Archivi del mese: dicembre 2017

Intercettazioni. La riforma che non riforma

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Ci sono quelli che dicono: con l’esclusione delle intercettazioni non rilevanti, ci sarà una parte di verità che non conosceremo mai. Non si accorgono che, con il loro argomento, legittimerebbero qualunque metodo, compresa la tortura: non è un peccato, infatti, non poter conoscere le verità che potremmo estorcere torturando i malcapitati? Deve essere questa la ragione per cui il decreto legislativo del governo sulle intercettazioni non riesce a porre un rispetto assoluto della segretezza dei colloqui fra l’avvocato e il suo assistito. Magari i due si dicono cose che potrebbero servire alle indagini, si obietta infatti. Certo: potrebbe andare così, e potrebbe essere pure che il torturato riveli qualcosa di altrettanto utile. Che facciamo, allora: torturiamo? Il diritto di difesa è un diritto fondamentale: il suo rispetto viene prima di qualunque esigenza investigativa. Non tenere fermo questo principio, mettere l’accusa in posizione di vantaggio rispetto alla difesa, significa rinunciare a una concezione liberale del sistema penale della giustizia.

Il decreto governativo è stato adottato al fine di contenere la diffusione delle intercettazioni, in particolare di quelle irrilevanti (quasi sottintendendo che, invece, i soggetti sotto indagine un po’ di cattiva stampa se la possono pure aspettare). Non so quanto, a tal fine, si rivelerà efficace. Di sicuro non ha alcuna efficacia sulla cultura che sostiene il ricorso sempre più diffuso e sempre più invasivo a un tale strumento di ricerca della prova (che non vuol dire automaticamente prova, come sempre più spesso si fa mostra di intendere). Il codice di procedura* penale richiede che le intercettazioni, per essere autorizzate, siano «assolutamente indispensabili» ai fini delle indagini. In italiano corrente, una locuzione del genere lascia presumere che il ricorso alle intercettazioni sia caso raro. E però: avremo pure i migliori poliziotti del pianeta, e magistrati che tutto il mondo ci invidia, sta di fatto che, al giorno d’oggi, pare non ci sia modo di condurre un’indagine decente che non passi per – anzi: non si fondi su – le intercettazioni.

Indispensabili sempre: non è strano? Ci sono quelli che dicono: però, caspita, senza il ricorso alle intercettazioni, come mai faremo a punire reati come il concorso esterno, o il traffico di influenze? Non si accorgono che, di nuovo, così ragionando, assumono che i reati debbano essere puniti a qualunque costo. Anche se nei costi sono inclusi diritti fondamentali, libertà e garanzie dei cittadini. I quali, in genere, pensano che si debba fare di tutto per perseguire i reati. Degli altri. Solo quando ci finiscono di mezzo, si rendono conto che in quel «di tutto» c’è, forse, qualcosa di troppo.

Non si accorgono nemmeno che è ben strana questa situazione, per cui le intercettazioni devono essere assolutamente indispensabili, e al contempo lo sono ormai di default per perseguire determinati reati. Dato il reato, è data immediatamente l’assoluta indispensabilità del mezzo necessario a perseguirlo: non è strano? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nel modo in cui certe nuove figure di reato vengono introdotte nel nostro ordinamento? In effetti è così. E lo è soprattutto per una tendenza, che sempre più si è affermata negli anni, di investire della rilevanza penale determinate condotte, non già i fatti che ne conseguirebbero. i fatti, anzi, interessano sempre meno, e sempre più interessano gli autori. Non i reati, ma i rei. Così succede che il magistrato trovi naturale far ricorso alle intercettazioni, e altrettanto naturale mettere le più varie e diverse nel numero di quelle rilevanti, dal momento che tutte o quasi possono servire a descrivere non fatti e circostanze, ma nientedimeno che la fisionomia dell’indagato.

Il decreto del governo, però, non aveva da riscrivere il codice penale; si proponeva semplicemente di tappare le falle dalle quali usciva, per finire sui giornali, la ricca materia delle registrazioni. Ma è come proporsi di chiudere qualche buco, dopo aver consentito di scavare dappertutto. Così si lascia un terreno accidentato, sul quale accusa e difesa non stanno, dinanzi al giudice, su un piano di parità, come dovrebbe essere in un sistema accusatorio. La rilevanza delle intercettazioni e la modalità del loro utilizzo si decidono in un circuito, tra il pm e il gip, nel quale l’avvocato difensore può entrare, chiedendo il permesso, solo in un secondo momento. E siccome si pensa che è dagli studi degli avvocati che vengono le fughe di notizie, si mettono divieti di copiare gli atti, o stretti limiti temporali per l’ascolto del materiale. Col risultato che i diritti della difesa vengono inesorabilmente compressi. Provate voi a sedervi nella sala d’ascolto delle Procure e a venire a capo in dieci giorni di tutto il materiale registrato: come svuotare il mare con un bicchiere.

