Il populismo non si combatte negando il diritto di parlare

05 Gargiulo-La rivolta di Masaniello (Napoli, Museo di S.Martino).jpg

Il progetto per l’Italia che Matteo Salvini ha spiegato a questo giornale, nel forum di mercoledì scorso, difficilmente potrà far breccia nel cuore dei napoletani. Però era giusto che il leader della Lega avesse tutta intera la libertà di esporlo alla città. È giusto anche che possa tenere la sua convention: negargli la possibilità, per le proteste di un gruppo di manifestanti che ha occupato gli spazi della Mostra d’Oltremare dove si sarebbe dovuto svolgere l’incontro odierno, non è una vittoria, bensì una sconfitta. Che gli dà modo di mettere sotto accusa un’intera città. Un conto infatti è protestare, anche in maniera vivace; un altro è impedire. Un altro ancora – il più amaro di tutti –  assecondare gli arrabbiati esponenti dei centri sociali e della rete antirazzista, e ritirare la disponibilità della sala. Se finisse così, non sarebbe certo un epilogo di cui andare fieri. Ed è una vergogna che sia dovuto intervenire il Ministero dell’interno, per garantire a Salvini l’agibilità democratica in città.

Matteo Salvini ha opinioni sull’euro, sulla globalizzazione, sull’immigrazione, non molto diverse da quelle di Marine Le Pen, che in Francia è candidata alle prossime elezioni presidenziali, e che però può ben tenere i suoi comizi in tutto il Paese. Non molte diverse neanche da quelle dell’olandese Geert Wilders, pure lui prossimo alla sfida del voto (che in Olanda cade il 15 marzo) e pure lui in tour elettorale con un analogo bagaglio di euroscetticismo e xenofobia spinto al limite dell’odio razziale e religioso.

C’è in Europa una destra sovranista, nazionalista e populista, che intende fermare i flussi migratori, smantellare le istituzioni europee, mettere fine in un colpo solo alla moneta unica e all’islamizzazione del continente. Salvini e la Lega Nord condividono queste idee, e vi aggiungono una forte coloritura antimeridionale, iscritta dalle origini fin nel nome, che ancora oggi inneggia, in maniera abbastanza ridicola, all’indipendenza della Padania. Ma quel nome funziona quando si tratta di scagliarsi contro il parassitismo dei meridionali, gli sprechi dei meridionali, il clientelismo dei meridionali, la mafia e la camorra dei meridionali. Questa retorica è ancora utile a prendere voti al Nord, e infatti Salvini non l’abbandona del tutto. Siccome però il fulcro della polemica politica si è spostato: non è più Roma ladrona, ma la Merkel, l’euro e la BCE, Salvini si spinge fino a Napoli a cercare i voti: perché – bontà sua – non tutti i meridionali sono ladri e imbroglioni. Lui crede che a sentirsi offesi dai suoi pregiudizi antinapoletani siano solo i «quattro facinorosi» che protestano: ovviamente si sbaglia, ma è un errore che gli lasciamo volentieri.

Non c’era motivo, però, di commetterne a propria volta. Né occorre tirare in ballo anche a questo giro la famosa frase (erroneamente attribuita a Voltaire): «non condivido nulla di quello che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Semplicemente, una democrazia liberale lascia libertà di opinione a tutti, finché da quelle opinioni non sia concretamente minacciata. Francamente, non mi pare che fosse il caso della trasferta di Salvini tra il lungomare Caracciolo e la Mostra d’Oltremare. È vero che un ordinamento democratico non è solo un insieme astratto di regole e procedure, ma vive nei comportamenti concreti di ciascuno e, a volte, in prassi di vita e di pensiero che hanno bisogno di essere mobilitate, anche contro i Salvini di turno. Se davvero il Sindaco De Magistris intende questo, quando si dice vicino ai centri sociali e auspica «una grande manifestazione popolare, pacifica, ricca di ironia, di cultura e di satira», allora ben venga: non c’è motivo di allarmarsi. C’è, se mai, da annotare l’uso politico che De Magistris viene facendo della storia, dell’identità e del carattere di questa città. Va bene anche questo. Ma ieri si è andati oltre: metodi violenti e disordini, tumulti e ricatti: quelli non possono andar bene. È pericolosa anche l’idea che la democrazia viva solo dell’effervescenza di movimenti e poteri costituenti, e non di un ordine costituito e di istituzioni legittime che son poste a garanzia dei diritti di tutti, anche di quelli che non ci piacciono. Napoli è Masaniello, ma pure Benedetto Croce.

Salvini, dal canto suo, fa il suo mestiere, e deve poterlo fare. In materia di ordine pubblico, spinge per politiche di tipo securitario e, in economia, per una politica fiscale dirompente (una sola aliquota del 15% per tutti) – dirompente al punto da contraddire il principio costituzionale della progressività dell’imposizione fiscale. Anche queste, però, sono opinioni legittime e meritevoli di essere discusse, così come lo sono quelle esposte nell’incontro organizzato dal Mattino. Non è stata una passerella, ma un utile confronto nel quale gli si è potuta contestare l’approssimazione e la faciloneria con cui declina il tema dei trasferimenti al Sud, contestandogli in punta di fatto il racconto di un Nord che elargisce risorse al Sud, quando è piuttosto vero il contrario. Certo, chi ha un po’ di conoscenza storica riconosce nel rifiuto leghista di stranieri e migranti (specie se musulmani), così come nella polemica contro inetti, ladri e speculatori, eco sinistre di pericolose ideologie illiberali. Ma la democrazia: non scherziamo, non la si difende con le intimidazioni, o impedendo a Salvini di parlare. Non c’è motivo di farlo, non c’è motivo di accendere i riflettori su ogni cosa che Salvini fa o dice. Se Salvini viene a Napoli, è perché Napoli è più grande, molto più grande di Salvini. Promettere disordini per indurre l’Ente Mostra a negare la sala significa offrire al leader leghista la possibilità di mettere il suo nome a fianco del nome di Napoli: onestamente, c’era bisogno di fargli questo regalo? E schiacciare Napoli sul confuso radicalismo comunardo dei manifestanti: è questo che fa grande una città, o piuttosto la condanna, per l’ennesima volta, a tenersi lontana e fuori tempo rispetto alle rotte principali della democrazia e della modernità?

(Il Mattino, 11 marzo 2017

 

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