Le tre ragioni che ci portano al proporzionale

Acquisizione a schermo intero 24012017 104400.bmp.jpgIl passo successivo alla vittoria del No al referendum del 4 dicembre scorso, alle dimissioni di Matteo Renzi e alla formazione del governo Gentiloni si compie oggi, con la decisione della Corte Costituzionale sull’Italicum, la legge varata dalla maggioranza lo scorso anno per l’elezione della sola Camera dei Deputati: il testo della riforma costituzionale non prevedeva infatti l’elezione diretta del Senato. Ma la riforma è stata bocciata, il Senato resta lì tal quale e si pone ora il problema di dare al paese un sistema elettorale coerente, che consenta sperabilmente la formazione di maggioranze omogenee tra le due Camere. Non è un’impresa semplice, dal momento che il sistema politico non si è mosso in una direzione bipolare: c’è un polo di centrosinistra che può aggregarsi attorno al Pd, e un polo di centrodestra che può costituirsi ancora intorno a Forza Italia. Ma c’è anche un polo rappresentato dal Movimento Cinquestelle, e ci sono altre formazioni da una parte e dall’altra dello spettro politico: Lega e Fratelli d’Italia sul versante destro,Sinistra italiana su quello opposto.

L’Italicum prevede il doppio turno, con un ballottaggio, al secondo turno, tra le prime due formazioni. In questo modo, con un sacrificio della rappresentanza, la legge può assicurare la governabilità del sistema. Proprio questo meccanismo è però sospettato di incostituzionalità, dal momento che, senza ulteriori condizioni di contorno, consentirebbe una sovrarappresentazione della forza che uscisse vincente dal ballottaggio.

Ora, cosa comporta il giudizio di oggi se, come molti osservatori danno per certo, la Corte reputasse la legge incostituzionale? Difficile fare previsioni. Di certo, Renzi e il Pd subirebbero un nuovo smacco (piccolo o grande dipende da quanto profondo sarà l’intervento della Corte). Passato con il voto di fiducia, l’Italicum doveva essere la legge che, insieme al cambiamento della Carta fondamentale, avrebbe completato il percorso delle riforme di sistema. La sua bocciatura avrebbe oggi il significato di un’ulteriore sconfessione della strada allora intrapresa.

Anche per questo, è molto cresciuto in queste settimane il partito proporzionalista. L’Italicum aveva infatti un impianto di tipo maggioritario (molto rozzamente: chi ha anche solo un voto in più vince e governa), che funziona egregiamente quando in lizza vi sono solo due forze, ma che invece comprime tutte le altre quando, appunto, di forze ve ne sono ben più di due: come è sempre accaduto nella storia d’Italia, e come è vero anche oggi.Sconfitto al referendum, sconfitto innanzi alla suprema Corte, il partito maggioritario avrebbe difficoltà a resistere alla rivincita del proporzionalismo. Che risponde, per dirla altrettanto rozzamente, al principio per cui ciascuno conta per i voti che ha, pochi o molti che siano, siraggiunga o meno una maggioranza.

Ufficialmente il Pd rimane per una soluzione di tipo maggioritario, ma le probabilità che si trovi un accordo in Parlamento sulla proposta fatta da Renzi di tornare al Mattarellum, cioè alla legge per tre quarti maggioritaria con cui si è votato nei primi  anni della seconda Repubblica, sono molto basse.

In realtà, sia dentro il Pd che fra i suoi alleati cresce la voglia di proporzionale. Per tre ragioni. Primo, perché il disorientamento seguito al referendum suggerisce alle forze politiche di rimandare il problema del governo a dopo il voto, non essendo quasi nessun partito pronto a presentarsi credibilmente in coalizione con altre formazioni. Secondo, perché col proporzionale molti pensano che sia più difficile ai Cinquestelle ottenere la maggioranza, anche qualora dovesse trovare un accordo con la Lega su una piattaforma giustizialista, nazionalista, antieuropeista. Terzo, perché una legge proporzionale allontana i segretari di partito dalla Presidenza del Consiglio. Cioè, per dirla più chiaramente, perché per Renzi sarebbe più difficile far valere la sua candidatura a Palazzo Chigi.Uno scenario possibile sarebbe infatti il seguente: Cinquestelle primo partito, ma senza una maggioranza parlamentare. L’onere di governare spetterebbe allora a una coalizione da formarsi tra le altre forze, ma che certo non potrebbe essere guidata dal segretario del Pd che non avesse vinto le elezioni.

L’ultimo fattore da considerare è il fattore tempo. È difficile che la Consulta consegni al Paese una legge elettorale bell’e fatta, già armonizzata con il sistema di voto del Senato(che è a sua volta figlio di una illegittimità costituzionale, quella del cosiddetto Porcellum). D’altra parte non si scappa: le leggi deve farle il Parlamento, a meno che la politica non voglia rinunciare completamente al suo ruolo. Ma vent’anni di affanni della seconda Repubblica dimostrano se non altro una cosa: che fare una buona legge elettorale è, per un sistema che ha difficoltà ad autoriformarsi, la cosa più difficile del mondo. E prende un sacco di tempo. Più probabile è che dunque al voto non si andrà in primavera, e forse neppure a giugno.

