Archivi del mese: dicembre 2017

Intercettazioni. La riforma che non riforma

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Ci sono quelli che dicono: con l’esclusione delle intercettazioni non rilevanti, ci sarà una parte di verità che non conosceremo mai. Non si accorgono che, con il loro argomento, legittimerebbero qualunque metodo, compresa la tortura: non è un peccato, infatti, non poter conoscere le verità che potremmo estorcere torturando i malcapitati? Deve essere questa la ragione per cui il decreto legislativo del governo sulle intercettazioni non riesce a porre un rispetto assoluto della segretezza dei colloqui fra l’avvocato e il suo assistito. Magari i due si dicono cose che potrebbero servire alle indagini, si obietta infatti. Certo: potrebbe andare così, e potrebbe essere pure che il torturato riveli qualcosa di altrettanto utile. Che facciamo, allora: torturiamo? Il diritto di difesa è un diritto fondamentale: il suo rispetto viene prima di qualunque esigenza investigativa. Non tenere fermo questo principio, mettere l’accusa in posizione di vantaggio rispetto alla difesa, significa rinunciare a una concezione liberale del sistema penale della giustizia.

Il decreto governativo è stato adottato al fine di contenere la diffusione delle intercettazioni, in particolare di quelle irrilevanti (quasi sottintendendo che, invece, i soggetti sotto indagine un po’ di cattiva stampa se la possono pure aspettare). Non so quanto, a tal fine, si rivelerà efficace. Di sicuro non ha alcuna efficacia sulla cultura che sostiene il ricorso sempre più diffuso e sempre più invasivo a un tale strumento di ricerca della prova (che non vuol dire automaticamente prova, come sempre più spesso si fa mostra di intendere). Il codice di procedura* penale richiede che le intercettazioni, per essere autorizzate, siano «assolutamente indispensabili» ai fini delle indagini. In italiano corrente, una locuzione del genere lascia presumere che il ricorso alle intercettazioni sia caso raro. E però: avremo pure i migliori poliziotti del pianeta, e magistrati che tutto il mondo ci invidia, sta di fatto che, al giorno d’oggi, pare non ci sia modo di condurre un’indagine decente che non passi per – anzi: non si fondi su – le intercettazioni.

Indispensabili sempre: non è strano? Ci sono quelli che dicono: però, caspita, senza il ricorso alle intercettazioni, come mai faremo a punire reati come il concorso esterno, o il traffico di influenze? Non si accorgono che, di nuovo, così ragionando, assumono che i reati debbano essere puniti a qualunque costo. Anche se nei costi sono inclusi diritti fondamentali, libertà e garanzie dei cittadini. I quali, in genere, pensano che si debba fare di tutto per perseguire i reati. Degli altri. Solo quando ci finiscono di mezzo, si rendono conto che in quel «di tutto» c’è, forse, qualcosa di troppo.

Non si accorgono nemmeno che è ben strana questa situazione, per cui le intercettazioni devono essere assolutamente indispensabili, e al contempo lo sono ormai di default per perseguire determinati reati. Dato il reato, è data immediatamente l’assoluta indispensabilità del mezzo necessario a perseguirlo: non è strano? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nel modo in cui certe nuove figure di reato vengono introdotte nel nostro ordinamento? In effetti è così. E lo è soprattutto per una tendenza, che sempre più si è affermata negli anni, di investire della rilevanza penale determinate condotte, non già i fatti che ne conseguirebbero. i fatti, anzi, interessano sempre meno, e sempre più interessano gli autori. Non i reati, ma i rei. Così succede che il magistrato trovi naturale far ricorso alle intercettazioni, e altrettanto naturale mettere le più varie e diverse nel numero di quelle rilevanti, dal momento che tutte o quasi possono servire a descrivere non fatti e circostanze, ma nientedimeno che la fisionomia dell’indagato.

Il decreto del governo, però, non aveva da riscrivere il codice penale; si proponeva semplicemente di tappare le falle dalle quali usciva, per finire sui giornali, la ricca materia delle registrazioni. Ma è come proporsi di chiudere qualche buco, dopo aver consentito di scavare dappertutto. Così si lascia un terreno accidentato, sul quale accusa e difesa non stanno, dinanzi al giudice, su un piano di parità, come dovrebbe essere in un sistema accusatorio. La rilevanza delle intercettazioni e la modalità del loro utilizzo si decidono in un circuito, tra il pm e il gip, nel quale l’avvocato difensore può entrare, chiedendo il permesso, solo in un secondo momento. E siccome si pensa che è dagli studi degli avvocati che vengono le fughe di notizie, si mettono divieti di copiare gli atti, o stretti limiti temporali per l’ascolto del materiale. Col risultato che i diritti della difesa vengono inesorabilmente compressi. Provate voi a sedervi nella sala d’ascolto delle Procure e a venire a capo in dieci giorni di tutto il materiale registrato: come svuotare il mare con un bicchiere.

