Archivi del giorno: ottobre 24, 2016

Quelli che dicono no

sondaggi-referendum-costituzionale-1La pubblicazione dei sondaggi, a poco meno di un mese e mezzo dall’appuntamento elettorale, non consente di fare previsioni sull’esito della sfida. Il No perde lievemente terreno ma rimane davanti. I margini tra gli opposti schieramenti del Sì e del No sono tuttavia troppo esigui, perché sia ragionevole considerare già acquisito il risultato. La quota di indecisi è ancora troppo alta, e probabilmente rimarrà tale fino all’ultimo o quasi, visto che una buona fetta di elettori decide nella settimana immediatamente precedente il voto.

I dati disponibili sono tuttavia interessanti, perché riproducono, su un altro piano, una caratteristica strutturale del nostro Paese. L’Italia è un Paese diviso. Lo è stata storicamente e geograficamente, e continua ad esserlo anche nelle manifestazioni di voto sulla riforma costituzionale. I punti percentuali oscillano tra un istituto di sondaggio e l’altro, ma concordano nel delineare le aree anagrafiche, geografiche e sociali in cui vince il Sì oppure il No.

A votare per il No sono infatti in prevalenza i giovani, i meridionali, e i meno istruiti. Con qualche arrotondamento non arbitrario, si possono riunire tutte queste categorie sotto una voce comune: gli svantaggiati. A votare No sono quelle categorie di persone che si trovano in posizione di svantaggio. Se disponessimo di statistiche relative al reddito, avremmo molto probabilmente conferma di ciò (anche perché il gap tra Nord e Sud del paese è innanzitutto relativo alle condizioni economiche):il No cresce con il crescere dell’incertezza e della paura riguardo al futuro, che è tanto maggiore quanto più indietro ci si trova nella scala sociale, nella dotazione culturale, nel potere reale di acquisto. Ciò è particolarmente evidente in relazione ai livelli di istruzione: le analisi OCSE sul valore delle istituzioni educative assegnano ai laureati italiani un premio stipendiale, rispetto a chi si ferma alle superiori, pari a circa il 40%. I diplomati sono dunque più svantaggiati: e infatti votano No. E la percentuale del No cresce ulteriormente tra coloro che posseggono solo la licenza media o elementare.

Quanto ai giovani: il loro svantaggio, rispetto al termine opposto della coppia, agli anziani, c’è, anche se è di carattere dinamico, non statico. Gli uni temono per la pensione, ma sono pur sempre dentro un certo sistema di assicurazione sociale; gli altri non trovano lavoro, e temono che non godranno mai di valide tutele ed opportunità.

Gli svantaggiati, dunque. O anche: i perdenti. Nelle cui file vanno annoverati pure quelli che semplicemente rinunciano a giocarsi la partita (o magari a pensare che la vita sia una partita).

Ora, è chiaro che la fotografia dell’Italia scattata dai rilevamenti degli istituti demoscopici pone un problema non piccolo. Si può infatti intendere così: la sfida della modernizzazione istituzionale non viene raccolta da coloro che sono più indietro: non è per loro e non li riguarda. E dunque essi rischiano di entrare nel nuovo ordinamento repubblicano che la riforma si propone di disegnare solo come un peso, come una zavorra. Formano la parte di coloro che non sono parte del nuovo corso istituzionale. Il filosofo francese Jacques Rancière dà esattamente questa definizione della democrazia: è quel regime del quale partecipano coloro che non hanno alcuna parte nella partizione dei beni, delle cariche o degli onori. Da questo punto di vista, il disegno riformatore rischia davvero di restringere il circuito democratico: non già per il modo in cui regola i rapporti fra governo e Parlamento, o per il modo in cui si eleggerà il Presidente della Repubblica. Le preoccupazioni che si avanzano infatti su questo terreno sono oggettivamente infondate, a meno di non ritenere che avvicinarsi agli altri Paesi europei – che non hanno due Camere che votano la fiducia e hanno in genere poteri esecutivi più robusti di quelli di cui gode il nostro Presidente del Consiglio – configuri comunque una svolta autoritaria.

