A Rigopiano il bello e il brutto del paese

snow-texture-146745«Per rispetto alla bontà e all’amore l’uomo ha l’obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri». Però c’era neve, neve dappertutto, e un silenzio fatale. Un’impresa anche solo raggiungere l’hotel Rigopiano; poi, una volta arrivati con gli sci ai piedi, perché gli spazzaneve non riescono a salire e il mezzo turbina non è disponibile, scavare, scavare incessantemente, scavare senza sosta tra le macerie dell’albergo sepolto dalla slavina, rinunciando ai cambi di turno, dormendo nelle tende igloo, prestando ascolto ai deboli segnali di vita che giungono da sotto la neve. E fare presto, fare il prima possibile, fare anche l’impossibile per trarre in salvo i pochi sopravvissuti.

Non concedere mai partita vinta alla morte: proprio così pensa Hans Castorp, il protagonista del capolavoro di Thomas Mann, «La montagna dell’incanto», nel capitolo che s’intitola semplicemente: neve. Neve, e lo spettrale silenzio della montagna, neve e una quiete mai prima avvertita, e l’abbuiarsi del cielo, e l’enorme massa nevosa in cui non c’è più niente e nessuno da vedere da nessuna parte. Al protagonista del romanzo quel bianco nulla che cancellava ogni via e ogni sicurezza rivelano però tutto sul conto dell’uomo: sulla sua ora più grave e sul modo in cui è da uomini affrontarla.

Così anche la tragedia consumatasi in pochi minuti, sotto la muta imponenza del Gran Sasso, nel cuore dell’Abruzzo, nel cuore dell’Italia, dice tutto, o quasi, sul conto del nostro Paese.

Leggere oggi la mail che il direttore dell’hotel invia nelle ore immediatamente precedenti la catastrofe, per avvertire che lassù sono tagliati fuori dal mondo, che le strade sono bloccate, che i telefoni non funzionano, che il gasolio sta finendo, che gli ospiti della struttura sono spaventati da morire per le scosse sismiche dei giorni passati, ebbene: fa agghiacciare il sangue. E raggela pure immaginare la disperazione dell’uomo che lancia per primo l’allarme, che ha la moglie e i figli sepolti sotto la neve e non può far nulla, e il suo allarme sulle prime non viene giudicato attendibile, e i soccorsi ritardano, e poi non riescono a farsi strada, e poi devono procedere lentamente, non c’è altro modo, non si possono usare mezzi pesanti, e bisogna aspettare, e alcuni, forse solo alcuni saranno ritrovati vivi mentre altri, i più sfortunati, non ce l’avranno fatta.

C’è, in questo racconto, un senso di impotenza delle cose e degli uomini, e insieme una sensazione di insufficienza, o il timore di manchevolezze forse rimediabili, che spesso accompagna le cronache dei grandi disastri ambientali che colpiscono un territorio fragile come quello italiano. Un’alluvione, il crollo di una diga, la valanga, il terremoto: un rosario che sgraniamo ogni volta, dopo ogni nuova sciagura. Ma c’è anche, intrecciato a questo, lo slancio generoso, il vigore e il coraggio dei soccorritori, le parole mai rassegnate e quasi i miracoli che sembrano riscattare un Paese intero.

Ci sono le tante contraddizioni del nostro Paese. L’hotel Rigopiano: una struttura incantevole, in uno scenario naturale quasi magico, ma in una zona a rischio valanga. Con le autorizzazioni in regola, ma accompagnato in queste ore dal dubbio che tra autorizzazioni e gestione del rischio qualcosa non sia in ordine. Con la turbina spazzaneve rotta, e quella funzionante lì vicino ma che non viene resa disponibile. Con i mezzi ordinari in difficoltà, ma con i soccorritori pronti a fare gli straordinari. L’accertamento di eventuali responsabilità, affidato alle indagini della magistratura, è doveroso, in presenza di una simile catastrofe: lo è meno la corsa a individuarle ancor prima che le indagini siano partite. Ma soprattutto vi è una difficoltà quasi congenita a fare buon uso del concetto: dove comincia e dove finisce la responsabilità del proprietario dell’albergo? Dove comincia e dove finisce quella delle autorità competenti sui permessi autorizzativi? Dove quella della protezione civile, e quella degli esperti? Dove, infine, quella della politica? Siamo sempre tentati dall’attribuire responsabilità presuntamente oggettive a questi a quegli, ma pure a liberarcene in maniera semplicemente burocratica, quando, a volte, non truffaldina. Però siamo anche pronti a sopportare i pesi più grandi, quando si tratta di dimostrare non responsabilità ma solidarietà, non giudizio ma comprensione.

«Che cos’era successo? Che mondo era quello? Era già il mattino? Era davvero rimasto tutta la notte nella neve senza assiderarsi, come avrebbe dovuto secondo tutte le esperienze?». Come Hans Castorp, pure noi, pure gli italiani a volte devono, incerti tra il sogno e l’incubo, pestare i piedi, scrollarsi e dibattere per capire dove sono, a che punto sono, e quale direzione prendere. La valanga li ha tramortiti, ma non li ha lasciati indifferenti.

(Il Mattino, 23 gennaio 2017)

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