Ma poi ci sono pure quelli che dicono che non basta: stabilite pure le regole per l’utilizzo di questo materiale. Ma, una volta stabilite, quando non siano più coperte da segreto consentitene una discovery completa. Perché c’è la rilevanza giudiziaria, ma c’è pure il diritto di cronaca. Non si accorgono, quelli che così dicono, che desiderano un mondo nel quale la diffusione di conversazioni private, carpite grazie alle intercettazioni, invece di essere un male necessario, diventano un bene avidamente desiderato. Che da mezzo interno al processo si riversa al di fuori, per farsi la base del dibattito pubblico, dell’opinione dei benpensanti, e finanche del giudizio delle parti politiche: non vi sono già partiti e movimenti che affiderebbero ai materiali processuali, liberamente circolanti fuori delle aule, la vita o la morte della Repubblica?

Già, ci sono. E ci sono fin troppe cose di cui non ci si accorge, in questa implacabile caccia ai ladri e al malaffare, che va avanti da quasi trent’anni. Senza peraltro darci un Paese più giusto, ma solo la convinzione opposta, che siamo sempre più irrimediabilmente sprofondati nella corruzione. Così un sospetto di principio viene elevato su tutte le espressioni dei pubblici poteri, e gli spazi del confronto pubblico ne vengono progressivamente consumati.
*Per una svista, sul giornale è saltato “di procedura”.

(Il Mattino, 30 dicembre 2017)

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L’arrivederci

Lavagna

(Il Mattino pubblica le “pagelle” dei ministri del governo Gentiloni. A me sono toccati il premier e la ministra Fedeli)

Paolo Gentiloni

Non siamo più il fanalino di coda dell’eurozona, la crescita è stata più sostenuta di quanto si prevedesse, si è accorciata la distanza dalla media dei Paesi Ue: nel tracciare il bilancio di fine anno, Gentiloni ha potuto delineare un quadro sostanzialmente positivo, rivendicando la continuità dell’azione di governo nel corso della legislatura. Solo che i dati economici positivi – dalla crescita industriale al recupero di posti di lavoro – si appiccicano su di lui più di quanto riesca al suo predecessore Renzi di farlo. Perché Renzi ha sul groppone la sconfitta al referendum, Gentiloni no. E ha invece, dalla sua, uno stile più misurato, in grado di rassicurare il Paese. Contrapponendosi ai «dilettanti allo sbaraglio» (leggi: i CInquestelle) ha voluto offrire una chiara alternativa in termini di capacità di governo. Politicamente, il suo peso è di molto cresciuto, ed è oggi uno dei nomi sui quali il Pd può puntare, già in campagna elettorale.

Valeria Fedeli

La ministra Fedeli è stata tra le poche novità del governo Gentiloni. Bersagliata dalle critiche (non ha la laurea, ha abbellito il curriculum, ogni tanto sbaglia i verbi), vanta un non piccolo risultato: in legge di stabilità, ha potuto mettere un po’ di risorse in più. Sull’università: dall’immissione di nuovi ricercatori all’incremento dei fondi per il diritto allo studio, sino al superamento del blocco degli scatti stipendiali. Una significativa inversione di tendenza. Ancora inadeguata, ma percepibile. È presto però per dire se sia anche l’inizio di una diversa strategia. Anche sulla scuola la Fedeli ha ottenuto investimenti aggiuntivi, e insistito in particolare sull’alternanza scuola-lavoro, muovendosi dunque nel quadro della riforma varata dal governo Renzi. Anche qui: buona manutenzione più che cambiamento. Difficile dire se sarà sufficiente a mutare il giudizio dell’opinione pubblica sulla “buona scuola”.

(Il Mattino, 29 dicembre 2017)

Gli ultimi fuochi di una legislatura a luci e ombre

lorenzetti

Non è stata una legislatura buttata via, né forse il Paese se lo sarebbe mai potuto permettere. Ma le condizioni da cui ha preso le mosse non facevano certo sperare per il meglio, visto che dalle urne non era uscita alcuna maggioranza omogenea, e visto che nel Palazzo entravano per la prima volta, prendendo più voti di tutti gli altri partiti, i Cinquestelle, quelli che avrebbero voluto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

Si sono succeduti ben tre governi – Letta Renzi Gentiloni –, tutti a guida Pd, ma si sono dissolte, già nel 2013, le coalizioni che si erano formate prima del voto: subito è andata in fumo quella di centrosinistra, con Sinistra e Libertà che non è entrata nel governo di larghe intese guidato da Enrico Letta; qualche mese dopo è finito invece il Popolo della Libertà, con la decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, che esce dalla maggioranza, e la decisione di Angelino Alfano di continuare ad appoggiare il governo, dando vita al Nuovo Centrodestra.

