La campagna elettorale delle alleanze simulate

Testo 4
L’onestà dei Cinquestelle e l’esperienza della Lega: così la mette Salvini, e in effetti non v’è chi non veda le somiglianze, quando non le affinità, fra la Lega e il Movimento di Beppe Grillo. Somiglianze e anzi affinità ricercate, se il leader della Lega Nord risponde all’insulto di Grillo (“Salvini è un poveraccio”) non con un vaffa, ma con cortesissime avances: se nel voto non vince nessuno il primo a cui telefono è Grillo. Loro onesti, noi esperti, ha detto: il giusto mix.
E siccome i rapporti di forza sono oggi tali, che la sera delle elezioni è quasi impossibile che ci sia un unico vincitore, possiamo supporre fin d’ora che Salvini quella telefonata la farà. O almeno: è chiaro fin d’ora che la vuole fare, che non ha alcun imbarazzo a telefonare a Grillo, perché sa che sui temi sui quali la Lega costruisce il suo consenso – dall’immigrazione alle piccole imprese, passando per le pensioni e la critica a Bruxelles – non vi sono distanze incolmabili, piuttosto convergenza di vedute. Sono due populismi che pescano nello stesso elettorato, che attingono agli stessi serbatoi del risentimento, che nutrono gli stessi obiettivi polemici e condividono le stesse paure.
Ma non stanno dalla stessa parte. Il caso vuole che la Lega sia alleata con Forza Italia, mentre i Cinquestelle corrono da soli, oggi in Sicilia e domani in tutta Italia. Certo, la vicinanza delle elezioni siciliane è probabilmente la causa immediata delle parole di Salvini, che non vuole lasciare ai grillini la bandiera del partito anti-sistema. Ma il 5 novembre passa presto, mentre la questione resta: che genere di alleanza è quella che unisce la Lega a Forza Italia? La legge elettorale incentiva la formazione di coalizioni nella quota di seggi attribuita con il sistema uninominale. Ma quella quota difficilmente si convertirà in una maggioranza parlamentare, così  non è detto affatto che il giorno dopo gli eletti della Lega si troveranno insieme ai colleghi di Forza Italia, perché Berlusconi non ha nessuna voglia (e nessuna possibilità) di rivolgersi ai Cinquestelle, mentre Salvini non ha nessuna voglia (e nessuna possibilità) di rivolgersi a Renzi o ai centristi di Alfano.
Quel che dunque si profila è una complicatissima partita in Parlamento, il cui fischio d’inizio sarà però  fischiato solo un minuto dopo il voto, quando con ogni probabilità saranno sciolte le squadre che avranno partecipato alla partita di prima, quella che si gioca in campagna elettorale. Nella democrazia mediata della prima Repubblica, era chiaro che una maggioranza poteva formarsi solo in Parlamento: il proporzionale non consentiva agli elettori di conoscere prima quale formula politica sarebbe stata adottata dopo il voto. Nella seconda Repubblica, per quanto imperfetto fosse il sistema maggioritario adottato, e diffusi i cambi di casacca, si andava invece al voto per scegliere insieme una coalizione e un governo. Nella condizione attuale, non abbiamo né il primato della mediazione parlamentare né quello della immediata espressione popolare. Con le coalizioni presenti sulla quota uninominale, si finge di scegliere una maggioranza, ma è appunto solo una finzione, perché non solo non vi sono veri vincoli fra le forze che lo compongono, ma si conosce già la forza con la quale la necessità di dare un governo al Paese premerà per la loro disarticolazione.
In realtà, è già andata così la volta scorsa, nel 2013: né a destra né a sinistra hanno resistito gli schieramenti con cui ci si era presentati agli elettori. Fin da subito il centrosinistra ha perso pezzi alla sua sinistra e il centrodestra ha perso pezzi alla sua destra. Forza Italia è andata al governo (con Letta), la Lega no. E dall’altra parte: il Pd è andato al governo (con Letta, poi con Renzi e Gentiloni), Sinistra e Libertà no. La novità, questa volta, è che la parvenza di una coalizione che si candidi a governare è già venuta meno, con le parole di Matteo Salvini di ieri, ancor prima che inizi la campagna elettorale. Il centrodestra appare così fin d’ora come una sorta di accordo tattico, non politico. Questione di tecnica elettorale, insomma. Politicamente parlando, Salvini ammette di potersela intendere più facilmente con gli altri populisti, i grillini, che non con centristi e moderati, tantomeno con i democratici. E ci tiene a dirlo subito, fin da adesso, perché non vuole essere confuso con i suoi alleati.
E dunque il vero problema del Rosatellum non è che è passato a colpi di fiducia, o che non ci sono le preferenze. È che, a quanto pare, non aiuta i partiti a disporsi secondo le linee di fratture reali che attraversano il campo della politica oggi, e anzi confonde le acque. Il Rosatellum consente alla Lega di fare la Lega antisistema anche se fa accordi con Forza Italia. Due parti in commedia. Ed è possibile che qualcosa del genere si produca persino a sinistra, dove pure la scissione ha scavato solchi profondi. Ma non abbastanza profondi perché non si stia pensando a desistenze elettorali e altri complicati escamotage tecnici.
Né mediata grazie a chiari accordi parlamentari, né immediata grazie a chiari mandati popolari, la democrazia che avremo sarà probabilmente ancora più confusa nelle sue ragioni e nelle sue fondamenta politiche di quanto già non sia. Non avrà vita facile.
(Il Mattino, 31 ottobre 2017)

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