A meno che Renzi non riesca a far saltare il tavolo e non trovi subito il terreno sul quale sfidare Grillo e i Cinquestelle. Nel Pd è ancora lui la carta più credibile da spendere nel confronto elettorale. Al confronto, Rossi o Emiliano, Speranza o Bersani paiono tutte proposte di pura interdizione. Ma non è detto che basti. Così come non è detto che il Pd al governo con Gentiloni vedrà logorare i consensi, o non piuttosto, poco a poco, riguadagnarli. E quello sì che potrebbe diventare il perno di un’altra stagione politica.

(Il Mattino, 24 gennaio 2017)

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Una risposta a “Le tre ragioni che ci portano al proporzionale

  1. Caro Adinolfi, le confesso che la mia prima intenzione a votare “no” al referendum del 4 dicembre scorso era motivata dalla sfiducia verso Renzi e la sua cerchia. Sarebbe stata una scelta comunque legittima: non si compra un’auto usata da un venditore di cui non ci si fida a causa di certe sue scelte e comportamenti. Tuttavia, la sproporzione tra il fortissimo impegno speso dal fronte del “si” nel promuovere la riforma e i suoi obiettivi dichiarati, mi ha insospettito, me ne sono chiesto le vere ragioni, dunque ho approfondito meglio la materia, e i motivi per votare “no” si sono ingigantiti.
    Il fatto singolare, caro Adinolfi, è che questi motivi ho dovuto scoprirli da me, dal momento che nemmeno i più decisi oppositori della riforma li hanno illustrati nella loro campagna. E sono motivi (ed è questo lo scopo di questo intervento) sono rimasti di assoluta rilevanza e attualità anche dopo il tramonto della riforma, perché riguardano la legge elettorale, la stabilità del sistema politico italiano e la sua bonifica dall’invadenza dei partiti. Cerco di spiegarne i motivi articolando il ragionamento su alcuni punti che non richiedono particolari tecnicismi:

    1. la separazione dei Poteri sovrani tra Legislativo, Esecutivo, Giudiziario
    2. la sovranità del Popolo nelle democrazie parlamentari
    3. la differenza tra Costituzione formale e costituzione materiale
    4. la libertà dei rappresentanti del Popolo dal vincolo di mandato

    Come è noto l’architettura istituzionale delle moderne democrazie liberali si fonda sulla divisone dei poteri sovrani: Legislativo, Esecutivo, Giudiziario. Poteri indipendenti l’uno dall’altro, che si bilanciano, collaborano, interagiscono secondo modalità stabilite dalla Costituzione in modo che nessuno prevalga sull’altro e tutti assieme garantiscano la equilibrata gestione dello Stato.
    In particolare, la reciproca indipendenza tra Legislativo ed Esecutivo implica necessariamente la possibilità che questi due poteri si trovino in contrasto tra loro su particolari materie, senza che ciò comporti null’altro che un confronto dialettito e la ricerca di punti di mediazione. Come peraltro avviene normalmente negli Stati Uniti.

    E poiché nelle democrazie parlamentari l’organo che rappresenta la Sovranità popolare è il Parlamento, e ad esso compete di investire del potere Esecutivo il Governo votandogli la fiducia, e di revocarglielo votando una specifica mozione di sfiducia, nel caso il contrasto sia insanabile il Parlamento può revocare il potere esecutivo al Governo.

    Vale la pena citare integralmente l’art.94 della Costituzione perché è di esemplare chiarezza.

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    L’intento dei Costituenti è chiarissimo: una volta ricevuta la fiducia delle due Camere il Governo assume per intero e senza condizioni il potere Esecutivo fino al termine del suo mandato. Salvo che lo stesso Parlamento non la revochi prima con una esplicita mozione di sfiducia votata nei modi e nei tempi stabiliti nello stesso articolo.

    Per rafforzare il principio dell’indipendenza del potere Esecutivo dal Legislativo, e viceversa, il quarto comma dell’articolo 94 esclude esplicitamente che il voto contrario del Parlamento su una proposta del Governo possa giustificare le dimissioni di quest’ultimo.

    E’ una disposizione ovvia, perché è evidente che il voto contrario ad una specifica proposta del Governo non può essere equiparato ad un voto contro il Governo. Sarebbe privo di logica se così fosse, perché l’oggetto del voto contrario sarebbe la proposta, non il Governo che l’ha formulata.