L’altra, grande frattura si è prodotta sul finire dello scorso anno, con la sconfitta al referendum della riforma costituzionale fortemente voluta da Matteo Renzi. E avversata in misura abnorme da larghi settori del mondo politico e intellettuale come una involuzione autoritaria del sistema istituzionale. Anche l’Italicum – la legge elettorale presentata in “combinato disposto” con la riforma costituzionale – non è andato in porto, e al suo posto abbiamo oggi una legge, il Rosatellum, che ci restituisce il proporzionale senza però darci la cultura e i partiti politici che l’avevano degnamente interpretato nel corso della prima Repubblica: da questo punto di vista, la XVII legislatura lascia l’Italia in mezzo al guado, in un quadro politicamente pieno di incognite e senza chiare indicazioni sulla strada da intraprendere per dotare il Paese di un set di regole efficace e condiviso.

Il partito democratico ha portato, nel corso di questi anni, il peso principale dell’azione di governo. Per quasi tre anni, l’inquilino di Palazzo Chigi, Renzi, è stato anche il segretario del partito: una situazione che a sinistra non si era mai verificata. Di qui gran parte delle tensioni che hanno attraversato il campo del centrosinistra, fino alla scissione promossa da Bersani e D’Alema. Ne viene anche che il giudizio sulla legislatura è prevalentemente un giudizio sull’operato del governo Renzi, anche se il governo Gentiloni, con il calo crescente di popolarità di Renzi, ha guadagnato col passare tempo una sua propria fisionomia.

Con uno stile più morbido e meno battagliero del suo predecessore, Gentiloni ha proseguito in larga parte il lavoro del precedente Ministero – del quale è stato a lungo parte come ministro degli Esteri –, dando forse un segno più marcato soprattutto in fatto di politiche migratorie. Il ministro Minniti è riuscito a limitare il numero degli sbarchi, e a imporre una diversa attenzione al tema da parte dell’Unione Europea. Nell’ultimo scorcio di legislatura il Pd ha provato a far passare anche la legge sullo ius soli, ma non essendovi le condizioni politiche (per l’ostilità di Lega e Cinquestelle in particolare, e le forti perplessità degli alleati centristi) la legge non è passata. Un provvedimento del genere forse non poteva essere infilato nella coda della legislatura: resta però un punto discriminante tra le forze politiche e per il lavoro del prossimo Parlamento.

In tema di diritti, il centrosinistra ha portato a casa alcuni, rilevanti risultati: il biotestamento e la legge sulle unioni civili sono i più significativi, visto che se ne è cominciato a parlare diverse legislature fa. Materie a lungo e a tal punto controverse, che il centrodestra ha prontamente dichiarato di voler fare macchina indietro, qualora tornasse in futuro ad avere la maggioranza. Ma anche la legge sul dopo di noi, quella sul divorzio breve, o quella contro il caporalato meritano di essere ricordate.

Altri capitoli dell’attività di governo attirano un giudizio più contrastato. Due riforme hanno in particolare segnato la legislatura: il jobs act e la buona scuola, spesso finite al centro della discussione sull’operato dell’esecutivo Renzi.

L’intervento sul mercato del lavoro è stato il più incisivo che sulla materia sia stato attuato dai tempi della riforma del 1970. E i numeri sugli occupati danno ragione al governo. La battaglia sul jobs act ha assunto però un significato ideologico – pro o contro l’articolo 18 – a prescindere dall’obsolescenza del sistema delle tutele. La realtà è che difficilmente i futuri governi potranno ritornare allo status quo ante, al di là di dichiarazioni elettorali di facciata. È tuttavia rimasto incompleto il capitolo delle politiche attive sul lavoro, che questa legislatura lascia dunque in eredità alla prossima. In tema di politiche sociali va riconosciuto al governo Gentiloni di avere da ultimo introdotto il reddito di inclusione, destinato a persone in condizioni di povertà: l’italia era rimasto uno degli ultimi Paesi UE a non avere una misura di questo tipo.

Diverso il discorso sulla buona scuola. Sono stati fatti investimenti cospicui, sia in termini di edilizia scolastica che di nuove immissioni in ruolo, dopo anni di inerzia. Ma  l’architettura normativa è risultata fragile, e i punti qualificanti del progetto – dal ruolo dei dirigenti scolastici all’offerta formativa – non hanno dato affatto il segno di un cambiamento effettivo. L’attenzione riservata alla scuola si è così tradotta in un cumulo di polemiche su cose pensate in un modo e realizzate in un altro: vale per i meccanismi assunzionali e vale per l’alternanza scuola lavoro. La stessa cosa è successa nel mondo della ricerca e dell’università: una vera inversione di tendenza si è registrata solo nell’ultima legge di stabilità, che ha finalmente destinato nuovi fondi per il diritto allo studio e per nuovi ricercatori.

