Archivi del giorno: novembre 30, 2016

Il diktat del sindaco ha due pesi e due misure

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E così il Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha sferrato in poco più di ventiquattro ore un uno-due micidiale, un paio di colpi – uno sopra l’altro invero sotto la cintola – da far invidia al miglior Cassius Clay. Dunque. Domenica De Magistris è andato a Roma, a piazza del Popolo, a parlare dal palco del «corteo sociale» indetto per sostenere il no al referendum costituzionale. Poi è rientrato, si è cambiato d’abito, e allarmatissimo ha annunciato che avrebbe subito verificato se davvero i vertici del San Carlo siano impegnati nella campagna referendaria perché la cosa, ha tuonato il Sindaco, sarebbe molto grave, e configurerebbe l’utilizzo a fini politici di incarichi istituzionali.

Par di aver le traveggole. La persona che nei giorni festivi sfila nella capitale e colà si perita di chiedere dinanzi alla piazza «costituente e ricostituente» nientepopodimeno che «un governo popolare di liberazione nazionale» (qualunque cosa sia), in quelli feriali bacchetta severamente la soprintendente del Massimo partenopeo, Rosanna Purchia, perché avrebbe partecipato a un’iniziativa a favore del sì al referendum. Cioè: De Magistris può andare il giorno prima al corteo romano, parlare e comiziare, mentre Rosanna Purchia non deve il giorno dopo muoversi dal San Carlo, ed è anzi meglio che stia zitta. Lo impone il rispetto delle istituzioni, dice De Magistris, lo esige la necessità di non strumentalizzare un bene pubblico, anzi un bene comune.

Ora, sarebbe il caso che De Magistris spiegasse meglio che cosa significhi rispetto delle istituzioni e cosa bene comune. A giugno, infatti, la giunta da lui guidata ha approvata una delibera con la quale lui, insieme a tutta l’amministrazione comunale, si schierava contro «la deriva autoritaria» della riforma, colpevole di stravolgere l’impianto istituzionale della Repubblica italiana. Non c’è una legge che lo vieta, ma è perlomeno un atto irrituale, che tra le deliberazioni di una giunta comunale spunti fuori una delibera del genere. Invece, quanto al ruolo tecnico della Soprintendente Purchia, per farsi un’idea si potrebbe far così: passare in rassegna le nomine del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, e chiedersi se le persone chiamate a ricoprire incarichi in forza degli atti a firma del Ministro competente non sia meglio che si astengano dal prendere posizione. Il direttore della scuola archeologica di Atene, ad esempio, come la Purchia nominato con decreto del ministro, può dire pubblicamente se vota sì o no, o lo vieta il decoro della Scuola? E il Presidente e i vice-Presidenti dell’Accademia dei Georgofili: loro possono pronunciarsi? E i componenti della Consulta territoriale per le attività cinematografiche, di nomina ministeriale: tutti zitti? Se valesse il criterio di De Magistris per imporre continenza di parole e forse anche di pensieri al Soprintendente del massimo teatro cittadino, la cosiddetta società civile sarebbe ridotta al silenzio d’un sol colpo. E, certo, in tal caso le parole roboanti di De Magistris, la sua battaglia domenicale per «l’autogoverno, l’autogestione, l’autonomia» e per «un’internazionale dei beni comuni» (qualunque cosa siano) rimbomberebbe ancora di più.

Ma per fortuna il rispetto delle istituzioni è una cosa ben diversa dal modo in cui lo interpreta De Magistris. Che è un ex-magistrato, e dovrebbe sapere che i primi a prendere la parola senza tema di compromettere il loro ruolo e la loro funzione sono i magistrati italiani. I magistrati, non i soprintendenti (o gli accademici di questa o quella prestigiosa scuola). Non solo prendendo la parola a titolo personale, ma impegnandosi come associazione. È il caso di magistratura democratica, che a gennaio ha aderito al comitato per il No. Ora, se è un diritto dei magistrati partecipare alla campagna costituzionale referendaria – sentirlo anzi come un dovere civico, quando è in gioco l’architettura democratica del Paese – diviene difficile pensare che il Soprintendente di un teatro invece non possa. Che rischi lei di gettare nella mischia l’istituzione, e non tutti gli altri che si esprimono in un senso o nell’altro.

