Un Paese in cerca d’identità tra voglia d’Europa e populismi

Richter_ Wolken 1970

G. Richter, Nuvole (1970)

I flussi e i luoghi, i fantasmi e le superstizioni, i leader e gli immaginari collettivi. E poi i migranti, l’Europa, Renzi e Berlusconi, Salvini e i Cinquestelle: è difficile tirare una linea diritta tra le parole e i pensieri che si raggomitolano attorno al futuro del nostro Paese. È difficile sbrogliare l’intrico di ipotesi, svolgere le subordinate più o meno probabili, delineare gli scenari più o meno lontani. Bisogna percorrere almeno idealmente la Penisola, per provare a sentire più voci, per seguire più ragionamenti e così provare a tracciare la mappa sulla quale si disegneranno le traiettorie politiche nel breve e nel medio periodo.

E bisogna per forza cominciare dalla Sicilia, perché lì si vota in autunno, e da quel voto può dipendere molto.

«Dipende tutto», mi corregge Pietrangelo Buttafuoco, «tutto dipende dalla Sicilia. Malgrado Renzi abbia detto che il voto non ha una valenza politica nazionale, il voto regionale siciliano costituirà un test per capire molte cose». Buttafuoco conosce bene la Sicilia, la sua terra, e non ha molti dubbi: «in questo momento in Sicilia si vedono solo Musumeci (di Forza Italia) e i Cinque Stelle. C’è da chiedersi allora quale sarà il contraccolpo che subirà il partito democratico da una sconfitta quasi certa. Ma il voto dirà anche se il M5S è in grado di assorbire la fallimentare esperienza di Virginia Raggi a Roma. E dirà soprattutto se il centrodestra saprà ritrovare l’unità. Lì, come direbbe il Poeta, si parrà la nobilitate di Berlusconi». Nei sanguigni ragionamenti di Buttafuoco, tutto dipende dal voto siciliano, ma tutto dipende anche dalle strategie berlusconiane. Se Alfano non sarà con lui, gli alfaniani però già lo sono: se bisognerà mozzare la testa del serpente, la testa del serpente cadrà. E una volta vinta la Sicilia, Berlusconi dovrà trovare un federatore del centrodestra: «O lo prendono dalla politica, penso in quel caso a Luca Zaia; o lo prendono dal parco tecnici, e il Cavaliere ha già cominciato i sondaggi; o infine giocano la carta di casa, Marina Berlusconi, perché io non sono affatto convinto delle smentite che ci sono state in passato». Poi, continua Buttafuoco, per prosciugare i Cinque Stelle il Cavaliere varerà una mriadi di liste di varia umanità: quella degli animalisti, quella degli indignati, quella degli arrabbiati, magari quella del Sud per controbilanciare la Lega». E dall’altra parte, il Pd? «Se in Sicilia perde male, la leadership di Renzi è a rischio. Ma l’unica cosa che possono fare per non perdere è nascondersi dietro qualche paravento, come hanno cercato di fare con il Presidente del Senato Pietro Grasso».  Che però ha detto di no a una sua candidatura. C’è una cosa che tuttavia non mi convince: vada pure male per il Pd, che centrodestra sarà quello che col vento in poppa del voto siciliano si presenterà alle elezioni politiche nazionali? Non ci sono profonde differenze fra Berlusconi e Salvini, fra moderati e populisti, fra sovranisti ed europeisti? Qui però Buttafuoco mi ferma: «Quella dell’europeismo è solo una superstizione, una stupidaggine. La vera partita è sul Mediterraneo, e i governi nazionali ignorano Bruxelles. Chi si impossessa del Mediterraneo decide. Lo ha capito la Francia di Macron, lo ha capito la Russia di Putin che, checché se ne dica, è la grande potenza europea».