Capitolo giustizia. È stato approvato il nuovo codice dei reati ambientali, è stata riscritto il diritto fallimentare, è passata la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma i nodi principali sono ancora tutti lì: il ricorso abnorme alla custodia cautelare (nonostante le nuove disposizioni di legge), la piaga delle intercettazioni a strascico e la loro diffusione indiscriminata, l’allungamento dei tempi della prescrizione. Da ultimo la brutta pagina della riforma del codice antimafia, che contrasta apertamente lo spirito liberale e garantista con il quale il governo Renzi aveva inizialmente annunciato i suoi 12 punti di riforma sulla giustizia. Sul piano ordinamentale, poi, è rimasta al palo la riforma del Csm, e anche la responsabilità civile dei giudici, riformata, sembra lasciare sostanzialmente le cose come prima.

Sul versante della politica estera, l’Italia ha mantenuto immutati i suoi tradizionali riferimenti: più facile farlo ieri per la coppia Renzi-Gentiloni, che si confrontava con Obama alla Casa Bianca, che non oggi per Gentiloni-Alfano, che hanno come dirimpettaio Donald Trump. Ma è in Europa che l’Italia deve misurare la sua capacità di influenza. Il ruolo che il Paese può giocare dipende da una credibilità che ha in parte riconquistato, dopo il punto più basso toccato nel 2011, ma che in altra parte deve ancora riguadagnare, riuscendo a incidere su un rinnovato percorso di integrazione europea. La legislatura che verrà sarà decisiva per lo schieramento europeista, che non può contentarsi di sventolare bandiere ideali, ma dovrà offrire riposte effettive su tutti i terreni sui quali costruire una nuova identità europea, dalla difesa comune alle politiche fiscali alla riforma delle istituzioni europee.

La legislatura non è stata buttata via, dicevamo all’inizio. Qualcosa si è mosso, e le condizioni economiche in cui il governo Gentiloni lascia il Paese sono migliori di quelle in cui l’ha trovato il governo Letta, quasi cinque anni fa. La pubblica amministrazione rimane però una palla al piede del Paese, si è preferito sostenere la domanda interna con i bonus anziché elevare gli investimenti pubblici, e la spesa pubblica improduttiva continua a gravare sul Paese, nonostante la promessa spending review che doveva superare la filosofia dei tagli lineari.

Un bilancio sereno dovrebbe farsi su tutti questi terreni, ma è difficile che la campagna elettorale saprà offrircene l’occasione. La legislatura finisce con il tema banche sugli scudi, ma non per la (buona) riforma degli istituti popolari, bensì per le frequentazioni inopportune di Maria Elena Boschi. Se non è populismo questo.

(Il Mattino, 27 dicembre 2017)

 

 

 

 

 

 

Una crisi e cinque strade

cinque strade

Come andrà a finire? Renzi tornerà a Palazzo Chigi? O sarà la volta di Luigi Di Maio, un inedito assoluto per il nostro Paese? E se invece arrivasse prima la coalizione di centrodestra: a chi toccherebbe l’incarico di formare il governo? E se non si formerà alcuna maggioranza? Sarà il Presidente della Repubblica a tenere le redini della politica italiana, sostenendo un governo istituzionale che eviti un rapido ritorno alle urne? La scorsa legislatura viene concludendosi praticamente alla sua scadenza naturale, nonostante dal voto non fosse uscita, nel 2013, alcuna maggioranza omogenea. Succederà la stessa cosa? Oppure stiamo per entrare in un periodo di forte instabilità politica?

A nessuna di queste domande è possibile oggi dare risposta. Quel che si può fare, è indicare i possibili scenari che sono dinanzi al Paese. Quale di essi prenderà forma dipenderà certo dai risultati elettorali, ma non solo. Ci vogliono i numeri, ma anche la politica. Prendiamo il caso della Germania: a tre mesi dal voto, la Merkel non è ancora riuscita a formare il governo. Il suo 30% (più il 7% dei cristiano-sociali bavaresi) non fa maggioranza. L’ipotesi di una coalizione con Verdi e Liberali è fallita, e ora i popolari cercheranno di rifare la grande coalizione con i socialdemocratici di Martin Schulz, ma l’esito delle trattative non è affatto scontato. Nuove elezioni o governi di minoranza dalla corta prospettiva sono dietro l’angolo, mentre cresce in maniera inquietante il consenso all’estrema destra antieuropeista.

Le cose, qui in Italia, non è detto che vadano molto diversamente. Vediamo. Il primo scenario da considerare era considerato, fino a un anno fa, il più probabile: il partito democratico primo partito, Renzi alla guida del governo. Dalla sera del 4 dicembre ad oggi, questa ipotesi non ha fatto che calare in popolarità. Certo, gli italiani decidono in grande maggioranza cosa votare solo nei giorni immediatamente precedenti il voto, e già in passato si sono registrati significative variazioni percentuali significative durante la campagna elettorale. Diciamo allora che una cosa è presso che certa: la possibilità per Matteo Renzi di tornare a Palazzo Chigi è legata a questa unica ipotesi, che il Pd arrivi davanti a tutti. Se questo accadesse, è ragionevole pensare che una maggioranza si formerà, presumibilmente con gli alleati moderati e centristi con i quali il Pd ha governato in questa legislatura. Una eventuale vittoria di Renzi avrebbe un effetto anche sugli altri schieramenti: mentre infatti la Lega non ha alcuna intenzione di governare col Pd, Forza Italia è sicuramente più disponibile. Ma è possibile che voti in soccorso arrivino anche da sinistra, una volta che la vittoria di Renzi avrà sancito il fallimento del progetto di Liberi e Uguali, messo in piedi solo per offrire un’alternativa al Pd agli elettori di sinistra.

