La sfida nel Pd e il declino del riformismo

unexpected_meeting_palette_knife_by_leonid_afremovLe prime giornate d’autunno, le prime piogge, i primi freddi, sono il clima più indicato per quei quesiti esistenziali che nei momenti di crisi, o di passaggio, inevitabilmente affiorano. Ma se i dubbi riguardano le scelte politiche, allora non è nelle condizioni atmosferiche che bisogna cercare la ragione per cui compaiono. La Direzione del partito democratico si è conclusa con un voto unanime, ma la minoranza di Bersani, Cuperlo e Speranza ha scelto di non votare: le distanze, dunque, permangono. E il paradosso è che esse riguardano meno, molto meno il merito della riforma costituzionale, che l’Italicum, la legge elettorale. I prossimi giorni e le prossime settimane, comunque, ci diranno se l’iniziativa avviata da Renzi per «togliere l’alibi» alla minoranza interna, sortirà qualche effetto.

Ma se si solleva un po’ lo sguardo da questa partita molto tattica, fatta di mosse e contromosse, di frenate e aperture, di reciproci logoramenti e reciproche diffidenze, si vedrà, in un orizzonte più largo, non il cielo grigio di Roma e le prime foglie gialle, ma lo stato della sinistra riformista in Europa. Uno stato che definire di crisi è usare un tenero eufemismo. In Gran Bretagna, Corbyn sembra rinchiuso in una ridotta sempre più angusta, tanto che spunta di nuovo il nome di Tony Blair come ciambella di salvataggio per un partito sempre più lontano da un profilo di governo. In Francia Hollande è ancora in sella, ma il cavallo socialista pare giunto a fine corsa, e si avvicina l’eventualità di un ballottaggio per le presidenziali in cui la sinistra dovrà ingoiare l’amaro boccone di votare una destra presentabile e repubblicana, pur di fermare l’avanzata del lepenismo. In Germania la Merkel è in difficoltà, ma ad incalzarla  non sono i socialdemocratici. I quali sono da tempo entrati in una logica rassegnata, da «second best»: ipotizzare che possano andare oltre la partnership di minoranza in una grande coalizione è, al momento, complicato. In Spagna, infine, i socialisti sono in una profonda crisi di leadership, ben lontani dal costruire, da posizioni di forza, un orizzonte egemonico. Il resto d’Europa conferma, anzi aggrava questo quadro.

Ma al di là delle problematiche congiunture elettorali, è sul piano culturale che è sempre più difficile capire in che cosa i socialisti europei si differenzino dalle formazioni moderate o conservatrici. In che cosa l’agenda sui temi fiscali, del welfare, dell’immigrazione, della sicurezza, della stessa costruzione politica dell’Unione permetta di tirare un discrimine chiaro e netto.Di che cosa parlano, quali bisogni individuano come prioritari, quali domande sociali, quali interessi e anche quali ideali. Tutti i partiti che aderiscono al gruppo socialista del Parlamento europeo si definiscono progressisti, ma che cosa questa etichetta significhi è perlomeno dubbio: progressista è chi vuole una più stretta unione politica, o chi difende il welfare nazionale? Forse progressista è chi vuole politiche inclusive verso i migranti, e più ampi diritti di cittadinanza, ma allora perché tra i socialisti europei ci sono pure quelli dei muri e dei respingimenti? E l’euro: è stato o no un progresso? Lo si può dire forte e chiaro (e lo si può dire con la stessa forza e chiarezza a Roma, Atene e Berlino)? La  globalizzazione, l’internazionalizzazione dei mercati, le nuove tecnologie: fattori di progresso o seminatrici di paure?

La verità è che, come molti osservatori hanno notato, le linee di faglia lungo le quali si struttura il confronto politico si spostano, ed oggi la linea principale è saldamento presidiata dalle formazioni populiste. Che parlano oggi la lingua a tutti comune: la casta, i costi della politica, la corruzione e l’onestà. A questi temi si aggiungono quelli che articolano i timori di questo inizio di millennio, su cui la destra sembra avere più argomenti: lo straniero, il musulmano, la crisi ecologica, il terrorismo. Qual è invece il lessico della sinistra? Difficile trovare le parole. C’è chi considera questo spostamento di campo – di linguaggi, di emozioni, di convinzioni – un effetto della lenta, ma inesorabile consumazione ideologica dei partiti tradizionali, e chi invece capovolge il rapporto, e ritiene che sia l’emergere di nuove istanze, di nuove soggettività, di nuovi scenari globali ad accompagnare le diverse declinazioni del socialismo europeo verso la porta di uscita della storia. Che sia in un modo o nell’altro, il risultato sotto gli occhi è un pesante ingolfamento della tradizione riformista, che non riesce da tempo a indicare un futuro possibile verso il quale orientare le cuori e le menti di quella specie di umanità – oggi un po’ più rara di ieri – che rimane l’umanità europea.

Certo è ingeneroso usare questo metro lungo per giudicare l’esito della Direzione del Pd, il cui orizzonte era disegnato molto più ravvicinatamente dall’appuntamento di dicembre. Ma se la partita interna si accontenterà di rappresentarsi come la sfida tra quelli che hanno i voti, e spregiudicatamente comandano, e quelli che conservano il senso della sinistra, e molto si dolgono, allora si farà sempre più probabile che il destino del partito democratico si unisca, prima o poi, a quello dei partiti fratelli.

(Il Mattino, 12 ottobre 2016)

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