I cattolici tentati dal tanto peggio

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Chi voterà Marine Le Pen, al secondo turno? Quelli del Front National, certamente. L’estrema destra nazionalista, dunque, che alle origini è stata dichiaratamente antiparlamentare e antisemita, e che solo di recente ha lasciato che questi tratti sbiadissero. Ma altri consensi Marine le Pen potrà trovarli in tutte le espressioni del malcontento e del disagio sociale, che daranno un voto anti-establishment e anti-sistema. E questi voti non è detto affatto che si trovino soltanto a destra. L’atteggiamento di Mélenchon, il candidato dell’estrema sinistra, è indicativo: non è forse anche lui contro le regole economiche dell’Unione Europea? Non è anche lui contro la Nato? Antieuropeismo e antiatlantismo si saldano l’uno con l’altro. E non hanno entrambi posizioni a dir poco critiche nei confronti delle politiche neoliberali di questi anni, nei confronti della finanziarizzazione dell’economia, nei confronti del grande capitale? E non credono entrambi che la risposta debba venire da un recupero di sovranità dello Stato nazionale, da una limitazione dei movimenti di capitali, merci, persone? E infine non c’è forse, nella sollevazione populista che entrambi reclamano contro l’establishment, la stessa richiesta di un repulisti generale? Sono le domande che hanno spinto la stessa Le Pen a rivolgersi in termini espliciti agli elettori di Mélenchon: «A voi voglio dire: pensate seriamente di votare per Macron?».

Non è la prima volta che una critica radicale del capitalismo avvicina posizioni estremiste, situate da un capo all’altro dello spettro politico. Non solo non è la prima volta, ma è anzi la storia dei movimenti fascisti e nazionalsocialisti, che in questo si distinguevano profondamente dalla destra moderata e conservatrice tradizionale. I paragoni storici hanno sempre una buona dose di improprietà, ma possono anche essere indicativi del modo in cui si esprimono certe tradizioni culturali, nell’interpretazione degli eventi.

Prendiamo, ad esempio, l’articolo, a firma di Fulvio Scaglione, apparso su «Famiglia cristiana», a commento del voto francese. Come appare Macron, in quell’articolo? Non come un uomo di sinistra liberale, e neppure come un centrista, ma come «un uomo di quella destra finanziaria che da anni, ormai, domina, la politica europea e che, per denaro, ha venduto l’anima del Continente». Prova ne è – lascia intendere l’articolista – che ha lavorato con i Rotschild e che, quando era ministro, andava dietro ai petrodollari delle monarchie del Golfo. Quindi, riassumendo: Macron è la quintessenza dell’Occidente capitalista, militarista, colonialista, imperialista. È l’uomo delle banche, fa affari con le armi e col petrolio. Cos’è questo, se non il vecchio cattolicesimo pacifista e terzomondista, che proprio non si trova a suo agio nello spazio giuridico liberale delle democrazie occidentali, plutocratiche e reazionarie (per dirla con il Mussolini della dichiarazione di guerra)?

Altro esempio: l’economista critico Emiliano Brancaccio. Di sinistra che più di sinistra non si può. Che intervistato da «L’Espresso» spiega: «Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” [Macron] non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio” [Le Pen]». Brancaccio non dice chiaramente che Macron è in realtà, per lui, assai peggio del peggio. La metafisica classica lo avrebbe aiutato a mettere chiarezza nei suoi pensieri, perché non gli avrebbe consentito di dire che il meno causa il più. E gli avrebbe così risparmiato l’illogica conclusione che, siccome il meno peggio causa il peggio, tanto vale buttarsi direttamente sul peggiore, e non se ne parli più.

Ma questi spericolati ragionamenti non piovono dal cielo, vengono bensì da quella tradizione che permise, un secolo fa, ai comunisti di rompere con la socialdemocrazia, bollata di socialfascismo perché complice della borghesia e dei peggiori accomodamenti con il nemico di classe. Il risultato fu però di spianare la strada ai fascisti, quelli veri.

Nell’analisi di Brancaccio, Macron significa: riforma spudoratamente liberista dell’economia francese nell’interesse dei capitalisti, e a danno dei lavoratori. Una strada peraltro già tentata in questi anni, aggiunge, e rivelatasi fallimentare. Sia pure. Ma all’analisi continua a mancare un pezzo: sarà la Le Pen a fare gli interessi dei lavoratori, e a dare più spazio alle rivendicazioni sindacali? E se la sua vittoria significasse invece dare la stura al più retrivo nazionalismo, con tutto quello che comporta sul piano dei diritti individuali e delle libertà (e per tutto il resto si vedrà): siamo sicuri, allora che ne varrebbe la pena? Siamo sicuri, infine, che non vi sia più da nutrir timori verso derive di stampo sovranista e autoritario?

In realtà non ne siamo affatto sicuri. Ma se dovesse accadere, di sicuro avremmo buttato via l’ultima pregiudiziale a favore della democrazia che resisteva, nell’Europa postbellica. Difficile pensare che ci guadagneremmo, noi e i lavoratori.

(Il Mattino, 27 aprile 2017)

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