Archivi del giorno: maggio 19, 2017

La sinistra e la feccia di Romolo

Lupa

Per quanto ci si voglia girare attorno, non si troverà un solo lato dal quale apparirà meno adamantina la seguente verità: che il grillismo è solo l’ultimo stadio del moralismo, cioè della malattia fondamentale che la sinistra italiana ha contratto nell’ultimo scorcio del ventesimo secolo, e dal quale non è ancora guarita.

Il fatto che questa verità cristallina si trovi oggi sulle pagine de Il Foglio non meraviglia né sorprende. Consente anzi di precisare meglio la verità in questione, perché Claudio Cerasa, il direttore, ne scrive in risposta a Eugenio Scalfari, e così l’assunto di cui sopra reca anche una precisa impronta genealogica: l’incubatore di questa commistione fra moralismo e sinistra è stato proprio il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Dal Berlinguer della questione morale al De Mita vagamente tecnocratico e innovatore che doveva cambiare i connotati della Democrazia cristiana, tutti e due circonfusi dell’aureola morale di campioni dell’anti-craxismo, passando per le immancabili proposte di governo tecnocratici o «degli onesti» per finire con la lunga sfilza di papi stranieri elevati a guide della sinistra che non c’era – nel frattempo mandando a pezzi quella che c’era – Scalfari e il suo giornale hanno esercitato senza soluzione di continuità il loro patrocinio etico, intellettuale, spirituale su un intero campo, senza avvedersi che lo spessore ideologico, politico, programmatico della sinistra veniva così assottigliandosi sempre più, sempre più riducendosi al solo ed esclusivo terreno della denuncia morale, surrogato di una visione politico-culturale evidentemente esaurita.

Questo solo si può infatti aggiungere all’analisi di Cerasa: il moralismo è stata soltanto l’ultima ondata. Le altre sono più distanti nel tempo, ma non hanno contribuito meno a dissestare la tradizione della sinistra. La crisi del marxismo italiano è passata infatti anche per altre vicende: per una profonda revisione epistemologica, per una lenta acquisizione del lessico dei diritti e della cittadinanza; per una riscoperta delle tematiche che la cultura del movimento operaio aveva tenuto in disparte (la donna, l’ambiente, il desiderio). Mentre percorreva queste strade, la sinistra italiana perdeva qualcosa della sua ideologia originaria (perdeva tratti totalitari, illiberali, paternalistici), ma qualcosa acquistava anche: in termini di apertura alla modernità, di emancipazione, di progresso. Poi, più nulla. Giunta all’ultimo stadio, ha acquistato una capacità infinita di indignazione, ma ha perso l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto perdere: il senso stesso della costruzione storica e della mediazione politica. Forse perché ha temuto di rimanere del tutto fuori dalla vicenda del Paese, dopo aver contribuito a fondarla e a costruirla, la sinistra ha cominciato a pensare che tutta la storia italiana recente, compromessa col malaffare e la corruzione, fosse da buttare. Di questo assunto la più coerente conseguenza, non v’è dubbio, è Beppe Grillo.

Non c’è da andare lontano: basta stare alle cronache di questi giorni. Sul giornale reclutatore del grillismo di sinistra, «Il Fatto quotidiano», viene pubblicata un’intercettazione che riguarda Renzi, padre e figlio. Non facciamone di nuovo la cronaca, ma resta clamoroso che esca fuori un’intercettazione del tutto irrilevante penalmente. Siccome c’è chi nel Pd protesta (meno male), «Il Fatto» non manca di ricordare che, però, quelli del Pd che oggi protestano indignati sono gli stessi che nel 2010 marciavano compatti al grido: «Intercettateci tutti!», protestando allora contro Berlusconi e i suoi tentativi di imbavagliare la stampa. Ecco: non sono proprio gli stessi. Ma è vero che sono quelli che «Repubblica» coltivava e vezzeggiava, accarezzava e lisciava, e con cui costruiva la sua moralistica egemonia sul discorso politico della sinistra. Di cosa meravigliarsi allora se oggi gli elettori vogliono ancora che tutti siano intercettati, e se perciò, delusi dal Pd, si volgono verso i Cinquestelle? C’è, in definitiva, qualche altra idea della politica che sia stata formata in questi anni da «Repubblica» diversa dalla santa coppia onestà/competenza? Non c’è. Perciò tanto vale andare tutti sulla piattaforma online dei grillini, e votare l’inserimento nel programma del Movimento dell’intercettazione illimitata, universale e indiscriminata. E chiunque è contrario lo sarà perché evidentemente vuol nascondere qualcosa.

