La catena degli errori e la risposta che manca

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Basta mettere in ordine i fatti. E cominciare dalle parole ufficiali. Ieri la Procura di Napoli  ha diramato un comunicato, a firma del procuratore facente funzioni, il dottor Nunzio Fragliasso, nel quale viene smentito che l’Ufficio abbia mai confermato la fiducia al nucleo investigativo del Noe, dopo che la Procura di Roma, investita dal passaggio di competenze, gli aveva tolto le indagini. Parliamo del caso Consip, della fuga di notizie e, successivamente, della scoperta delle manipolazioni del capitano Scafarto, che avevano pesantemente tirato in ballo il padre di Renzi, Tiziano.

Ieri, a distanza di un mese dai fatti – e dunque: ora per allora – viene spiegato che, certo, le indagini affidate al Noe proseguivano, ma questo non significava in alcun modo ribadire la fiducia a quel comando. Non c’era «nessun imbarazzo» a confermare la delega ai carabinieri del Noe, come scrivono le agenzie nell’aprile scorso, ma solo perché si trattava di vicende «non connesse».

Il punto, in realtà, non era la diversità del filone di indagini, ma cosa mai avesse combinato il Noe, tanto da giustificare la revoca delle indagini da parte di Pignatone e dei magistrati romani. E non si trattava di mere illazioni di stampa, ma di quel che riferivano fonti della Procura, come recitavano le agenzie. A quel che abbiamo appreso ieri, tuttavia, quelle fonti non erano il procuratore Fragliasso o l’aggiunto Beatrice. La domanda è allora: chi aveva interesse all’interpretazione circolata su tutti i giornali, e che nessuno ha smentito per un mese intero, che la prosecuzione delle indagini significava conferma della fiducia nel Noe e nel suo capitano, Gianpaolo Scafarto? E perché questa smentita tardiva, che arriva solo ora, dopo l’atto di incolpazione di John Woodcock da parte del procuratore generale della Cassazione Ciccolo, che imputa al Pm napoletano di non aver tenuto il dovuto riserbo sulla vicenda e di avere anzi gravemente interferito con l’inchiesta romana, sostenendo che la manipolazione delle intercettazioni non era che un errore?

A proposito di Woodcock. A chiamarlo in causa questa volta è lo stesso Scafarto, che interrogato sul pastrocchio dell’informativa taroccata ha dovuto ammettere gli errori (una «serie di errori», non una singola parola o una singola frase: una serie) attribuendoli alla fretta, maledetta consigliera. Quale fretta porti ad aggiungere parole nella trascrizione delle intercettazioni non è chiaro. Eppure, a quanto scrive l’Ansa, i magistrati avrebbero contestato a Scafarto di avere scritto Tiziano Renzi dove invece si dice Renzi (a proposito di una nomina fatta dal secondo, non dal primo).

Ma non finisce qua. Fin qui sono soltanto le «anomalie». Poi viene la dichiarazione di Scafarto: fu Woodcock, lui direttamente, a «rappresentare» al capitano dei carabinieri l’opportunità di riferire la storia dei servizi segreti che lo avrebbero tenuto nel mirino. Una storia assolutamente infondata, che però, su consiglio di Woodcock, doveva costituire un «capitolo autonomo» nell’informativa da rendere ai magistrati.

Ora, può darsi benissimo che Scafarto stia mentendo, stia cercando di alleggerire la sua posizione, stia fraintendendo parole dette dal Pm il cui significato era tutt’altro, ma il quadro che queste dichiarazioni restituiscono è veramente allarmante. L’altro giorno, dall’atto di incolpazione di Ciccolo, abbiamo appreso che Woodcock si era speso presso il capo della Procura perché confermasse piena fiducia al capitano Scafarto: proprio quello che i giornali avevano scritto che la Procura avesse fatto, e che invece ieri Fragliasso ha smentito di aver mai fatto. E, come se non bastasse, quel capitano che Woodcock difendeva con solerzia presso i suoi colleghi e capi, oggi invece lo chiama direttamente in causa per avergli suggerito di intorbidare le acque con la storia dei servizi.

Fosse anche tutto falso, ma proprio tutto, il minimo che si possa chiedere è chi controlla chi, come è possibile commettere così tanti errori in una vicenda tanto delicata e dagli effetti politici così dirompenti.

Infine: qualcuno ricorderà il caso Cpl-Concordia (appalti andati alla cooperativa emiliana, su cui la Procura indagava): anche quel caso è stato funestato da errori, anche in quel caso saltati fuori col trasferimento per competenze ad altra procura. Ma i protagonisti sul fronte delle indagini erano gli stessi: che cosa significa? Quale conclusione bisogna trarne? Una domanda retorica non è un commento, ma è, spesso, altrettanto eloquente. Non contiene ancora una risposa, ma aspetta almeno che qualcuno sia pronto a darla. E non aggiunge altro, perché si è già detto molto.

(Il Mattino, 12 maggio 2017)

Nell’articolo, la scelta di una forma contratta può dar luogo a un’interpretazione errata. Dove scrivo che Scafarto chiama direttamente in causa il pm Woodcock per avergli suggerito di intorbidare le acque con la storia dei servizi non va inteso che Woodcock suggerisce di intorbidare le acque ma che Scafarto dice che Woodcock suggerisce di dare rilievo a ciò che Scafarto ha intorbidato. Chiedo scusa se, nel contrarre l’espressione, posso aver favorito un’interpretazione errata. Il contesto, però, non dovrebbe dar adito a dubbi: in cosa consistesse il suggerimento di Woodcock (secondo Scafarto) è detto infatti chiaramente

(Il Mattino, 13 maggio 2017)

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