Ma poi ci sono pure quelli che dicono che non basta: stabilite pure le regole per l’utilizzo di questo materiale. Ma, una volta stabilite, quando non siano più coperte da segreto consentitene una discovery completa. Perché c’è la rilevanza giudiziaria, ma c’è pure il diritto di cronaca. Non si accorgono, quelli che così dicono, che desiderano un mondo nel quale la diffusione di conversazioni private, carpite grazie alle intercettazioni, invece di essere un male necessario, diventano un bene avidamente desiderato. Che da mezzo interno al processo si riversa al di fuori, per farsi la base del dibattito pubblico, dell’opinione dei benpensanti, e finanche del giudizio delle parti politiche: non vi sono già partiti e movimenti che affiderebbero ai materiali processuali, liberamente circolanti fuori delle aule, la vita o la morte della Repubblica?

Già, ci sono. E ci sono fin troppe cose di cui non ci si accorge, in questa implacabile caccia ai ladri e al malaffare, che va avanti da quasi trent’anni. Senza peraltro darci un Paese più giusto, ma solo la convinzione opposta, che siamo sempre più irrimediabilmente sprofondati nella corruzione. Così un sospetto di principio viene elevato su tutte le espressioni dei pubblici poteri, e gli spazi del confronto pubblico ne vengono progressivamente consumati.
*Per una svista, sul giornale è saltato “di procedura”.

(Il Mattino, 30 dicembre 2017)

L’arrivederci

Lavagna

(Il Mattino pubblica le “pagelle” dei ministri del governo Gentiloni. A me sono toccati il premier e la ministra Fedeli)

Paolo Gentiloni

Non siamo più il fanalino di coda dell’eurozona, la crescita è stata più sostenuta di quanto si prevedesse, si è accorciata la distanza dalla media dei Paesi Ue: nel tracciare il bilancio di fine anno, Gentiloni ha potuto delineare un quadro sostanzialmente positivo, rivendicando la continuità dell’azione di governo nel corso della legislatura. Solo che i dati economici positivi – dalla crescita industriale al recupero di posti di lavoro – si appiccicano su di lui più di quanto riesca al suo predecessore Renzi di farlo. Perché Renzi ha sul groppone la sconfitta al referendum, Gentiloni no. E ha invece, dalla sua, uno stile più misurato, in grado di rassicurare il Paese. Contrapponendosi ai «dilettanti allo sbaraglio» (leggi: i CInquestelle) ha voluto offrire una chiara alternativa in termini di capacità di governo. Politicamente, il suo peso è di molto cresciuto, ed è oggi uno dei nomi sui quali il Pd può puntare, già in campagna elettorale.

Valeria Fedeli

La ministra Fedeli è stata tra le poche novità del governo Gentiloni. Bersagliata dalle critiche (non ha la laurea, ha abbellito il curriculum, ogni tanto sbaglia i verbi), vanta un non piccolo risultato: in legge di stabilità, ha potuto mettere un po’ di risorse in più. Sull’università: dall’immissione di nuovi ricercatori all’incremento dei fondi per il diritto allo studio, sino al superamento del blocco degli scatti stipendiali. Una significativa inversione di tendenza. Ancora inadeguata, ma percepibile. È presto però per dire se sia anche l’inizio di una diversa strategia. Anche sulla scuola la Fedeli ha ottenuto investimenti aggiuntivi, e insistito in particolare sull’alternanza scuola-lavoro, muovendosi dunque nel quadro della riforma varata dal governo Renzi. Anche qui: buona manutenzione più che cambiamento. Difficile dire se sarà sufficiente a mutare il giudizio dell’opinione pubblica sulla “buona scuola”.

(Il Mattino, 29 dicembre 2017)

Gli ultimi fuochi di una legislatura a luci e ombre

lorenzetti

Non è stata una legislatura buttata via, né forse il Paese se lo sarebbe mai potuto permettere. Ma le condizioni da cui ha preso le mosse non facevano certo sperare per il meglio, visto che dalle urne non era uscita alcuna maggioranza omogenea, e visto che nel Palazzo entravano per la prima volta, prendendo più voti di tutti gli altri partiti, i Cinquestelle, quelli che avrebbero voluto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

Si sono succeduti ben tre governi – Letta Renzi Gentiloni –, tutti a guida Pd, ma si sono dissolte, già nel 2013, le coalizioni che si erano formate prima del voto: subito è andata in fumo quella di centrosinistra, con Sinistra e Libertà che non è entrata nel governo di larghe intese guidato da Enrico Letta; qualche mese dopo è finito invece il Popolo della Libertà, con la decadenza dal Senato di Silvio Berlusconi, che esce dalla maggioranza, e la decisione di Angelino Alfano di continuare ad appoggiare il governo, dando vita al Nuovo Centrodestra.

