoverare la visita a Palazzo Chigi del sindaco di Napoli. Nell’anno del Signore 2016, il giorno ventinove settembre, dopo pranzo, con un tiepido sole. L’uomo che aveva derenzizzato la città, il rivoluzionario zapatista (in salsa partenopea), che mai e poi mai avrebbe accettato di stringere la mano del commissario straordinario di Bagnoli, Salvo Nastasi, si è recato alfine, di buon passo, nella Capitale, e dopo essersi intrattenuto per una mezzoretta con il sottosegretario Claudio De Vincenti, ha partecipato alla riunione di lavoro insieme con l’intera delegazione cittadina che lo accompagnava. A quel tavolo Renzi non c’era, ma Salvo Nastasi sì.

Ed è come se Aureliano Buendia, il protagonista di «Cent’anni di solitudine» di Gabriel Garcia Marquez, non si fosse mai trovato dinanzi a un plotone d’esecuzione, o come se, molti anni dopo, avesse infine accettato riconoscimenti del governo.

Ma qui non c’entra la letteratura fantastica, c’entra Napoli, e la necessità non di capitolare, ma almeno di ritrovarsi dentro un corretto percorso istituzionale che non prevede, a norma del testo unico sugli enti locali, la guerra guerreggiata fra i comuni e il governo. Sullo scontro con Palazzo Chigi De Magistris ci ha fatto su una poderosa campagna elettorale, vincendola. Ha indossato i panni del sindaco di strada, ha fatto sventolare altissima la bandiera dell’opposizione all’Esecutivo, ben oltre la normale dialettica politica. Tutto è durato fino a due settimane fa, quando Renzi venne a Napoli, accompagnato proprio da Nastasi. De Magistris dichiarò in quella circostanza che «tenuto conto della presenza al tavolo in delegazione del Commissario su Bagnoli», gli era impossibile accettare l’incontro col Presidente del Consiglio. Ieri, assente Renzi, è proprio il commissario Nastasi che gli è toccato incontrare, per parlare delle «principali problematiche della città, con particolare riferimento al percorso che dovrà condurre all’elaborazione del Patto per Napoli e alla questione del risanamento e del rilancio dell’area di Bagnoli».

Così recita la nota di Palazzo Chigi, ed è per il premier una soddisfazione non piccola. De Magistris ha riconosciuto la necessità che si procedesse con le bonifiche dell’area di Bagnoli. Da sindaco della città di Napoli, ha ovviamente tutto il diritto, e anzi il dovere, di chiedere maggiore condivisione sulla destinazione urbana di quegli spazi e la loro riqualificazione, ma solo ieri ha finalmente convenuto che tale diritto va esercitato nel dialogo fra le istituzioni, e non nello scontro pregiudiziale.

Forse ha contato, in questa fase, una maggiore disponibilità di Renzi, che deve presidiare il fronte del referendum sulla riforma costituzionale. Forse De Magistris ha sentito il fiato sul collo del governatore De Luca, che da Palazzo Santa Lucia rischiava di tagliarlo definitivamente fuori dai più importanti flussi finanziari che dovranno riguardare la città. Forse i quattro gol del Napoli in Champions League lo hanno comprensibilmente messo di buonumore. Ma che sia per l’uno o per l’altro motivo, o semplicemente perché a un sindaco tocca anzitutto amministrare la città, e non solo tuonare contro «il fascismo del terzo millennio» o innamorarsi del «pensiero disallineato», sta di fatto che il sindaco ha messo da parte la contrarietà di principio alla gestione commissariale – finora alimentata da una tenace politica di ricorsi, volta a bloccare ogni iniziativa di risanamento – e ha scelto di ristabilire un clima di collaborazione.

La città liberata che riempie la retorica del Sindaco può dunque tornare a essere la città governata. Forse. Alle confuse pagine della democrazia popolare possono tornare ad affiancarsi quelle scritte con un po’ di linearità in più dalla buona amministrazione. Forse. E se la piccola mortificazione dell’orgoglio napoletano del Sindaco varrà un soprassalto di serietà nell’esercizio delle funzioni, la visita a Palazzo Chigi, il giorno ventinove settembre dell’anno duemilasedici non sarà trascorsa invano. Forse.

(Il Mattino 3o settembre 2016)