Se però il Pd finisce dietro, Renzi rischia di uscire definitivamente di scena, e la responsabilità di formare il governo spetterà ai Cinquestelle, o al centrodestra. Nel primo caso, l’unica cosa certa è che il candidato premier di un futuro governo pentastellato è solo uno: Luigi Di Maio. Non sono previste subordinate. Questo significa che eventuali trattative con altre forze politiche non riguarderebbero in ogni caso Palazzo Chigi. Ma, a parte questa, altre certezze non vi sono. Nessun sondaggio accredita la possibilità di un monocolore grillino: dunque Di Maio dovrà cercarsi i voti in Parlamento. Escluso che il partito democratico o Forza Italia possano dare il via libera a un governo guidato dall’attuale vicepresidente della Camera, rimangono due possibilità: che Di Maio vada al governo con i voti di Liberi e Uguali; che invece vi vada con i voti della Lega. La prima ipotesi è quella che Pierluigi Bersani sta provando a tenere al caldo. Da quelle parti, l’unica pregiudiziale, infatti, è verso Renzi: di tutto il resto si può discutere. La seconda ipotesi è quella che sembra di decifrare dietro cose come la decisione dei Cinquestelle di far mancare il numero legale sull’ultimo provvedimento al Senato: lo ius soli. È successo ieri. Lega (e centristi) hanno gradito, e un possibile terreno di intesa viene di fatto a consolidarsi.

Se sarà invece il centrodestra ad arrivare davanti a tutti, bisognerà anzitutto misurare i rapporti di forza interni alla coalizione. Certo, se i voti di Forza Italia, sommati a        quelli della Lega e di Fratelli d’Italia, fossero sufficienti, o quasi, il governo sarebbe cosa fatta (mentre è ancora tutto da fare il nome dell’eventuale premier). Più probabile è che però non raggiungano la maggioranza, e allora bisognerà trovare nuovi consensi. Se Forza Italia prende più voti della Lega (e più facilmente se lo scarto tra i due partiti è sufficientemente ampio), si può ipotizzare che nasca una grande coalizione anche da noi. Ma non è detto affatto che basterà sommare i voti di Forza Italia e Pd, e quasi sicuramente la Lega non sarebbe della partita. È già successo nel corso di questa legislatura: la Lega non è entrata nel governo Letta, che invece Forza Italia ha sostenuto. Se il pallino sarà nelle mani di Forza Italia, è però possibile che anche Liberi e Uguali sia della partita: dopotutto, è la formazione alla quale hanno aderito le più alte cariche dello Stato (un fatto privo di precedenti: che la Legislatura termini con i presidenti delle due Camere arruolati entrambi in una formazione di sinistra che non fa parte della coalizione di governo), e dunque si può ritenere che il senso di responsabilità istituzionale alla fine prevalga. Soprattutto se questo esito determinerà, com’è probabile, anche un cambio di segreteria nel partito democratico.

Resta ancora un altro scenario, che delineiamo per ultimo ma che non è affatto il meno probabile. Ed è lo scenario che si determinerà qualora nessuna delle ipotesi fin qui descritte prendesse sufficiente consistenza: che si fa se il Pd non sarà il primo partito, oppure se la grande coalizione non ha numeri sufficienti, o ancora se i Cinquestelle da soli non ce la fanno e se non trovano alleati con i quali governare? Che succede se il centrodestra si spacca, se il Pd implode, se la frammentazione non trova un punto di ricomposizione intorno a una formula sufficientemente autorevole, e se, più semplicemente, non ci sono i numeri per nessuna delle soluzioni prospettate? A quel punto, la fisarmonica della Presidenza della Repubblica, che nei periodi di stabilità può chiudersi, dovrà necessariamente riaprirsi, e il ruolo di Mattarella crescerà proporzionalmente al grado di difficoltà in cui si ritroverà il quadro politico. Si può cioè pensare che il Quirinale, prima di rassegnarsi a nuove elezioni, provi a dare l’incarico di formare il governo a qualche figura di particolare prestigio e autorevolezza (il futuro Presidente del Senato? Il governatore della Bce Draghi? Il Presidente della Corte Costituzionale Grossi?), capace di raccogliere in Parlamento un consenso sufficiente a far nascere un nuovo Esecutivo. Nel quale è possibile che non siedano esponenti politici – ed è la soluzione più probabile – o che invece i partiti siano rappresentati al più alto livello, in modo da garantire la tenuta del patto di governo – ma è la soluzione meno probabile. Un governo tecnico-istituzionale, che sarà (non è la prima volta) chiamato a “fare le riforme”. Quali poi siano le riforme in grado di far funzionare il sistema politico istituzionale non è più chiaro a nessuno, essendo naufragati tutti i precedenti tentativi di tirare il Paese fuori da questa infinita transizione.

