L’identità finisce nelle urne

BRAQUES

Georges Braque, L’oiseau et son nid (1956)

Ora che il premier Gentiloni ha da un lato ribadito l’impegno del governo a completare l’iter della legge sullo ius soli, e però ha, d’altro lato, rinviato all’autunno la sua definitiva approvazione, così da mettere al riparo l’esecutivo dal rischio di sorprese nelle aule parlamentari, ma anche dalla eventualità che una mancata fiducia faccia precipitare il paese verso le elezioni, vorrei provare a offrire un supplemento di riflessione, così come richiesto dal ministro Costa, perplesso – insieme ai settori centristi della maggioranza – sul passo che il governo si appresta a compiere.

Il Ministro dice: questa legge modifica la composizione della comunità nazionale. Modifica cioè il popolo, al quale secondo Costituzione (e nei limiti della Costituzione) appartiene la sovranità. E naturalmente modifica anche, in prospettiva, l’esercizio dei diritti elettorali.

Questo argomento è molto diverso da quello che usano i leghisti per respingere la legge. Che, più o meno, suona invece così: i minori ai quali si vorrebbe concedere la cittadinanza hanno già tutti i diritti che gli si vorrebbe dare con questa legge. Dunque la legge non serve, è solo un vessillo ideologico che il Pd agita per motivi elettoralistici. Messa così, la cittadinanza che si vorrebbe difendere dai nuovi ingressi, non viene innalzata a bene indisponibile per gli stranieri, bensì piuttosto svalutata come un orpello inutile, che nulla aggiunge a ciò che dovrebbe veramente contare per gli aspiranti, nuovi italiani. Si tratta – come si vede – di un argomento che si confuta da solo.

Non funziona neppure l’argomento con il quale si mettono insieme le politiche verso i migranti e lo ius soli. Non è a favore dei migranti, né tantomeno dei clandestini, che la legge prevede di facilitare l’accesso alla nazionalità italiana, ampliando i criteri per ottenerla, ma a quelli che sono già qui, che sono cresciuti qui, che sono qui con i loro genitori in maniera stabile, che qui hanno studiato. Nessuno di coloro che sbarcano in queste ore nei nostri porti si trova in queste condizioni, com’è ovvio. Ma – si dice – approvando la legge l’Italia dà un preciso segnale a coloro che premono dall’altra sponda del Mediterraneo: che se ce la fanno ad arrivare sin qui, poi ce la faranno anche a conseguire la cittadinanza italiana.

Può darsi che sia così, che cioè nel clima attuale, con l’emergenza in corso (che però è illusorio considerare un’emergenza, come se la pressione migratoria dovesse arrestarsi a breve), sia inevitabile mettere le cose insieme, almeno presso l’opinione pubblica. A chi così ragiona bisognerebbe chiedere di considerare le seguenti cose: 1.  Che compito di una classe politica è spiegare, distinguere, chiarire, non certo assecondare la confusione delle opinioni e delle emozioni. Non farsi prendere da ricatti emotivi ma neppure da scorciatoie elettoralistiche. Non commuoversi per un facile e irresponsabile umanitarismo, ma nemmeno incarognirsi sobillando gli umori del populismo più rozzo; 2. Che, di nuovo, se il diritto di cittadinanza è un bene prezioso, e se nell’ordinamento giuridico di una nazione prende la forma di un diritto (regolato dalla legge), allora  la forza delle sua rivendicazione deve essere riconosciuta come superiore ad ogni altra forza. Non può essere che a determinare se ampliare o restringere i confini della comunità  nazionale, se ritardare o affrettare la decisione, in un senso o nell’altro, siano coloro che bussano alla sua porta.  Anche in questo caso, insomma, chi dice di voler difendere il valore dell’italianità – in qualunque cosa esso consista – finisce in realtà per deprezzarla, mettendola in balìa degli eventi, invece di riservarsi la decisione in merito; 3. Che, infine, se un segnale bisogna dare, non è sul terreno dei diritti che bisogna darlo, perché i diritti sono una materia delicata, e più di tutti lo è il diritto di cittadinanza, che non può essere piegato alle esigenze segnaletiche della politica. Il terreno per dare segnali, d’altronde, è un altro, ed è quello delle politiche migratorie. Lì non ci vuol molto per dare un segnale: si tratta di dimostrare che il fenomeno è governato e può essere governato. Cioè regolato e controllato. A livello nazionale e a livello europeo. Anche l’opinione pubblica più preoccupata per gli arrivi sulle nostre coste non ha paura, in realtà, di un numero, di una quantità (sono troppi? E quale sarebbero il numero giusto?), ma anzitutto di una modalità: attualmente confusa, disordinata, generosamente volontaristica e però non scelta razionalmente, ma drammaticamente subìta (e quindi purtroppo appannaggio anche di interessi sordidi).

Resta allora solo il primo argomento: la legge modifica la composizione  della Nazione. Ora, se noi pensiamo che ciò rappresenti un rischio e non una opportunità (per giunta in una fase di forte denatalizzazione, per cui pure bisognerebbe far qualcosa), se crediamo che l’Italia non può reggere l’innesto di nuove culture e nuove tradizioni, che l’Italia non è capace di integrare, e di cambiare integrando, ma solo di contaminarsi e così corrompersi, allora abbiamo tutto da temere dallo ius soli. Ma se vogliamo invece che la comunità nazionale accolga  quei minori che con i loro genitori vivono da tempo insieme a noi, studiando la nostra lingua e la nostra cultura, apprendendo le nostre consuetudini civili e sociali, e riconosciamo nella cittadinanza insieme un mezzo e un fine del percorso di integrazione, allora non possiamo avere molti dubbi sul loro diritto ad essere italiani. C’è forse una via migliore per portare l’ Italia e l’essere italiani nel futuro di quella che consiste nel confronto con gli altri? E chiudersi significa preservarsi, o non piuttosto rimpicciolire e morire?

(Il Mattino, 17 luglio 2017)

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