Archivi del mese: marzo 2017

Sociale, troppo poco per la nuova civitas

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Non bisogna sottovalutare dichiarazioni di principio e ricorrenze: non scandiremmo la nostra vita secondo un calendario civile, se le date non contassero nulla. Non bisogna sottovalutare neppure le parole, che in certi momenti contano quasi quanto le cose. E tuttavia il programma enunciato ieri a Roma dai leader europei sconta una certa usura del vocabolario con cui declina gli obiettivi da realizzare. Indica, certo, un orizzonte di progresso economico e sociale, che in questi anni si è distribuito tuttavia in maniera diseguale tra le diverse regioni del continente; afferma e fa propria la necessità di lottare contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà, ma non chiarisce se le politiche conseguenti si ritiene che debbano essere adottate per un principio di equità e giustizia sociale, o per correggere gli indirizzi fin qui adottati di politica economica. Nobile intenzione la prima, ma più incisivo proposito il secondo. Il nodo però non viene sciolto, mentre su altri terreni le poche righe impiegate riescono ad essere chiare e nette.

Sull’affermazione del principio di parità fra uomini e donne, in particolare: dal modo in cui viene riproposto, si comprende benissimo che ha la forza di principiare effettivamente linee di intervento contro le discriminazioni e le diseguaglianze di genere.

Dove infine la dichiarazione appare più lontana dal prefigurare in concreto il contenuto dell’Europa sociale di domani è nel formulare l’impegno perché nell’Unione di domani i giovani possano trovare un lavoro in tutto il continente. Una così pronunciata mobilità della forza lavoro non solo non è alle viste, ma sembra possa interessare una fascia esigua di lavoratori, in grado di spendere le proprie abilità e competenze su un mercato più ampio. La fascia può ampliarsi, ed è anzi auspicabile che si allarghi, ma è chiaro che quell’obiettivo promette un dinamismo che non interessa allo stesso modo il laureato e il diplomato, il professionista autonomo e il dipendente pubblico. Punta alla mobilità di un fattore produttivo, più che alla sua protezione.

Forse non c’è altro modo per riprendere un sentiero di crescita, ma l’impressione è che la dichiarazione di Roma stabilisca comunque un ordine di priorità fra le iniziative comprese nella strategia Europa 2020. La crescita è anzitutto intelligente e sostenibile; soltanto poi solidale.

Quello però è il vero tasto dolente della costruzione europea nata nel 1992 con il Trattato di Maastricht, che declinava il patto di stabilità e crescita, in vista dell’introduzione della moneta unica, sulla base di parametri di carattere economico-finanziari – anzitutto il rapporto tra deficit e Pil non superiore al 3%, e il rapporto tra debito e pubblico e Pil non superiore al 60% – privi di un qualunque contenuto sociale.  Prendeva quel Trattato a riferimento i Paesi virtuosi, sui quali gli altri dovevano regolarsi, ma tra le virtù celebrate dal Trattato non ve n’era alcuna che fosse riferita a parametri a carattere sociale, come per esempio il tasso di occupazione.

C’è un punto almeno che questa impostazione trascurava, e che i successivi passi per “andare oltre Maastricht” non mi pare abbiano recuperato, se non molto parzialmente. Esso riguarda il profilo stesso della cittadinanza. Al quale appartiene anche un contenuto sociale, conquistato dai popoli europei, secondo tragitti storici diversi, lungo tutto il Novecento. Sicché, nel momento in cui si provava a costruire intorno alle stelle della bandiera dell’Unione un nuovo senso di appartenenza alla “civitas” europea, priva inevitabilmente del principale collante storico, quello nazionale, doveva apparire imprescindibile far crescere, non far diminuire la dimensione sociale della cittadinanza. Dalla dichiarazione di Roma io mi sarei dunque aspettato una più convinta presa d’atto che contano, certamente, le regole dell’economia, ma contano pure le regole della politica: non tutto quello che può apparire astrattamente preferibile, sul terreno della razionalità economica, è anche politicamente praticabile. Questa è del resto la ragione per cui di razionalità economiche ce n’è più d’una, e troppo a lungo è sembrato che Maastricht e l’euro fossero solo la traduzione sul continente della cura che oltre Manica e dall’altra parte dell’Atlantico aveva preso il nome, negli anni Ottanta del secolo scorso, di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Ovvero: non esiste la società, esistono solo gli individui; lo Stato è parte del problema, non della soluzione. Questi slogan può darsi anche che possano funzionare: dove però esiste un contesto istituzionale già consolidato, e spazi di democrazia condivisa. Dove invece queste condizioni mancano, il risultato somiglia troppo da vicino a ciò che negli anni è diventata, agli occhi dell’opinione pubblica, la tecnocrazia europea, la burocrazia europea, l’Europa dell’euro: non uno svuotamento della politica, ma una politica priva di quel contenuto sociale senza il quale nessuna solidarietà europea può veramente stabilirsi.

(Il Mattino, 26 marzo 2017)

La tentazione di abolire i Parlamenti

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La critica – radicale, definitiva, inappellabile – che Michelle Houellebecq rivolge, sul Corriere della Sera, all’indirizzo della democrazia rappresentativa richiede, per essere discussa seriamente, un passo indietro. Di quasi tremila anni.

Houellebecq parla alla vigilia delle elezioni presidenziali in Francia – alla vigilia delle celebrazioni per il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, istitutivi del primo nucleo di comunità europea – e non si limita a prendere le distanze dall’offerta politica del suo Paese («mi asterrò con particolare entusiasmo»), ma, nel formularla, vi mette il carico da novanta, esprimendo un rifiuto completo e senza sfumature delle istituzioni parlamentari come tali, dell’idea che democrazia possa ancora voler dire rappresentanza – oggi, in un tempo in cui la tecnologia sembra rendere possibile l’utopia della democrazia diretta. Questo è il suo primo argomento. Il secondo è invece che non è vero, se mai lo è stato, che il popolo è ignorante, e che dunque non può prendere direttamente decisioni politiche che richiedono particolari competenze. Il terzo infine è che solo il popolo è legittimato a decidere, e nessun’altra istanza è più democratica di quella che al popolo rimette le decisioni su ogni e ciascuna materia su cui occorra deliberare.

Nessuno di questi tre argomenti contiene – bisogna pur dirlo, con tutto il rispetto per il più famoso scrittore francese vivente – una critica particolarmente originale della democrazia moderna. Che non ricorre affatto all’escamotage della rappresentanza solo perché non si riesce a sentir tutti su ogni argomento. Che non si dota di organismi parlamentari solo per togliere la parola al popolo, di cui non si fida. E che infine non costruisce percorsi di legittimazione costituzionale solamente per limitare in chiave oligarchica l’esercizio del potere politico. Per tutto questo, si potrebbe rinviare Houellebecq a qualche buon manuale di diritto costituzionale, per regolare le questioni su ciascuno di questi punti, e intanto domandargli chi diavolo sceglierà – quale Staff, quale Garante, quale Blog – gli argomenti da sottoporre a referendum popolare, e chi governerà nel frattempo, tra un referendum popolare e l’altro.

Così replicando, si mancherebbe l’essenziale. Da quando i moderni hanno costruito la libertà politica grazie all’invenzione dei parlamenti, eletti con voto libero, universale e segreto, al fianco degli istituti democratici è subito spuntata, infatti, la critica dei fautori della democrazia diretta: niente di nuovo sotto il sole. Prima di essere una piattaforma dei grillini, Rousseau era effettivamente un filosofo di questa fatta.

Ma l’essenziale – cioè il vento populista che gonfia le vele di Houellebecq – non lo si coglie senza tornare indietro, di tremila anni. A Omero, al secondo canto di quel primo, immenso monumento della cultura europea e occidentale, che è l’Iliade. Sono i versi in cui, dinanzi ai capi achei riuniti, prende la parola Tersite, l’unico soldato semplice a cui Omero presti una voce distinta in tutto il poema. Dunque: parla Tersite, ed è un atto d’accusa spietato, condito di ingiurie e improperi, contro i capi achei che hanno portato i loro uomini sotto le mura di Troia per una guerra di cui solo loro, i capi, si ingrasseranno spartendosi il bottino. Parla Tersite, e inveisce contro il duce supremo, Agamennone, mosso solo da sete di oro e di giovani donne da conquistare. Parla Tersite – il gaglioffo Tersite, brutto e deforme, calvo e con la gobba – e non ha tutti i torti, perché quando mai c’è stata una guerra al mondo, a cui non si sia stati spinti per brama di potere, di gloria o di ricchezza? Non ha tutti i torti Tersiet, ma uno, fondamentale, lo ha: non sa che sta parlando non solo contro Agamennone e gli altri capi achei, ma anche contro l’Iliade e l’epica stessa. Non lo può sapere, perché lui sta proprio dentro l’Iliade, è dentro la narrazione delle guerra troiana, essendo di quella epopea soltanto un personaggio. Lo sa però Omero, che dopo avergli lasciato libero sfogo per qualche verso lo fa percuotere e zittire dal glorioso Ulisse. E ci consegna l’unica difesa possibile del senso umano della storia dal tersitismo, il primo nome che ha preso il populismo nella storia occidentale.

Se la ragione è di Tersite, e di Tersite soltanto, non ci sarà infatti più nessuna guerra di Troia, ma anche nessun valore, nessuna causa, nessun canto, nessun senso delle vicende umane diverso dal riso, dallo sberleffo e dallo scherno. Non ci saranno eroi nel tempo degli eroi, ma nemmeno poeti nel tempo della poesia, e uomini di Stato nel tempo degli Stati. Tersite non racconta; deride. Ha ragione, ma non ha tutta la ragione; vede il basso e se ne compiace persino, con la sua sguaiataggine, ma così non riconosce nessuna possibile altezza per la figura umana.

