Archivi del giorno: novembre 3, 2016

La democrazia e i giochi pericolosi

alfano

L’idea di Angelino Alfano, di rinviare il referendum costituzionale, non ha fatto molta strada. Il ministro dell’Interno l’aveva avanzata con molta prudenza, sostenendo che c’era soltanto, da parte del governo, una disponibilità a valutare l’ipotesi nel caso in cui le opposizioni avessero avanzato una richiesta in tal senso. Ma le opposizioni hanno comunicato subito, a stretto giro di posta, la loro posizione: non se ne parla nemmeno. E la cosa è finita là.

Come poteva essere altrimenti? Come si poteva immaginare che i Salvini, i Grillo e i Brunetta chiedessero per favore di lasciar perdere, e che dall’altra parte Renzi, quello che ha cominciato tutto con lo slogan “Adesso”, si risolvesse per il rinvio della data? Solo chi non ha seguito i due anni di navigazione del governo Renzi, e chi, prima ancora, non ricorda che questa legislatura è partita, sotto l’egida dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il mandato esplicito di realizzare le riforme, può credere che dopo i numerosi passaggi parlamentari, dopo il voto di Camera e Senato, dopo l’indizione del referendum, dopo l’apertura della campagna elettorale, sia ancora possibile fermare il treno in corsa.

Angelino Alfano lo ha pensato per davvero? Difficile a credersi. Più probabilmente, ha pensato – o ha dato voce a chi pensa – che l’eventualità di una vittoria del No rappresenta un pericolo troppo grande che il Paese non può correre, e che dunque è necessario trovare una via d’uscita. O perlomeno prendere tempo, procrastinare, e usare i margini concessi dal rinvio del voto per una precisa manovra politica. Se infatti per far passare il referendum – questo è il ragionamento che circola in certi ambienti – bisogna scindere il suo esito dagli altri temi che nel corso della campagna si sono ad esso sovrapposti – la legge elettorale, la sorte del governo e della legislatura, il destino del premier – e se a questo fine non basta la correzione di rotta, impressa sul piano della comunicazione nelle ultime settimane, bisogna evidentemente fare di più.

Si è già data disponibilità a cambiare la legge elettorale? In effetti, è un’esigenza formulata a chiare lettere anche dal Presidente Napolitano, che Renzi stesso ha finito con l’accogliere nella Direzione nazionale del suo partito. Ma ecco: siccome non basta ancora, siccome i sondaggi rimangono sul filo e danno anzi il Sì un passo indietro, bisogna mostrare una più grande disponibilità: a superare anche il governo Renzi, se fosse necessario, per avere in cambio il sì alla riforma. Ecco allora che prende corpo l’ipotesi: un rinvio, dettato dall’emergenza terremoto, e qualche mese per costruire un diverso scenario politico in cui non sia più Renzi l’unico dominus della situazione. Un modo per cuocerlo a fuoco lento, o semplicemente per creare le condizioni perché passi la mano. In maniera indolore o traumatica si vedrà, ma intanto si sarà trovata una maniera per decantare, e al limite depoliticizzare il voto sulla riforma.

Non occorre attribuire tutti questi pensieri al ministro Alfano. È sufficiente, per comprenderne l’esternazione, tenere presente che il suo interesse e l’interesse del suo partito è quello di portare a termine questa legislatura, perché la fine anticipata rappresenterebbe la fine anche di Ncd. Un minuto dopo il No, Alfano sarebbe spazzato via. Renzi no: si giocherebbe la sua partita alle politiche, ma Alfano a quale santo potrebbe votarsi? Da una parte avrebbe il trionfo bacchico dei Grillo e dei Salvini a togliergli ogni spazio, e dall’altra avrebbe un partito democratico pronto a chiedere correzioni di rotta a sinistra.