A meno che De Magistris non si sia ricordato di essersi opposto, lo scorso anno, alla nomina del Soprintendente, e tutta questa sensibilità istituzionale di cui sembra dimenticarsi quando è impegnato a derenzizzare la città non sia piuttosto qualcosa come un sassolino che ancora gli duole nella scarpa, da quando il cda della Fondazione del Massimo decise di procedere nonostante l’opposizione del Sindaco. Lui vuole toglierlo, quel sassolino, e magari prima o poi gli riuscirà di riprendersi uno di quei «palazzi della collettività» (qualunque cosa siano) che gli altri, a suo dire, occupano. Ma decoro, rispetto, dignità e prestigio delle istituzioni può starne sicuro: non c’entrano nulla.

(Il Mattino, 29 novembre 2016)

Mattarella e la forza della mitezza

bobbio

L’arroganza, la protervia, la prepotenza. E poi, al polo opposto, c’è la mitezza. Quando Norberto Bobbio scrisse il suo fortunato elogio della mitezza, aveva in mente una virtù che doveva anzitutto esercitarsi nelle relazioni personali, come disposizione a non sopraffare l’altro, a non esibire la propria forza. Una virtù che si costruisce trattenendosi, ritirandosi dal potere che si potrebbe usare e che si decide invece di non usare. Una virtù che si attaglia benissimo al ruolo che svolge, nell’ordinamento italiano, il presidente della Repubblica.

In realtà, i giuristi hanno ormai adottato l’immagine coniata da Giuliano Amato, di un potere «a fisarmonica», che si espande o contrae a seconda delle condizioni complessive in cui si trova il sistema politico. E certo, maggiore è la fibrillazione in cui il sistema versa, più è richiesto al Presidente di svolgere una funzione di equilibrio e di garanzia.

Manca ormai meno di una settimana al referendum costituzionale, e forse è il momento giusto per un elogio della mitezza che il presidente Mattarella ha fin qui dimostrato. Non è solo una questione di galateo, o di stile personale ispirato alla sobrietà. Non è nemmeno un nobile esercizio di pazienza o di cristiana rassegnazione. I toni del confronto politico si sono di molto alzati, e non solo perché è aumentato il rumore della propaganda, o perché non sono mancate le grida scomposte e le espressioni ingiuriose, ma perché più volte sono venuti al pettine i nodi politici e istituzionali che, all’indomani del voto, bisognerà che siano sciolti. E il primo a cui tocca disbrigare quei nodi è proprio il presidente della Repubblica.  Ci sarà o no una crisi di governo, nel caso in cui il no dovesse prevalere? E che genere di crisi sarà? Quali saranno i suoi passaggi parlamentari? E quale governo si farà, dopo? Ma anche in caso di vittoria del sì, non è detto affatto che prosegua tranquilla la navigazione di questa legislatura, e le elezioni potrebbero essere già dietro le porte. E il nodo della legge elettorale, sul quale si attende ancora la pronuncia della Corte costituzionale? Il combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale è stato presentato da alcuni come un pericolo, che avrebbe dovuto mettere in allarme le supreme magistrature del Paese. Ma anche il combinato disposto di una mancata riforma e di una bocciatura dell’Italicum porta con sé una quantità di dubbi e di incertezze non piccola, e il rischio di un’impasse istituzionale. E gli stessi partiti, che rimangono i primi interpreti della volontà popolare: anche per loro, il 4 dicembre potrà provocare un energico rimescolamento di carte. Non c’è solo il Pd, la maggiore forza politica presente in Parlamento, che andrà a congresso il prossimo anno. Anche il centrodestra non è chiaro quale fisionomia assumerà, e neppure chi lo guiderà (e verso dove). Persino nei Cinquestelle, che appaiono molto più compatti dietro il megafono di Grillo, non è detto affatto che il processo di selezione della leadership non procuri qualche scossone. Deciderà la Rete, dicono con finta ingenuità, come se, siccome decide la Rete, non si trattasse di una vera decisione politica, con tutti i sussulti che ciò comporta.