Houellebecq dirà allora: cosa però c’è di più democratico di Tersite? Dobbiamo stare con gli uomini del popolo o con la casta dei tronfi capi achei? Ma questa domanda è frutto di un equivoco, frutto dell’idea che democratico sia solo lo scurrile e il plebeo, e dunque solo il movimento che abbassa e degrada, e non anche il movimento che sale verso l’alto, che forma e trasforma anche il vile ed anche il plebeo. Democrazia è questa seconda cosa qua: è la costruzione di un popolo sovrano, non la distruzione di ogni possibile sovranità.

Nella sua lunga conversazione, Houellebecq dice ancora un’altra cosa importante, sull’assenza di una cultura europea: ci sono solo culture locali, e poi una «cultura globale anglosassone.» C’è del vero, in questa affermazione, che meriterebbe un lungo discorso. Ma intanto: quella di Agamennone, Tersite e Ulisse non è una storia che appartenga a una cultura locale, e nemmeno alla cultura globale anglosassone. Se Europa fosse anche solo il luogo in cui queste storie si continuano a leggere, studiare e raccontare non sarebbe piccola cosa. Come non lo sarebbe costruire un quadro istituzionale europee che, certo, non risolvesse i suoi problemi picchiando con lo scettro i Tersite che provano a prendere la parola, ma neppure lasciando che lo scettro cada dalla mano di Ulisse e da ogni mano. Perché, quando cade, qualcuno che lo raccoglie nuovamente c’è, e di solito non è un Tersite, ma qualcuno che lo stringe molto più forte di prima.

(Il Mattino, 25 marzo 2017)

 

E’ morto Alfredo Reichlin, partigiano dal Pci al Pd

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Ha avuto una vita lunga, Alfredo Reichlin: dall’esperienza partigiana alla Repubblica; dalla direzione dell’Unità alle numerose legislature in Parlamento; da Togliatti a Ingrao, che fu la figura più influente sulla sua prima formazione; da Berlinguer fino a D’Alema, di cui condivise le scelte fondamentali, fino, da ultimo, alla presidenza della commissione che avrebbe scritto la Carta dei valori del nuovo partito democratico.

L’ha raccontata lui stesso, questa vita lunga e appassionata, attraversata con un tratto di eleganza e di pensosità a cui non rinunciò mai, in un libro di qualche anno fa che Laterza ha dato alle stampe con il titolo: «Il midollo del leone». Nelle ultime pagine del libro, Reichlin spiegava il titolo prescelto. È un’espressione che si trova in un pensiero di Italo Calvino dedicato a Giaime Pintor, morto nel ’43 per l’esplosione di una mina: «l’avara presenza del bello e del bene, questo è il midollo del leone che Pintor, traduttore di Rilke, lettore di Montale, morse dalla civiltà letteraria che l’aveva preceduto». Da ragazzo, Reichlin assaggiò avidamente quel morso: «nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia». Era stato infatti compagno di banco del fratello di Giaime, Luigi, nel Regio Liceo Tasso di Roma. Giaime, più grande di qualche anno, fu tra quelli che aprirono gli orizzonti culturali del giovane Pietro: gli diede in lettura le poesie di Eluard e gli opuscoli di Lenin, i libri di Vittorini e i racconti di Hemingway. Passò infine dai Pintor la strada che portò Reichlin ad iscriversi al partito comunista.

Dopo l’esperienza gappista durante la Resistenza, Reichlin aveva infatti aderito al partito e fin dagli anni Cinquanta ne divenne uno dei più autorevoli dirigenti. Appena trentenne, nel 1957, Reichlin fu infatti chiamato a dirigere «L’unità», che non era allora, sul finire degli anni Cinquanta, solo il giornale del partito, ma era anche il «Corriere della Sera del proletariato», e l’unico quotidiano diffuso uniformemente su tutto il territorio nazionale.

L’esperienza, tuttavia, non durerà molto. Reichlin è in quegli anni vicino a Pietro Ingrao, il capo della sinistra del PCI. I dissensi politici con Togliatti – sull’atteggiamento da tenere nei confronti del primo centrosinistra, che gli ingraiani osteggiano frontalmente, considerandolo solo un aspetto della ristrutturazione del capitalismo – determinano l’allontanamento dalla direzione del giornale. Reichlin finisce in Puglia, dove guida la federazione regionale e contribuisce a tirar su un gruppo di giovani intellettuali – Biagio De Giovanni, Giuseppe Vacca, Franco Cassano, Franco De Felice – raccolti intorno all’Università, alla casa editrice Laterza e all’altro editore di Bari, De Donato. Lucio Colletti appiccicherà a questo gruppo di studiosi l’epiteto un po’ beffardo di «école barisienne», ma, come spesso accade, il nome perderà in seguito il suo significato ironico, per indicare uno delle fucine culturali più vivaci del marxismo italiano degli anni Sessanta-Settanta, insieme all’operaismo.

Si discute, non senza qualche allarme nel partito, di nuova egemonia, di rinnovamento dei quadri dirigenti, di metodo storico, ma anche dei rapporti col movimento studentesco e di sviluppo del Mezzogiorno.

Si apre la stagione del ’68, che in Italia dura un decennio e che, nonostante i successi elettorali del partito comunista, restringe progressivamente i margini culturali e ideologici a disposizione del Pci. «Venivamo – ha scritto Reichlin, che siede in quegli anni nella Direzione del partito – da un marxismo letto come storicismo assoluto. Il nostro referente non era il vecchio scientismo socialista, ma Gramsci e la sua polemica con il positivismo»: questo peraltro era il terreno di incontro con le grandi masse cattoliche, rappresentate in quegli anni dalla complessa e tormentata figura di Aldo Moro. «Il nostro pensiero – aggiunge Reichlin nella sua autobiografia – era certamente classista, ma anche dominato dall’assillo di promuovere quella rivoluzione intellettuale e morale che l’Italia moderna non aveva conosciuto mai», e in queste parole si può forse riconoscere il travaso di temi gramsciani che giunge sino alla segreteria Berlinguer, e all’incipiente questione morale che scaverà un solco, a sinistra, fra il partito comunista e il partito socialista di Bettino Craxi. Reichlin è in quegli anni al fianco del segretario del PCI, in posizioni di responsabilità, e ne condivide tutte le scelte, di cui a distanza ha riconosciuto la complessità e, insieme, i limiti.

Anche negli ultimi tempi, in posizione più defilata, Reichlin non ha mai rinunciato ad affilare le armi della critica in relazione ai compiti storici che vedeva drammaticamente aperti dinanzi all’Italia e all’Europa.  La sua valutazione delle vicende storiche degli ultimi trent’anni non era affatto indulgente: rivoluzione conservatrice, subalternità al liberismo, subalternità rispetto alla finanziarizzazione dell’economia che ha segnato i processi di globalizzazione, restringimento degli spazi di democrazia. È un giudizio che coinvolge tutta la parabola della sinistra, non solo italiana ma europea.

Dopo il voto del 2013, aveva lui tirato fuori l’idea del partito della nazione, che era stato però largamente fraintesa. Reichlin non pensava a una formazione neocentrista, ma al contrario alla funzione nazionale di un partito di massa. In un certo senso, fedele alla tradizione comunista, non riconosceva altra funzione ad un partito degno di questo nome: «Bisogna ridare un’anima all’Italia, insediarsi   nella   storia   del   paese,   non   cancellare   il   passato. Bisogna fare della sinistra il nuovo “partito nazionale”».

Erano parole che rivolgeva ai dirigenti del PD, con una preoccupazione che ne ha segnato l’ultima, amara riflessione: «La sinistra rischia di restare sotto le macerie». Ma vale forse per il Pd quello che Reichlin ha pensato del partito comunista: non è il Pd che spiega la storia d’Italia, ma questa, se mai, che spiega quella.

(Il Mattino, 22 marzo 2017; liev. mod.)

Perché non è solo un errore folle

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«Un errore folle», ha detto la presidente della Rai, Monica Maggioni. Ma cosa, per la precisione, era folle nella trasmissione condotta da Paola Perego, dedicate ai buoni motivi per cui gli italiani preferirebbero le donne dell’Est? Sicuramente lo erano i motivi illustrati nella grafica che a un certo punto la presentatrice ha sciorinato ai suoi gentili ospiti. Le donne dell’est, spiegava la tabella, “1) Sono tutte mamme, ma dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo; 2) Sono sempre sexy, niente tute né pigiamoni; 3) Perdonano il tradimento; 4) Sono disposte a far comandare il loro uomo; 5) Sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa; 6) Non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio”.

Ora, è certamente difficile accogliere in così poche righe così tanti luoghi comuni e stereotipi maschili. Improvvisamente indietro di decenni, il maschio italiano che ha risposto al sondaggio della trasmissione targata Rai vuole una donna dal fisico statuario, sempre curata, sempre sottomessa, sempre disponibile, che non si lagna mai. Rivendica naturalmente il diritto atavico alla scappatella e pretende di avere in casa la mamma, la casalinga e naturalmente l’amante, a seconda di come butta.

Ma non basta parlare di follia dinanzi a questa stupefacente capacità di esprimere in un colpo solo il maschilismo più rozzo e la più superficiale incultura, perché, a pensarci bene, se gli autori della trasmissione avessero trovato qualche motivo migliore per discettare intorno alla sorprendente preferenza italica per le donne dell’Est Europa – motivi diversi da quelli illustrati da Marta Flavi (hanno sempre unghie curatissime) o da Fabio Testi (accompagnano i loro uomini nei bordelli) – non avrebbero confezionato una trasmissione molto più decente.

L’incidente in cui è incorsa Paola Perego è talmente gigantesco, l’errore così sesquipedale, che la questione non è come mai non vi fosse nessuno, nella redazione del suo programma, in grado di vedere la montagna di triviali cliché che stava per andare in onda. La domanda è: che cosa va in onda quotidianamente da quelle parti, se si son fatti insensibili a tal punto, se non sono in grado di accorgersi di offrire una rappresentazione della donna (ma anche dell’uomo) così volgare? Bisognerebbe andarsi a guardare tutte le puntate precedenti, per chiedersi se davvero la trasmissione dedicate alle donne dell’Est fosse così fuori linea rispetto ai pomeriggi di Rai 1: così folle – come dice la presidente Maggioni.