Ma soprattutto Alfano non avrebbe (e non ha) i voti. Lo spazio della politica in cui si muove, in cui continua a muoversi, non è quello della legittimazione popolare, ma è quello dell’accordo di palazzo, tutto interno alle trame politiche che vengono tessute fuori dal confronto franco e aperto con gli elettori. È  a loro, invece, che tocca decidere se affidare alla riforma costituzionale il futuro del Paese, ed è naturale che a porre questa domanda sia il governo nato sostanzialmente a questo scopo.

Del resto, uno dei significati della riforma non è forse il compimento di una transizione costituzionale che esponga con chiarezza governo e Parlamento al giudizio del corpo elettorale? E non è dunque in palese contraddizione con il verso stesso della riforma l’ipotesi ventilata da Angelino Alfano il Temporeggiatore? Mentre si sottolinea che la riforma è indispensabile per dare alla politica più speditezza, si cercano strategie più o meno confessate per troncare e per sopire, come il Padre Provinciale dei Promessi Sposi. Ma quello, si sa, era un personaggio secondario. E forse anche l’esile trama imbastita da Alfano ha dietro di sé protagonisti innominati.

(Il Mattino, 3 novembre 2016)

Un richiamo alla realtà e all’Europa egoista

palladino

Accogliere i migranti e i rifugiati, ma distinguere. Non chiudere le frontiere, ma regolare. E integrare, certo, non ghettizzare. E dunque calcolare quanti possono essere integrati. Così ha parlato ieri Papa Francesco, di ritorno da una Svezia meno aperta e generosa che in passato, che però Bergoglio ha tenuto anzitutto a ringraziare per le politiche di accoglienza che anche in passato hanno permesso a molti argentini, a molti sudamericani, in fuga dalle dittature militari, di rifarsi una vita in Europa. In passato: oggi è più difficile, e il Papa lo riconosce. Perché accogliere non vuol dire far entrare chiunque, e fare entrare comunque: vuol dire invece predisporre strutture, servizi, risorse. Vuol dire fare opera di educazione, creare percorsi di cittadinanza, favorire il dialogo e la reciproca comprensione. Tutte cose che richiedono un lavoro paziente, una fitta tessitura di azioni, un serio impegno economico, sociale, culturale; richiedono persino la costruzione di un consenso diffuso, per evitare reazioni di rigetto, paure, risentimenti nella cittadinanza.

Avere presente tutte queste condizioni, e vincolare ad esse la parola del conforto e della solidarietà significa tenere un discorso intensamente politico, con quell’avverbio che il Pontefice scandiva con grande convinzione: «politicamente». Politicamente si paga «una imprudenza nei calcoli, nel ricevere di più di quelli che si possono integrare».

Ma che le politiche sull’immigrazione richiedano l’arte prudente di un calcolo: questo è proprio quello che non ci si aspetta da un Papa spirituale. Il fatto è che però Papa Francesco non è un Papa spirituale, se con ciò si intende un Papa ignaro della struttura del mondo, o della complessità del suo governo. Venuto quasi dalla fine del mondo, vicino ai popoli e ai Paesi meno sviluppati, con poca simpatia verso le grandi accumulazioni di ricchezza e le diseguaglianze generate dall’«imperialismo economico» del mercato, Bergoglio non ci ha messo molto a farsi la fama del Papa di sinistra. Per certi ambienti cattolici, anzi, José Mario Bergoglio è un comunista. Lo scorso anno, durante il volo che lo portava in America precisò perciò di essere certo di non avere detto una sola cosa che non fosse già contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. E aggiunse scherzosamente: «Ho dato l’impressione di essere un pochettino più “sinistrino”, ma sarebbe un errore di spiegazione».

