La democrazia del fuori onda

maxresdefaultLe parole di De Luca, a proposito della lista degli impresentabili stilata dalla Presidente della Commissione Antimafia Rosi Bindi – «quella è stata una cosa infame, da ucciderla» – sono appena una tacca al di sopra del livello che l’eloquio del governatore raggiunge, nell’imitazione che ne fa spesso Maurizio Crozza. Sono un’enormità, sono letteralmente indifendibili. E infatti De Luca non le ha difese, ma ha denunciato il comportamento del giornalista, che avrebbe prima chiuso l’intervista e poi stuzzicato la vanità del governatore. Che ridendo di gusto alle provocazioni di un altro che va volentieri sopra le righe, Vittorio Sgarbi, se ne è uscito con quell’espressione veramente infelice.

Ora si contrappongono due versioni: quella di De Luca, che accusa il giornalista di avere scorrettamente raccolto le sue parole in libertà; e quelle del giornalista, per cui invece tutto è andato nel più corretto e professionale dei modi. A guardare il video, in verità, si comprende abbastanza chiaramente che si tratta di un fuori onda. Di una trappola, di quelle che i giornalisti tendono per far «cantare» qualcuno. Del resto, De Luca si lascia andare anche ad un’altra coloritissima espressione, a proposito dei gesti apotropaici che esegue quando Salvini compare in tv: come non ravvisarvi una conferma di quanto poco De Luca pensasse, in quel momento, di essere ripreso?

È evidente quel che è accaduto: De Luca pensava di parlare in privato e invece ora le sue parole sono pubbliche; lui pensava di poter esprimersi in tono confidenziale, e invece il suo interlocutore stava ancora lì, con microfoni e telecamere, nell’esercizio della professione; lui pensava di potersela ridere e invece il giornalista faceva sul serio; lui credeva di poter usare un’iperbole e invece le sue parole, del tutto fuori contesto, vengono ora commentate come se andassero prese alla lettera. Ne è seguita una giornata intera di dichiarazioni, richiese di scuse, espressioni di solidarietà, precisazioni, giustificazioni, prese di distanza.

E commenti, in cui l’indice è ovviamente puntato contro le sparate di De Luca. Il quale in molte occasioni se le cerca. È lui che affibbia nomignoli e soprannomi, fa le caricature degli avversari politici, chiama gli uni mezze pippe e gli altri pinguini: la delucheide è ormai un genere letterario che ha i suoi cultori, i suoi estimatori e i suoi detrattori. È un pezzo della sua popolarità, quella che gli procura l’onore di essere tra le imitazioni meglio riuscite di Crozza. D’altra parte, il giornalista non intervistava De Luca sul tema del «politicamente scorretto», di cui lui sarebbe, in Italia, il campione, come in America lo è Trump? E lui non si è prestato con qualche compiacimento al paragone, salvo ironizzare pure sul parrucchino, o forse sul «nido di cinciallegra» che il presidente americano avrebbe al posto dei capelli? A onor del vero, le esuberanze linguistiche non toccano di regola, nel caso di De Luca, i temi sensibili dei diritti e delle minoranze, ma gli avversari politici, e questa fa una qualche differenza.

Ma in gioco ci sono anche altre differenze. Un conto è parlare in via ufficiale, un’altra è parlare off the record. Un conto è sapere che le parole saranno riferite, un altro è ignorarlo, o magari essere esplicitamente o implicitamente essere rassicurati del contrario. Un conto è parlare dopo il primo ciak e prima dell’ultimo, un conto è essere inseguiti da microfoni e telecamere anche quando se ne vorrebbe essere liberati.

Come molte altre distinzioni, anche queste tendono a cadere, insieme a molte altre che dovrebbero regolare i rapporti fra sfera pubblica e sfera privata, ma anche tra politica e giornalismo. Si dice: ai politici piacerebbe che i giornalisti se ne stessero buoni dietro robuste transenne, alle quali benevolmente avvicinarsi come e quando aggrada per dare sempre solo la “versione ufficiale”. E invece il giornalista deve mettere il naso dappertutto, deve fare il cane da guardia del potere: «con forza, vigore e senza impedimenti» diceva Benjamin Franklin, dimenticandosi forse di aggiungere l’astuzia.

E tuttavia non è così che stanno ormai le cose. Perché, da una parte, sono sempre più i politici a cercare le telecamere, come le falene la luce (e a volte, immancabilmente, si bruciano), e perché, dall’altra parte, non è affatto il fuori onda, non sono le parole dal sen fuggite il vero retrobottega della politica, dove scovare le sue inconfessabili verità, ma solo la continuazione dello spettacolo con altri mezzi.

Poco male? Non proprio. In gioco non ci sono le imitazioni di un politico da condividere, e neppure le violenze verbali da condannare. C’è proprio il fuori onda, cioè quello spazio della vita che si tiene fuori dal proscenio, e che è, per tutti, uno spazio di libertà. Lì De Luca si lascia andare a espressioni poco riguardose e ciascuno di noi, ammettiamolo senza ipocrisie, ne dice di tutti i colori. Bonificare quello spazio con la luce potente dei riflettori non uccide solo lo sporco, toglie di mezzo pure noi stessi, i nostri piccoli segreti e le nostre grandi fragilità.

(Il Mattino, 18 novembre 2016)

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