Perché non si può far finta di non sapere che è tutto un genere di chiacchiera televisiva che ha preso questa piega. E da tempo. Si chiama infotainment, e consiste nello sposare l’informazione con l’intrattenimento. Ma lo sposalizio può andare in due modi: si può usare l’informazione per divertire, o si può fare il contrario, e provare a usare linguaggi più leggeri, divulgativi, per fare informazione. Questa seconda strada non è quasi mai percorsa, mentre la prima lo è in continuazione, pescando a piene mani dalla cronaca rosa o nera, in cerca di vicende drammatiche o pruriginose, di facili sentimentalismi o di finti sensazionalismi.

È così che funziona, bellezza: forse persino dopo la scandalosa trasmissione della Perego si troverà qualcuno disposto a metterla così, con disinvolto cinismo. Come se non vi fossero responsabilità editoriali di sorta. Come se il servizio pubblico non avesse qualche dovere in più, nel costruire i propri palinsesti. Come se tutto fosse uguale a tutto, senza possibilità alcuna di esercitare un minimo di giudizio critico su quello che va in onda.

Ma veramente non è la singola trasmissione, ciò di cui ci si dovrebbe occupare. Questa volta, peraltro, le scuse dei massimi dirigenti sono arrivate subito e la trasmissione è stata chiusa. Bene. Benissimo. Ma la domanda è: ora cosa andrà in onda, al posto di «Parliamone sabato»? Di cosa si parlerà la settimana prossima nel consueto pomeriggio della Rai? Ancora e sempre delle storie che appartengono alla nostra esistenza quotidiana: quando non si tratta di politica o di sport – gli altri piatti forti del menu televisivo, oltre allo show e, ultimamente, alla cucina – si tratta del «life», cioè della vita messa in forma di spettacolo televisivo. Nozze, are e sepoltura, diceva Giambattista Vico, e li indicava come «costumi eterni e universali», costanti che segnano la struttura stessa dell’umano. Ma il «life» è proprio questo: nozze, are e sepolture, presentate però in tv con tutta la sapienza antropologica di cui possono esser capaci tutti insieme Paola Perego, Marta Flavi e Fabio Testi (e il giornalista e la miss, a contorno).

Tutte le cerimonie con cui l’uomo marcava la propria differenza rispetto al mondo naturale e costruiva il proprio mondo culturale stanno cambiando: cambiano i costumi sessuali, cambia sia l’inizio che la fine della vita, cambia il senso del sacro. Infotainment dovrebbe significare: capirci qualcosa. E invece vuol dire: darsi di gomito, farci sopra delle risate da trivio o infarcirle dei peggiori luoghi comuni. Un errore folle, è vero, ma purtroppo c’è del metodo in questa follia.

(Il Mattino, 21 marzo 201)

Europa, la svolta. La storia si rimise in cammino

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«Mister Gorbaciov, apra questa porta! Mister Gorbaciov, tear down this wall! Abbatta questo muro!»: la porta non si aprì – non era quello l’«apriti sesamo!» che  doveva cambiare il mondo – né crollarono i tre metri e mezzo di cemento grigio e filo spinato che attraversavano tutta Berlino, lungo la frontiera che dal 1961 separava la Germania dell’Ovest dalla Germania dell’Est, le democrazie capitalistiche dell’Occidente dal socialismo reale dei paesi d’oltrecortina, l’Alleanza atlantica dal Patto di Varsavia. Però la frase pronunciata dal presidente americano Ronald Reagan dinanzi alla porta di Brandeburgo è rimasta, giustamente, nella storia. Era il 12 giugno 1987 e di lì a poco il Muro sarebbe caduto veramente. Ma erano davvero in pochi a pensarlo, allora. O almeno: pochi potevano immaginare il modo in cui un intero ordine politico si sarebbe sbriciolato quasi per caso in una notte sola: alle ore 23.17 del 9 novembre 1989, quando il comandate delle guardie di frontiera della Germania dell’Est diede l’ordine di aprire Checkpoint Charlie, il luogo di confine delle due Germanie nel cuore della Berlino spezzato dalla Guerra Fredda.

Poche ore prima si era seduto dinanzi alla stampa il compassato portavoce del Politburo, Günther Schabowski, ed aveva annunziato la decisione del Comitato Centrale di eliminare le restrizioni sul rilascio dei passaporti. Per la prima volta, ogni cittadino della Germania dell’Est poteva averne uno. Il tono dell’annuncio era, al solito, quasi anodino, ma si trattava di una bomba. Era quello l’«apriti sesamo», anche se il ligio portavoce non lo sapeva. Quando infatti sarebbe entrato in vigore il nuovo regolamento? Il povero Schabowski non ne aveva la più pallida idea. Guardò le carte, mise e tolse gli occhiali perplesso, poi fece di testa sua e bofonchiò: «In base alle mie informazioni, immediatamente». Ab sofort: da subito. La bomba era esplosa.

I tedeschi dell’Est, che nei giorni precedenti erano già scesi in piazza, a milioni, per chiedere riforme democratiche e libertà di stampa, si precipitarono di nuovo per le strade: sempre più numerosi, sempre meno esitanti, sempre più sfrontati dinanzi alle guardie mute che presidiavano il confine. Alla successiva domanda – «che ne sarà del Muro di Berlino?» – Schabowski, nella conferenza stampa del pomeriggio, non aveva saputo rispondere; di fronte alle decine e decine di migliaia di berlinesi che si dirigevano a sera verso Checkpoint Charlie, ai riflettori delle tv occidentali che si accendevano dall’altra parte del Muro, ai tedeschi dell’Ovest che gridavano «Venite! Venite!», neanche il comandante delle guardie seppe bene cosa fare. Infine decise: fece alzare le sbarre. Il Muro non c’era più.

Quando però aveva davvero cominciato a vacillare? Forse con l’elezione di Mikhail Gorbaciov alla guida dell’URSS, nel 1985, e la sua destabilizzante «perestrojka», la politica di riforme che doveva trasformare radicalmente il sistema economico sovietico e introdurre maggiore trasparenza, «glasnost», nella vita pubblica di un Paese ormai sclerotizzato. O forse con il rilancio della corsa agli armamenti voluta dal 40° presidente degli Stati Uniti d’America, il californiano Ronald Reagan, determinato a vincere la Guerra Fredda e a sconfiggere definitivamente il comunismo. O magari con l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla, e l’appoggio dato dalla Chiesa polacca al sindacato clandestino Solidarnosc: la ribellione degli operai di Danzica, guidati da Lech Walesa, era stata schiacciata nel 1981 dal colpo di stato del generale Jaruzelski, ma aveva mostrato al mondo che i regimi socialisti erano ormai giganti dai piedi d’argilla, privi di qualunque credibilità e consenso presso la popolazione, tenuti in piedi solo dall’esercito e dai metodi polizieschi dei vari partiti comunisti al potere.

In realtà, se c’è un concetto che è difficile maneggiare, nel raccontare la storia, è quello di inizio. Le date servono a mettere un punto, ma i periodi storici non cominciano mai da lì. Non funziona come nei romanzi: non c’è un incipit. Ci sono invece molteplici processi: alcuni più veloci, altri più lenti; alcuni più incisivi, altri meno, così che la figura di un mondo nuovo, che a volte si disegna all’improvviso, come a Berlino la notte del 9 novembre, erompe a partire da un concorso di cause che è vano voler ridurre a una soltanto. Tutti ricordano quella formidabile notte: le persone che si arrampicano sul muro, quelli che ballano, quelli che con il martello provano a scalfire il mostro di cemento, e i tedeschi dell’Ovest che abbracciano quelli dell’Est, e fiumi di birra che scorrono. La potenza simbolica di quelle immagini, l’emozione che suscitarono fu enorme: finiva la Guerra Fredda, finiva il comunismo, finiva la divisione fra le due Germanie. Per qualcuno finiva addirittura la storia: Francis Fukuyama non avrebbe mai scritto, nel 1992, il suo discusso saggio sulla fine della storia, nel quale si celebrava la definitiva vittoria della democrazia come sistema politico e del capitalismo come sistema economico, se il Muro non fosse venuto giù, se quella vittoria non l’avesse vista celebrata sotto la porta di Brandeburgo; se il canuto Honecker, presidente della DDR, non fosse stato costretto a lasciare Berlino per fuggire a Mosca; se il dittatore romeno non fosse stato deposto, poi fucilato; se il Presidente Husák e il segretario Miloš Jakeš, in Cecoslovacchia, non fossero stati costretti dalla «rivoluzione di velluto» a lasciare il Paese; se insomma non fosse crollato l’ordine di Jalta, uscito dalla seconda guerra mondiale, e cambiata, insieme alla Germania riunificatasi nel giro di appena un anno, la geografia politica dell’Europa intera.

Se però vogliamo proprio trovare un inizio della fine allora bisogna dire: dicembre 1988, alle Nazioni Unite Gorbaciov annuncia il ritiro unilaterale di 250.000 uomini dall’Europa orientale. La superpotenza non ha più i soldi. Da quel momento, con la rinuncia alla dottrina interventista del PCUS – quella che aveva portato i carri armati russi a Budapest nel ’56, a Praga nel ’68 – prendono forza, in tutti i paesi del blocco sovietico, le spinte disgregatrici. Tutti ricordano il Muro, ma nel maggio dell’89 era stato il primo ministro ungherese, Miklós Nemeth, scontrandosi col partito, ad annunciare che non avrebbe più sostenuto le spese per mantenere in funzione la barriera elettrificata al confine con l’Austria. Il Muro c’era ancora, per Honecker sarebbe durato ancora cent’anni, ma passando per l’Ungheria diveniva già possibile raggiungere l’agognato Occidente.