Ebbene, sarebbe, di nuovo, un errore di spiegazione, se le parole pronunciate ieri venissero giudicate poco coerenti, o troppo prudenti, o francamente deludenti. Il Papa che saluta con un cordiale buongiorno dal balcone di piazza San Pietro; quello che va a scegliersi gli occhiali dall’ottico o gira con la sua borsa nera sotto mano; il Papa che, soprattutto, compie un viaggio di portata storica, a Lampedusa, nel 2013, e lì cita, nel corso dell’omelia, le parole con cui Dio si rivolge a Caino – «dov’è tuo fratello?» – per fare i popoli europei e l’Occidente responsabile delle migliaia di vite sommerse dai flutti del mare, quel Papa è lo stesso che ieri ha mostrato con grande chiarezza e lucidità che il senso di umanità è una cosa, il generico umanitarismo un’altra. Che la politica non può minimamente trascurare le conseguenze delle decisioni che è chiamata a prendere. Che deve avere una sua morale, ma questa morale non è assoluta; deve bensì mediarsi con la realtà. Né alla Chiesa cattolica come istituzione è mai appartenuto l’atteggiamento dei santi, dei mistici o degli anacoreti. E nemmeno quello delle anime belle.

La questione dell’immigrazione è, insomma, una questione enorme. Che non si affronta con astratte affermazioni di principio, e nemmeno soltanto con l’appello ai buoni sentimenti. Che ci vogliono, naturalmente. Ma ci vuole anche il calcolo, dice Papa Francesco. Cioè una saggia commisurazione di mezzi e fini.

È evidente che il Pontefice non intendeva con ciò fare sconti a quei popoli che si sottraggono ai doveri dell’accoglienza. La Svezia non è l’Ungheria, e la prudenza non è sinonimo di miope egoismo o di gretto nazionalismo. Se anzi l’Europa riuscisse ad imporre uno stesso atteggiamento di apertura regolata, se facesse suo il calcolo di Bergoglio, se fosse in grado di gestire in maniera coordinata i flussi, con la collaborazione leale di tutti i membri dell’Unione, potrebbe dare una risposta di gran lunga più efficace di quella che oggi mette sotto tensione Paesi rivieraschi come l’Italia e gonfia e altera la percezione degli eventi prestandogli i contorni del fenomeno incontrollato, e perciò tanto più pericoloso.

Ma per questo ci vuole una buona dose di razionalità politica che, bisogna dirlo, ieri sembrava trovarsi nelle parole del Pontefice della Chiesa cattolica romana, più di quanto non accada nei discorsi di certi leader politici europei.

(Il Mattino, 2 novembre 2016)

Il sisma e gli zero-virgola

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La terra torna a tremare ancora, nel centro Italia. Torna a fare danni, provocando crolli e seminando paure fra la popolazione. Linee elettriche saltate, treni rallentati sulle tratte ferroviarie interessate, scuole chiuse. Difficile fare un primo bilancio. Un territorio fragile, che l’incuria ha, negli anni, contribuito a indebolire, si scopre ancora una volta particolarmente vulnerabile. E vulnerabile si rivela il patrimonio edilizio italiano, e la straordinaria eredità culturale disseminato nelle città d’arte, nei paesi, nei mille borghi italiani.

D’improvviso, la discussione sul punto decimale che divide il governo italiano dalla Commissione europea che sorveglia i nostri conti appare quasi ridicola. Un’inezia, a confronto dell’emergenza che si abbatte sul nostro Paese. Certo, l’Unione europea ha le sue regole, ed è giusto che ne chieda il rispetto. Ma è giusto anche che la loro interpretazione – che ha significativi margini di flessibilità, come si è dimostrato in più di un’occasione – tenga conto delle condizioni date: dei diversi paesi membri e dell’Unione presa nel suo insieme. Ciò che allora le condizioni storiche, in questo tempo di crisi, non riescono a fare – e cioè: smuovere le autorità di Bruxelles da una linea di austerità economica di cui, per usare un eufemismo, pochi al di fuori della Germania vedono i benefici – può darsi che lo possano fare le condizioni naturali che il terremoto di ieri sera, purtroppo, ripropone con la forza di una drammatica attualità.

