Se la fiducia oscura la protesta

4 stelle

Un voto che è una bocciatura. Per i Cinquestelle, il turno amministrativo di ieri si sta rivelando, stando ai primi risultati, una piccola débâcle. In proporzioni diverse da quelle che hanno subito le altre forze populiste nell’ultimo anno – e in particolare nel Regno Unito, con il crollo di giovedì scorso del partito indipendentista UKIP, e in Francia, ieri sera, con il forte ridimensionamento del Front National di Marine Le Pen alle elezioni legislative – ma in misura comunque assai significativa. Per i Cinquestelle, spesso non c’è raffronto possibile con le precedenti elezioni, quando in molte realtà locali non erano ancora presenti;  l’esito del voto di ieri va tuttavia commisurato alle ambizioni di una formazione politica che presentava se stessa come il primo partito del Paese, e che nell’ultimo post apparso sul blog di Beppe Grillo rivendicava il dato di una presenza  su tutto il territorio nazionale persino superiore a quella del partito democratico, che in molte città e comuni ha rinunciato al simbolo per correre sotto liste e raggruppamenti civici. Se queste erano le ambizioni di partenza, lo scenario che gli exit poll prefigurano forniscono un prospettiva molto chiara: al ballottaggio, avremo quasi sempre sfide tra candidati di centrosinistra e candidati di centrodestra; di grillini, almeno nei principali centri andati ieri al voto, non ce ne sarà quasi nessuno. Certo, un voto amministrativo, distribuito a macchia di leopardo sul territorio nazionale, non consente facile estrapolazioni, e spesso il dato complessivo tradisce la specificità di situazioni locali. In alcuni casi, poi, gli errori commessi dai Cinquestelle sono stati macroscopici: a Palermo è scoppiata la grana delle firme false; a Parma pesava il fenomeno Pizzarotti, l’espulso eccellente che ha continuato a godere, nonostante la rottura con Grillo e Casaleggio, di un largo consenso in città; a Genova, infine, c’è stato il clamoroso annullamento delle primarie vinte dalla Cassamatis, che Grillo proprio non voleva candidare a sindaco. Ovunque, insomma, la fragilità dell’organizzazione e le faide interne ai pentastellati hanno reso difficile la partita, e nelle urne si è visto. Ma i Cinquestelle si ritrovano fuori dal secondo turno anche negli altri capoluoghi: a Verona, a l’Aquila, a Catanzaro.

Fatte salve analisi più ravvicinate del voto, la giornata di ieri sembra imporre un brusco stop alle ambizioni di Di Maio & Co. Difficile dire se l’incertezza seguita al referendum del 4 dicembre abbia avuto l’effetto di spaventare almeno una parte dell’elettorato, in cerca di elementi di stabilizzazione del quadro politico piuttosto che di nuove spallate o nuove avventure. Difficile anche proiettare il voto di domenica sulle future elezioni politiche, in una fase di estrema volatilità del voto. Difficile infine trarre auspici sulla tenuta del sistema, come se il largo discredito del ceto politico, che rimane il carburante principale del motore a Cinquestelle, fosse  stato definitivamente riassorbito. Certo è che la bocciatura di ieri impone comunque, a Grillo e ai suoi, una riflessione di carattere strategico: la delusione dipende dall’attenuazione della spinta protestataria e qualunquista, o al contrario dal non avere saputo assumere fino in fondo i lineamenti di una forza politica matura? Dopo un’intera legislatura, molti nodi non sono stati ancora sciolti, e il voto amministrativo, tradizionalmente più indigesto per le forze meno strutturate, evidenzia il mancato scioglimento del dilemma.

Ma i risultati di ieri dimostrano anche qualche altra cosa: da un lato, che il centrosinistra dispone ancora, sui territori, di un personale politico sufficientemente radicato da reggere il peso della sfida, e che anche il centrodestra, il cui profilo a livello nazionale si fa fatica a indovinare, diviene competitivo sul piano locale quando ritrova una parvenza di unità. Esiste ancora, insomma, un elettorato di centrodestra che chiede di essere adeguatamente rappresentato. Il resto lo fa la legge. I sistemi elettorali non sono la panacea di tutti i mali, ma qualche effetto lo producono. La legge sui sindaci polarizza i comportamenti degli elettori, che premiano proposte di governo delle città, più che scelte di semplice appartenenza. È un modello di democrazia che, dopo tutto, mostra di funzionare. E si prende la sua rivincita sui tentativi di azzerarlo.

(Il Mattino, 12 giugno 2017)

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