I percorsi della storia sono strani. Come è difficile stabilire un inizio, così lo è anche capire come le cose andranno a finire. A fianco di Nemeth, a chiedere a gran voce di seppellire il comunismo, c’era Viktor Orbán: allora giovane leader democratico, paladino delle libertà civili, oggi padrone indiscusso del Paese, a cui ha impresso una forte torsione con serissime limitazioni dei diritti, che preoccupano l’Unione europea. Evidentemente, le vie per conquistare e mantenere la democrazia non sono sempre rettilinee, e certe soluzione autoritarie tornano volentieri ad affacciarsi.

E in Italia? La fine del socialismo reale non poteva non ripercuotersi sul nostro paese, imperniato su due grandi partiti, uno dei quali, il PCI, aveva sì reciso il cordone ombelicale con i comunismi dell’Est e sperimentato una via nazionale e democratica, ma rimaneva permeato di culture, simboli e modelli legati al blocco sovietico. Anche l’Italia franò. Ma il colpo di maglio dell’inchiesta milanese di «Mani pulite» è venuto dopo, nel ’92; le cause internazionali hanno preceduto quelle endogene; la perdita di funzione storica ha preceduto la débâcle morale. Non a caso, troncando un dibattito ormai avviato da mesi, solo tre giorni dopo la caduta del Muro, Achille Occhetto, da poco segretario del PCI, si dichiarò pronto a cambiare anche il nome del partito, cosa che accadrà, senza rinunce o abiure, due anni dopo. Da quel giorno, nomi e partiti in Italia non hanno mai smesso di cambiare, in una girandola ininterrotta, e il sistema politico italiano non ha più ritrovato un assetto stabile.

Ma questa, come si dice, è un’altra storia. La nostra.

(Il Mattino, 16 marzo 2017; numero celebrativo per i 125 anni del quotidiano)

 

 

La repubblica della “moralità”

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L’onore è perduto, scrive Massimo Giannini su «Repubblica», commentando la decisione a suo dire scandalosa del Parlamento che, nonostante una sentenza di condanna passata in giudicato, nonostante la legge Severino che comporterebbe la decadenza, ma soprattutto: nonostante la «domanda di moralità» che sale dal Paese (e che Giannini mette fra virgolette, forse per una forma di pudore residuo) ha salvato il senatore azzurro Augusto Minzolini, conservandogli lo scranno di Palazzo Madama.

Voglio rendere subito chiaro che cosa significhi un editoriale di questo tenore, affidato a una delle penne più prestigiose di uno dei più influenti giornali del Paese, e certamente il più influente nel campo della sinistra progressista. Significa che se sale prepotente la domanda di moralità, la libertà del parlamentare non conta, e deve togliersi di mezzo. Giannini non lo dice esplicitamente, ma non può significare altro la sua fierissima indignazione e l’enorme scandalo di fronte alla valutazione compiuta dai parlamentari del partito democratico (per Giannini il voto del centrodestra è indecente per definizione: non vale nemmeno la pena di starsi a chiedere perché votino per il loro compagno di partito, o di merende)  che hanno detto no alla decadenza, poco importa che fra essi vi fosse un giornalista serissimo come Massimo Muchetti, un filosofo come Mario Tronti, una coraggiosissima giornalista anticamorra, tuttora sotto scorta, come Rosaria Capacchione. La domanda di moralità non ammette distinguo, e Giannini non si accorge nemmeno di aver così dato clamorosamente ragione a Angelo Panebianco che sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa aveva parlato di resa culturale ai Cinque Stelle. Resa culturale a quel piccolo Robespierre che risponde al nome di Luigi Di Maio, il vicepresidente della Camera dei Deputati, secondo il quale dopo un voto del genere non ci si può lamentare «se i cittadini vengono a manifestare in modo violento». Resa culturale a quell’altro, autorevolissimo esponente del Movimento, Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza della Rai, che rivolgendosi ai banchi del Pd, usa queste violentissime parole: «siete da radere al suolo».

Cosa aveva scritto Panebianco? Che nel discorso pubblico non c’è nessuno che sia in grado di spendere una parola a difesa delle istituzioni della democrazia rappresentativa, nessuno che si batta a difesa della libertà di mandato del parlamentare (l’unico, vero presidio della libertà politica: non ce n’è un altro), «nessuno che si batta con energia per far capire che i parlamentari non sono cittadini come gli altri». E cosa ha scritto ieri Giannini? «Il Senato, consapevolmente ma colpevolmente, decide dunque di disattendere una legge dello Stato, che vale per tutti meno che per uno dei suoi membri». I due testi – quello di Giannini e quello di Panebianco – si oppongono punto per punto, e la sinistra in Italia – la sinistra riflessiva, intellettuale, civile, colta e informata che legge «Repubblica» – ha scelto, ieri, di arrendersi culturalmente ai Cinquestelle: rappresentando come un’eccezione e un odioso privilegio l’esercizio delle prerogative del parlamentare, tra le quali rientra, evidentemente, quella di esprimere in autonomia il proprio sindacato su una legge, su una decisione o su un qualunque provvedimento sia richiesto alla Camera di appartenenza. Si è arresa, dando del venduto ai diciannove parlamentari del Pd che hanno difeso Minzolini. Ma non avendo la sfrontatezza dei grillini, e volendo mantenere l’eleganza che contraddistingue le opinioni per bene, si è arresa col piccolo artificio retorico di fingere di non voler nemmeno pensare che il Pd e i suoi senatori si sono venduti.

Si è arresa, insomma,facendosi interprete di quella domanda di moralità incattivita dalla rabbia, in nome della quale oggi Giannini non rispetta il voto del Senato, tanto poco quanto lo rispetta il Movimento Cinquestelle, che anzi ne alimenta il disprezzo. In nome della quale Giannini confessa di parlare in un linguaggio che non gli appartiene: scrive infatti che nel voto si è manifestata «la Casta che difende se stessa», e poi aggiunge subito che però queste parole non sono le sue, questa maniera di esprimersi non è la sua, ma quella di un tempo «di ferro e di fango». Già: il tempo. Ma questa è proprio l’egemonia di cui parlava Panebianco: quando parli parole non tue, ne sei consapevole e tuttavia non puoi farne a meno, le metti tra virgolette cercando di tenerle a qualche distanza, prendendole con le pinze, ma intanto non ne hai altre, hai consumato ogni altro lessico e devi prendere le parole dal vocabolario che gli altri, quelli che dovrebbero essere i tuoi avversari, hanno ormai imposto nel discorso pubblico.

Del resto, quali  altri terreni la sinistra politica in Italia ha saputo coltivare durante la seconda Repubblica, all’infuori di quello che gli ha offerto l’opposizione morale al berlusconismo? La domanda di moralità che ieri Giannini ha tirato di nuovo fuori dal cassetto era la madre di tutte le domande, che, nel numero di dieci, «Repubblica» formulava all’indirizzo del Cavaliere. Ed è tuttora la sola domanda che solleva a sinistra passioni e furori, molto più delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali. Anzi, la sinistra sta perdendo pure su quest’ultimo terreno, lasciando che ad occuparlo sia un altro regime di discorso, quello che si fa contro gli stranieri che rubano il lavoro o minacciano la nostra identità.

Anche queste parole si fanno egemoni e sottraggono spazio alla sinistra. Che forse, proprio perciò, va a rimorchio di quelli che inoculano il virus dell’antiparlamentarismo, avendo perduto l’onore di difendere il Parlamento anche quando sbaglia.

Ma un Parlamento che sbaglia è meglio, molto meglio di nessun Parlamento. Avrei votato per la decadenza – e mi spiace di doverlo mettere in premessa per non essere frainteso, come una specie di excusatio non petita – ma se per tenerlo in piedi fosse necessario riempirlo di mille malfattori, ebbene: io lo farei.

(Il Mattino, 18 marzo 2017)

 

 

Eclisse di Stato: l’unico orizzonte è giudiziario

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In tempi di avvilimento pubblico è impossibile ogni forma di grandezza: è un pensiero di Antonio Gramsci che vale bene per l’epoca nostra, la cui narrazione è più avvilente che mai. L’almanacco quotidiano delle inchieste reca, alla data di oggi: la condanna a sette anni e sei mesi per estorsione, inflitta a Nicola Cosentino, ex sottosegretario al Tesoro e uomo forte del centrodestra in Campania; 69 arresti, tra cui alcuni eccellenti, per appalti truccati, e reati che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta. Il Gip che firma l’ordinanza parla della punta di un iceberg. In quella punta sono addossati l’uno all’altro politici e professionisti, tecnici e imprenditori. Completano la giornata le perquisizioni a Palazzo di Giustizia, nell’ambito dell’inchiesta sull’imprenditore napoletano Alfredo Romeo, e il voto sulla sfiducia (respinta) al ministro Luca Lotti, sempre sul caso Consip. Perfino le pagine sportive avviliscono, con i dirigenti della Juventus convocati dalla Commissione parlamentare Antimafia.

Ebbene, che Paese è questo, che si può raccontare solo in termini di inchieste, scandali, tangenti? Non voglio fare il solito discorso sul garantismo e sul giustizialismo: in questione non è se siano tutti innocenti o tutti colpevoli, ma la domanda su quel che resta della vita pubblica di un Paese quando tutto finisce in coda alla montagna di carte che si riversa sui giornali, le redazioni, i notiziari televisivi. Persino il voto di ieri del Senato sulla riforma del processo penale (che contiene anche inasprimenti di pena a gran voce richiesti su reati come furti e rapine, e la delega al governo su intercettazioni e ordinamento penitenziario) passa non in secondo, ma in terzo o quarto piano, vista la quantità di notizie fornita dalle cronache giudiziarie. E la stessa sorte tocca alla politica estera, col voto in Olanda, alle notizie economiche, col referendum sui voucher, all’udienza del Papa, con le forti parole di solidarietà ai lavoratori licenziati. Tutte notizie relegate nei tagli bassi, solo dopo avere traversato sani e salvi la burrasca dell’attività inquirente.