E quindi: dal prosieguo della legislatura alla tenuta del governo, dalla legge elettorale ai rapporti politici, le incognite non mancano, così come non mancano i punti di applicazione dei poteri del presidente della Repubblica. Ebbene, immaginate che cosa comporterebbe un altro stile presidenziale, fatto di dichiarazioni pubbliche, interviste, magari messaggi alle Camere, e insomma l’esercizio di una moral suasion condotto in pubblico. Immaginate se salissero i giri anche del «motore di riserva» della Repubblica, se la presenza del Presidente fosse avvertita in questi giorni come più marcata, più decisa, più determinata: un putiferio.

Eppure, si potrebbe persino dire che il Presidente ne avrebbe ben donde. Da un alto è indubbio che, da Sandro Pertini in poi, il volume delle esternazioni è progressivamente cresciuto, in corrispondenza con i mutamenti del sistema politico, la diminuita partecipazione, la crisi di credibilità, la frammentazione dei partiti e degli schieramenti, la fine del bipolarismo. In questo confuso scenario, il Quirinale ha assunto negli anni una posizione sempre più centrale, ma anche propulsiva, fin quasi ai limiti dell’iniziativa politica diretta. Dall’altro, il Presidente rimane pur sempre il garante degli equilibri costituzionali, il difensore dei diritti fondamentali e del bilanciamento dei poteri previsto dalla Costituzione: una riforma vasta e incisiva fa necessariamente arrivare fin sul più alto Colle della Repubblica le più diverse sollecitazioni.

Dinanzi a tutte queste spinte, attuali o potenziali, reali o virtuali, c’era materia per dare una curvatura per dir così «governante» alla propria funzione, certo con il rischio di incrinare la stabilità del quadro politico e istituzionale. Mattarella si è ben guardato dall’assumere un simile profilo, mettendo a disposizione la propria forza moderatrice, la propria interpretazione mite del ruolo presidenziale. Ha scelto di pesare il meno possibile sul 4 dicembre. Il Paese ne guadagna una certezza: nessuno mette in discussione che siano in buonissime mani le decisioni che dovranno essere prese a partire dal giorno cinque. Bobbio diceva che compagna della mitezza è la semplicità, «il rifuggire intellettualmente dalle astruserie inutili, praticamente dalle posizioni ambigue». Comunque andrà il voto, la mitezza di Mattarella garantisce al Paese che non saranno percorse strade astruse o ambigue, soluzioni improvvisate o dissennate. E scusate se è poco.

(Il Mattino, 28 novembre 2016)

Chi ha paura (e disprezzo) della politica

A turkey looks around its enclosure at Seven Acres Farm in North Reading

È possibile che nel falò del 4 dicembre si bruceranno molte ambizioni. Se avesse ragione l’Economist, che ieri ha provato a ragionare sul significato del voto referendario e i possibili scenari futuri, è l’intera classe politica italiana che dovrebbe, se non bruciarsi, almeno farsi da parte, per lasciare spazio ad un «governo tecnico ad interim». L’autorevole settimanale britannico, schierandosi per il no al referendum, sostiene che la riforma costituzionale darebbe troppo potere al futuro premier. Giudizio discutibile, naturalmente, ma ancor più discutibile è il paradosso che l’Economist ne ricava. Che cosa succederebbe infatti, se a riforma approvata, gli italiani votassero Grillo alle prossime elezioni? Il timore che la riforma targata Renzi possa fare il gioco dei Cinquestelle spinge il giornale a suggerire la soluzione tecnica: per timore di un ribaltamento degli istituti della democrazia liberale, ad opera dei grillini, si suggerisce di cominciare subito con una specie di commissariamento soft, una sorta di prudente sospensione più o meno concordata, magari etero-diretta da Bruxelles.

