Sì al referendum, crepe in Forza Italia

acquisizione-a-schermo-intero-19102016-093438-bmpA Pomigliano, Forza Italia, dal sindaco in giù, vota sì al referendum costituzionale del 4 dicembre. E nel resto del Paese? La posizione ufficiale del partito, quella che – per capirci – viene interpretata quotidianamente (e instancabilmente) da Renato Brunetta, è contraria alla riforma. Ma gli argomenti con i quali quella posizione viene spiegata mostrano ogni giorno di più la loro fragilità. Perché Forza Italia è contraria? Perché è una riforma pasticciata? Può darsi, ma allora perché, nei passaggi parlamentari che hanno preceduto l’approvazione finale, Forza Italia ha votato insieme con la maggioranza? Se del resto si fa la storia del testo della riforma, si vedrà anzi che proprio il dialogo con l’opposizione (e con la minoranza interna al Pd) ha contribuito a rendere un po’ meno lineare il disegno iniziale. Dunque che senso ha, ora, farne un capo d’accusa?

Allora sarà perché, nel merito, Forza Italia è contraria al rafforzamento del circuito fiduciario fra Parlamento e governo, che consegue dalla fine del bicameralismo paritario? Proprio per niente. Quando nel 2006 fu il centrodestra a tentare di riformare la Costituzione, si spinse anche più avanti in questa direzione, cercando di introdurre una forma di premierato assoluto – come fu battezzato –. Rispetto a quell’impianto, la legge targata Renzi-Boschi è più timida, e rimane ancora ben dentro l’alveo del parlamentarismo, ma come fa il centrodestra a preferire lo status quo rispetto al passo che la riforma compie in direzione di una maggiore stabilità di governo? Bisogna allora che il motivo stia altrove. È colpa della revisione del titolo V della Costituzione, della ridefinizione dei rapporti fra Stato centrale e enti locali? Può darsi, ma sorprende trovare nelle file del centrodestra difensori dell’attuale dettato costituzionale, che fu imposto a colpi di maggioranza dal centrosinistra nel 2001, e che quasi più nessuno difende. Perché Forza Italia non lascia invece alla Lega il compito di criticare il neocentralismo della riforma, e si riconcilia con un pezzo della propria tradizione ideologica e culturale?

Insomma, da qualunque parte la si guardi, questa riforma costituzionale non sembra scritta per dispiacere all’elettorato di centrodestra: vuoi perché è nata da un accordo ampio, che ha retto alle prime letture in Parlamento, salvo poi essere sconfessato con la rottura del patto del Nazareno; vuoi perché risponde ad alcune esigenze obiettive, da lungo tempo avvertite, e che solo condizioni politiche avverse non hanno fin qui permesso che venissero soddisfatte.

E questo, in realtà, è il punto: la contrarietà di Forza Italia a Renzi è tutta politica, ed è l’equivalente di quella singolare dichiarazione di esistenza in vita che a volte i comuni chiedono ai loro cittadini per astrusi motivi (posto che venga rilasciato ancora un certificato del genere). Per esistere, Forza Italia – o meglio: quel che resta dei suoi gruppi dirigenti – vota no. Ma è un calcolo così poco felice, che Silvio Berlusconi preferisce, in questa fase almeno, non metterci la faccia. Tutti i leader politici sono impegnati  in campagna elettorale: tutti meno Berlusconi. Certo, pesano le condizioni di salute, e una limitata agibilità politica. Ma quale che sia il motivo, sta il fatto che il Cavaliere si tiene molto alla larga dal ring elettorale. E dal mondo berlusconiano – dalla famiglia, dalle aziende del gruppo – vengono segnali che vanno più in direzione di Pomigliano d’Arco che verso i palazzi romani, dove rimane asserragliata l’intendenza di Forza Italia. Il disagio, insomma, è palpabile. La preoccupazione, anche. E la distanza fra la posizione politica presa, e la consonanza con i temi della riforma costituzionale grande abbastanza perché risulti difficile spiegarla se non, appunto, come il pronunciamento politico di una forza di opposizione che ha deciso di puntare tutto sulla caduta di Renzi.

Ma è un calcolo infelice, dicevamo. E per più di una ragione.

Anzitutto, non è detto affatto che Renzi cadrà. Né è detto che, qualora fosse costretto a rassegnare le dimissioni per la vittoria del no, non saprà comunque avvantaggiarsi della situazione che si determinerà, come ha spiegato ieri Calise su questo giornale: quasi la metà dell’elettorato sicuramente (più del 40% delle europee) sarà infatti con lui, e peserà compattamente alle politiche, dove invece le opposizioni saranno assai divise. In secondo luogo, il no significa Salvini e significa Grillo molto più di quanto voglia dire Forza Italia, e un centrodestra moderato e liberale, protagonista della modernizzazione del Paese. Di un centrodestra simile rimarrà anzi molto poco, quando la scena sarà conquistata da leghisti e pentastellati. Infine, il progetto politico che Berlusconi ha affidato a Parisi sarà morto in culla, ancor prima di farsi le ossa in una competizione elettorale. Del resto, si vede già ora che Parisi mastica molto male il no alla riforma, e che la sua voce quasi non si sente, sopraffatta com’é dai comunicati di Brunetta o di Giovanni Toti. Insomma, la ripartenza di Forza Italia poteva stare dentro un patto di riscrittura della costituzione, volto a definire i lineamenti del futuro ordinamento repubblicano. La si è voluta rinviare per un calcolo molto contingente, e di assai più corto respiro: per non dare una mano a Renzi. Quando invece, a ben vedere, era il centrodestra che di una mano aveva, ed ha, ancor più bisogno.

(Il Mattino, 18 ottobre 2016)

 

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