A suo tempo, Gramsci diceva che i grandi giornali redigono la cronaca giudiziaria secondo gli schemi e le attrattive del romanzo d’appendice. I lettori, evidentemente, si appassionano. Ma quali altre passioni civili e politiche restano, quando non vi sono altre carte da leggere, quando sfogliare un giornale significa leggere le migliaia di pagine che accompagnano le ordinanze di custodia cautelare?

Di nuovo: il punto non è se i quotidiani facciano bene o male, e neppure se non debba essere denunciato il solito circuito mediatico-giudiziario: queste riflessioni le abbiamo già proposte molte altre volte, e sono comunque impari rispetto alla mole delle inchieste in corso. Lasciamo pur dire che non bisogna prendersela con chi racconta i fatti, ma con chi li commette. Resta però il dato che il fiume in piena della giudiziaria travolge ogni altra possibilità di discorso pubblico, e rende consunte e inservibili tutte le categorie con le quali si pensava di poter leggere il mondo.

Sempre Gramsci: «Che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco un’affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura». Gramsci continuava spiegando che no, non si tratta di uno scherzo, ma oggi: come potremmo noi continuare? È più facile, molto più facile, che qualcuno scriva sul suo blog che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come collusi o inquisiti, e che, pur essendo un comico di professione, aggiunga che non si tratta affatto di uno scherzo o di una caricatura, ma del discorso ormai egemone nella società.

Così è. Il populismo imperante si nutre di questa opinione diffusa, di questo luogo comune – alla lettera: è il luogo nel quale tutti siamo – di questa maligna intelligenza delle cose e della realtà. E fornisce la chiave d’interpretazione presso che esclusiva degli eventi politici, economici o sociali: perché il declino dell’Italia? Perché i politici rubano. Perché la Juventus vince lo scudetto? Perché la Juventus ruba. Perché non c’è lavoro? Perché gli immigrati ce lo rubano. Ruberanno pure tutti quanti, ma purtroppo non basta affatto arrestare, espellere o squalificare tutti, per avere la crescita, il lavoro o lo scudetto.

Quello che invece si ottiene, è un drammatico impoverimento dello spazio pubblico, e l’eclisse di ogni idea di grandezza associata alla vita dello Stato, alla politica e alle istituzioni. Proprio come diceva Gramsci. Che in fondo variava, in una prospettiva storica, una vecchia frase, ripreso in tanta letteratura moderna, da Montaigne a Hegel: che nessuno è eroe agli occhi del proprio cameriere. L’adagio non contiene la sdegnata protesta aristocratica nei confronti del punto di vista basso e volgare del popolino. Né è la «casta» degli eroi che si lamenta perché i camerieri origliano, intercettano e diffondono. Quel che è in gioco, è se mai la necessità di non perdere del tutto la memoria della grandezza che la politica ha mantenuto per tutto il Novecento. E che, se non fornisce eroi, procura almeno il senso dei compiti ai quali si è chiamati quando la storia del mondo si rimette in moto, come sta prepotentemente accadendo in questi anni. Proprio mentre l’Italia, consumata nel suo spirito pubblico, scivola purtroppo sempre più ai margini.

(Il Mattino, 16 marzo 2017)

Il Masaniello in lotta contro tutti

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Che cosa succede quando un movimento rivoluzionario arriva al potere? Le vie della storia sono infinite, e può quindi andare come con Pancho Villa in Messico o come con Lenin in Russia, come nell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro o come con la primavera araba dei paesi del Nord Africa. Può finire con la democrazia, la dittatura o l’esercito: non si sa mai. Diverso ancora è però il caso di Luigi De Magistris, che una rivoluzione vera e propria non l’ha fatta mai (non tutti gli uomini hanno la fortuna di nascere nel tempo e nei luoghi consoni alla loro tempra), ma che tuttavia a volte parla come se la volesse fare, o come se fosse proprio quello che finalmente ci vuole: a Napoli, in Italia, dappertutto. Non è così che aveva salutato la sua vittoria lo scorso anno, quando fu riconfermato sindaco di Napoli? Disse: «Questo è l’inizio di una rivoluzione che farà parlare di Napoli nel mondo». E certo: se Salvini venisse a Napoli ogni settimana, e De Magistris gli opponesse le sue fiere parole di rivoluzionario, con tanto di seguito fra i movimenti e i centri sociali pronti a scendere in piazza per difendere non è chiaro se il proprio onore partenopeo, la Repubblica italiana nata dalla Resistenza o l’esperienza pseudocomunarda della città, se andasse così in ogni weekend, forse davvero di Napoli e del suo Sindaco parlerebbe il mondo intero.

Nel modo in cui De Magistris si muove c’è ben più di una vaga consapevolezza di tutto ciò. Così, quando l’occasione si presenta, le briglie istituzionali si allentano e De Magistris rimette la bandana, lasciando scolorire la differenza fra le responsabilità di un uomo delle istituzioni e le scalmane di un capopopolo, come se fra piazza Mercato e Palazzo San Giacomo non vi fosse più alcuna differenza.

Nella storia politica di De Magistris non è certo la prima volta che capita. Quando nel 2014, chiamato a difendere le proprie scelte di magistrato, fu sentito dal Tribunale di Roma, nella sorpresa generale e in maniera chiaramente pretestuosa tirò in ballo Giorgio Napolitano, raccontando di una sua iscrizione nel registro degli indagati all’epoca di Tangentopoli, quando Napolitano era Presidente della Camera. Ovviamente la cosa era finita in nulla e non aveva alcun rapporto con le ragioni per le quali De Magistris veniva ascoltato, ma lui la ricordava con tutta la malevolenza di chi considerava ( e probabilmente considera ancora oggi) Napolitano un suo nemico: incurante del ruolo istituzionale ricoperto dal Presidente della Repubblica, e del suo stesso ruolo di primo cittadino, ma perfettamente consapevole del potenziale impatto mediatico di simili allusioni e maldicenze.

Non diversamente, De Magistris si è a lungo scagliato contro Renzi, quando questi era Presidente del Consiglio, giungendo a farsi cantore dei cavalieri e delle armi di una città derenzizzata. Nella Napoli liberata di De Magistris, infatti, sarebbe stato meglio che Renzi nemmeno mettesse piede. C’era uno scontro in atto, in particolare su Bagnoli, e una campagna elettorale alle porte, e De Magistris ne disse di tutti i colori: parlò di violazione della Costituzione, di violenza di Stato, di uso illegittimo del diritto, di involuzione antidemocratica e di accelerazione autoritaria, e concluse con un appello alla resistenza e alla lotta  – «nelle piazze, nelle strade e nei vicoli»  – che solo lo svolazzo dell’ultima frasetta finale, dedicata all’amore e alla non violenza, permetteva di non scambiare per un invito alla lotta armata.

Quella frasetta c’è sempre, per la verità, nei discorsi e negli scritti del Sindaco, anche se non tutti vi prestano attenzione e qualcuno anzi scende nelle piazze (e nelle strade e nei vicoli) senza serbare memoria dell’amore e della non violenza: lo si è visto sabato.

Ma si è visto anche che De Magistris tiene alla connessione sentimentale con questa parte della città, e anche quando si accorge che a qualcuno è scappata la frizione, non sente la necessità di prendere le distanze. Anzi: sonda, tasta, fiuta. POI sceglie. Sa che deve rimanere legato a quella frase, ma sa anche che certi atteggiamenti da Masaniello riscuotono grandi simpatie e, anzi, aperto consenso in quel mix di radicalismo intellettuale e bisogni popolari che intende rappresentare. Sa che di gente arrabbiata ce n’è, sa che per questa gente arrabbiata i partiti sono minestre riscaldate e sa che, soprattutto a sinistra, il Pd appare il campione di ogni moderatismo (senza peraltro effettivamente brillare per proposta riformistica); sa infine che non è l’attività amministrativa il luogo in cui provare a dare risposte a domande di senso. Perché anche quando la violenza è insensata (oltre che, nei fatti, controproducente) prende almeno un significato politico, ed è quello che De Magistris coglie, al di là o al di sopra delle istituzioni. Per questo, tra chi lo segue non si sono contate ieri le citazioni di Sandro Pertini che, nel 1960, a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, infiamma la piazza e impedisce che si tenga il Congresso dei neofascisti di Giorgio Almirante. Non importano le distanze storiche: evidentemente, De Magistris sa come accorciarle bruscamente. Non contano nemmeno le regole: troppo pesanti e rigide rispetto ai simboli che De Magistris sa come mobilitare. Non conta insomma rappresentare le istituzioni come autorità terze e imparziali, perché farne invece il transfert di un’intensa identificazione con la propria parte politica rende molto, ma molto di più.

(Il Mattino, 13 marzo 2017)

Se la croce e il velo sono vietati al lavoro

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«Una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali»: così ha deciso la Corte di Giustizia Europea, respingendo il ricorso di una donna musulmana che chiedeva di poter indossare il velo sul luogo di lavoro. La Corte ha considerato che vi è discriminazione solo se «l’obbligo apparentemente neutro comporti, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono a una determinata religione o ideologia». Siccome non è questo il caso, perché il divieto riguarda qualsiasi segno, «la politica di neutralità» è legittima e il capo deve rimanere scoperto.

Sembra ragionevole, ma non lo è affatto, e non è difficile spiegare il perché.

Poniamo che i giudici abbiano ragione di considerare discriminatoria solo la regola, quale che essa sia, che va a svantaggio di alcuni – individui o gruppi – e non di tutti. È evidente allora che una regola che proibisse la manifestazione pubblica del pensiero non sarebbe discriminatoria, se appunto valesse per tutti. Eppure, sarebbe una gravissima violazione di un diritto fondamentale. Ora, perché manifestare il proprio pensiero in materia di fedi religiose (o politiche o filosofiche) non dovrebbe essere considerato un diritto parimenti fondamentale? Perché proibire di esprimere il proprio credo non dovrebbe essere considerata una limitazione della libertà individuale, che sul luogo di lavoro può essere ristretta solo se la restrizione è giustificata dal compito che si è chiamati a svolgere?

