Se il Paese diventa una piccola patria e il Sud non parla

Testo 1

Se il Nord è federalista, il Sud cos’è? ll referendum consultivo di domenica in Lombardia e Veneto sta producendo i suoi effetti politici, all’interno della stessa Lega e nel dibattito politico nazionale. Dove invece non sembra produrre né un nuovo regime discorsivo, né fatti politicamente rilevanti è nel Mezzogiorno. Che non riesce ad essere né oggetto di confronto politico, terreno di scontro fra idee diverse di Paese e del suo sviluppo, né soggetto politico autonomo, con una propria visione dell’interesse generale e del modo in cui gli interessi della società meridionale si inseriscono nel tessuto dello Stato nazionale. Eppure non c’è tema più decisivo di questo, e non può essere la polverosità della vecchia questione meridionale a spiegare il silenzio e l’eclissi di uno dei nodi fondativi della Repubblica. È se mai la debolezza della sua classe dirigente, ormai culturalmente impreparata per pensarsi in ruolo diverso da quello della mera gestione delle risorse.

Al Nord, il voto referendario dà forza e visibilità al rinculo che la globalizzazione, minando vecchie sicurezze e identità e generando nuove paure, produce nei diversi territori spazzati in questi anni dal vento della crisi. Al Sud non ci sono scosse, o almeno: la politica non ha più le antenne per avvertirle e tradurle in energie suscitatrici di nuove idee e nuovi orientamenti. Il governatore Zaia, può così liberamente citare l’articolo 116 della Costituzione per chiedere per il suo Veneto condizioni particolari di autonomia, e dimenticare disinvoltamente di citare, perché nessuno glielo ricorda, l’articolo 119, in cui si parla di rimozione degli squilibri, di coesione e di solidarietà, così come di risorse aggiuntive e di interventi speciali a favore dei comuni, delle province e  delle regioni più arretrate. Perché il federalismo è una possibile forma che lo Stato unitario può assumere, non la sua disarticolazione o il suo smantellamento. Proprio per questo ha bisogno, per funzionare, che funzionino sia le istituzioni locali che le istituzioni centrali. Non solo le une o solo le altre, e soprattutto non le une a scapito delle altre. La prima condizione per fare uno Stato federale è avere uno Stato forte, con una chiara idea dell’interesse nazionale ed un forte senso della coesione territoriale, e invece da noi la confusa propaganda leghista, che ha mescolato insieme un regionalismo spinto, un autentico federalismo e perfino una dirompente quanto velleitaria voglia di secessione, ha lasciato credere che ripensare l’ordinamento dello Stato significasse tenere per sé i denari e non versare più un centesimo a Roma. Il pasticciato titolo V della Costituzione confezionato dal centrosinistra qualche legislatura fa ha fatto il resto.

Ma per un discorso del genere, credibile e autorevole, ci vogliono gli interpreti giusti, tanto più dopo che la strada della riforma costituzionale è stata preclusa dal risultato del referendum dello scorso 4 dicembre. E siamo così al dunque: il tema della risistemazione dei diversi livelli di governo trova al Nord chi lo raccoglie e lo rilancia, mentre non c’è una sola figura in grado di riproporlo dal Mezzogiorno. Una cosa del genere non la si fa con i rapporti dei centri studi e neanche soltanto con le politiche ad essa dedicate da un ministero ad hoc, che pure – va detto – sta operando con grande solerzia. La si fa invece se c’è una soggettività che sia in grado di intestarsi una battaglia politica, di forgiare un lessico nuovo, di farne una grande questione ideologica (chiedo scusa: di costruirci una nuova narrazione, oggi si dice così).

È una constatazione che non può non essere fatta: il centrosinistra governa tutte le regioni del Mezzogiorno, ma non è riuscito a trasformare questo dato in un fatto vero, massivo, in grado di incidere sugli orientamenti culturali, politici, ideali, non solo programmatici del Paese. Cosa offre il panorama meridionale, oggi? Che cosa ha da dire al resto d’Italia? Sul piano amministrativo, a bilancio vanno i risultati modesti di regioni come la Calabria o la Basilicata, l’imbarazzo siciliano del caso Crocetta, aver governato col quale non sembra sia il miglior viatico per affrontare le prossime elezioni di novembre, e l’inconcludente arruffio populista di Emiliano in Puglia. Rimane la Campania. E qui l’impressione è che De Luca non sia voluto andare, o non sia riuscito ad andare, oltre la dimensione locale. Che abbia continuato a pensarsi come sindaco, in rapporto stretto con la sua comunità, ma senza capacità di proiezione nazionale. Eppure guida la più importante regione del Sud. Eppure può vantare numeri  importanti (si vedano gli ultimi dati sulla crescita occupazionale in Campania, praticamente al passo con la Lombardia). Eppure gode tuttora di una popolarità ampia. Ma tutto questo non ha prodotto uno scatto sul piano politico. Prova ne è il modo in cui De Luca ha di fatto rinunciato a scostarsi dal suo personaggio, lasciando che a parlare per lui fosse la sua imitazione. Che va in onda sui canali nazionali, mentre lui si accontenta di parlare da una piccola tv locale. La conseguenza è che ancora una volta del Sud offriamo al Paese solo una maschera, una caricatura, non un interprete, un protagonista. Ma il nanismo politico si paga, e il Mezzogiorno rischia di fare soltanto da comparsa, senza riuscire ad imporre la questione del suo sviluppo e della riduzione del divario dal Nord come la vera questione intorno a cui ripensare senso e funzioni dello Stato nazionale.

(Il Mattino, 25 ottobre 2017)

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...