L’altra, grande frattura si è prodotta sul finire dello scorso anno, con la sconfitta al referendum della riforma costituzionale fortemente voluta da Matteo Renzi. E avversata in misura abnorme da larghi settori del mondo politico e intellettuale come una involuzione autoritaria del sistema istituzionale. Anche l’Italicum – la legge elettorale presentata in “combinato disposto” con la riforma costituzionale – non è andato in porto, e al suo posto abbiamo oggi una legge, il Rosatellum, che ci restituisce il proporzionale senza però darci la cultura e i partiti politici che l’avevano degnamente interpretato nel corso della prima Repubblica: da questo punto di vista, la XVII legislatura lascia l’Italia in mezzo al guado, in un quadro politicamente pieno di incognite e senza chiare indicazioni sulla strada da intraprendere per dotare il Paese di un set di regole efficace e condiviso.

Il partito democratico ha portato, nel corso di questi anni, il peso principale dell’azione di governo. Per quasi tre anni, l’inquilino di Palazzo Chigi, Renzi, è stato anche il segretario del partito: una situazione che a sinistra non si era mai verificata. Di qui gran parte delle tensioni che hanno attraversato il campo del centrosinistra, fino alla scissione promossa da Bersani e D’Alema. Ne viene anche che il giudizio sulla legislatura è prevalentemente un giudizio sull’operato del governo Renzi, anche se il governo Gentiloni, con il calo crescente di popolarità di Renzi, ha guadagnato col passare tempo una sua propria fisionomia.

Con uno stile più morbido e meno battagliero del suo predecessore, Gentiloni ha proseguito in larga parte il lavoro del precedente Ministero – del quale è stato a lungo parte come ministro degli Esteri –, dando forse un segno più marcato soprattutto in fatto di politiche migratorie. Il ministro Minniti è riuscito a limitare il numero degli sbarchi, e a imporre una diversa attenzione al tema da parte dell’Unione Europea. Nell’ultimo scorcio di legislatura il Pd ha provato a far passare anche la legge sullo ius soli, ma non essendovi le condizioni politiche (per l’ostilità di Lega e Cinquestelle in particolare, e le forti perplessità degli alleati centristi) la legge non è passata. Un provvedimento del genere forse non poteva essere infilato nella coda della legislatura: resta però un punto discriminante tra le forze politiche e per il lavoro del prossimo Parlamento.

In tema di diritti, il centrosinistra ha portato a casa alcuni, rilevanti risultati: il biotestamento e la legge sulle unioni civili sono i più significativi, visto che se ne è cominciato a parlare diverse legislature fa. Materie a lungo e a tal punto controverse, che il centrodestra ha prontamente dichiarato di voler fare macchina indietro, qualora tornasse in futuro ad avere la maggioranza. Ma anche la legge sul dopo di noi, quella sul divorzio breve, o quella contro il caporalato meritano di essere ricordate.

Altri capitoli dell’attività di governo attirano un giudizio più contrastato. Due riforme hanno in particolare segnato la legislatura: il jobs act e la buona scuola, spesso finite al centro della discussione sull’operato dell’esecutivo Renzi.

L’intervento sul mercato del lavoro è stato il più incisivo che sulla materia sia stato attuato dai tempi della riforma del 1970. E i numeri sugli occupati danno ragione al governo. La battaglia sul jobs act ha assunto però un significato ideologico – pro o contro l’articolo 18 – a prescindere dall’obsolescenza del sistema delle tutele. La realtà è che difficilmente i futuri governi potranno ritornare allo status quo ante, al di là di dichiarazioni elettorali di facciata. È tuttavia rimasto incompleto il capitolo delle politiche attive sul lavoro, che questa legislatura lascia dunque in eredità alla prossima. In tema di politiche sociali va riconosciuto al governo Gentiloni di avere da ultimo introdotto il reddito di inclusione, destinato a persone in condizioni di povertà: l’italia era rimasto uno degli ultimi Paesi UE a non avere una misura di questo tipo.

Diverso il discorso sulla buona scuola. Sono stati fatti investimenti cospicui, sia in termini di edilizia scolastica che di nuove immissioni in ruolo, dopo anni di inerzia. Ma  l’architettura normativa è risultata fragile, e i punti qualificanti del progetto – dal ruolo dei dirigenti scolastici all’offerta formativa – non hanno dato affatto il segno di un cambiamento effettivo. L’attenzione riservata alla scuola si è così tradotta in un cumulo di polemiche su cose pensate in un modo e realizzate in un altro: vale per i meccanismi assunzionali e vale per l’alternanza scuola lavoro. La stessa cosa è successa nel mondo della ricerca e dell’università: una vera inversione di tendenza si è registrata solo nell’ultima legge di stabilità, che ha finalmente destinato nuovi fondi per il diritto allo studio e per nuovi ricercatori.

Capitolo giustizia. È stato approvato il nuovo codice dei reati ambientali, è stata riscritto il diritto fallimentare, è passata la riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma i nodi principali sono ancora tutti lì: il ricorso abnorme alla custodia cautelare (nonostante le nuove disposizioni di legge), la piaga delle intercettazioni a strascico e la loro diffusione indiscriminata, l’allungamento dei tempi della prescrizione. Da ultimo la brutta pagina della riforma del codice antimafia, che contrasta apertamente lo spirito liberale e garantista con il quale il governo Renzi aveva inizialmente annunciato i suoi 12 punti di riforma sulla giustizia. Sul piano ordinamentale, poi, è rimasta al palo la riforma del Csm, e anche la responsabilità civile dei giudici, riformata, sembra lasciare sostanzialmente le cose come prima.

