La politica del ‘lasciar fare’ nel deserto amministrativo

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«Incapacitazione istituzionale»: parole difficile ma concetto semplice. Vuol dire: le istituzioni non sono capaci, non ce la fanno, non riescono a programmare, non hanno una visione, non sviluppano una serie coerente di azioni. In una parola: non governano. Che sia questa la formula vincente dell’autogoverno napoletano?

Non si tratta infatti delle istituzioni in genere ma del Comune di Napoli, negli anni che vanno dal 2011 al 2016. Gli anni di De Magistris sindaco. Il verdetto si può leggere nel rapporto annuale che il Centro nazionale di studi per le politiche urbane, Urban@it, presenta oggi a Bologna. Sette le città prese in esame, e, tra queste, Napoli. Gli autori, Giovanni Laino e Daniela Lepore, scrivono in punta di penna, come si conviene in un lavoro scientifico, depurando l’analisi da giudizi troppo politicamente connotati. Ma chi vuol capire capisce. Fin dalle prime righe: De Magistris è stato rieletto «con una proposta centrata sull’opposizione al governo (Napoli città derenzizzata) e non su bilanci di mandato». Votando De Magistris, gli elettori hanno espresso un giudizio non sulle politiche, non sull’azione amministrativa, ma sui simboli, su un’idea di autogoverno delle comunità locali che dovrebbe addirittura fare di Napoli la capofila delle «città ribelli». Auguri. Ma la domanda, formulata con garbo e senza motivi polemici, arriva subito: le città ribelli, d’accordo, la rivoluzione zapatista anche, ma si saprà occupare De Magistris, almeno in questo secondo mandato, pure dell’«ordinaria amministrazione, fin qui abbastanza trascurata», e di «temi cruciali in stallo da anni»?

Il fatto che il secondo mandato sia, per legge, anche l’ultimo, spinge inevitabilmente il sindaco a guardare oltre Palazzo San Giacomo, in cerca di un futuro politico ancora tutto da costruire, possibilmente su un palcoscenico nazionale. E ciò, ovviamente, non lascia sperare in una maggiore qualità dell’impegno per le periferie o per il welfare municipale. Ma il Rapporto non si preoccupa di formulare prognosi, offre piuttosto qualche elemento di diagnosi. Come procede, allora, la giunta arancione? Ecco il giudizio: «si fa largo uso di politiche simboliche, che ora però non accompagnano programmi o visioni a medio-lungo termine. La narrazione si appoggia piuttosto alle molte micro-politiche e al lasciar fare, non tanto come possibili inneschi di processi più complessi, ma perché l’agire minimale permette di mostrare risultati». Forse la prosa asciutta e quasi anodina di due professori della Federico II non lascia subito vedere cosa c’è sotto le micro-politiche e l’agire minimale. Ma in soldoni significa: il Comune non ha una lira e non mette soldi, la macchina comunale funziona poco e male, si procede dunque a spizzichi e bocconi, condendoli però con una retorica ottima e abbondante: la città liberata, i beni comuni, lo sviluppo sostenibile, la partecipazione popolare e l’autogoverno.

Quanto sia liberata la città – Lungomare a parte – il Rapporto non lo dice. Come sia liberata, però, sì. Lasciando fare. Se i soldi non ci sono, e io Comune non riesco a fare manutenzione, a risistemare spazi, suoli, edifici, quel che posso fare è lasciare che attori ben individuati, che legittimo in nome dell’utilità sociale o della produzione culturale, se ne approprino, li volgano a proprio uso e si regolino per conto loro. Le regole, infatti, le faccio alla bisogna, le procedure le invento ad hoc, e soprattutto i costi, gli oneri e gli obblighi li abbatto o li aggiro di un bel po’.

Che cosa ha che non va, un simile stile di governo? Ai napoletani piace, a giudicare almeno dal consenso di cui il Sindaco gode, e fra le pieghe del Rapporto si capisce che forse piace soprattutto per mancanza di alternative credibili, non consumate da precedenti esperienze politico-amministrative. Ma rimane un ‘idea di governo urbano dal fiato terribilmente corto. Viziata, per l’appunto, dall’«incapacitazione istituzionale», e quasi ignara dei principi di efficienza ed efficacia della buona amministrazione. Come se Napoli, non avendo una tradizione di civil servant, ne potesse fare a meno. Non a caso, rimangono irrisolti tutti i grandi nodi dello sviluppo della città: da Bagnoli a Napoli est, passando per il grande programma del centro storico.

Una cosa però è chiara, anche se nel Rapporto viene detta solo tra le righe: ad onta della ideologia benecomunista, a tenere il governo della città sono un pugno molto ristretto di fedelissimi, di cui il Sindaco si circonda. E ad onta delle strilla contro i poteri forti, quando serve si cercano interlocuzioni riservate ben al riparo di qualunque dibattito pubblico partecipativo.

E così la giunta De Magistris, qualunque cosa abbia davvero scassato, ha finito in realtà col riprodurre quell’antico scollamento fra la napoletanità declamata e la vita effettiva dei napoletani, che da sempre funge da richiamo ma anche da schermo ai problemi veri della città. Come se bastasse far casino, per meritarsi il titolo di creativi o di rivoluzionari. Dalle parti dell’Apple Academy, inaugurata ieri, nessuno, per fortuna, si illude che sia così.

(Il Mattino, 8 ottobre 2016)

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