Ieri la Corte ha deciso anche sul caso di un’altra donna: francese, musulmana, licenziata dall’impresa informatica presso la quale lavorava, a seguito alle rimostranze di un cliente infastidito dall’uso del velo. In questa sentenza, la Corte precisa che il motivo per imporre il divieto non può essere il desiderio del cliente di non essere servito da una donna che indossi lo hijab, e ha pure aggiunto che, per il diritto europeo, la religione di cui si parla, quando si parla di libertà di religione, «comprende sia il forum internum, vale a dire il fatto di avere convinzioni personali, sia il forum externum, ossia la manifestazione in pubblico della fede religiosa».

E allora? Com’è possibile che un’impresa privata possa proibire il velo, cioè la «manifestazione in pubblico della fede religiosa», se essa rientra nella «libertà di religione», sancita nell’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea?

La disputa pro o contro il velo scuote la Francia da anni. In particolare, l’introduzione della legge sui simboli religiosi, promulgata nel 2004, ha riproposto un’interpretazione che potremmo dire aggressiva della laicità dello Stato, che, nella difficoltà di stabilire il confine varcato il quale l’esibizione di un simbolo religioso diviene la prevaricazione della libertà altrui di vivere in uno spazio aconfessionale, ha preteso di risolvere alla radice la questione, senza troppo preoccuparsi di bilanciare la laicità delle istituzioni con le esigenze personali di fede del credente.

L’idea è che dietro il velo – quelli integrali, come niqab e burqa, ma anche quelli meno coprenti, come hijab e chador – vi sia in realtà il rifiuto dell’integrazione e una sfida alla «République». Il divieto riguarda anche altri simboli, come la kippa ebraica, il turbante sikh, o le croci cristiani, quando siano troppo grandi e invadenti, ma è chiaro che la questione esplosiva riguarda la deriva radicale che si nasconderebbe dietro il velo islamico. Questa idea è scritta nella storia della Francia fin dai tempi della strage di san Bartolomeo, cioè delle guerre civili di religione che insanguinarono la Francia nella seconda metà del Cinquecento. Poi c’è stata anche la rivoluzione francese, con la Dea Ragione portata in processione, e il consolidamento di un patrimonio di valori repubblicani garantito non dalla libera convivenza pluralista delle fedi religiose, ma dalla costruzione di una sfera pubblica in cui quelle fedi proprio non comparissero.

Ora, non c’è bisogno di scomodare Habermas e la sua società post-secolare per riconoscere nelle tradizioni religiose qualcosa di diverso da una minaccia alla pace sociale, con il loro potenziale di intolleranza nei confronti dell’universalità della legge. Non è vero affatto che civiltà e religione viaggiano lungo linee opposte, e che il crescere dell’una è possibile solo al decrescere dell’altra. La preoccupazione perché si dia reciproco riconoscimento fra fedi e culture non può rovesciarsi nel suo opposto: in una volontà di assimilazione che, per assicurare la parità di trattamento a tutti i credi, si spinge in realtà a negare qualsiasi riconoscimento. Non si può realizzare l’integrazione sulla base dell’esclusione, e privare lo spazio pubblico dei depositi di senso che in quelle tradizioni sono contenuti. I nostri figli studiano nelle scuole pubbliche proprio quelle correnti di pensiero – religiose, filosofiche o ideologiche – che certi segni portano con sé perché costruiscono appartenenza, legame sociale: che senso ha allora impartirne l’insegnamento, se riescono pericolose al punto di doverne vietare l’uso? Per la verità, pericolose lo sono davvero, come lo è qualsiasi elemento di identità che non si lascia risolvere in uno spazio liscio e neutro, ma proprio perciò insignificante. Ma è pericoloso anche negare, quando in realtà ciò che viene negato è semplicemente rimosso, non cancellato ma spostato, sottratto alla vista. Perché il rischio che torni in altri modi e in altre forme esiste, e non è detto che saranno, quando saranno, modi (e toni) più morbidi e più concilianti. Meglio pensarci per tempo.

(Il Mattino, 15 marzo 2017)

Il populismo non si combatte negando il diritto di parlare

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Il progetto per l’Italia che Matteo Salvini ha spiegato a questo giornale, nel forum di mercoledì scorso, difficilmente potrà far breccia nel cuore dei napoletani. Però era giusto che il leader della Lega avesse tutta intera la libertà di esporlo alla città. È giusto anche che possa tenere la sua convention: negargli la possibilità, per le proteste di un gruppo di manifestanti che ha occupato gli spazi della Mostra d’Oltremare dove si sarebbe dovuto svolgere l’incontro odierno, non è una vittoria, bensì una sconfitta. Che gli dà modo di mettere sotto accusa un’intera città. Un conto infatti è protestare, anche in maniera vivace; un altro è impedire. Un altro ancora – il più amaro di tutti –  assecondare gli arrabbiati esponenti dei centri sociali e della rete antirazzista, e ritirare la disponibilità della sala. Se finisse così, non sarebbe certo un epilogo di cui andare fieri. Ed è una vergogna che sia dovuto intervenire il Ministero dell’interno, per garantire a Salvini l’agibilità democratica in città.

Matteo Salvini ha opinioni sull’euro, sulla globalizzazione, sull’immigrazione, non molto diverse da quelle di Marine Le Pen, che in Francia è candidata alle prossime elezioni presidenziali, e che però può ben tenere i suoi comizi in tutto il Paese. Non molte diverse neanche da quelle dell’olandese Geert Wilders, pure lui prossimo alla sfida del voto (che in Olanda cade il 15 marzo) e pure lui in tour elettorale con un analogo bagaglio di euroscetticismo e xenofobia spinto al limite dell’odio razziale e religioso.

C’è in Europa una destra sovranista, nazionalista e populista, che intende fermare i flussi migratori, smantellare le istituzioni europee, mettere fine in un colpo solo alla moneta unica e all’islamizzazione del continente. Salvini e la Lega Nord condividono queste idee, e vi aggiungono una forte coloritura antimeridionale, iscritta dalle origini fin nel nome, che ancora oggi inneggia, in maniera abbastanza ridicola, all’indipendenza della Padania. Ma quel nome funziona quando si tratta di scagliarsi contro il parassitismo dei meridionali, gli sprechi dei meridionali, il clientelismo dei meridionali, la mafia e la camorra dei meridionali. Questa retorica è ancora utile a prendere voti al Nord, e infatti Salvini non l’abbandona del tutto. Siccome però il fulcro della polemica politica si è spostato: non è più Roma ladrona, ma la Merkel, l’euro e la BCE, Salvini si spinge fino a Napoli a cercare i voti: perché – bontà sua – non tutti i meridionali sono ladri e imbroglioni. Lui crede che a sentirsi offesi dai suoi pregiudizi antinapoletani siano solo i «quattro facinorosi» che protestano: ovviamente si sbaglia, ma è un errore che gli lasciamo volentieri.

Non c’era motivo, però, di commetterne a propria volta. Né occorre tirare in ballo anche a questo giro la famosa frase (erroneamente attribuita a Voltaire): «non condivido nulla di quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Semplicemente, una democrazia liberale lascia libertà di opinione a tutti, finché da quelle opinioni non sia concretamente minacciata. Francamente, non mi pare che fosse il caso della trasferta di Salvini tra il lungomare Caracciolo e la Mostra d’Oltremare. È vero che un ordinamento democratico non è solo un insieme astratto di regole e procedure, ma vive nei comportamenti concreti di ciascuno e, a volte, in prassi di vita e di pensiero che hanno bisogno di essere mobilitate, anche contro i Salvini di turno. Se davvero il Sindaco De Magistris intende questo, quando si dice vicino ai centri sociali e auspica «una grande manifestazione popolare, pacifica, ricca di ironia, di cultura e di satira», allora ben venga: non c’è motivo di allarmarsi. C’è, se mai, da annotare l’uso politico che De Magistris viene facendo della storia, dell’identità e del carattere di questa città. Va bene anche questo. Ma ieri si è andati oltre: metodi violenti e disordini, tumulti e ricatti: quelli non possono andar bene. È pericolosa anche l’idea che la democrazia viva solo dell’effervescenza di movimenti e poteri costituenti, e non di un ordine costituito e di istituzioni legittime che son poste a garanzia dei diritti di tutti, anche di quelli che non ci piacciono. Napoli è Masaniello, ma pure Benedetto Croce.

Salvini, dal canto suo, fa il suo mestiere, e deve poterlo fare. In materia di ordine pubblico, spinge per politiche di tipo securitario e, in economia, per una politica fiscale dirompente (una sola aliquota del 15% per tutti) – dirompente al punto da contraddire il principio costituzionale della progressività dell’imposizione fiscale. Anche queste, però, sono opinioni legittime e meritevoli di essere discusse, così come lo sono quelle esposte nell’incontro organizzato dal Mattino. Non è stata una passerella, ma un utile confronto nel quale gli si è potuta contestare l’approssimazione e la faciloneria con cui declina il tema dei trasferimenti al Sud, contestandogli in punta di fatto il racconto di un Nord che elargisce risorse al Sud, quando è piuttosto vero il contrario. Certo, chi ha un po’ di conoscenza storica riconosce nel rifiuto leghista di stranieri e migranti (specie se musulmani), così come nella polemica contro inetti, ladri e speculatori, eco sinistre di pericolose ideologie illiberali. Ma la democrazia: non scherziamo, non la si difende con le intimidazioni, o impedendo a Salvini di parlare. Non c’è motivo di farlo, non c’è motivo di accendere i riflettori su ogni cosa che Salvini fa o dice. Se Salvini viene a Napoli, è perché Napoli è più grande, molto più grande di Salvini. Promettere disordini per indurre l’Ente Mostra a negare la sala significa offrire al leader leghista la possibilità di mettere il suo nome a fianco del nome di Napoli: onestamente, c’era bisogno di fargli questo regalo? E schiacciare Napoli sul confuso radicalismo comunardo dei manifestanti: è questo che fa grande una città, o piuttosto la condanna, per l’ennesima volta, a tenersi lontana e fuori tempo rispetto alle rotte principali della democrazia e della modernità?