Sul versante della politica estera, l’Italia ha mantenuto immutati i suoi tradizionali riferimenti: più facile farlo ieri per la coppia Renzi-Gentiloni, che si confrontava con Obama alla Casa Bianca, che non oggi per Gentiloni-Alfano, che hanno come dirimpettaio Donald Trump. Ma è in Europa che l’Italia deve misurare la sua capacità di influenza. Il ruolo che il Paese può giocare dipende da una credibilità che ha in parte riconquistato, dopo il punto più basso toccato nel 2011, ma che in altra parte deve ancora riguadagnare, riuscendo a incidere su un rinnovato percorso di integrazione europea. La legislatura che verrà sarà decisiva per lo schieramento europeista, che non può contentarsi di sventolare bandiere ideali, ma dovrà offrire riposte effettive su tutti i terreni sui quali costruire una nuova identità europea, dalla difesa comune alle politiche fiscali alla riforma delle istituzioni europee.

La legislatura non è stata buttata via, dicevamo all’inizio. Qualcosa si è mosso, e le condizioni economiche in cui il governo Gentiloni lascia il Paese sono migliori di quelle in cui l’ha trovato il governo Letta, quasi cinque anni fa. La pubblica amministrazione rimane però una palla al piede del Paese, si è preferito sostenere la domanda interna con i bonus anziché elevare gli investimenti pubblici, e la spesa pubblica improduttiva continua a gravare sul Paese, nonostante la promessa spending review che doveva superare la filosofia dei tagli lineari.

Un bilancio sereno dovrebbe farsi su tutti questi terreni, ma è difficile che la campagna elettorale saprà offrircene l’occasione. La legislatura finisce con il tema banche sugli scudi, ma non per la (buona) riforma degli istituti popolari, bensì per le frequentazioni inopportune di Maria Elena Boschi. Se non è populismo questo.

(Il Mattino, 27 dicembre 2017)

 

 

 

 

 

 

Una crisi e cinque strade

cinque strade

Come andrà a finire? Renzi tornerà a Palazzo Chigi? O sarà la volta di Luigi Di Maio, un inedito assoluto per il nostro Paese? E se invece arrivasse prima la coalizione di centrodestra: a chi toccherebbe l’incarico di formare il governo? E se non si formerà alcuna maggioranza? Sarà il Presidente della Repubblica a tenere le redini della politica italiana, sostenendo un governo istituzionale che eviti un rapido ritorno alle urne? La scorsa legislatura viene concludendosi praticamente alla sua scadenza naturale, nonostante dal voto non fosse uscita, nel 2013, alcuna maggioranza omogenea. Succederà la stessa cosa? Oppure stiamo per entrare in un periodo di forte instabilità politica?

A nessuna di queste domande è possibile oggi dare risposta. Quel che si può fare, è indicare i possibili scenari che sono dinanzi al Paese. Quale di essi prenderà forma dipenderà certo dai risultati elettorali, ma non solo. Ci vogliono i numeri, ma anche la politica. Prendiamo il caso della Germania: a tre mesi dal voto, la Merkel non è ancora riuscita a formare il governo. Il suo 30% (più il 7% dei cristiano-sociali bavaresi) non fa maggioranza. L’ipotesi di una coalizione con Verdi e Liberali è fallita, e ora i popolari cercheranno di rifare la grande coalizione con i socialdemocratici di Martin Schulz, ma l’esito delle trattative non è affatto scontato. Nuove elezioni o governi di minoranza dalla corta prospettiva sono dietro l’angolo, mentre cresce in maniera inquietante il consenso all’estrema destra antieuropeista.

Le cose, qui in Italia, non è detto che vadano molto diversamente. Vediamo. Il primo scenario da considerare era considerato, fino a un anno fa, il più probabile: il partito democratico primo partito, Renzi alla guida del governo. Dalla sera del 4 dicembre ad oggi, questa ipotesi non ha fatto che calare in popolarità. Certo, gli italiani decidono in grande maggioranza cosa votare solo nei giorni immediatamente precedenti il voto, e già in passato si sono registrati significative variazioni percentuali significative durante la campagna elettorale. Diciamo allora che una cosa è presso che certa: la possibilità per Matteo Renzi di tornare a Palazzo Chigi è legata a questa unica ipotesi, che il Pd arrivi davanti a tutti. Se questo accadesse, è ragionevole pensare che una maggioranza si formerà, presumibilmente con gli alleati moderati e centristi con i quali il Pd ha governato in questa legislatura. Una eventuale vittoria di Renzi avrebbe un effetto anche sugli altri schieramenti: mentre infatti la Lega non ha alcuna intenzione di governare col Pd, Forza Italia è sicuramente più disponibile. Ma è possibile che voti in soccorso arrivino anche da sinistra, una volta che la vittoria di Renzi avrà sancito il fallimento del progetto di Liberi e Uguali, messo in piedi solo per offrire un’alternativa al Pd agli elettori di sinistra.