Nei giorni scorsi, si era capito che al governo italiano la Commissione rimproverasse una certa disinvoltura nell’ampliare il programma di investimenti pubblici per la messa in sicurezza del territorio nazionale, sulla base del margine concesso dopo il terremoto di Amatrice. Ieri, una nuova, forte scossa si è incaricata di dimostrare che, forse, l’Italia tutti i torti non li aveva. Che l’imprevedibilità e il forte rischio di nuovi episodi sismici non sono un’emergenza inventata per racimolare punti percentuali di deficit in più, ma richiedono effettivamente al Paese uno sforzo straordinario.

Si può ben dire, naturalmente, che metterla in questi termini significa strumentalizzare il terremoto di ieri. Lo si può e lo si deve dire, perché è così, perché il sisma di ieri può essere davvero lo strumento per aprire la governance europea ad una diversa considerazione degli investimenti pubblici, finora tenuti dentro il patto di stabilità e strangolati dal rigore finanziario, soprattutto nei paesi come il nostro gravati da un così alto debito pubblico.

Qualche giorno fa, parlando alla Camera, il Presidente del Consiglio aveva del resto dichiarato:

«Un Paese che ha vissuto tre terremoti come quelli dell’Aquila, dell’Emilia e quello di Amatrice, Accumuli e Arquata, può permettersi di soggiacere a regole burocratiche per non guardare alle esigenze dei propri cittadini? E’ inaccettabile anche che qualcuno lo pensi». La strumentalizzazione non era forse già tutta lì, nel mettere in fila tre terremoti relativamente distanti nel tempo, per giustificare il programma italiano di rilancio degli investimenti? Forse sì, ma l’alto rischio sismico non è tuttavia un’invenzione del governo.

Sia chiaro: nemmeno gli amici di Giobbe, quelli che dinanzi a qualunque disgrazia o sventura provavano comunque a rintracciare un disegno finalistico nell’opera del Creatore, si permetterebbero di considerare provvidenziale il terremoto di ieri sera. Forse però è provvidenziale, nel senso che costituisce una buona ventura, il fatto che il governo abbia già presentato i numeri della prossima legge di stabilità, insistendo sulla necessità di rivedere quegli aspetti della politica economica che impediscono di agire sulle leve dello sviluppo. Il sisma di ieri suona così come un «a fortiori». Permette di dire: a maggior ragione. A maggior ragione appaiono stupidi i parametri del patto di stabilità, a maggior ragione appaiono miopi vincoli assoluti di bilancio, a maggior ragione sembra suicida portare l’Europa a sbattere contro il muro del trattato di Maastricht. Se non lo è dal punto di vista dell’ortodossia economica, di cui si fanno custodi a Bruxelles, a Berlino o a Francoforte, lo è sicuramente dal punto di vista della sostenibilità politica di una simile rotta.

Il ministro Del Rio ha ricordato che in Italia gli investimenti pubblici e privati sono diminuiti di ben 110 miIardi di euro, dall’inizio della crisi. In Europa siamo a meno 250. Il ministro Calenda ha presentato le misure orientate alla ripresa degli investimenti privati, evidenziando sia la mole ingente (13 miliardi in sette anni) che la direzione (competitività e innovazione tecnologica) che, infine, il metodo (con automatismi che eliminano o almeno riducono l’intermediazione politico-burocratica). Ora Bruxelles guardi bene tutti i conti e faccia le pulci alla manovra, chieda chiarimenti e scopra le eventuali, mancate coperture; vigili, insomma, e controlli. Ma non dimentichi che ieri, tra le Marche e l’Umbria, la terra è stata di nuovo scossa. E che l’Italia, ma l’Unione intera, ha bisogno di ripartire.

(Il Mattino, 27 ottobre 2016, col titolo Se il sisma smonta gli zero-virgola dei censori europei)