(Il Mattino, 11 marzo 2017

 

Se il partito dà ragione a De Magistris

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Il Pd napoletano sospende il tesseramento: non ci sono le condizioni. Poco prima che fosse diramata la notizia, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, parlando del partito democratico aveva detto: «non possiamo interrompere una decadenza. Il Pd napoletano è in fase di liquidazione». Dispiace che il Pd abbia fatto di tutto per dare ragione al Sindaco. Vengono al pettine nodi che non sono mai stati risolti, che si trascinano da tempo, che hanno portato il Pd, alle ultime elezioni, a sprofondare all’11%. De Magistris si è preso il merito di avere offerto un’alternativa ai democratici, e progetta di trasferirla sul piano nazionale connettendo esperienze e movimenti, reti civiche e amministratori coraggiosi. In realtà, sul piano nazionale non c’è nulla di neppure lontanamente paragonabile all’esperienza napoletana, che resta segnata dall’estemporaneità, ma che prospera per via del drammatico collasso del partito democratico napoletano. Non più tardi di qualche giorno fa, Valeria Valente si è dimessa da capogruppo del Pd, dopo che i consiglieri del suo partito le hanno chiesto di farsi da parte per via dello scandalo dei candidati a sua insaputa presenti nelle liste. Alla luce della decisione presa ieri dalla commissione per il congresso (a quanto pare presa a maggioranza: non è stato possibile trovare un accordo neppure su un atto così rilevante), quel che è capitato alla Valente somiglia – al di là della sua gravità e di eventuali responsabilità che dovranno essere accertate – alla ricerca di un capro espiatorio, o perlomeno a un modo di dimostrare quel che evidentemente non poteva essere dimostrato: che la partita delle irregolarità più o meno gravi, essendo circoscritta a quegli episodi, si chiudeva lì, una volta per tutte.

Non si è chiusa per niente, invece. Certo, è inutile far finta di non sapere che, nei partiti, il tesseramento è un momento di scontro aspro, da cui dipendono gli equilibri dei gruppi dirigenti, e in cui quindi non mancano colpi bassi di ogni tipo. Pensare che a ogni tessera corrisponda un militante che, in coscienza, ha deciso, per ragioni esclusivamente ideali, di partecipare alla vita politica del partito, significa prendersi in giro. Oggi non è così, se mai lo è stato. Tuttavia, con l’assottigliarsi delle ragioni ideologiche e delle scelte di campo, dopo la fine della prima Repubblica, è divenuto sempre più difficile tenere la pratica del tesseramento al riparo da qualunque scorribanda. Questa però è una disamina che vale a livello globale, nemmeno soltanto nazionale. In Italia, il partito democratico ha provato a rinverdire le adesioni al partito con lo strumento delle primarie, che, per via della forte personalizzazione del confronto, mobilitano – almeno in linea di principio – anche una parte di elettorato interessata a aderire indipendentemente dalle cordate locali costruite dal personale politico e amministrativo che prende parte, nei rami più bassi, alla competizione.

Un conto però sono queste valutazioni di carattere complessivo – che dovrebbero peraltro spingere a una regolamentazione di partiti e lobby cui si parla da tempo, ma che non vede mai la luce – ben altro è il caso napoletano, l’odissea di un partito che ha smarrito completamente la bussola, e che sbatte continuamente contro gli scogli degli scandali. Che è già passato attraverso l’esperienza del commissariamento, che ha già dovuto cancellare turni di elezioni dei propri candidati, che ha ridotto al lumicino l’iniziativa politica in città, che dopo le dimissioni della Valente deve ricominciare daccapo l’opposizione a De Magistris, che rinvia da tempo immemorabile operazioni di autentico rinnovamento,  o che, quando le fa, le strozza sul nascere, e che insomma fa davvero troppo poco per contraddire il giudizio sprezzante di De Magistris: un partito in decadenza.

(Il Mattino, 9 marzo 2017)

 

Le indagini al tempo della gogna

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Procedimento al momento contro ignoti, e revoca dell’indagine al Noe dei Carabinieri. Si vedrà in seguito quale sviluppo avrà la clamorosa iniziativa della Procura di Roma, ma si vede già adesso che qualcosa di grave è accaduto, visto che le indagini sono passate dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri, cui le aveva delegato la Procura di Napoli, al Nucleo investigativo di Roma dell’Arma. Ci sono motivi per cui a Roma non vogliono più saperne del Noe? Da Napoli il procuratore reggente, Nunzio Fragliasso, fa sapere naturalmente che c’è perfetta sintonia fra i due uffici inquirenti. Ma qualcosa di distonico deve essere per forza accaduto lungo l’Appia antica, nel passaggio di competenza da Napoli a Roma, visto che quello che Roma ha coperto con omissis, nei provvedimenti adottati in questi giorni, è finito ugualmente sui giornali. La girandola dei dubbi e delle illazioni cresce: che c’azzecca, avrebbe detto il Di Pietro dei bei tempi, il nucleo operativo che si occupa di tutela dell’ambiente con la materia Consip, gli appalti e tutto il resto? C’è da vedere nei motivi del loro impiego un particolare affiatamento con i magistrati del pubblico ministero, com’è normale nel funzionamento di qualunque ufficio, oppure siamo dinanzi a uno scenario assai inquietante, in cui ciascuno si fida solo dei suoi – e Roma non si fida più di quelli di Napoli?

Mentre pongo questo interrogativo, mi accorgo che l’essere anche solo arrivati dinanzi a un punto di domanda del genere indica già che una china pericolosissima è spalancata innanzi al Paese, e grande è il rischio di finirci dentro inseguendo la ridda di indiscrezioni ed ipotesi che si affollano in queste ore. La Procura di Napoli fa bene a provare a gettare acqua sul fuoco, così come quella di Roma fa bene a far filtrare soltanto motivi di malumore e irritazione e nulla più.

Ma se un normale cittadino, per qualunque motivo raggiunto da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, fosse messo dinanzi all’interrogativo che ho prima formulato, credo che sarebbe semplicemente atterrito all’ipotesi di una conduzione delle indagini non dico privatistica, ma fondata su rapporti fiduciari di tipo personale. Un timore che nessuno dovrebbe mai nutrire, un pensiero che in uno stato di diritto non dovrebbe mai potersi affacciare alla mente di qualcuno. In questo caso, invece, non solo è inevitabile che si affacci, ma siccome non parliamo soltanto di semplici cittadini, ma di personaggi pubblici, non c’è riga che esca sui giornali che non abbia dirompenti effetti politici: non c’è allora da fermarsi un attimo e da riflettere allarmati? È possibile che l’Italia debba infilarsi per l’ennesima volta in un tunnel fatto di rivelazioni di segreti investigativi, di uso indebito delle intercettazioni, di fango nel ventilatore che schizza da ogni parte, a prescindere da qualunque risultanza processuali o rilevanza penale?

È possibile che dobbiamo orientarci su scenari tanto opachi, tanto limacciosi? E infatti: c’è già quello che tira fuori la profezia di D’Alema di due anni fa, che Renzi sarebbe caduto per mano giudiziaria (profezia invero facile a farsi, in Italia, vista la frequenza con cui queste cadute si sono prodotte nel nostro Paese), quell’altro che ricomincia a parlare di complotti e poteri forti – un must della politica italiana –, quell’altro ancora che sposta invece l’attenzione sullo scontro in atto tra i carabinieri, con il coinvolgimento del Comandante Generale, Tullio Del Sette, appena prorogato alla guida dell’Arma. Del Sette è pure quello che aveva esautorato il capitano Ultimo dalla guida del Noe. Spostato ai servizi, dove ritroviamo adesso il capitano? Proprio nell’indagine del Noe che, tra gli altri, ha tirato in ballo pure Del Sette, per favoreggiamento e rivelazione di segreto d’ufficio. C’è di che rimanere sconcertati.

Fermarsi a riflettere, dicevo. Evitare, per quanto è ancora possibile, di condurre la lotta politica sulla base di questi materiali. Evitare la barbarie giustizialista che spicca una sentenza di colpevolezza a carico di chiunque veda il suo nome trascritto in qualunque atto d’indagine. Evitare insomma di mettere inavvertitamente nelle tasche sempre più magre della democrazia, insieme al pezzo di carta ritrovato dai carabinieri con le sigle e le cifre, il sasso che la manda definitivamente a fondo.

I miracoli non sono fatti per convertire, diceva Pascal, ma per condannare. Così è anche per tutta la materia che dalle Procure finisce in pasto all’opinione pubblica: è fatta non per informare, ma per condannare. E una cosa è certa, ahimè: di miracoloso non vi è proprio nulla nella fuga di notizie che infiamma il dibattito pubblico.

(Il Mattino, 6 marzo 2017)

Qualche domanda alla sinistra

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Quello che si legge in questi giorni a proposito di Tiziano Renzi e Luca Lotti proviene pari pari da note informative stese dai carabinieri: c’è qualcuno che veda un problema, in questo? C’è qualcuno, in questo Paese, che ne tragga un motivo di preoccupazione, qualcuno che osi domandarsi cosa vi sia di liberale, in tutto questo, a quale civiltà giuridica appartenga tutto questo?