Qui sono io a fermarmi. Ho bisogno di capire di più su questa storia dell’Europa: una stupidaggine o una sfida reale, persino decisiva? Risalgo la Penisola. Lascio il mare della Sicilia e vado a trovare Sergio Fabbrini, pesarese, in vacanza sulle Dolomiti: «Il mio argomento – mi dice Fabbrini – è che il sistema dei partiti della Seconda Repubblica, disposto più o meno secondo una logica bipolare destra/sinistra, ancora in continuità con la lunga vicenda postbellica novecentesca, non è più sulla linea decisiva, che è quella che divide i favorevoli e i contrari all’integrazione europea». Fabbrini non è un europeista senza se e senza ma, nel senso che ha più di una critica da muovere ad una vicenda che negli ultimi anni è andata avanti senza un chiaro disegno strategico, e che «ha prodotto più integrazione senza sovranazionalizzazione». Non è una formula difficile da spiegare: con il metodo intergovernativo, sono stati progressivamente svuotati di peso le istituzioni dell’Unione: il Parlamento di Strasburgo, la Commissione, la Corte di giustizia. Le decisioni più importanti vengono prese dal Consiglio europeo, dove siedono i governi nazionali. «E i governi si esprimono non attraverso atti legali, direttive o regolamenti, ma attraverso atti politici, che emarginano le istituzioni comunitarie». Che cosa ne viene all’Italia? Beh, molto poco e molto male: «dal momento che l’Italia non è in grado di esprimere governi coesi e stabili, più pesano i governi nazionali meno pesa l’Italia. L’Italia dovrebbe allora compiere, almeno in teoria, una doppia capriola: darsi anzitutto un governo stabile, e lavorare per superare il metodo intergovernativo, io dico in direzione di un modello originale di unione federale. Questa proposta in Europa spetta a noi, perché nessuno penserebbe che noi la facciamo per ragioni egemoniche. A fianco del primato politico-militare della Francia e del primato economico della Germania dobbiamo costruire un nostro primato culturale, ideale». Con l’attuale sistema dei partiti, con l’attuale legge elettorale? Realisticamente parlando, la legge elettorale non cambierà, Fabbrini ne conviene: né Renzi né Berlusconi hanno interesse ad accettare logiche coalizionali, che darebbero un forte potere di condizionamento alle altre forze di un’eventuale coalizione. Ma con questa legge noi siamo come la Francia del primo turno: solo il secondo turno di ballottaggio ha permesso alla Francia di superare la divisione in quattro poli e di avere Macron. In questa situazione, io penso che le forze europeiste dovrebbero riorganizzarsi intorno a un patto scritto che preveda anzitutto una razionalizzazione delle istituzioni politiche». Si tratta della prima capriola: il governo stabile.: «Sì: bisogna togliere la fiducia al Senato, inserire la sfiducia costruttiva alla Camera, e solo dopo discutere di legge elettorale». Poi la seconda capriola: «La classe politica che si riconosce nei valori europei dovrebbe contribuire a portare in Europa una netta opposizione all’Europa intergovernativa di oggi».

Lascio le montagne, torno al mare, questa volta al mare di Ostuni, spazzato da un fortissimo maestrale. Lì trovo Biagio De Giovanni, che ha lasciato la sua Napoli in questi caldissimi mesi estivi. L’approccio descrittivo del filosofo è abbastanza diverso da quello prescrittivo dello scienziato della politica, ma la passione europea è comune a entrambi. De Giovanni esprime più volte la preoccupazione che il suo ragionamento suoni troppo scolastico, troppo ordinato, ma il perno è anche per lui la «forma nuova del problema europeo», soprattutto dopo la Brexit, che ha lasciato l’asse franco-tedesco senza il contrappeso d’Oltremanica. Sta dunque all’Italia «implicarsi» in quel sistema, o altrimenti il nostro Paese pagherà un prezzo molto alto. In una parola: l’irrilevanza. Se questa è la questione dirimente, allora è da capire dove si trovano le forze che, in Italia, possono salvare il «principio europeo»? Non certo dalle parti di Salvini o dei Cinque Stelle. «Il rischio è però che queste forze prevalgano. Non so se stabiliranno un’intesa politica esplicita, quel che io vedo è però la loro complementarietà. Qualcuno giunge persino a ipotizzare che Salvini e Meloni alzino i toni ed esasperino i contrasti con il centro moderato per prepararsi poi a dare un appoggio “esterno” e consentire un governo Cinque Stelle». A questo scenario De Giovanni contrappone una coalizione fra forze popolari e forze socialiste, o quel che resta delle rispettive tradizioni, in Italia: «il Pd, i centristi, Forza Italia». Ma soprattutto anche per De Giovanni, come per Fabbrini, il displuvio europeo divide centrodestra e centrosinistra al loro interno: «non c’è vera comunicazione tra Mdp e Pd, a sinistra, come non c’è vera comunicazione fra Lega e Forza Italia, a destra».