No, il punto non è questo, ma riguarda piuttosto la possibilità di riconoscimento sociale e politico che le istituzioni del Paese sono in grado di offrire. Certo: alla generalità dei cittadini; ma in particolare a coloro che, non godendo di privilegi censuali, familiari o intellettuali, affidano alla partecipazione politica la possibilità di un’affermazione personale e sociale.È questo il valore democratico dell’uguaglianza, che, evidentemente, la parte svantaggiata del Paese a tutt’oggi non considera che si avvicini grazie alla riforma.

Nel diffondersi di così profondi sentimenti di sfiducia c’è sicuramente una grande responsabilità della classe politica. Non solo italiana ma europea, perché dinamiche simili si registrano anche nel resto del continente, e lo stesso voto di giugno sulla Brexit ne è parso segnato.

La modernizzazione – si dirà –ha i suoi vinti e i suoi vincitori. Ed è così, più o meno ineluttabilmente. Ma i pilastri su cui ha poggiato il progetto moderno formano ancora oggi il suo perimetro. Sono ancora la secolarizzazione, l’individualismo, il mercato, la civilizzazione, l’autonomia della sfera pubblica, la sovranità popolare a determinare l’immaginario sociale moderno, per dirla con Charles Taylor. La differenza vera sembra farla, dunque, non già un mutamento nell’autocomprensione del mondo e di noi stessi, quanto piuttosto l’assenza di un vero investimento, reale e simbolico, sulla politica. Le trasformazioni potenti del mondo sembrano tutte consegnate alla forza impetuosa della tecnologia e dell’economia – o forse consegnate, e perciò alienate, nell’unica ambito capace di rivoluzioni: quello rutilante dello spettacolo – mentre poco o nulla ci si aspetta da una nuova elezione, o più radicalmente, dallo stabilirsi di un nuovo ordine politico. Il No sembra caricarsi dunque di questo significato, ed è davvero la sfida più grande per i sostenitori del Sì: dimostrare che la riforma può essere il principio di un cambiamento reale, in grado di ridare speranza anche a settori marginali della società. Non, insomma, la mossa giocata su una scacchiera di cui gli svantaggiati non comprendono, oppure non vogliono comprendere, le regole del gioco.

Il Mattino, 23 ottobre 2016 (uscito col titolo Perché i giovani hanno paura di cambiare)

Dylan sul monte Moria

16144257-mmmainL’arte di scomparire. Ma non poi tanto, visto che continua a tenere i suoi concerti regolarmente. Bob Dylan non ha dichiarato nulla, dopo che l’Accademia svedese gli ha conferito il premio Nobel per la letteratura. Non ha fatto un plissè: non una piega. Tanto che nessuno sa, a tutt’oggi, se si recherà a Stoccolma per ricevere l’ambito alloro, oppure continuerà imperturbato a suonare e cantare, come se il premio lo avessero dato a qualcun altro. Una traduzione molto poco lirica di questo atteggiamento potrebbe essere: a Dylan il Nobel non fa né caldo né freddo. Tanto poco gli interessa che non si premura nemmeno di farcelo sapere. Philip Roth, eterno candidato, starà masticando amaro, Don Delillo, l’altro grande scrittore americano in odore di Nobel, ha fatto invece il gesto nobile e cavalleresco di commentare e apprezzare; lui, Bob Dylan, no, nulla di tutto questo. Il mondo intero sta lì a chiedersi se sia giusto che venga premiato un cantautore, se è poesia quella che ha bisogno del rinforzo della musica e della voce (e – non dimentichiamolo – del microfono), se non ci sia un cedimento alle ragioni dello spettacolo; lui non se ne cura. Come se la cosa non lo riguardasse. A questo punto, vada o no a ritirare il premio, cambia poco. Andare fino a Stoccolma per tenere il broncio non è il caso: se proprio non gliene frega nulla, se non vuol tenere un bel discorso, se non vuole stringere mani e fare inchini, se ne rimanga pure negli States, difenda fino all’ultimo la sua infrangibile coerenza.

Già, ma che cos’è questa coerenza? Una sorta di rifiuto a piegarsi al corso del mondo? Può darsi, e può darsi anche che sia cosa nobile e giusta. Ma andiamo con ordine: si può rifiutare il premio e tuttavia farlo dichiarando le proprie ragioni, declinandole in pubblico, facendo cioè quel minimo passo che consiste nel riconoscimento dell’istituzione a cui pure ci si sottrae: avere un minimo di garbo, chiedere magari comprensione e rispetto per le proprie scelte, piuttosto che fare supremo sfoggio di noncuranza. Dylan no, non concede nemmeno questo.