    Se questo articolo fosse stato pienamente applicato nella forma e nella sostanza non vi sarebbero stati 63 governi in 70 anni di Repubblica. Ma questa è la Costituzione formale, la Costituzione materiale è sostanzialmente diversa.

    Nella Costituzione materiale vige il principio (in contrasto col disposto dell’art.94) che il voto contrario del Parlamento su una proposta del Governo può comportare le dimissioni di quest’ultimo. Dimissioni che possono essere reclamate dai parlamentari che hanno bocciato la proposta oppure possono essere date dal Governo di sua iniziativa, a seconda delle convenienze politiche del momento.

    Fonte di questo principio della Costituzione materiale, causa di continua instabilità dei governi e pretesto per tutte le alchimie elettorali, è l’istituto della “Questione di fiducia”, inserito nei regolamenti parlamentari di Camera e Senato.

    Grazie a tale artificio è stato aggirato l’art.94 della Costituzione: il Governo può ricattare il Parlamento minacciando le sue dimissioni, il possibile scioglimento delle Camere, il possibile ricorso a nuove elezioni in caso di voto contrario ad una proposta sulla quale ha posto la questione di fiducia.

    In caso di nuove elezioni, naturalmente, i membri del Parlamento che avessero votato contro la fiducia posta dal Governo dovrebbero mettere in conto di essere esclusi dalle successive liste elettorali.

    Dal canto loro le forze di opposizione in Parlamento possono reclamare le dimissioni del Governo nel caso in cui riescano ad ottenere che si formi una maggioranza che voti contro la proposta governativa.
    E’ del tutto evidente che nel caso di maggioranze formate da coalizioni composite e poco solide l’istituto della questione di fiducia mette in mano alle componenti minoritarie una formidabile arma di ricatto politico: facendo venire meno la maggioranza su una proposta governativa sul quale è stata posta la fiducia possono far cadere il Governo e provocare nuove elezioni. Cosa avvenuta effettivamente piuttosto spesso in passato.

    Dall’istituto della questione di fiducia, inserito nei regolamenti parlamentari ma escluso dalla Costituzione, deriva un principio secondario, anch’esso incostituzionale e fonte di instabilità politica: il Governo deve avere la fiducia del Parlamento costantemente nel tempo. Cosa che evidentemente comporta una continua instabilità nella continuità del Governo.

    Questo stato di cose, oltre alla elevata instabilità dei Governi, implica effetti distorcenti anche su altri aspetti fondamentali dell’assetto istituzionale del Paese.

    Il primo, e forse il più grave, è la sovrapposizione del potere Esecutivo sul Legislativo.
    E’ un fatto accertato che negli ultimi 20-30 anni il Governo ha assunto quasi interamente la funzione legislativa. Dalle statistiche ufficiali risulta che dei provvedimenti discussi e votati in Parlamento la stragrande maggioranza sono elaborati e proposti dal Governo, che non hanno origine parlamentare. L’esercizio del Potere Legislativo, di fatto, è stato avocato dal Governo e sottratto ai rappresentanti del Popolo.
    E il Governo, solitamente e salvo interludi “tecnici” promossi dal Capo dello Stato in particolari condizioni di necessità, è espresso dalle forze politiche di maggioranza, cioè dai Partiti.
    In sostanza i poteri Esecutivo e Legislativo vanno a concentrarsi nelle mani dei capi dei partiti di maggioranza.

    A loro volta i parlamentari, che secondo la Costituzione dovrebbero essere liberi dal vincolo di mandato, cioé liberi da qualsiasi condizionamento che non derivi dal loro libero convincimento, grazie a questo meccanismo sono invece irregimentati dalla disciplina di partito.
    Questo è un punto di fondamentale importanza. I Costituenti hanno voluto garantire la piena libertà dei rappresentanti del Popolo, anche al prezzo di svincolarli dall’obbligo morale e politico della coerenza con gli impegni presi con i cittadini che li hanno eletti, purché non fossero posti sotto tutela da poteri esterni al Parlamento. La costituzione materiale invece, come abbiamo visto, va in direzione diametralmente opposta, deformando gravemente il quadro istituzionale e sottraendo ai cittadini consistenti quote di rappresentanza e di potere per attribuirle ai partiti. I quali partiti, da organizzazioni destinate a organizzare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e ad organizzare il consenso, diventano veri e propri centri di potere a scapito delle istituzioni.

    Tutto ciò premesso è evidente che l’attuale dibattito sulla legge elettorale è affetto da un grave vizio di fondo: non è con le alchimie elettoralistiche che si può garantire al Paese stabilità politica, democrazia, trasparenza. Non è comprimendo il diritto di rappresentanza con soglie di sbarramento o deformandola con premi di maggioranza e liste bloccate che si garantisce la salute della democrazia e l’affezione dei cittadini. Lo si garantisce invece tornando ad applicare fedelmente la Costituzione.

    Stranamente, caro Adinolfi, di questo non si parla affatto.

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