La logica, purtroppo, è questa. Siccome Scalfari ha cominciato di recente a frequentare con sempre maggiore interesse i lidi della filosofia, ricorderà quel passo della Scienza Nuova in cui Giambattista Vico scrive: «La filosofia considera l’uomo quale dev’essere, e sì non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo». La politica, per Vico, doveva rovesciarsi nella feccia di Romolo: Vico non pensava così di fare un favore ai delinquenti; pensava invece all’umanità comune che alla politica chiede un’azione realistica ed efficace (oggi diciamo riformista), non l’autocompiacimento circa la propria superiorità morale e intellettuale. Non come giustamente scrive Cerasa, «il moralismo come strumento di lotta politica». E nemmeno – aggiungo io perché non si sa mai – un pool di magistrati a Palazzo Chigi.

(Il Mattino, 19 maggio 2017)

La nuova notte della Repubblica

sironi

La giornata di ieri ha segnato un nuovo, non invidiabile primato di pista sul circuito mediatico-giudiziario nel quale si avvita la politica e il dibattito pubblico in questo Paese. Il «Fatto quotidiano» pubblica un’intercettazione fra Matteo Renzi e il padre Tiziano, che finisce sui giornali in barba a ogni principio di riservatezza delle indagini e di rispetto della privacy. Finisce sui giornali un’intercettazione priva di qualunque rilevanza penale, che non era nella disposizione degli avvocati e che non era neppure contenuta nelle informative dei carabinieri, proprio per via della sua irrilevanza. Ma la pubblicazione consente di alzare nuovamente al massimo il volume sull’inchiesta: nonostante Renzi dimostri nel corso della telefonata una correttezza assoluta e una severità persino eccessiva nei confronti del padre; nonostante il padre confermi di non aver incontrato l’imprenditore Alfredo Romeo, per quanto egli ricordi; nonostante insomma non vi sia un solo particolare dell’inchiesta che prenda un significato diverso alla luce delle parole intercettate, sta il fatto che, grazie alla pubblicazione, nei titoli, nelle dichiarazioni, nei programmi televisivi ricompare “il caso”. E monta la speculazione politica: basti leggere, fra tutte, la dichiarazione dei capigruppo del Movimento Cinquestelle, Roberto Fico e Carlo Martelli, che prendono la notizia a pretesto per parlare di «aspetti opachi rispetto agli incontri di Tiziano Renzi», quando non c’è alcuna opacità nella telefonata, e per denunciare un «gruppo di potere», quando si tratta di un figlio che, sulla base di rivelazioni di stampa, chiede conto al padre di quel che si legge sui giornali (e che proprio quella sera mostrerà in tv, quindi in pubblico, la stessa severità tenuta in privato, uscendosene con la frase: «se è colpevole, deve essere condannato con una pena doppia»).

Ma ancor più impressionante è la nuda sequenza dei fatti: il 2 marzo scorso «Repubblica» pubblica un’intervista al commercialista napoletano Alfredo Mazzei, il quale asserisce di aver saputo da Romeo di un suo incontro riservato con Tiziano Renzi in una «sorta di bettola». Renzi chiama allora il padre, e gli chiede a muso duro se risponda a verità quanto riportato dal quotidiano. Il padre non ricorda di aver mai incontrato Romeo; di sicuro – dice – non l’ha incontrato a pranzo. Il giorno dopo, il 3 marzo, viene interrogato presso la procura di Roma, investita per competenza delle indagini avviate a Napoli, dai pm Paolo Ielo e John Henry Woodcock. Al termine, la difesa di Renzi rinuncia a richiedere gli atti per preservarne la riservatezza, ma il giorno dopo oplà: sui giornali si rovescia tutta la montagna di accuse prodotte dal Noe, il nucleo investigativo al quale si era affidata la procura napoletana e in particolare il suo pm di punta, John Henry Woodcock. La reazione della procura di Roma, è decisa: fin lì i capi degli uffici di Napoli e Roma avevano proceduto d’intesa, ma di lì in avanti l’intesa naufraga. Pignatone revoca l’indagine al Noe; dopodiché parte l’inchiesta sulla fuga di notizie e parte pure una scrupolosa verifica del lavoro svolto. Salta fuori, e siamo alle ultime settimane, che il capitano dei carabinieri Gianpaolo Scafarto, su cui Woodcock riponeva la massima fiducia, ha clamorosamente manipolato i verbali delle intercettazioni e ha pure costruito una storia di pedinamenti da parte dei servizi segreti, che finisce agli atti nonostante ne sia evidente l’infondatezza. Woodcock, dal canto suo, per difendere l’operato di Scafarto viola l’assoluto riserbo sugli sviluppi del caso chiestogli espressamente dal procuratore Fragliasso. Per aver violato il silenzio e per aver così interferito con il lavoro della Procura romana viene così incolpato dal Procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo.