Se però il Pd finisce dietro, Renzi rischia di uscire definitivamente di scena, e la responsabilità di formare il governo spetterà ai Cinquestelle, o al centrodestra. Nel primo caso, l’unica cosa certa è che il candidato premier di un futuro governo pentastellato è solo uno: Luigi Di Maio. Non sono previste subordinate. Questo significa che eventuali trattative con altre forze politiche non riguarderebbero in ogni caso Palazzo Chigi. Ma, a parte questa, altre certezze non vi sono. Nessun sondaggio accredita la possibilità di un monocolore grillino: dunque Di Maio dovrà cercarsi i voti in Parlamento. Escluso che il partito democratico o Forza Italia possano dare il via libera a un governo guidato dall’attuale vicepresidente della Camera, rimangono due possibilità: che Di Maio vada al governo con i voti di Liberi e Uguali; che invece vi vada con i voti della Lega. La prima ipotesi è quella che Pierluigi Bersani sta provando a tenere al caldo. Da quelle parti, l’unica pregiudiziale, infatti, è verso Renzi: di tutto il resto si può discutere. La seconda ipotesi è quella che sembra di decifrare dietro cose come la decisione dei Cinquestelle di far mancare il numero legale sull’ultimo provvedimento al Senato: lo ius soli. È successo ieri. Lega (e centristi) hanno gradito, e un possibile terreno di intesa viene di fatto a consolidarsi.

Se sarà invece il centrodestra ad arrivare davanti a tutti, bisognerà anzitutto misurare i rapporti di forza interni alla coalizione. Certo, se i voti di Forza Italia, sommati a        quelli della Lega e di Fratelli d’Italia, fossero sufficienti, o quasi, il governo sarebbe cosa fatta (mentre è ancora tutto da fare il nome dell’eventuale premier). Più probabile è che però non raggiungano la maggioranza, e allora bisognerà trovare nuovi consensi. Se Forza Italia prende più voti della Lega (e più facilmente se lo scarto tra i due partiti è sufficientemente ampio), si può ipotizzare che nasca una grande coalizione anche da noi. Ma non è detto affatto che basterà sommare i voti di Forza Italia e Pd, e quasi sicuramente la Lega non sarebbe della partita. È già successo nel corso di questa legislatura: la Lega non è entrata nel governo Letta, che invece Forza Italia ha sostenuto. Se il pallino sarà nelle mani di Forza Italia, è però possibile che anche Liberi e Uguali sia della partita: dopotutto, è la formazione alla quale hanno aderito le più alte cariche dello Stato (un fatto privo di precedenti: che la Legislatura termini con i presidenti delle due Camere arruolati entrambi in una formazione di sinistra che non fa parte della coalizione di governo), e dunque si può ritenere che il senso di responsabilità istituzionale alla fine prevalga. Soprattutto se questo esito determinerà, com’è probabile, anche un cambio di segreteria nel partito democratico.

Resta ancora un altro scenario, che delineiamo per ultimo ma che non è affatto il meno probabile. Ed è lo scenario che si determinerà qualora nessuna delle ipotesi fin qui descritte prendesse sufficiente consistenza: che si fa se il Pd non sarà il primo partito, oppure se la grande coalizione non ha numeri sufficienti, o ancora se i Cinquestelle da soli non ce la fanno e se non trovano alleati con i quali governare? Che succede se il centrodestra si spacca, se il Pd implode, se la frammentazione non trova un punto di ricomposizione intorno a una formula sufficientemente autorevole, e se, più semplicemente, non ci sono i numeri per nessuna delle soluzioni prospettate? A quel punto, la fisarmonica della Presidenza della Repubblica, che nei periodi di stabilità può chiudersi, dovrà necessariamente riaprirsi, e il ruolo di Mattarella crescerà proporzionalmente al grado di difficoltà in cui si ritroverà il quadro politico. Si può cioè pensare che il Quirinale, prima di rassegnarsi a nuove elezioni, provi a dare l’incarico di formare il governo a qualche figura di particolare prestigio e autorevolezza (il futuro Presidente del Senato? Il governatore della Bce Draghi? Il Presidente della Corte Costituzionale Grossi?), capace di raccogliere in Parlamento un consenso sufficiente a far nascere un nuovo Esecutivo. Nel quale è possibile che non siedano esponenti politici – ed è la soluzione più probabile – o che invece i partiti siano rappresentati al più alto livello, in modo da garantire la tenuta del patto di governo – ma è la soluzione meno probabile. Un governo tecnico-istituzionale, che sarà (non è la prima volta) chiamato a “fare le riforme”. Quali poi siano le riforme in grado di far funzionare il sistema politico istituzionale non è più chiaro a nessuno, essendo naufragati tutti i precedenti tentativi di tirare il Paese fuori da questa infinita transizione.