Resto in Puglia. In Puglia c’è Marcello Veneziani, intellettuale di destra che mi pare veda le cose in maniera speculare a come le vede De Giovanni. Sull’immediato futuro Veneziani non formula previsioni – «c’è una tale aleatorietà – mi dice – che nemmeno i protagonisti della vita politica saprebbero formularle» – ma quel che gli sembra invece un dato di realtà ormai consolidato è la formazione di un chiaro bipolarismo in termini di culture civili. «Il dramma è che queste culture civili non trovano corrispondenza sul piano politico». Veneziani guarda in particolare al campo politico del centrodestra: «c’è un comune sentire, un’area di opinione su tutta una serie di questioni – dai migranti alla famiglia, dai temi del politicamente corretto alla tortura – che però non trova espressione politica, se non in parte, nel centrodestra, e rimane quasi dispersa allo stato brado». Anche lui fa il confronto con la Francia: non con l’europeismo di Macron, ma con il Front National di Marine Le Pen. Che non è arrivata all’Eliseo, ma «ha determinato un fatto politico reale».

La mia impressione è che tanto il centrodestra quanto il centrosinistra siano in cerca di una nuova definizione, e che le forze politiche che si spartiscono il campo facciano molta difficoltà a dotarsene. Dario Antiseri, romano d’adozione, è meno preoccupato di me delle culture politiche dei partiti italiani. «Scomparso il partito ideologico che aveva la verità su tutto, i partiti devono attrezzarsi per la soluzione dei problemi del Paese: scuola, sanità, Europa». Antiseri accenna a una sorta di medicina liberale per il Paese, in particolare nell’ambito dell’istruzione: «buona scuola e abolizione del valore legale del titolo di studio per mettere in competizione le istituzioni scolastiche e universitarie». Anche la proposta di una legge uninominale a doppio turno è figlia, credo, dell’idea di introdurre meccanismi concorrenziali in politica. Mi colpisce però che questi accenti abbiano il tono spazientito di chi non vuol troppo saperne dell’attuale classe dirigente, di questo «Parlamento ben pagato» che non riesce a fare la legge elettorale, di questi parlamentari che cambiano idea e gruppi «e così la sovranità non appartiene più al popolo». Un po’ troppo sbrigativo, per le mie abitudini intellettuali.

Decido allora, restando a Roma, di sentire Giuseppe De Rita. Che ha voglia di parlare e di volare alto. Come Antiseri vuole cercare soluzioni ai problemi a portata di mano, senza appelli alle grandi verità, così De Rita esordisce invece parlando di scopi e di visioni e di immaginario collettivo. Per me, è quasi un toccasana sentir dire che neppure la mitica “ripresa” può essere lo scopo di una politica. È questo mi pare essere l’errore che imputa a Renzi: un deficit di narrazione, si può dir così? In ogni caso De Rita tiene a mettere in chiaro due cose. Che la politica ha bisogno di darsi uno scopo, e che il problema delle coalizioni per governare questo Paese non può essere risolto in termini puramente tattici o politicistici: «Non si può governare senza una logica di scopo. Può trattarsi dell’orizzonte europeo, in una logica merkeliana, o più avventurosamente di una politica mediterranea e verso l’Africa. Oppure può trattarsi di rifare la macchina amministrativa del Paese (come accadde nel secondo dopoguerra). Ma uno scopo, che dia un minimo di carica all’immaginario collettivo del Paese è indispensabile». Non basta: quel che ancora ci vuole è rispondere a due domande radicali, che vedo formulate in tutto il mondo, ma che arrivano anche in Italia: una domanda radicale di sicurezza, e una domanda altrettanto radicale di dare senso all’esperienza umana collettiva». Sembra complicato, ma non lo è: «Minniti e Del Rio». Già, ma mettere d’accordo le due “domande”, non dico i due ministri, non è sempre facile: Gli esempi che De Rita mi sciorina (Putin che usa il polso fermo e però stringe la mano al patriarca ortodosso di Mosca; la Cina che costruisce sicurezza ma promuove anche il confucianesimo come etica collettiva di massa) mi lasciano un dubbio, che le democrazie secolarizzate dell’Occidente abbiano qualche difficoltà sia sul versante della sicurezza che su quello della ricerca di senso, ma De Rita non ha dubbi: «se partiti e coalizioni non si daranno uno scopo, queste domande radicali diverranno i poli che ridisegneranno la cultura politica del Paese».