Così succederà che il discrimine fra le forze politiche, in campagna elettorale, non corrisponderà alle vere linee del confronto politico, in Italia e altrove decise essenzialmente da due grandi questioni: il rapporto con l’Europa, e la questione migranti. Che il giorno dopo il voto si rimescolino le carte, è dunque più che probabile.

(Il Mattino, 24 dicembre 2017)

Se l’archiviazione si trasforma in mezza condanna

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L’avviso di garanzia. Poi il chiasso mediatico, le paginate dei giornali. E le indagini, e i supplementi di indagine, che a volte si chiudono con un rinvio a giudizio, molte altre volte no. Infine le sentenze di condanna, che però sono ancora di meno, e quasi sempre vedono sensibilmente ridimensionate le ipotesi accusatorie iniziali.

Così è andata anche nel caso della direttrice generale del Santobono, Annamaria Minicucci: l’avviso di garanzia le arriva per un presunto suo coinvolgimento in nomine che avrebbero soddisfatto appetiti criminali; il suo nome finisce sui giornali insieme all’ipotesi di legami con la camorra; l’inchiesta si abbatte su manager pubblici della sanità campana, suscitando scalpore, ma anche molti giudizi sommari. Un anno e mezzo dopo lo scenario è radicalmente diverso. Per la Minicucci è disposta l’archiviazione: non c’è nemmeno bisogno del processo. L’inchiesta va avanti per altre posizioni, ma il bersaglio grosso è mancato.

O forse non lo è: perché un’archiviazione che arriva a distanza di un anno e mezzo è comunque una mezza condanna, per l’indagato. Che non vede intaccata solo la sua reputazione, ma anche indebolita la sua stessa azione amministrativa, come ha raccontato la dottoressa Minicucci su questo giornale: come si fa a bandire altre gare, a stringere accordi con i sindacati e a gestire l’intera struttura organizzativa quando grava su di te l’ombra pesante di collusione con la camorra?

Ora, è chiaro che rientra nella fisiologia dell’attività di indagine, così come dell’ordinario svolgimento processuale, che non tutti gli indagati vengano rinviati a giudizio, e che non tutti gli imputati vengano condannati. Ma le dimensioni del fenomeno sembrano suggerire altro. Che vi sia cioè del metodo in questa follia. Perché infatti tenere nel cassetto un avviso di garanzia, quando si può dare maggiore visibilità e clamore all’indagine? Perché non sparare comunque, una salva di avvisi a raffica, tanto qualcosa alla fine rimarrà comunque impigliato nella rete della giustizia? L’avviso, del resto, è a tutela dell’indagato, che deve essere informato dell’attività investigativa che si svolge sul suo conto: è a fin di bene. Poi però accade esattamente il contrario. L’indagato è molto più spesso rovinato che non tutelato dall’avviso di garanzia, e la distanza temporale dalla prima notizia sull’ennesimo caso clamoroso dilata a dismisura il fumus di colpevolezza, che dura giorni e settimane e mesi, mentre l’informazione che molto tempo dopo accompagna l’archiviazione o l’assoluzione regge, se va bene, un solo giorno sui giornali.

Si vogliono con questo fermare le indagini, mettere le briglie ai pubblici ministeri, gridare «tana, liberi tutti»? Vogliamo insomma fare un favore ai ladri, prendendocela con le guardie? No, vogliamo due cose. La prima: che si prendano sul serio i numeri della giustizia, soprattutto quelli che riguardano l’abnormità delle sue fasi preliminari e cautelari, perché non siano più gestiti nei termini odiosi di una pena anticipata. La seconda: che buttar lì un avviso di garanzia, tanto poi si vedrà, non sia la prassi degli uffici giudiziari, in nome di un meccanico ossequio all’«atto dovuto». C’è voluta – due mesi fa – una circolare di Pignatone, il capo della procura di Roma, per richiamare a una maggiore sobrietà nell’uso dello strumento, soprattutto quando esso dispiega i suoi effetti, ben prima di qualunque serio accertamento, sulla vita pubblica. Ma una circolare non fa primavera, e ogni volta pare di stare daccapo.