Così succederà che il discrimine fra le forze politiche, in campagna elettorale, non corrisponderà alle vere linee del confronto politico, in Italia e altrove decise essenzialmente da due grandi questioni: il rapporto con l’Europa, e la questione migranti. Che il giorno dopo il voto si rimescolino le carte, è dunque più che probabile.

(Il Mattino, 24 dicembre 2017)

Se l’archiviazione si trasforma in mezza condanna

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L’avviso di garanzia. Poi il chiasso mediatico, le paginate dei giornali. E le indagini, e i supplementi di indagine, che a volte si chiudono con un rinvio a giudizio, molte altre volte no. Infine le sentenze di condanna, che però sono ancora di meno, e quasi sempre vedono sensibilmente ridimensionate le ipotesi accusatorie iniziali.

Così è andata anche nel caso della direttrice generale del Santobono, Annamaria Minicucci: l’avviso di garanzia le arriva per un presunto suo coinvolgimento in nomine che avrebbero soddisfatto appetiti criminali; il suo nome finisce sui giornali insieme all’ipotesi di legami con la camorra; l’inchiesta si abbatte su manager pubblici della sanità campana, suscitando scalpore, ma anche molti giudizi sommari. Un anno e mezzo dopo lo scenario è radicalmente diverso. Per la Minicucci è disposta l’archiviazione: non c’è nemmeno bisogno del processo. L’inchiesta va avanti per altre posizioni, ma il bersaglio grosso è mancato.

O forse non lo è: perché un’archiviazione che arriva a distanza di un anno e mezzo è comunque una mezza condanna, per l’indagato. Che non vede intaccata solo la sua reputazione, ma anche indebolita la sua stessa azione amministrativa, come ha raccontato la dottoressa Minicucci su questo giornale: come si fa a bandire altre gare, a stringere accordi con i sindacati e a gestire l’intera struttura organizzativa quando grava su di te l’ombra pesante di collusione con la camorra?

Ora, è chiaro che rientra nella fisiologia dell’attività di indagine, così come dell’ordinario svolgimento processuale, che non tutti gli indagati vengano rinviati a giudizio, e che non tutti gli imputati vengano condannati. Ma le dimensioni del fenomeno sembrano suggerire altro. Che vi sia cioè del metodo in questa follia. Perché infatti tenere nel cassetto un avviso di garanzia, quando si può dare maggiore visibilità e clamore all’indagine? Perché non sparare comunque, una salva di avvisi a raffica, tanto qualcosa alla fine rimarrà comunque impigliato nella rete della giustizia? L’avviso, del resto, è a tutela dell’indagato, che deve essere informato dell’attività investigativa che si svolge sul suo conto: è a fin di bene. Poi però accade esattamente il contrario. L’indagato è molto più spesso rovinato che non tutelato dall’avviso di garanzia, e la distanza temporale dalla prima notizia sull’ennesimo caso clamoroso dilata a dismisura il fumus di colpevolezza, che dura giorni e settimane e mesi, mentre l’informazione che molto tempo dopo accompagna l’archiviazione o l’assoluzione regge, se va bene, un solo giorno sui giornali.

Si vogliono con questo fermare le indagini, mettere le briglie ai pubblici ministeri, gridare «tana, liberi tutti»? Vogliamo insomma fare un favore ai ladri, prendendocela con le guardie? No, vogliamo due cose. La prima: che si prendano sul serio i numeri della giustizia, soprattutto quelli che riguardano l’abnormità delle sue fasi preliminari e cautelari, perché non siano più gestiti nei termini odiosi di una pena anticipata. La seconda: che buttar lì un avviso di garanzia, tanto poi si vedrà, non sia la prassi degli uffici giudiziari, in nome di un meccanico ossequio all’«atto dovuto». C’è voluta – due mesi fa – una circolare di Pignatone, il capo della procura di Roma, per richiamare a una maggiore sobrietà nell’uso dello strumento, soprattutto quando esso dispiega i suoi effetti, ben prima di qualunque serio accertamento, sulla vita pubblica. Ma una circolare non fa primavera, e ogni volta pare di stare daccapo.

«Ho sempre continuato a lavorare, anche dopo l’avviso di garanzia», ha dichiarato la dottoressa Minicucci, dando involontariamente alle sue parole il senso di un’impresa quasi eroica, come se restare al proprio posto, dopo l’apertura delle indagini, significasse farlo se non a dispetto dei santi, certo contro i sentimenti di un’opinione pubblica rancorosa, che manderebbe tutti in galera alla prima notifica di una Procura (cosa che purtroppo molto spesso i pm sanno bene, e non fanno nulla per scoraggiare). Ma io mi domando: che Paese è quello in cui diviene eroico quello che dovrebbe essere semplicemente normale?

