La “nuova” politica e le multe dell’infedeltà

dont-throw-the-baby-out-with-the-bath-waterIl passo falso dei Cinquestelle in Europa ha avuto conseguenze anche sul gruppo parlamentare. Due eurodeputati, Marco Zanni e Marco Affronte, hanno lasciato il Movimento per approdare l’uno nel gruppo Salvini-Le Pen, l’altro tra i Verdi. Il che contribuisce a fare chiarezza su un punto: quando si dice che non esistono più la destra e la sinistra s’intende semplicemente che un deputato grillino va dappertutto, ma di sicuro non transita verso i popolari o i socialisti, le due principali famiglie politiche del continente (e non proverebbe ad andare neppure coi liberali europeisti, se non per commettere il più clamoroso degli errori).

Ma la risposta pentastellata non s’è fatta attendere: c’è un contratto, che i parlamentari europei del Movimento sono tenuti a rispettare. Se lasciano il gruppo, tocca loro di pagare una penale di 250.000 euro. Mica bruscolini. Nel Paese che ha eletto il trasformismo a categoria centrale di interpretazione dei fenomeni politici, e che usa rivolgere l’epiteto di voltagabbana a chiunque osi cambiare idea e collocazione politica, il vincolo contrattuale sembra rappresentare il necessario antidoto per frenare gli opportunismi degli eletti. Dei quali evidentemente ci si fida tanto poco, dal ritenere che solo minacciandoli di colpirli nel portafoglio li si può tenere al guinzaglio.

I due ovviamente recalcitrano: la penale non la vogliono pagare. Sostengono che il contratto non ha valore giuridico. Decideranno i giudici, ma la questione non è di poco conto. E non certo per l’entità dell’esborso richiesto, bensì per la natura stessa del mandato parlamentare, che il contratto grillino calpesta e stravolge. Gli onorevoli del Parlamento europeo, come i deputati e i senatori del Parlamento italiano, non hanno infatti alcun vincolo di mandato. Non sono delegati, non sono emissari, non sono tenuti a rispettare clausole contrattuali.  La Costituzione italiana recita (art. 67): «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazioneed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». C’è un perché? Ovviamente sì. La Costituzione, in questo erede di una tradizione politico-giuridica che risale alla rivoluzione francese, e che dunque attraversa tutta la modernità, assegna al parlamentare una funzione politica generale, di rappresentanza dell’interesse collettivo, non già di portatore di interessi e categorie particolari. Lo fa per assicurare una dignità particolare non solo al singolo deputato ma all’intero organo, organo che proprio in virtù della libertà dei suoi membri non si riduce a un ruolo passivo, di mero ricettacolo esecutivo della volontà degli elettori.

Questa è l’idea che della democrazia parlamentare avevano i padri fondatori. Non a caso, il mandato imperativo è stato abbondantemente sperimentato dai paesi del socialismo reale – Unione Sovietica e paesi fratelli – che democratici proprio non erano. Le eccezioni del Portogallo, dell’India o del Bangladesh non mutano il quadro: se vuoi la democrazia – o almeno: se vuoi l’unica forma sperimentata con successo da quando c’è il suffragio universale – allora vuoi l’assenza di vincoli di mandato.

Ma Grillo promette ora di dare non meno, ma più democrazia, grazie alla magia della democrazia diretta, che toglie sì libertà al rappresentante, per darla però al rappresentato, al popolo.

Così dice il Capo. Ma è così che va? È così che è andata, con la votazione sulla collocazione politica del gruppo pentastellato nel Parlamento europeo? Di sicuro, i«portavoce» (li chiamano così) del Movimento a Strasburgo non hanno deciso nulla: la decisione del voto è stata rimessa online, agli iscritti. Fino al giorno prima, loro manco lo sapevano, che si sarebbe votato. Dopodiché sono da notare almeno due cose. La prima: gli eletti non stanno in Parlamento grazie al solo voto degli iscritti, ma a quello ben più ampio degli elettori. Eppure, sono gli iscritti a dettare loro la legge del Movimento. La seconda: a decidere il come, il cosa e il quando della votazione non sono stati nemmeno gli iscritti, ma Grillo (e/o Casaleggio). A disporre della cassaforte dei dati relativi alle votazioni sulla piattaforma del Movimento (chiamata a Rousseau in puro stile orwelliano) sono, di nuovo, soltanto loro due: Grillo e Casaleggio. Lo stesso, infine, va detto della trattativa portata avanti con il gruppo liberale: non risulta che sia avvenuta tramite consultazione, riunioni in streaming, scambio di vedute con chicchessia. La decisione politica è stata insomma tolta al gruppo, e affidata al Capo politico del Movimento, che può deliberare in solitudine, salvo, di quando in quando, sottoporre agli iscritti il deliberato, per ratifica, nei modi che ritiene più opportuni e secondo le forme di comunicazione che decide a piacer suo. Quel voto è insomma un esercizio di convalida, non una manifestazione di volontà. Comporta, anzi, la riduzione a zero della volontà degli eletti. I quali, a meno che non siano nella ristretta testa di comando del Movimento, cioè nel cerchio magico grillino, possono ritrovare una volontà politica solo uscendo dal gruppo.

Chiamatela come volete: dittatura dei soviet, giacobinismo elettronico, democrazia commissariale, ma non la chiamate democrazia parlamentare. Perché non ne ha più il senso né l’articolazione, una volta che trasforma il parlamentare in un mero esecutore della volontà altrui. Poi, certo, gli affanni degli istituti della rappresentanza e la più generale crisi sociale è tale, che si comprendono il discredito e la sfiducia. Manca una legge sui partiti, mancano regolamenti che scoraggino i cambi di casacca, spesso mancano anche costumi politici all’altezza della dignità parlamentare. Ma mancherebbe un Parlamento democratico, con il mandato imperativo. Quella, insomma, è l’acqua sporca, e questo è il bambino: non conviene mai buttare tutto insieme.

(Il Mattino, 13 gennaio 2017)

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