Una simile logica è in reale proprio ciò che tiene lontana l’Unione europea dai cittadini. Perché l’argomento dell’Economist consiste in sostanza nel chiedere di sterilizzare gli effetti del pronunciamento elettorale: proprio come si continua a fare, nel tentativo di far passare in Europa riforme che si giudicano al contempo necessarie ma impopolari. Il populismo, in questo schema, è lo spauracchio, ma è anche il contraccolpo dell’ostinazione con la quale nelle capitali europee di perseguono politiche che non sono in grado di conquistare il necessario consenso.

La cosa notevole è però che questa volta è il sì il risultato da sterilizzare. È evidente, infatti, che la deriva autoritaria è un pericolo sovrastimato: l’Economist cita (e mette sgradevolmente sullo stesso piano) Mussolini e Berlusconi, ma sono paragoni del tutto privi di senso storico. Tanto Mussolini quanto Berlusconi arrivano alla guida del governo per la debolezza del sistema politico e istituzionale, e non già perché l’assetto costituzionale del paese ha tolto le garanzie e i contrappesi, facendo spazio all’uomo forte. Nel caso di Berlusconi, poi, era tanto poco forte la sua condizione che nel ’94 il suo primo governo cadde dopo pochi mesi. Dunque il raffronto storico è del tutto improponibile e va rovesciato: è la debolezza che apre la strada, se mai, a soluzioni autoritarie, non già il rafforzamento delle istituzioni.

Perciò la preoccupazione del settimanale sembra avere un altro senso, e cioè che il sì alla riforma metta in circolo troppa energia politica. Per il prudente e tecnocratico establishment dell’Unione è una condizione con cui è meglio non misurarsi.

Ma chi utilizzerà questa energia, sgombrato il campo dai timori per la democrazia (che spingono per paradosso – come si è visto – a mettere tra parentesi la democrazia): ecco ora il tema. Negli ultimi giorni, si è fatto sempre più chiaro che una parte decisiva sul risultato finale può giocarla il Mezzogiorno, e la Campania in particolare. Se tutta l’attenzione si è concentrata sulle esternazioni di De Luca, al di là dei toni esorbitanti, una ragione c’è. La Campania può essere veramente l’ago della bilancia. È come se sui due piatti stessero da una parte il governatore campano, e dall’altra quello della Puglia. Il sì e il no possono decidere chi dei due peserà di più. In gioco c’è sicuramente la rappresentanza delle ragioni del Sud, ma c’è anche il partito democratico e gli equilibri di tutto l’arcipelago della sinistra. È in vista di quei futuri, nuovi equilibri, che a Napoli si avvicinano a De Magistris pezzi del bassolinismo, la Cgil, i dalemiani: tutto quello che può essere manovrato contro Renzi, insomma. Nella stessa prospettiva si muove anche Emiliano, che nella futura partita congressuale proverà a giocare da principale antagonista di Renzi. Tutt’altro scenario si disegna se invece sarà il sì a prevalere, e De Luca a determinare il risultato con il voto campano. I piccoli fuochi si spegneranno, e si aprirà una fase diversa, incentrata sull’asse preferenziale fra il premier e il governatore. Questo è ovviamente solo una parte del significato che avrà il voto del 4 dicembre. Ma è una parte non piccola, perché, al di là dei futuri meccanismi elettorali o del nuovo ordinamento istituzionale, imprimerà un segno forte anche al sistema politico italiano.