Con Roma ho finito. Voglio tornare al Nord: devo ancora passare per Bologna, Milano, Torino. A Torino c’è Luca Ricolfi: cosa c’è di meglio di un sociologo empirico, tutto numeri e verifiche fattuali? Ricolfi è di Torino, però in questi giorni sente anche lui bisogno del mare. È a Stromboli, e le domande devo formulargliele via mail. Alle mie preoccupazioni risponde con perfetto stile anglosassone, in modo conciso e diretto: «la legge elettorale cambierà poco, anche se non escluderei un piccolo premio di governabilità al primo partito; il quadro delle forze politiche resterà abbastanza simile a quello attuale, a meno che non compaia un leader nuovo e carismatico; in caso di stallo non escludo la ripetizione del voto, come in Spagna». Tra le voci fin qui sentite, Ricolfi mi pare abbastanza in controtendenza. O forse è lo stile asciutto che mi fa sembrare sottostimato l’effetto che il nuovo ambiente proporzionale potrà avere sul sistema dei partiti: «L’Italia percorrerà la strada del gattopardo, annunciare il cambiamento lasciar marcire i problemi». Anche sulle questioni più scottanti, come quella dei migranti. Ricolfi è tranchant: «si voterà in inverno, con il mare grosso e meno sbarchi, la questione immigrazione sarà meno saliente di oggi».

Sarà. Ma io ho di nuovo bisogno di uno sguardo più ampio, di una visione più larga del futuro. A Milano c’è Aldo Bonomi. Al telefono, tra una sigaretta e l’altra, mi spiega le due cose che più gli premono. La prima: d’accordo, il sistema politico italiano ha conosciuto in questi anni profonde trasformazioni, e le ricomposizioni sono sempre seguite da fasi di scomposizione più o meno pronunciate. Bonomi parla di «metamorfosi» e «diaspora», ma guarda i due fenomeni dal lato della società, degli effetti sulla composizione sociale del Paese. Se centrodestra e centrosinistra non sono più gli stessi è perché è cambiata quella che una volta si diceva la loro base sociale. La seconda cosa che gli preme richiamare è il vero e proprio «salto d’epoca» che stiamo attraversando. Bonomi ne parla anche come di un «salto di paradigma». Se potessi fare un disegno, esporrei meglio il suo ragionamento. «Un tempo, dice, c’era il conflitto capitale/lavoro, con lo Stato in mezzo, con funzioni di mediazione. E per Stato intendo l’insieme delle istituzioni e dei corpi intermedi chiamati a mediare il conflitto. Oggi invece ci sono i flussi – l’economia finanziarizzata, la Rete, l’immigrazione –  che impattano sui luoghi, e il territorio è la dimensione che emerge da questa rapporto». Territorio vuol dire essenzialmente: non più Stato nazionale. Il che però ha delle conseguenze evidenti sulla stessa forma partito: «Il partito è la forma che la politica ha assunto nel ‘900 dentro lo schema capitale/lavoro». Capire i flussi e mettersi in mezzo: questo il compito della politica. E l’impressione di Bonomi è che i partiti siano parecchio in ritardo.