(Il Mattino, 22 dicembre 2017)

La sfida: tornare una vera comunità

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A distanza di un mese, la fotografia del partito democratico che è restituita dal voto congressuale è chiara: in città vince Nicola Oddati; in provincia, è invece davanti il neo-segretario Costa. La frattura non potrebbe essere più netta. E non potrebbe rendere più acuto il paradosso di un partito guidato da un segretario in minoranza in tutti i quartieri della città, dal Vomero a Poggioreale. Il suo lavoro comincia subito in salita, dunque – se comincia, perché il contenzioso sull’esito del congresso aperto dinanzi alla magistratura è ancora in piedi.
Le elezioni, d’altra parte, sono alle porte, e non è ben chiaro come il Pd arriverà al cruciale appuntamento. Non è ovviamente in gioco solo la formazione dei gruppi dirigenti, ma anche, anzi soprattutto, la selezione delle candidature. Che non verrà affidata alle primarie, come nel 2013, ma alle decisioni dei vertici, e dunque il tema della loro legittimazione è decisivo. E però può succedere di tutto: che si arrivi al giudizio del Tribunale; che il congresso finisca gambe all’aria; che il risultato ne venga confermato; che con uno scatto di improvvisa ragionevolezza si riesca a trovare un accordo che eviti il provvedimento del giudice.
Ma non c’è solo il Pd. O per meglio dire: la fotografia del voto democrat può essere presa come un’indicazione più generale, che viene confermata a Napoli come altrove: che cioè la città e il suo hinterland viaggiano ormai lungo linee divergenti. Un libro di Pareg Khanna, “Connectography”, ha di recente tracciato la mappa del mondo a partire dalle città: sono le città, infatti, che trainano il mondo,  sono le città i nodi reali dell’economia globale. Le città e non gli Stati, la cui funzione regolatrice ed equilibratrice mostra ormai la corda. Le città però dovrebbe significare: le aree metropolitane e il loro retroterra, sempre più connesse funzionalmente e simbolicamente con i capoluoghi.
Napoli però è molto lontano da questo modello di sviluppo. La separazione fra città e provincia dovrebbe essere ricucita dalle istituzioni dell’area metropolitana, ma le istituzioni dell’area metropolitana non hanno ancora cominciato a funzionare. Napoli e l’area vasta non viaggiano affatto all’unisono, né socialmente né politicamente. E anche nel partito democratico si riproduce la spaccatura, non solo nell’espressione del voto ma anche nelle condotte politiche: in città il Pd tiene un atteggiamento intransigente nei confronti di De Magistris e conduce un’opposizione senza sconti; in provincia, invece, tiene un atteggiamento ufficialmente “responsabile” e non disdegna accomodamenti con il Sindaco.
È difficile capire, in queste condizioni, che Pd sarà: un partito fieramente avversario del mondo arancione, che d’altra parte ha cercato in queste settimane un dialogo ravvicinato con la nuova formazione di sinistra, i Liberi ed Uguali di Pietro Grasso, oppure un partito disponibile al compromesso, in cambio di qualche quota di sottoporre nella gestione dell’ente metropolitano? Un partito in cerca di nuovi collegamenti con la società civile, o un partito dominato ancora dalle scelte dei capibastone? Un partito capace di interpretare le sfide della modernizzazione, delle forze più dinamiche della città, o un partito preoccupato di conservare quote sempre più residuali di consenso? Un partito capace di ritrovare il senso di una comunità politica, o un partito costretto ancora una volta a fare intervenire altre istanze per regolarne la vita interna, che si tratti di un giudice o di un commissario?
Non tutti questi dilemmi corrono ovviamente lungo la linea di separazione fra città e provincia, ma tutti però sono ostacolati, nella loro soluzione, da linee di divisione che si approfondiscono fino all’incomunicabilità, e che rendono difficile assegnare  al partito democratico il titolo di interlocutore affidabile per la costruzione di un progetto politico che coinvolga tutta la cintura partenopea.
Eppure non vi sarebbe altro modo di pensare la città, da parte di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti, se almeno si vuole che nelle mappe delle nuove connessioni globali compaia, in futuro, anche Napoli.
(Il Mattino, 18 dicembre 2017)

La deriva dei talk show trasformati in tribunale

On Air Sign

È vero, Maria Elena Boschi ha mentito dinanzi al Parlamento. Aveva detto che a giudicare non può essere il tribunale dei talk show. E invece ieri è andata a “Otto e mezzo”, da Lilli Gruber, a sottoporsi al giudizio di Marco Travaglio. Più talk show di così, atteso quasi quanto la finale di X Factor, non si potrebbe.

Questo è un fatto, e i fatti hanno la testa dura: il dibattito televisivo è divenuto la sede principale innanzi alla quale un ministro della Repubblica è chiamato a rendere conto del suo operato. La ricostruzione offerta alla Camera dei Deputati conta fino a un certo punto, e infatti dal confronto di ieri non è emersa una ricostruzione alternativa, ma solo il cartellino rosso di squalifica comminato da Travaglio.