(Il Mattino, 25 novembre 2016)

La lotta politica sulla pelle dei malati

monopoli

È civile un Paese in cui un esponente politico chiede l’arresto di un altro esponente politico? È civile un Paese nel quale  il primo – poniamo: un vice presidente della Camera dei Deputati – chiede l’arresto di un altro – per esempio: il Presidente di una importante Regione del Paese –? È civile un Paese nel quale il primo chiede l’arresto del secondo non sulla base di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, non previo accertamento della commissione di reati, ma perché ha lui stesso individuato il reato? Perché così va, in questo Paese: il vicepresidente della Camera dei Deputati, Luigi Di Maio, afferma che in un Paese civile il governatore campano, Vincenzo De Luca, dovrebbe essere agli arresti. In carcere. In gattabuia. Forse è l’effetto Trump: in campagna elettorale il candidato repubblicano aveva detto infatti che avrebbe nominato un procuratore speciale per mettere sotto inchiesta la Clinton e farla arrestare. Di Maio è solo un po’ più sbrigativo: direttamente in galera, senza passare per la nomina di un procuratore.

Questa, naturalmente, è soltanto la sua idea di civiltà. Ed è un’idea molto lontana dal livello di civiltà giuridica che i paesi europei hanno raggiunto, più o meno da un paio di secoli. Però Di Maio ci fa il piacere di lasciarci immaginare cosa sarebbe il Paese civile che avesse lui alla sua guida: dopo tutto non è nemmeno un’ipotesi così peregrina, visto che è pur sempre il più papabile candidato premier dei Cinquestelle. Sarebbe un Paese in cui uscite sopra le righe come quelle di De Luca costerebbero la detenzione.

Ma intanto il Paese che abbiamo è questo: un Paese in cui Luigi Di Maio si scandalizza per il linguaggio del governatore campano, e tutto infervorato, e tutto consumato dal sacro fuoco dell’indignazione, ne spara una di gran lunga più grossa. Era infelice la battuta di De Luca sulla Bindi? Certo, lo era. Ed era spudorato il comizio di De Luca agli amministratori locali, con il suo elogio iperbolico del perfetto sindaco clientelare? Sì, lo era. Ma è frutto di una incultura giuridica molto più pericolosa, e di una mentalità intrisa di estremismo giacobino, la più lontana possibile da ogni idea liberale della politica e del diritto, l’incitazione all’arresto di De Luca, da parte di Di Maio? Sì, lo è.

Dopodiché cosa succede? Che in commissione tutto si ferma, e quel provvedimento che doveva modificare le regole del commissariamento straordinario, consentendo di riportare la sanità campana (e quella calabrese) sotto la responsabilità politica del governatore, viene sospeso. Chi se la sente infatti di difendere De Luca, mentre il tribunale dei Cinquestelle ne chiede l’arresto per voto di scambio? Non parlano già di schifezza ed abominio (come se la gestione commissariale di questi anni avesse regalato servizi migliori in qualità e quantità)? È chiaro che ora la materia scotta, ed è perlomeno inopportuno, politicamente parlando, mettersi per questa strada. A pochi giorni dal voto referendario, era difficile sfuggire a questa considerazione. Così anche il ministero della Salute ha cominciato a frenare. E addio emendamento.

Ora che quel che succederà dopo il 4 dicembre nessuno lo sa. Bisogna spiegarlo però ai cittadini campani. E spiegarlo bene, perché la sanità è la gran parte del bilancio regionale, oltre ad essere insieme al lavoro, in cima alla preoccupazione delle persone. Senza l’emendamento, la sanità continua a rimanere al di fuori della conduzione del governo regionale. Ospedali, farmaci, prestazioni: tutto. In un Paese civile, questo non accadrebbe se non in via del tutto eccezionale, e per un tempo molto limitato. In un Paese civile, ci si dovrebbe preoccupare piuttosto di come fare perché i politici rispondano del loro operato dinanzi alla pubblica opinione e, in occasione del voto, all’elettorato. Nel nostro Paese, invece, si risponde a Luigi Di Maio.

(Il Mattino, 23 novembre 2016)