Archivi del giorno: maggio 7, 2017

La sfida tra i due mondi che rottamano il ‘900

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Che i sondaggi ci prendano o no, la sfida presidenziale di oggi, in Francia, ha giustamente l’attenzione di tutta Europa. Può darsi sia scontato l’esito; di sicuro non lo è il significato. Non lo è neanche se Macron dovesse vincere con largo margine la sfida e se, col senno di poi, potremmo dire di avere sovrastimato il pericolo lepenista. Con Macron vince infatti (se vince) una cosa nuova, che non c’era nel panorama politico francese fino a due anni fa. Basta questo, per lustrarsi bene gli occhi e domandarsi se non stiamo voltando definitivamente la pagina del ‘900, la pagina della grande politica, dei grandi partiti di massa, del grande movimento operaio. Dopo aver chiuso con il comunismo, l’Europa chiude anche con il socialismo democratico? Forse sì. È difficile trovare, nel panorama europeo, qualcosa di meno somigliante a Macron del Movimento Cinquestelle, in Italia. Eppure, alla domanda cosa siamo, Macron risponde sul suo sito: un popolo di marciatori, un movimento di cittadini. Zero onorevoli. Sembra grosso modo significare: non c’è bisogno di mettere i cittadini dentro la scatola di un partito. Del resto, la prima delle ragioni che sostengono la campagna per le presidenziali è così formulata: «Emmanuel Macron è diverso dai responsabili politici che lo hanno preceduto: in passato ha avuto un vero lavoro, nel settore privato e nel settore pubblico». È dunque un titolo di merito la discontinuità rispetto ai politici del passato e ai politici di professione: Macron non è né l’uno né l’altro. Quanto alle altre ragioni, sono di questo tenore: Macron propone di ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (già sentita?), sa di cosa parla, non deve la sua fortuna politica a nessun’altro che non sia lui, sa riconoscere una buona idea anche se viene dal suo avversario politico, che non attacca mai sul piano personale. La competenza è evocata solo per dire che Macron saprà rimettere in sesto l’economia del Paese. Per il resto, c’è un riferimento non al mondo del lavoro, alle sue organizzazioni o alla sua rappresentanza ma ai salari: Macron promette di ridurre il cuneo fiscale e di pagare di più le ore di straordinario. Tradurre questo profilo nella figura di un politico di sinistra, di un socialista mitterandiano o dell’ultimo erede del Fronte popolare di Léon Blum è impossibile. Macron non rottama la vecchia sinistra soltanto, rottama il Novecento e i grandi quadri ideologici che lungo tutto il secolo scorso alimentavano lo scontro politico in Europa.

Non è un caso che proprio su questo terreno Macron ha cercato i punti deboli di Marine Le Pen. Certo: da un lato c’è il suo europeismo, dall’altro lato, c’è invece profonda diffidenza non solo verso l’Unione europea, ma verso tutto ciò che va oltre la dimensione dello Stato nazionale. Dal lato di Macron c’è una profonda fiducia nell’ordine economico internazionale e nella sua capacità di futuro; dal lato della Le Pen c’è invece una critica aspra nei confronti di quella specie di dittatura finanziaria che sarebbe il precipitato delle politiche neoliberali imposte da Berlino e Bruxelles. Dal lato di Macron resiste il vocabolario dell’accoglienza e della solidarietà nei confronti dei migranti; dal lato di Marine Le Pen c’è sciovinismo e islamofobia, per cui la Francia viene innanzi a tutto e gli stranieri, specie se musulmani, è meglio che non vengano proprio. Queste sono grandi linee di divisione lungo le quali si definisce con nettezza la differenza di identità politica e di proposta programmatica dei due candidati. Ma Macron ci aggiunge la differenza fra il nuovo e il vecchio, una carta che, quando è possibile (e lo sarà sempre, finché non si consoliderà un nuovo quadro politico), viene giocata con grande profitto. E così, mentre dietro Macron non c’è nulla, e  quello che lui promette e di cui discute è solo avanti a lui, dietro la Le Pen ci sono ancora le risorse simboliche della destra estrema, i fantasmi del passato, il radicamento nella Francia profonda, una certa cultura del risentimento, e insomma: quello che rappresentava il vecchio patriarca Jean Marie, fondatore del Front National, dal quale Marine Le Pen, l’erede politica, non si sarebbe mai staccata, nonostante la strategia di «dediabolizzazione» sventolata in questi anni.

Così, al dunque, rimangono due le France che vanno al voto: quella aperta al mondo, progressista, liberale, modernizzante, tendenzialmente cosmopolitica e dal vivace spirito urbano, e quella invece diffidente verso lo spirito di apertura, che agita sentimenti di rivalsa: dei «veri» francesi contro gli immigrati, delle periferie contro i palazzi del potere, dei perdenti della globalizzazione contro i pochi che se ne approfittano, delle persone in carne e ossa contro le gelide astrazioni del capitale, della tecnica e del denaro.

Ce n’è abbastanza per allestire nuovi conflitti e nuove linee di frattura. Ma il lessico della politica europea deve essere necessariamente reinventato.

