La sinistra e la feccia di Romolo

Lupa

Per quanto ci si voglia girare attorno, non si troverà un solo lato dal quale apparirà meno adamantina la seguente verità: che il grillismo è solo l’ultimo stadio del moralismo, cioè della malattia fondamentale che la sinistra italiana ha contratto nell’ultimo scorcio del ventesimo secolo, e dal quale non è ancora guarita.

Il fatto che questa verità cristallina si trovi oggi sulle pagine de Il Foglio non meraviglia né sorprende. Consente anzi di precisare meglio la verità in questione, perché Claudio Cerasa, il direttore, ne scrive in risposta a Eugenio Scalfari, e così l’assunto di cui sopra reca anche una precisa impronta genealogica: l’incubatore di questa commistione fra moralismo e sinistra è stato proprio il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Dal Berlinguer della questione morale al De Mita vagamente tecnocratico e innovatore che doveva cambiare i connotati della Democrazia cristiana, tutti e due circonfusi dell’aureola morale di campioni dell’anti-craxismo, passando per le immancabili proposte di governo tecnocratici o «degli onesti» per finire con la lunga sfilza di papi stranieri elevati a guide della sinistra che non c’era – nel frattempo mandando a pezzi quella che c’era – Scalfari e il suo giornale hanno esercitato senza soluzione di continuità il loro patrocinio etico, intellettuale, spirituale su un intero campo, senza avvedersi che lo spessore ideologico, politico, programmatico della sinistra veniva così assottigliandosi sempre più, sempre più riducendosi al solo ed esclusivo terreno della denuncia morale, surrogato di una visione politico-culturale evidentemente esaurita.

Questo solo si può infatti aggiungere all’analisi di Cerasa: il moralismo è stata soltanto l’ultima ondata. Le altre sono più distanti nel tempo, ma non hanno contribuito meno a dissestare la tradizione della sinistra. La crisi del marxismo italiano è passata infatti anche per altre vicende: per una profonda revisione epistemologica, per una lenta acquisizione del lessico dei diritti e della cittadinanza; per una riscoperta delle tematiche che la cultura del movimento operaio aveva tenuto in disparte (la donna, l’ambiente, il desiderio). Mentre percorreva queste strade, la sinistra italiana perdeva qualcosa della sua ideologia originaria (perdeva tratti totalitari, illiberali, paternalistici), ma qualcosa acquistava anche: in termini di apertura alla modernità, di emancipazione, di progresso. Poi, più nulla. Giunta all’ultimo stadio, ha acquistato una capacità infinita di indignazione, ma ha perso l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto perdere: il senso stesso della costruzione storica e della mediazione politica. Forse perché ha temuto di rimanere del tutto fuori dalla vicenda del Paese, dopo aver contribuito a fondarla e a costruirla, la sinistra ha cominciato a pensare che tutta la storia italiana recente, compromessa col malaffare e la corruzione, fosse da buttare. Di questo assunto la più coerente conseguenza, non v’è dubbio, è Beppe Grillo.

Non c’è da andare lontano: basta stare alle cronache di questi giorni. Sul giornale reclutatore del grillismo di sinistra, «Il Fatto quotidiano», viene pubblicata un’intercettazione che riguarda Renzi, padre e figlio. Non facciamone di nuovo la cronaca, ma resta clamoroso che esca fuori un’intercettazione del tutto irrilevante penalmente. Siccome c’è chi nel Pd protesta (meno male), «Il Fatto» non manca di ricordare che, però, quelli del Pd che oggi protestano indignati sono gli stessi che nel 2010 marciavano compatti al grido: «Intercettateci tutti!», protestando allora contro Berlusconi e i suoi tentativi di imbavagliare la stampa. Ecco: non sono proprio gli stessi. Ma è vero che sono quelli che «Repubblica» coltivava e vezzeggiava, accarezzava e lisciava, e con cui costruiva la sua moralistica egemonia sul discorso politico della sinistra. Di cosa meravigliarsi allora se oggi gli elettori vogliono ancora che tutti siano intercettati, e se perciò, delusi dal Pd, si volgono verso i Cinquestelle? C’è, in definitiva, qualche altra idea della politica che sia stata formata in questi anni da «Repubblica» diversa dalla santa coppia onestà/competenza? Non c’è. Perciò tanto vale andare tutti sulla piattaforma online dei grillini, e votare l’inserimento nel programma del Movimento dell’intercettazione illimitata, universale e indiscriminata. E chiunque è contrario lo sarà perché evidentemente vuol nascondere qualcosa.

La logica, purtroppo, è questa. Siccome Scalfari ha cominciato di recente a frequentare con sempre maggiore interesse i lidi della filosofia, ricorderà quel passo della Scienza Nuova in cui Giambattista Vico scrive: «La filosofia considera l’uomo quale dev’essere, e sì non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo». La politica, per Vico, doveva rovesciarsi nella feccia di Romolo: Vico non pensava così di fare un favore ai delinquenti; pensava invece all’umanità comune che alla politica chiede un’azione realistica ed efficace (oggi diciamo riformista), non l’autocompiacimento circa la propria superiorità morale e intellettuale. Non come giustamente scrive Cerasa, «il moralismo come strumento di lotta politica». E nemmeno – aggiungo io perché non si sa mai – un pool di magistrati a Palazzo Chigi.

(Il Mattino, 19 maggio 2017)

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