«Ho sempre continuato a lavorare, anche dopo l’avviso di garanzia», ha dichiarato la dottoressa Minicucci, dando involontariamente alle sue parole il senso di un’impresa quasi eroica, come se restare al proprio posto, dopo l’apertura delle indagini, significasse farlo se non a dispetto dei santi, certo contro i sentimenti di un’opinione pubblica rancorosa, che manderebbe tutti in galera alla prima notifica di una Procura (cosa che purtroppo molto spesso i pm sanno bene, e non fanno nulla per scoraggiare). Ma io mi domando: che Paese è quello in cui diviene eroico quello che dovrebbe essere semplicemente normale?

(Il Mattino, 22 dicembre 2017)

La sfida: tornare una vera comunità

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A distanza di un mese, la fotografia del partito democratico che è restituita dal voto congressuale è chiara: in città vince Nicola Oddati; in provincia, è invece davanti il neo-segretario Costa. La frattura non potrebbe essere più netta. E non potrebbe rendere più acuto il paradosso di un partito guidato da un segretario in minoranza in tutti i quartieri della città, dal Vomero a Poggioreale. Il suo lavoro comincia subito in salita, dunque – se comincia, perché il contenzioso sull’esito del congresso aperto dinanzi alla magistratura è ancora in piedi.
Le elezioni, d’altra parte, sono alle porte, e non è ben chiaro come il Pd arriverà al cruciale appuntamento. Non è ovviamente in gioco solo la formazione dei gruppi dirigenti, ma anche, anzi soprattutto, la selezione delle candidature. Che non verrà affidata alle primarie, come nel 2013, ma alle decisioni dei vertici, e dunque il tema della loro legittimazione è decisivo. E però può succedere di tutto: che si arrivi al giudizio del Tribunale; che il congresso finisca gambe all’aria; che il risultato ne venga confermato; che con uno scatto di improvvisa ragionevolezza si riesca a trovare un accordo che eviti il provvedimento del giudice.
Ma non c’è solo il Pd. O per meglio dire: la fotografia del voto democrat può essere presa come un’indicazione più generale, che viene confermata a Napoli come altrove: che cioè la città e il suo hinterland viaggiano ormai lungo linee divergenti. Un libro di Pareg Khanna, “Connectography”, ha di recente tracciato la mappa del mondo a partire dalle città: sono le città, infatti, che trainano il mondo,  sono le città i nodi reali dell’economia globale. Le città e non gli Stati, la cui funzione regolatrice ed equilibratrice mostra ormai la corda. Le città però dovrebbe significare: le aree metropolitane e il loro retroterra, sempre più connesse funzionalmente e simbolicamente con i capoluoghi.
Napoli però è molto lontano da questo modello di sviluppo. La separazione fra città e provincia dovrebbe essere ricucita dalle istituzioni dell’area metropolitana, ma le istituzioni dell’area metropolitana non hanno ancora cominciato a funzionare. Napoli e l’area vasta non viaggiano affatto all’unisono, né socialmente né politicamente. E anche nel partito democratico si riproduce la spaccatura, non solo nell’espressione del voto ma anche nelle condotte politiche: in città il Pd tiene un atteggiamento intransigente nei confronti di De Magistris e conduce un’opposizione senza sconti; in provincia, invece, tiene un atteggiamento ufficialmente “responsabile” e non disdegna accomodamenti con il Sindaco.
È difficile capire, in queste condizioni, che Pd sarà: un partito fieramente avversario del mondo arancione, che d’altra parte ha cercato in queste settimane un dialogo ravvicinato con la nuova formazione di sinistra, i Liberi ed Uguali di Pietro Grasso, oppure un partito disponibile al compromesso, in cambio di qualche quota di sottoporre nella gestione dell’ente metropolitano? Un partito in cerca di nuovi collegamenti con la società civile, o un partito dominato ancora dalle scelte dei capibastone? Un partito capace di interpretare le sfide della modernizzazione, delle forze più dinamiche della città, o un partito preoccupato di conservare quote sempre più residuali di consenso? Un partito capace di ritrovare il senso di una comunità politica, o un partito costretto ancora una volta a fare intervenire altre istanze per regolarne la vita interna, che si tratti di un giudice o di un commissario?
Non tutti questi dilemmi corrono ovviamente lungo la linea di separazione fra città e provincia, ma tutti però sono ostacolati, nella loro soluzione, da linee di divisione che si approfondiscono fino all’incomunicabilità, e che rendono difficile assegnare  al partito democratico il titolo di interlocutore affidabile per la costruzione di un progetto politico che coinvolga tutta la cintura partenopea.
Eppure non vi sarebbe altro modo di pensare la città, da parte di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti, se almeno si vuole che nelle mappe delle nuove connessioni globali compaia, in futuro, anche Napoli.
(Il Mattino, 18 dicembre 2017)

La deriva dei talk show trasformati in tribunale

On Air Sign

È vero, Maria Elena Boschi ha mentito dinanzi al Parlamento. Aveva detto che a giudicare non può essere il tribunale dei talk show. E invece ieri è andata a “Otto e mezzo”, da Lilli Gruber, a sottoporsi al giudizio di Marco Travaglio. Più talk show di così, atteso quasi quanto la finale di X Factor, non si potrebbe.