L’unica figura che gli si può fare accanto è quella del cavaliere della fede. Il cavaliere della fede è Abramo, a cui Dio chiede di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo, che ha un rapporto assoluto con l’Assoluto, obbedisce, lascia tutto e sale sul monte per compiere il sacrificio. E non dice una parola: non dà spiegazioni e non ne chiede. È Il filosofo Kierkegaard a sottolinearlo: anche Agamennone, l’eroe greco, è disposto a sacrificare la propria figlia, ma se lo fa è perché abbia fortuna la spedizione per la conquista di Troia. Ma soprattutto Agamennone parla, si esprime innanzi a una comunità, si riconosce in un popolo. Abramo no: lui è solo, abissalmente distante da chiunque non sia il suo Dio. Compie cioè, con la sua fede, una capriola oltre l’etica, oltre le ragioni e i valori universali. Fa una cosa letteralmente incomprensibile, forse persino a se stesso, e perciò rimane muto, senza parole, chiuso in una dimensione assolutamente singolare e impartecipabile.

Ora, un premio Nobel non è un figlio, e Dylan non è Abramo: questo è certo. Né si può pensare che verrà un Angelo a fermare la sua mano (o a sciogliere la sua lingua). Ma siccome l’inflessibile coerenza di cui Dylan sta facendo sfoggio, non modificando di un millimetro la sua agenda quotidiana, è la stessa del patriarca biblico, è lecito tentare l’analogia. Se non altro per capire cosa sta succedendo. Non a Dylan, nella sua testa, non nel teatro della sua mente o dei suoi individualissimi fantasmi, ma a noi, al corso del mondo, cioè allo spazio pubblico in cui ci sono, insieme a molte altre cose, anche istituzioni come i premi letterari. Che quando sono prestigiosi e universalmente celebrati provano a far da segnaposto: a dire dove ci troviamo e che cosa ci sta capitando.

Ecco, per fare un altro esempio: Jean Paul Sartre rifiutò il premio, nel lontano 1964. Ma lo fece rumorosamente e, per dir così, in parole e opere. Mandò addirittura una lettera all’Accademia prima ancora che il premio gli venisse assegnato, con tanto di rispettosissima chiusa formale: «La prego – scrisse al Segretario dell’Accademia – di accettare le mie scuse e di credere alla mia altissima considerazione». Dopo la comunicazione, oltre a dirsi in un’intervista profondamente dispiaciuto, addusse ragioni, rivendicò il ruolo politico dell’intellettuale, si produsse persino in un auspicio per la vittoria del socialismo: non fece, insomma, il mulo, come Abramo.

Dylan ci lascia invece senza una parola. Forse il premio lo ritira (e con il premio l’assegno), forse no. Forse ci sono idiosincrasie talmente personali che non mette conto parlarne. O magari si tratta semplicemente di un carattere brutto e intrattabile. Oppure si vuole dare perfidamente il cattivo esempio: perché altri lo seguano e il premio finiscano con l’essere resi irrilevanti, come persino il Nobel per un tipo, almeno,tosto come lui.

Come che stia la cosa, poiché non è da credere che con Dylan vi sia un dio che lo conduca sul monte Moria invece che a Stoccolma, quel che il suo cocciuto silenzio, la sua ostinata indifferenza mostra, volente o nolente, è che le ragioni dell’uomo, quelle dell’arte e quelle delle istituzioni non ingranano più come una volta, le une con le altre.

«I would prefer not to», dice Bartleby lo scrivano in un celebre racconto di Melville. Preferirei di no: qualcosa di meno di un rifiuto, eppure ostinato quanto basta per mantenere una irriducibile distanza che è, insieme, una sconfitta. Del cavaliere della fede o del corso del mondo? Forse di tutti e due. Perché se il premio è ben dato, allora non ha valore; e se invece ha valore, allora non è ben dato.

Il Mattino, 22 ottobre 2016 (uscito col titolo Il Dylan maleducato che esalta i seguaci)