Virtù e vizi delle terapie d’urto

pipa

E così quello delle pippe, o delle mezze pippe, è un problema generalizzato, che non tocca solo i Cinquestelle, a cui Vincenzo De Luca dedica spesso le sue affettuosità, ma anche il partito democratico. Così almeno la pensa il presidente della Regione, ed è difficile dargli torto. Nel senso che il partito democratico, in Campania, continua effettivamente a non godere di buona salute. È chiaro che, quando così giudica, De Luca eccettua se stesso, e non v’è chi non capisca quel che dà ad intendere: che una cosa è il partito democratico, un’altra è lui, Vincenzo De Luca. I risultati elettorali, d’altronde, lo dicono chiaramente da gran tempo: De Luca prende voti perché gli elettori premiano la sua esperienza amministrativa, poco importa se sia riconducibile, e in che misura lo sia, al partito democratico o alla metà del campo che occupa il centrosinistra.

Resta il fatto che il Pd non si è ancora riavuto dalla sconfitta alle elezioni comunali di Napoli. Il quadro è infatti, più o meno, il seguente: c’è un pezzo di partito che vorrebbe mantenersi coerente con il tragitto seguito nei mesi dello scontro elettorale, cioè fare opposizione senza se e senza ma a De Magistris. Un altro pezzo, o forse singoli pezzettini, procede invece in ordine sparso. Vuoi perché rifiuta di riconoscersi nella leadership di Valeria Valente, la candidata uscita battuta dal voto di giugno, vuoi perché preferisce ammorbidire i toni per avere una privata (eufemismo) interlocuzione con l’Amministrazione, per un motivo o per l’altro è restio a serrare le fila, e rinvia qualunque discorso di ricompattamento del partito. Poi c’è la grana grande e grossa di Antonio Bassolino, naturalmente, il quale ha tutto l’interesse a dimostrare che il Pd non è in grado di esprimere una proposta politica e programmatica vera, e si auto-elegge interlocutore privilegiato del primo cittadino. Così si fa la sua festa, non invita i compagni di partito ma duetta di buon grado col Sindaco. Che, a sua volta, ha tutto l’interesse a mantenere diviso il campo democratico, e così gli fa volentieri da sponda: nei giorni festivi e forse anche in quelli feriali.

E poi, manco a dirlo, ci sono le correnti, i posizionamenti, le cordate, i notabiliati e i micronotabilati: tutta la fauna, insomma, che Renzi aveva promesso di disboscare con il lanciafiamme, all’indomani delle elezioni.

Ma che fine ha fatto l’arma fine-di-mondo che il premier aveva promesso di usare? Renzi l’ha riposta nel cassetto, forse perché l’impegno nella decisiva partita referendaria gli suggerisce prudenza su tutti gli altri fronti. In particolare su quelli interni. E, in fondo, ha pure lui interesse ad aprire se mai una finestra di dialogo con De Magistris, per demotivare l’elettorato arancione dall’esprimersi con un voto di opposizione al referendum.

Tutto insomma congiura perché sia rinviato a chissà quando il momento in cui rimettere mano al partito. Fra i suoi stessi dirigenti, fra l’altro, non sono pochi quelli che disperano della possibilità di ricostruirlo. Che lo considerano irriformabile. O che ne propongono il reset, l’azzeramento.

Questa sembra essere, peraltro, la ricetta dello stesso De Luca. Che non da oggi, ma da almeno vent’anni imputa ai democratici e alla sua stessa parte politica di non sapere parlare il linguaggio della gente, di deludere le speranze di rinnovamento, e di avere nei propri ranghi «fior di farabutti». I grillini sono solo la conseguenza, non la causa di questa afasia della «politica tradizionale».

Ma il punto di caduta del suo ragionamento – e della sua retorica – è un altro, e viene raggiunto quando chiede al segretario-premier di tirare fuori l’Italia dalla «palude burocratico-amministrativa». Quella della palude è infatti un’immagine a cui De Luca ricorre spessissimo. E che chiarisce anche il principale capo di imputazione che grava su tutte le mezze pippe, grilline o democratiche che siano. Sono tutti degli incapaci. E lo sono prima ancora di essere di destra o di sinistra. De Luca tira una linea: da una parte stanno gli amministratori capaci, dall’altra tutti gli altri. E la gente capisce il linguaggio dei primi, mentre respinge le chiacchiere dei secondi, quelli che quando parlano ti fanno venire «una crisi depressiva».

Ora, è chiaro che questo schema De Luca sa interpretarlo alla perfezione. Che dentro di esso sia possibile ricostruire una comunità di partito, in grado tenere insieme le sue molte e diverse anime è, però, alquanto dubbio. E tuttavia la via alternativa, schiettamente leaderistica, rischia di essere solo una scorciatoia, o il surrogato di una vera soluzione alle difficoltà del partito democratico, alla sua crisi d’identità e di linea politica, se non trova contrappesi in un’organizzazione e in una classe dirigente all’altezza dei compiti. A Roma come a Napoli, forse, il problema è lo stesso.

(Il Mattino, 5 ottobre 2016)

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