Domande da Cassandra, dubbi che nessuno ascolta. Tutta l’intellettualità democratica, di sinistra e perbene prova di nuovo il piacere sottile di mettersi dalla parte della ragione, della morale e della giustizia per dare addosso al potente finalmente sbalzato di sella. Il meccanismo del capro espiatorio scatta ancora una volta. Siccome a prendere la parola sono garantisti a tutto tondo, non mancano mai di aggiungere con il giusto sussiego che i giudizi che rendono prescindono dagli sviluppi giudiziari della vicenda e prendono in considerazione solo l’opportunità politica. E dopo questa premessa chiedono, con finta pensosità: è opportuno questo gran daffare di papà Renzi? È opportuno circondarsi di amici d’infanzia, piazzarne uno qua e uno là? Sono opportune certe frequentazioni, certi incontri, certi finanziamenti? Tutto ciò è inopportuno, si dice. Ma non ci si chiede mai se non sia assai più inopportuno – anzi: profondamente guasto e nocivo per il Paese – alimentare queste domande con le carte passate dai carabinieri. Perché di questo si tratta: non di riscontro o di valutazioni di un giudice terzo, non di intercettazioni che inchiodano a una qualche responsabilità, ma, appunto, di informative, cioè di atti interni all’indagine in cui gli investigatori avanzano sospetti e ipotesi che vengono diffusi prima ancora di acquisire lo status di prove.

Lo spaccato che le indagini offrono appartiene senz’altro alla sociologia del potere politico italiano, e non dice gran che di nuovo. Fornisce se mai la radiografia di una democrazia immatura, asfittica, in cui la tanto famosa circolazione delle élite non manca mai di incepparsi, in cui le relazioni informali, amicali, personali, mantengono una forte vischiosità, in cui piccole ambizioni attecchiscono tenaci e spesso finiscono col sovrastare ogni sincera idealità. Ci sono ovunque – non solo nella società politica ma pure nella società civile – i cerchi magici, i raggi magici, i gigli magici. E dalla politica si vorrebbe che se ne spazzassero via un bel po’.

Ma regolare i conti grazie alle informative delle forze di pubblica sicurezza è un’altra cosa. Alzare la voce e dire la propria dopo l’ennesima propalazione di segreti investigativi tutt’altra cosa. Così ogni discrimine salta, ogni garanzia è travolta. In un regolare processo, qualcuno avrebbe già chiesto: ma i soldi di cui Romeo parla o scrive, dove sono? Qualcuno li ha trovati? È sufficiente che qualcuno provi ad avvicinare una persona per considerarla avvicinata? Basta che qualcuno dica di vedere cosa può fare per considerare la cosa fatta? Non lo è, ovviamente. Ma quando monta la canea, queste appaiono domande ipocrite, distinzioni da Azzeccagarbugli, scrupoli causidici degni di un vecchio gesuita imbroglione. Già: siamo tutti severissimi giansenisti, con la reputazione degli altri.

Nel frastuono che così si produce è ridotta a un filo la voce di Cassandra che ammonisce: badate che non sono prove, non sono processi, non sono sentenze, sono resoconti di indagini che aspettano ancora di essere valutati dalla stessa magistratura, atti che non solo non è detto che reggano in un tribunale, ma che in un tribunale non è neppure detto che arrivino.

Su cosa allora dovremmo regolare il tono della nostra indignazione? Sulle trattorie in cui qualcuno dice, parola sua, di aver visto Tiziano Renzi infilarsi quasi di soppiatto per confabulare segretamente, o sul modo in cui cresce e si alimenta la campagna di stampa, e sugli effetti politici che produce, indipendentemente da eventuali, futuri esiti processuali? Cosa dovrebbe starci più a cuore, che nei prossimi giorni arrivino sui giornali montagne di intercettazioni che inchiodino finalmente i politici alle loro responsabilità, o che il normale corso della vita politica del Paese non sia messo un’altra volta a soqquadro dalle inchieste della magistratura, prima che vengano concluse e in qualunque modo si concludano? E qual è, in definitiva, l’abito che ci piacerebbe indossare, la psicologia con cui volentieri ci identificheremmo: quella dell’inflessibile pubblico accusatore, o quella del mite avvocato difensore?

Questa domanda rivela più di ogni altra di quali umori viva l’attuale momento storico, credo. La verità è che la democrazia dovrebbe, per sua natura, patrocinare la causa dei deboli. Siccome non esercita più questa funzione, o la assolve molto poco, i risentimenti e le invidie che si accumulano si scaricano sul sistema della giustizia. Non potendo la democrazia essere a difesa dei deboli, si fa della giustizia il luogo in cui si accusano i forti (o quelli che appaiono tali).

Ma non è uno scambio salutare, né conveniente, né liberale. Anche perché lascia in realtà i cittadini sullo sfondo, nella sadica posizione dello spettatore, mentre sulla scena (e dietro di essa) si consuma il vero regolamento di conti.

E quando per giunta sarà finito, nessuno ci garantisce che non ci sveglieremo – noi, non Lotti o Renzi – nello stesso, triste mattino di Josef K., che venne arrestato perché qualcuno, ma non si seppe mai chi, doveva averlo diffamato.

(Il Mattino, 4 marzo 2017)

Quel che resta dell’ultimo partito

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La situazione non è commendevole. E siccome non è la prima volta che il partito democratico a Napoli ne combina di grosse, si capisce che da Roma abbiano dovuto correre ai ripari e mandare un dirigente nazionale, Emanuele Fiano, per verificare la regolarità del tesseramento. Ieri è infatti esploso un nuovo caso: si va nella sede del partito coi documenti e ci si iscrive, poi c’è qualcuno che passa e paga per te. Una specie di tessera sospesa, come il caffè.

È dalle primarie del 2011 che al Pd napoletano non ne dice buona una: tra anomali e contestazioni, numeri gonfiati e candidati a loro insaputa, per il partito democratico non c’è pace. Così anche questa volta c’è il forte sospetto di infiltrazioni e irregolarità nel percorso congressuale appena avviato. Le primarie che si svolgeranno il 30 aprile sono tuttavia primarie aperte, e potranno parteciparvi sia gli iscritti che i non iscritti, quindi i casi segnalati non investono la competizione principale. Ma pesano sugli equilibri locali, che evidentemente contano ancora qualcosa, se i numeri del tesseramento, che a Napoli erano precipitati a poche migliaia, si sono improvvisamente gonfiati, e bisogna ora aggiungere uno zero per dar conto delle nuove file di aderenti al partito.

Ma togliamo pure lo zero – e sarebbe provvedimento troppo drastico, perché accade sempre che nelle annate congressuali cresca considerevolmente il numero degli iscritti – togliamolo ed avremo comunque una cifra che gli altri partiti non hanno, non raggiungono, nemmeno sfiorano. I partiti politici italiani non hanno uno statuto, non riuniscono organi collegiali, non tengono congressi. In venti e più anni, Berlusconi non ha indetto una sola assise congressuale: non ce n’era bisogno. In queste ore si leggono indiscrezioni sul rinnovamento delle file dei parlamentari che sono legate quasi soltanto alla volontà del Cavaliere. Poi, certo, Berlusconi si confronta e ascolta qualcuno dei suoi, e a volte è costretto pure a rimangiarsi le intenzioni più bellicose, ma non c’è nulla nel processo decisionale che sia in qualche modo riconducibile a regole di partito, o a una legittimazione anche solo formalmente democratica. Quanto al Movimento Cinquestelle, lì la situazione è ancora più misteriosa, perché ci sono i meetup e le votazioni online, ma nessuno capisce bene come stiano in relazione con gli ukase di Grillo, nessuno può guardare dentro la misteriosa piattaforma Rousseau che regola il traffico in Rete, nessuno, infine, sa quando può essere raggiunto da una implacabile e semi-teologica mail dello «Staff»: si sa solo che è come il Natale, quando arriva arriva.

Ora, queste cose non le ricordo per suggerire comprensione, e magari per mettere rapidamente una pietra sopra i piccoli e grandi imbrogli che inquinano la competizione nel partito democratico. C’è da augurarsi anzi che Fiano, o chi per lui, voglia davvero scoperchiare tutto quello che c’è da scoperchiare: finché non lo si farà, il Pd non ripartirà mai veramente. Ma è un fatto che questa volta qualcosa, almeno, ha funzionato: in alcuni circoli si è intervenuti in via preventiva, in altri si è chiuso il tesseramento in anticipo, e soprattutto nei casi segnalati sono stati esponenti del partito ad attivare verifiche e controlli. È chiaro che non basta, ma quel che ci vuole in più non è certo di abolire i partiti, sbaraccare tesseramento e congressi, e impoverire ulteriormente la dialettica politica. Quel che ci vuole è una legge sui partiti che dia concretezza giuridica all’indicazione contenuta nell’articolo 49 della Costituzione, secondo la quale i partiti devono concorrere «con metodo democratico» a determinare la politica nazionale.

Di metodo democratico ce n’è invece sempre meno traccia nella vita interna di quasi tutte le formazioni politiche italiane. Il Pd, pur con tutte le storture che la cronaca non manca di raccontare, qualcosa del genere, dopo tutto, ce l’ha (e, a dire il vero, ce l’ha anche la Lega): tiene le primarie, che rimangono un campo aperto e contendibile a più di un candidato, organizza il tesseramento, elegge gli organismi direttivi, ha un’articolazione interna fatta di correnti, di minoranze e di maggioranze. Poi capita che alcuni escano, che altri lamentino lo stile di conduzione del partito, che altri critichino lo statuto e altri ancora trovino insoddisfacente la semplice «conta», ma tutto sommato capita quel che capita, più o meno, in un partito politico. Comprese certe schifezze.

Se però quegli stessi che dal Pd sono usciti non chiudono del tutto la porta ma anzi rinviano ad un prossimo futuro l’occasione di ritornare insieme, vuol dire che lo spazio che il partito democratico occupa rimane decisivo per gli equilibri del Paese, centrale rispetto agli sviluppi futuri della politica italiana. E questa, beninteso, è un’aggravante a carico di quei soggetti che inquinano, per stupidità o prepotenza, il normale andamento della competizione. A Napoli come ovunque abbiano a presentarsi.

(Il Mattino, 2 marzo 2017)