Dylan sul monte Moria

16144257-mmmainL’arte di scomparire. Ma non poi tanto, visto che continua a tenere i suoi concerti regolarmente. Bob Dylan non ha dichiarato nulla, dopo che l’Accademia svedese gli ha conferito il premio Nobel per la letteratura. Non ha fatto un plissè: non una piega. Tanto che nessuno sa, a tutt’oggi, se si recherà a Stoccolma per ricevere l’ambito alloro, oppure continuerà imperturbato a suonare e cantare, come se il premio lo avessero dato a qualcun altro. Una traduzione molto poco lirica di questo atteggiamento potrebbe essere: a Dylan il Nobel non fa né caldo né freddo. Tanto poco gli interessa che non si premura nemmeno di farcelo sapere. Philip Roth, eterno candidato, starà masticando amaro, Don Delillo, l’altro grande scrittore americano in odore di Nobel, ha fatto invece il gesto nobile e cavalleresco di commentare e apprezzare; lui, Bob Dylan, no, nulla di tutto questo. Il mondo intero sta lì a chiedersi se sia giusto che venga premiato un cantautore, se è poesia quella che ha bisogno del rinforzo della musica e della voce (e – non dimentichiamolo – del microfono), se non ci sia un cedimento alle ragioni dello spettacolo; lui non se ne cura. Come se la cosa non lo riguardasse. A questo punto, vada o no a ritirare il premio, cambia poco. Andare fino a Stoccolma per tenere il broncio non è il caso: se proprio non gliene frega nulla, se non vuol tenere un bel discorso, se non vuole stringere mani e fare inchini, se ne rimanga pure negli States, difenda fino all’ultimo la sua infrangibile coerenza.

Già, ma che cos’è questa coerenza? Una sorta di rifiuto a piegarsi al corso del mondo? Può darsi, e può darsi anche che sia cosa nobile e giusta. Ma andiamo con ordine: si può rifiutare il premio e tuttavia farlo dichiarando le proprie ragioni, declinandole in pubblico, facendo cioè quel minimo passo che consiste nel riconoscimento dell’istituzione a cui pure ci si sottrae: avere un minimo di garbo, chiedere magari comprensione e rispetto per le proprie scelte, piuttosto che fare supremo sfoggio di noncuranza. Dylan no, non concede nemmeno questo.

L’unica figura che gli si può fare accanto è quella del cavaliere della fede. Il cavaliere della fede è Abramo, a cui Dio chiede di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo, che ha un rapporto assoluto con l’Assoluto, obbedisce, lascia tutto e sale sul monte per compiere il sacrificio. E non dice una parola: non dà spiegazioni e non ne chiede. È Il filosofo Kierkegaard a sottolinearlo: anche Agamennone, l’eroe greco, è disposto a sacrificare la propria figlia, ma se lo fa è perché abbia fortuna la spedizione per la conquista di Troia. Ma soprattutto Agamennone parla, si esprime innanzi a una comunità, si riconosce in un popolo. Abramo no: lui è solo, abissalmente distante da chiunque non sia il suo Dio. Compie cioè, con la sua fede, una capriola oltre l’etica, oltre le ragioni e i valori universali. Fa una cosa letteralmente incomprensibile, forse persino a se stesso, e perciò rimane muto, senza parole, chiuso in una dimensione assolutamente singolare e impartecipabile.

Ora, un premio Nobel non è un figlio, e Dylan non è Abramo: questo è certo. Né si può pensare che verrà un Angelo a fermare la sua mano (o a sciogliere la sua lingua). Ma siccome l’inflessibile coerenza di cui Dylan sta facendo sfoggio, non modificando di un millimetro la sua agenda quotidiana, è la stessa del patriarca biblico, è lecito tentare l’analogia. Se non altro per capire cosa sta succedendo. Non a Dylan, nella sua testa, non nel teatro della sua mente o dei suoi individualissimi fantasmi, ma a noi, al corso del mondo, cioè allo spazio pubblico in cui ci sono, insieme a molte altre cose, anche istituzioni come i premi letterari. Che quando sono prestigiosi e universalmente celebrati provano a far da segnaposto: a dire dove ci troviamo e che cosa ci sta capitando.

Ecco, per fare un altro esempio: Jean Paul Sartre rifiutò il premio, nel lontano 1964. Ma lo fece rumorosamente e, per dir così, in parole e opere. Mandò addirittura una lettera all’Accademia prima ancora che il premio gli venisse assegnato, con tanto di rispettosissima chiusa formale: «La prego – scrisse al Segretario dell’Accademia – di accettare le mie scuse e di credere alla mia altissima considerazione». Dopo la comunicazione, oltre a dirsi in un’intervista profondamente dispiaciuto, addusse ragioni, rivendicò il ruolo politico dell’intellettuale, si produsse persino in un auspicio per la vittoria del socialismo: non fece, insomma, il mulo, come Abramo.

Dylan ci lascia invece senza una parola. Forse il premio lo ritira (e con il premio l’assegno), forse no. Forse ci sono idiosincrasie talmente personali che non mette conto parlarne. O magari si tratta semplicemente di un carattere brutto e intrattabile. Oppure si vuole dare perfidamente il cattivo esempio: perché altri lo seguano e il premio finiscano con l’essere resi irrilevanti, come persino il Nobel per un tipo, almeno,tosto come lui.

Come che stia la cosa, poiché non è da credere che con Dylan vi sia un dio che lo conduca sul monte Moria invece che a Stoccolma, quel che il suo cocciuto silenzio, la sua ostinata indifferenza mostra, volente o nolente, è che le ragioni dell’uomo, quelle dell’arte e quelle delle istituzioni non ingranano più come una volta, le une con le altre.

«I would prefer not to», dice Bartleby lo scrivano in un celebre racconto di Melville. Preferirei di no: qualcosa di meno di un rifiuto, eppure ostinato quanto basta per mantenere una irriducibile distanza che è, insieme, una sconfitta. Del cavaliere della fede o del corso del mondo? Forse di tutti e due. Perché se il premio è ben dato, allora non ha valore; e se invece ha valore, allora non è ben dato.

Il Mattino, 22 ottobre 2016 (uscito col titolo Il Dylan maleducato che esalta i seguaci)

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