Ma chi meglio di Carlo Galli, tra i maggiori studiosi del Novecento europeo, può allora darmi un ultimo ragguaglio sul sistema italiano dei partiti? Galli è in Parlamento, ha lasciato il Pd, nelle cui file è stato eletto, ma non ha dismesso l’abito dell’intellettuale rigoroso. Mi disegna in breve lo scenario politico dinanzi al quale siamo. Una lezione di realismo: «L’unico che ha interesse a costruire una coalizione è Berlusconi. Non è facile perché a destra ci sono due entità, l’una moderata, l’altra riformista. Renzi non vuole coalizioni, perché per lui significherebbe rinunciare a Palazzo Chigi. Naturalmente peserà il risultato siciliano: se andasse male, Renzi sarebbe forse costretto a proporre lo schema Gentiloni, adottato in quest’ultima fase della legislatura, anche per la prossima. In una logica profondamente diversa, però, perché non più legata semplicemente all’emergenza. Anche alla sinistra del Pd ci sono però due diverse formazioni. Una – Sinistra Italiana, Montanari – si riassume nella formula “mai col Pd”; l’altra – Pisapia, Mdp – si riassume invece nella formula “mai con Renzi, sì col Pd derenzizzato”. Se il Pd andasse molto male in Sicilia, potrebbe prevalere uno schema in cui da un lato si troverebbero riuniti i partiti anti-establishment, dall’altro i partiti pro-establishment, in una sorta di arroccamento Renzi-Berlusconi. Centristi che darebbero l’immagine di un sistema assediato. Migliore sarà il risultato in Sicilia, più prevarrà l’idea di andare da soli al voto politico nazionale, cercando magari dopo il voto accordi con gli alleati naturali». Quanto siano però naturali per Pd e Forza Italia gli alleati delle ali estreme non saprei dire.

Ho finito il mio viaggio. Torno a Milano per sentire Massimo Recalcati. Con lui provo a sviluppare un’ultima riflessione sulla grande minaccia del populismo, che in tutti i ragionamenti che ho sentito è quasi sempre rimasto ai margini, come il baratro che rischia di aprirsi dinanzi all’Italia. Recalcati ci riflette da tempo: «viviamo una fase di evaporazione della politica per via da un lato della crisi economica e sociale portata dalla dimensione strutturalmente nichilista del capitalismo finanziario; dall’altro della retorica populista montante. In Italia, questa retorica è espressa da un lato dal populismo etnico di marca leghista, dall’altro dai grillini, che considero la faccia più pericolosa del populismo. Io parlo di un “fantasma incestuoso”, cioè dell’idea che l’unica forma di democrazia degna sia quella diretta. Il rifiuto di ogni mediazione istituzionale e la contrapposizione fra la purezza del popolo e la falsa rappresentanza politica, accompagnata dalla squalifica morale dell’avversario (non semplicemente delle sue tesi) ha generato un clima pesantissimo, tra odio, invidia sociale, giustizialismo». Provo a chiedere come allora uscirne: «Perché la politica ritrovi peso e resistenza è centrale la scommessa europea- Solo nella dimensione europea la politica può riuscire a governare la crisi. Per l’Italia l’Europa è un destino. Certo, vi è il rischio che essa appaia quasi come un corpo morto, che tutte le sue pratiche (l’Europa è essa stessa una pratica, un’esperienza politica) siano vissute come scorporate dagli interessi reali e concreti delle persone. Per questo ho parlato di fantasma incestuoso, perché come il bambino non vede altro che l’abbraccio della madre, così i populisti negano ogni dimensione diversa da quella più immediata e diretta».

Se questo è vero, quanto lontano dovrebbero essere da un viaggio così lungo, così complicato, con voci tanto diverse come quello che ci ha portato fin qui? Un filo di scetticismo mi attraversa: a che servono tutti questi ragionamenti? Chi è in grado di riprenderli e di costruirvi un futuro comune? Ma oltre lo scetticismo c’è per fortuna anche per me, domani, una giornata di mare.

(Il Mattino, 14 agosto 2017)

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