Ed ecco ora il nuovo coup de théâtre: la drammatica telefonata tra padre e figlio, che costringe la procura di Roma ad aprire una nuova indagine per violazione del segreto istruttorio e il ministro della Giustizia Orlando a disporre accertamenti. Si vedrà nelle prossime ore se anche il CSM, finora taciturno, riuscirà finalmente a prendere posizione sulla vicenda.

Non è detto però che sia l’ultimo episodio: a leggere «il Fatto» sembra anzi che nuove rivelazioni siano tenute in serbo per i prossimi giorni, e così la politica si ritrova sotto una specie di stordimento permanente, travolta da fiumi di parole che non hanno alcun valore probatorio, la cui pubblicazione avviene goccia a goccia, in esplicita violazione di legge, con una Procura che tiene evidentemente aperte le falle da cui fioccano le intercettazioni, e l’altra che prova (finora invano) a turarle.

In gioco, come si vede, non sono i «guai giudiziari» del padre di Renzi, la cui posizione non è minimamente toccata – non aggravata, se mai alleggerita – dalla divulgazione dell’intercettazione. In gioco è tutto il resto: il clamore mediatico sollevato da certe inchieste in via del tutto indipendente dalle risultanze investigative prima e processuali poi; la complicità che si stabilisce fra organi di stampa e organi inquirenti; la disinvoltura con cui certi meccanismi vengono attivati, con qualcuno che dietro le quinte alza la palla e qualcun altro che scende in campo e la schiaccia. E infine l’impotenza della politica, costretta ad assistere allo spettacolo, tacendo per timore di finire magari nel tritacarne della prossima intercettazione, segretamente confidando che la procura di Roma possa almeno questa volta respingere la palla nel campo avverso, dopo un quarto di secolo, anno più anno meno, in cui è stata presa a pallonate. La politica appare cioè ancora priva di qualunque, reale capacità di reazione visto che, giunta dinanzi a uno dei punti più oscuri della storia repubblicana recente, dinanzi a condotte investigative capaci di produrre – non sappiamo a quali livelli – un così grave inquinamento probatorio e di far emergere elementi di così eclatante privatezza, non batte i pugni sul tavolo ma si limita a rilasciare dichiarazioni: il miglior commento all’inazione di questi anni.

(Il Mattino, 17 maggio 2017; su Il Messaggero col titolo: Il clamore mediatico e la volontà nascosta di inquinare le prove)

 

La catena degli errori e la risposta che manca

haring

Basta mettere in ordine i fatti. E cominciare dalle parole ufficiali. Ieri la Procura di Napoli  ha diramato un comunicato, a firma del procuratore facente funzioni, il dottor Nunzio Fragliasso, nel quale viene smentito che l’Ufficio abbia mai confermato la fiducia al nucleo investigativo del Noe, dopo che la Procura di Roma, investita dal passaggio di competenze, gli aveva tolto le indagini. Parliamo del caso Consip, della fuga di notizie e, successivamente, della scoperta delle manipolazioni del capitano Scafarto, che avevano pesantemente tirato in ballo il padre di Renzi, Tiziano.

Ieri, a distanza di un mese dai fatti – e dunque: ora per allora – viene spiegato che, certo, le indagini affidate al Noe proseguivano, ma questo non significava in alcun modo ribadire la fiducia a quel comando. Non c’era «nessun imbarazzo» a confermare la delega ai carabinieri del Noe, come scrivono le agenzie nell’aprile scorso, ma solo perché si trattava di vicende «non connesse».