(Il Mattino, 7 maggio 2017)

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Roma, l’indecenza di chi scherza su quei tre manichini impiccati

Manichini

I manichini con le maglie dei giocatori della Roma appesi dinanzi al Colosseo? Una presa in giro, uno sfottò, una boutade. Così si sono giustificati gli ultrà della Lazio, ma in realtà non si sono giustificati affatto, perché non hanno sentito minimamente la necessità di una giustificazione, ma, se mai, l’orgoglio di una rivendicazione. C’era il rischio, infatti, che qualcuno pensasse che a impiccare i fantocci con le maglie di Salah, Nainggolan, De Rossi, fossero stati gli stessi tifosi romanisti, delusi e arrabbiati con la squadra dopo la sconfitta nel derby. Quelli della Lazio, a scanso di equivoci, hanno allora pensato di metterci la firma. La scena era terribilmente macabra, e a detta dell’ex laziale Mihajlovic – uno slavo tosto, che in campo non è mai stato una mammoletta – la minaccia formulata nello striscione esposto alle spalle dei manichini faceva paura (“Un consiglio senza offesa. Dormite con la luce accesa”). Ma per i tifosi laziali si è trattato solo di uno scherzo. Magari di cattivo gusto, ma sempre e solo di uno scherzo. I giocatori della Roma, avranno pensato, sono come i fanti: coi santi non si può scherzare, ma con loro sì.

Il fatto è che ormai si scherza con tutto e di tutto, e a tracciare i limiti di quello che è lecito e di quello che non lo è non ci prova più nessuno. Non dico i limiti di legge: teniamoci pure le leggi più liberali del mondo e difendiamo strenuamente libertà di espressione, di critica e pure di scherzo (ma una minaccia, sia chiaro, non è affatto uno scherzo). Prima della norma giuridica c’è però l’opinione pubblica, prima della sanzione penale c’è il regime comune di discorso al quale collettivamente apparteniamo, e c’è (o ci dovrebbe essere) la ragionevolezza del buon senso. Ci sono o ci dovrebbero essere, aggiungo, l’educazione e la formazione nelle scuole, la cultura della cittadinanza nella società, la serietà nei comportamenti, la correttezza nell’uso delle parole, e il senso dell’onore e l’amore della verità in ciascuno di noi. Roba vecchia, superata? Può darsi. Allora accantoniamola per un momento, prendiamo a misura di ciò che si può fare o non fare lo scherzo laziale del Colosseo (o magari le indecenti offese di parte juventina contro il Grande Torino schiantatosi a Superga, il 4 maggio di 68 anni fa) e andiamo in giro per la città di Roma a fare qualcuno di questi tiri.

Per cominciare, si potrebbero impiccare a Saxa Rubra tre pupazzi col volto di tre noti presentatori televisivi, fate voi quali. Al mattino, al lavoro, i dipendenti della Rai se li potrebbero trovare davanti ai cancelli, magari con un cartello ingiurioso affisso sul petto. Spostiamoci ora in via Nazionale, davanti alla banca d’Italia, e lì allestiamo la scena: tre pupazzi con la macina al collo e i volti di celebrati uomini della grande finanza mondiale: da ridere, non vi pare? Tra l’altro, mentre i giocatori della Roma hanno almeno i loro tifosi a difenderli (e magari, la prossima volta a vendicarli: sarà legittima difesa?), questi qua chi volete che li difenda?

Si potrebbe proseguire, naturalmente. E allora nella nostra galleria degli scherzi funerei non potrebbero certo mancare tre politici, a cui fare per finta la pelle davanti a Montecitorio. Anche più di tre, visto il discredito di cui gode la categoria. E siccome infine nelle curve spesso si annidano sentimenti xenofobi e razzisti, non ci facciamo mancare qualche croce a cui appendere tre sporchi negri o tre luridi ebrei. Sempre di cartapesta, s’intende. Sempre per scherzo, si capisce: tanto per giocare.

Ho esagerato, forse. Ma la domanda rimane. Ed è la seguente: può una società ospitare il turpiloquio in televisione e appendere manichini in piazza, lasciare che si diffondano i discorsi d’odio on line e deridere le espressioni politically correct nel dibattito pubblico, senza farsi venire il dubbio che quella cosa fatta di buone maniere, di rispetto e di decenza che si chiama civiltà, processo di civilizzazione, va difesa, coltivata, promossa, non disprezzata come una ipocrisia vecchia, falsa e inautentica.

Avishai Margalit, filosofo politico israeliano, ha introdotto qualche tempo fa il concetto di «società decente», che è tale se non umilia coloro che vi appartengono. E, direi pure, se non umilia se stessa. La decenza ha a che fare con qualcosa di più fondamentale della giustizia, ed è dovuta agli uomini indipendentemente da ciò che prescrive la legge (né una società formalmente giusta risparmia a volte umiliazioni ai suoi membri). Dove infatti si trovi il limite della decenza non può essere una legge a dirlo: una comunità dovrebbe aver cura di trovarlo da sé. Se non lo trova, oggi succede che dinanzi al Colosseo compaiano striscioni e lugubri manichini, domani chissà: forse si farà un bel programma TV con il sondaggio, le domande per il pubblico a casa,e il dibattito in studio fra gli ospiti. Tema: e voi, dove appendereste i vostri funesti manichini?  Risate, applausi, pubblicità.

(Il Mattino, 6 maggio 2017)