Le relazioni asimmetriche

Messico

Dopo quelli di Harvey Weinstein e di Kevin Spacey, esplode il caso del regista italiano Fausto Brizzi, accusato da decine di attrici di molestie e violenze sessuali. Brizzi si è difeso con un comunicato in cui afferma di non aver mai avuto rapporti non consenzienti, ma di fronte alla marea di accuse che gli è piovuta addosso – alle dichiarazioni, alle telecamere, agli articoli – è veramente improbabile che non ne venga travolto. Se è lecito dirlo, questo semplice fatto deve far riflettere, anche se questa riflessione viene considerata una deviazione, quando non una copertura, rispetto al tema principale. Che sono le molestie, le relazioni di potere di cui spesso si rimane vittime, le difficoltà che spesso le vittime hanno di denunciare i ricatti sessuali a cui sono state esposte, abbiano o no ceduto al ricatto.

E allora cominciamo di qui, dalla scoperta improvvisa (sto facendo dell’ironia) che in posizione di potere gli uomini ne approfittano. Si può generalizzare questa affermazione: chiunque si trovi in posizione di potere, uomo o donna che sia, tende ad approfittarne. Più spesso gli uomini, perché gli uomini hanno più spesso potere, ma si tratta quasi di una legge d’essenza. Il diritto e le regole ci sono appunto per quello: per imbrigliare il potere. Per contenerlo e per civilizzarlo, certo, ma questo non significa che riescano a cambiarne davvero la natura.

La seconda, improvvisa scoperta è che chi ha potere lo esercita spesso per ottenere favori sessuali. Sesso, potere e sopraffazione formano del resto un triangolo quasi naturale, perché le relazioni sessuali sono naturalmente asimmetriche, nelle parole e negli atti: il potere crea dissimmetria, e la dissimmetria, lo squilibrio, la vertigine è di per sé un potente fattore di erotizzazione dei rapporti umani.

Questo è il fondo. In superficie ci sono invece i diritti dell’individuo e la sua libertà, che è anche la cosa più preziosa che abbiamo. È la ragione per cui quando una donna dice no è no, quali che siano state le condizioni in cui si è trovata anche solo un secondo prima, quale che sia stata la relazione pregressa, la disponibilità inizialmente mostrata, le promesse o gli approcci fatti o subiti. Ma è bene saperlo: per quanto si sia diffusa e ispessita su tutta l’estensione delle società democratiche occidentali, questa è ancora soltanto la superficie: uno strato che si è aggiunto sopra altri strati, un suolo neanche troppo stabile, che comunque non ha affatto cancellato quel che c’è nel sottosuolo.

Ciò detto, va detto pure che nessuno è ad oggi in grado di sapere dove va situata la vicenda di Brizzi, se al livello al quale la volontà individuale è tenuta in conto (Brizzi dice: solo rapporti consenzienti), o nelle falde più sotterranee in cui viene sbriciolata dall’esercizio del potere (le ragazze dicono: mi sentivo immobilizzata, non capivo più niente, non sapevo come reagire). C’è però almeno un altro punto che merita una considerazione ulteriore. E riguarda il fatto che solo ora, dopo tanto tempo, le presunte vittime abbiano trovato tutte insieme la forza di parlare, di venire allo scoperto, di affrontare anche le conseguenze di una denuncia (sebbene solo in tv, non anche davanti a un giudice). Ora, è comprensibile che denunciare non sia affatto semplice, quando si tratta di fatti scabrosi in cui è in gioco la propria reputazione, o anche quando denunciare significa rompere con un certo ambiente di lavoro. È anche vero però che una denuncia fatta a distanza di anni porta con sé il rischio che sia il frutto non della difficoltà di vincere la paura o di elaborare il trauma, ma di una considerazione a ritroso di certi fatti e circostanze, che vengono riletti alla luce di tutto quello che sta succedendo intorno (e che, di questi tempi, è tanto). Per questo, non c’è neppure bisogno di supporre che agisca in chi denuncia la ricerca di visibilità o chissà che altro: è sufficiente anche solo l’essersi sentiti vittima di una qualche ingiustizia, personale o professionale, per tramutare ex post qualche spudorata avances in un comportamento molesto.

Ecco il punto: dove si tira una linea fra una condotta e l’altra? In certi ambienti, in cui è facile provarci, forti del potere che si ha, ma in cui è altrettanto facile incontrare qualcuno che ci sta, pur di arrivare, ambienti in cui c’è chi vuol comprare, ma pure chi si vuol vendere, quella linea si sposta di continuo, e stabilire chi l’abbia varcata non è il più facile dei compiti. Tanto più a distanza di tempo. Il fatto poi che simili contegni appaiano tutti moralmente censurabili non li rende giuridicamente condannabili, ma questa è un’altra linea che non si riesce più a tracciare, nel clima che si è creato.

E allora non si dovrebbe dire qualcosa anche del clima da gogna mediatica, in cui rimbalzano oggi le accuse, senza vere possibilità di difesa? C’è da far pulizia, si dice. Ma siamo sicuri che facendo pulizia in questo modo facciamo anche giustizia, e che dopo ne usciremo davvero più puliti, e non invece sporcati da questo savonaroliano falò delle vanità, in cui, insieme alla doverosa solidarietà con le vittime, si alimentano le fiamme con invidie, sentimenti di vendetta, ricerca di capri espiatori, pulsioni voyeuristiche e altri, appetiti del genere?

(Il Mattino, 14 novembre 2017)

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