Il punto, in realtà, non era la diversità del filone di indagini, ma cosa mai avesse combinato il Noe, tanto da giustificare la revoca delle indagini da parte di Pignatone e dei magistrati romani. E non si trattava di mere illazioni di stampa, ma di quel che riferivano fonti della Procura, come recitavano le agenzie. A quel che abbiamo appreso ieri, tuttavia, quelle fonti non erano il procuratore Fragliasso o l’aggiunto Beatrice. La domanda è allora: chi aveva interesse all’interpretazione circolata su tutti i giornali, e che nessuno ha smentito per un mese intero, che la prosecuzione delle indagini significava conferma della fiducia nel Noe e nel suo capitano, Gianpaolo Scafarto? E perché questa smentita tardiva, che arriva solo ora, dopo l’atto di incolpazione di John Woodcock da parte del procuratore generale della Cassazione Ciccolo, che imputa al Pm napoletano di non aver tenuto il dovuto riserbo sulla vicenda e di avere anzi gravemente interferito con l’inchiesta romana, sostenendo che la manipolazione delle intercettazioni non era che un errore?

A proposito di Woodcock. A chiamarlo in causa questa volta è lo stesso Scafarto, che interrogato sul pastrocchio dell’informativa taroccata ha dovuto ammettere gli errori (una «serie di errori», non una singola parola o una singola frase: una serie) attribuendoli alla fretta, maledetta consigliera. Quale fretta porti ad aggiungere parole nella trascrizione delle intercettazioni non è chiaro. Eppure, a quanto scrive l’Ansa, i magistrati avrebbero contestato a Scafarto di avere scritto Tiziano Renzi dove invece si dice Renzi (a proposito di una nomina fatta dal secondo, non dal primo).

Ma non finisce qua. Fin qui sono soltanto le «anomalie». Poi viene la dichiarazione di Scafarto: fu Woodcock, lui direttamente, a «rappresentare» al capitano dei carabinieri l’opportunità di riferire la storia dei servizi segreti che lo avrebbero tenuto nel mirino. Una storia assolutamente infondata, che però, su consiglio di Woodcock, doveva costituire un «capitolo autonomo» nell’informativa da rendere ai magistrati.

Ora, può darsi benissimo che Scafarto stia mentendo, stia cercando di alleggerire la sua posizione, stia fraintendendo parole dette dal Pm il cui significato era tutt’altro, ma il quadro che queste dichiarazioni restituiscono è veramente allarmante. L’altro giorno, dall’atto di incolpazione di Ciccolo, abbiamo appreso che Woodcock si era speso presso il capo della Procura perché confermasse piena fiducia al capitano Scafarto: proprio quello che i giornali avevano scritto che la Procura avesse fatto, e che invece ieri Fragliasso ha smentito di aver mai fatto. E, come se non bastasse, quel capitano che Woodcock difendeva con solerzia presso i suoi colleghi e capi, oggi invece lo chiama direttamente in causa per avergli suggerito di intorbidare le acque con la storia dei servizi.

Fosse anche tutto falso, ma proprio tutto, il minimo che si possa chiedere è chi controlla chi, come è possibile commettere così tanti errori in una vicenda tanto delicata e dagli effetti politici così dirompenti.

Infine: qualcuno ricorderà il caso Cpl-Concordia (appalti andati alla cooperativa emiliana, su cui la Procura indagava): anche quel caso è stato funestato da errori, anche in quel caso saltati fuori col trasferimento per competenze ad altra procura. Ma i protagonisti sul fronte delle indagini erano gli stessi: che cosa significa? Quale conclusione bisogna trarne? Una domanda retorica non è un commento, ma è, spesso, altrettanto eloquente. Non contiene ancora una risposa, ma aspetta almeno che qualcuno sia pronto a darla. E non aggiunge altro, perché si è già detto molto.

(Il Mattino, 12 maggio 2017)

Nell’articolo, la scelta di una forma contratta può dar luogo a un’interpretazione errata. Dove scrivo che Scafarto chiama direttamente in causa il pm Woodcock per avergli suggerito di intorbidare le acque con la storia dei servizi non va inteso che Woodcock suggerisce di intorbidare le acque ma che Scafarto dice che Woodcock suggerisce di dare rilievo a ciò che Scafarto ha intorbidato. Chiedo scusa se, nel contrarre l’espressione, posso aver favorito un’interpretazione errata. Il contesto, però, non dovrebbe dar adito a dubbi: in cosa consistesse il suggerimento di Woodcock (secondo Scafarto) è detto infatti chiaramente

(Il Mattino, 13 maggio 2017)