Questo è un fatto, e i fatti hanno la testa dura: il dibattito televisivo è divenuto la sede principale innanzi alla quale un ministro della Repubblica è chiamato a rendere conto del suo operato. La ricostruzione offerta alla Camera dei Deputati conta fino a un certo punto, e infatti dal confronto di ieri non è emersa una ricostruzione alternativa, ma solo il cartellino rosso di squalifica comminato da Travaglio.

Permetteteci di esprimere qualche dubbio. In Parlamento la Boschi ha sostenuto che il governo non ha riservato alcuna corsia preferenziale a Banca Etruria, né ha riservato ad essa, o ai suoi amministratori (tra cui il padre della ministra), alcun trattamento di favore. D’altra parte, dagli incontri di cui ha parlato ieri in Commissione il presidente della Consob, Vegas, non è emerso sinora nulla che contraddica una simile versione dei fatti. Quel che è emerso, è la preoccupazione di Maria Elena Boschi per le sorti dell’istituto. Che non si è spinta sino ad accettare un invito a vedere il presidente Vegas a casa sua, alle otto del mattino. A parte ciò, è difficile immaginare che anche un solo parlamentare, di qualunque forza politica presente in Parlamento, non si interesserebbe delle sorti della banca popolare che insiste nel territorio di cui è rappresentante, qualora quella banca dovesse trovarsi in seria difficoltà. A riprova, il lettore si chieda se lui stesso non farebbe altrettanto. Di più: si chieda se non sarebbe persino doveroso, per un parlamentare, fare altrettanto.

Per Travaglio invece no. Un ministro non parla (qualunque cosa dica) con il presidente della Consob; un ministro dei rapporti col Parlamento non parla (qualunque cosa dica) di banche; un parlamentare aretina non parla (qualunque cosa dica) della banca aretina, se il padre siede nel suo consiglio di amministrazione.

Ora, può darsi che sia così, che la pubblica moralità richieda che vengano scrupolosamente osservate le severe prescrizioni formulate da Marco Travaglio: certo è che simili divieti non sono richiesti da alcuna legge dello Stato italiano, e che, soprattutto, la loro infrazione non ha avuto alcun effetto sulle sorti di Banca Etruria o dei suoi amministratori: in risoluzione l’una, mandati a casa gli altri (con strascichi giudiziari diversi, di cui in futuro conosceremo l’esito). In altre parole, quello che Travaglio ha provato a imbastire ieri è stato, con ogni evidenza, un processo alle intenzioni.

È impressionante, però, la distanza che separa la sostanza di queste contestazioni dalla realtà del sistema bancario e della sua crisi, su cui è chiamata a indagare la commissione parlamentare. Eppure, sembra ormai che il suo lavoro debba riguardare esclusivamente l’accertamento della condotta di Maria Elena Boschi. Quando, nei giorni scorsi, era in dubbio se la commissione avesse audito il banchiere Ghizzoni (un altro con cui la Boschi ha avuto l’ardire di parlare, come ha raccontato De Bortoli) sembrava che tutto il lavoro di inchiesta non avrebbe avuto alcun significato, se l’audizione fosse mancata. Quando poi s’è deciso di sentire Ghizzoni, è cominciato il conto alla rovescia, come se nient’altro valesse la pena conoscere (a parte il vincitore di X Factor).

Infine: su cosa è caduta, da ultimo, la contestazione di Travaglio? Non su un favore fatto o su una pressione esercitata, non su un interessamento illecito o su un provvedimento indebito, ma sul fatto che la Boschi ha omesso di dire in Parlamento che aveva visto Vegas o Ghizzoni: se non c’era nulla di male in quegli incontri, se era normale che si tenessero, perché allora tacerli? Come se non parlarne equivalesse a volerli tenere nascosti. Come se non dire di aver fatto una cosa equivalesse a dire di non averla fatta. Di nuovo: sono le intenzioni (supposte malevoli) che vengono condannate, comunque stiano i fatti. Una simile inversione può prodursi solo quando l’opinione pubblica si nutre ormai di una generale ermeneutica del sospetto, per cui non contano più né gli atti giudiziari né le decisioni politiche, essendo le persone moralmente squalificate in principio.

Di più: essendo squalificate e basta. La spia di questa temperie avvelenata è in un passaggio incidentale, in cui Travaglio ha negato che la Boschi potesse mai interessarsi a Banca Etruria in quanto rappresentante politica espressa da quel territorio: lei è stata eletta col Porcellum – ha detto –, non scelta dai cittadini, ma nominata dai partiti. Vale a dire: il mandato parlamentare non conferisce alcuna legittimità. Lo scranno di Travaglio è posto più in alto. Se c’è una cosa che il Pd – non solo la Boschi – pagherà politicamente a caro prezzo è il non essere riuscito a cambiare questo clima.

(Il Mattino, 15 dicembre 2017)