Permetteteci di esprimere qualche dubbio. In Parlamento la Boschi ha sostenuto che il governo non ha riservato alcuna corsia preferenziale a Banca Etruria, né ha riservato ad essa, o ai suoi amministratori (tra cui il padre della ministra), alcun trattamento di favore. D’altra parte, dagli incontri di cui ha parlato ieri in Commissione il presidente della Consob, Vegas, non è emerso sinora nulla che contraddica una simile versione dei fatti. Quel che è emerso, è la preoccupazione di Maria Elena Boschi per le sorti dell’istituto. Che non si è spinta sino ad accettare un invito a vedere il presidente Vegas a casa sua, alle otto del mattino. A parte ciò, è difficile immaginare che anche un solo parlamentare, di qualunque forza politica presente in Parlamento, non si interesserebbe delle sorti della banca popolare che insiste nel territorio di cui è rappresentante, qualora quella banca dovesse trovarsi in seria difficoltà. A riprova, il lettore si chieda se lui stesso non farebbe altrettanto. Di più: si chieda se non sarebbe persino doveroso, per un parlamentare, fare altrettanto.

Per Travaglio invece no. Un ministro non parla (qualunque cosa dica) con il presidente della Consob; un ministro dei rapporti col Parlamento non parla (qualunque cosa dica) di banche; un parlamentare aretina non parla (qualunque cosa dica) della banca aretina, se il padre siede nel suo consiglio di amministrazione.

Ora, può darsi che sia così, che la pubblica moralità richieda che vengano scrupolosamente osservate le severe prescrizioni formulate da Marco Travaglio: certo è che simili divieti non sono richiesti da alcuna legge dello Stato italiano, e che, soprattutto, la loro infrazione non ha avuto alcun effetto sulle sorti di Banca Etruria o dei suoi amministratori: in risoluzione l’una, mandati a casa gli altri (con strascichi giudiziari diversi, di cui in futuro conosceremo l’esito). In altre parole, quello che Travaglio ha provato a imbastire ieri è stato, con ogni evidenza, un processo alle intenzioni.

È impressionante, però, la distanza che separa la sostanza di queste contestazioni dalla realtà del sistema bancario e della sua crisi, su cui è chiamata a indagare la commissione parlamentare. Eppure, sembra ormai che il suo lavoro debba riguardare esclusivamente l’accertamento della condotta di Maria Elena Boschi. Quando, nei giorni scorsi, era in dubbio se la commissione avesse audito il banchiere Ghizzoni (un altro con cui la Boschi ha avuto l’ardire di parlare, come ha raccontato De Bortoli) sembrava che tutto il lavoro di inchiesta non avrebbe avuto alcun significato, se l’audizione fosse mancata. Quando poi s’è deciso di sentire Ghizzoni, è cominciato il conto alla rovescia, come se nient’altro valesse la pena conoscere (a parte il vincitore di X Factor).

Infine: su cosa è caduta, da ultimo, la contestazione di Travaglio? Non su un favore fatto o su una pressione esercitata, non su un interessamento illecito o su un provvedimento indebito, ma sul fatto che la Boschi ha omesso di dire in Parlamento che aveva visto Vegas o Ghizzoni: se non c’era nulla di male in quegli incontri, se era normale che si tenessero, perché allora tacerli? Come se non parlarne equivalesse a volerli tenere nascosti. Come se non dire di aver fatto una cosa equivalesse a dire di non averla fatta. Di nuovo: sono le intenzioni (supposte malevoli) che vengono condannate, comunque stiano i fatti. Una simile inversione può prodursi solo quando l’opinione pubblica si nutre ormai di una generale ermeneutica del sospetto, per cui non contano più né gli atti giudiziari né le decisioni politiche, essendo le persone moralmente squalificate in principio.

Di più: essendo squalificate e basta. La spia di questa temperie avvelenata è in un passaggio incidentale, in cui Travaglio ha negato che la Boschi potesse mai interessarsi a Banca Etruria in quanto rappresentante politica espressa da quel territorio: lei è stata eletta col Porcellum – ha detto –, non scelta dai cittadini, ma nominata dai partiti. Vale a dire: il mandato parlamentare non conferisce alcuna legittimità. Lo scranno di Travaglio è posto più in alto. Se c’è una cosa che il Pd – non solo la Boschi – pagherà politicamente a caro prezzo è il non essere riuscito a cambiare questo clima.

(Il Mattino, 15 dicembre 2017)

 

Se il pensiero meridionale si fa europeo

Quattroartchitetti

Voci diverse, ma finalmente voci. Il forum organizzato dal Mattino ha portato al teatro Mercadante il premier Paolo Gentiloni, i ministri Calenda e De Vincenti, intellettuali e imprenditori, politici e giornalisti, invitati a ragionare insieme sul futuro del Mezzogiorno.

Si è chiamata, lungo tutto il corso della storia repubblicana del Paese, questione meridionale, ma si ha timore, quasi vergogna, a darle ancora questo nome. O almeno: appena la si nomina, occorre munirsi di appropriate virgolette che la precisino, la chiariscano, la distinguano da tutto ciò che nel passato ha potuto significare o con cui ha potuto confondersi: assistenzialismo, statalismo, familismo.

Alla buonora, però: con tutte le precauzioni del caso, il Mattino, da giornale di Napoli, giornale della capitale del Mezzogiorno, prova ostinatamente a riproporla, a reimmetterla nel dibattito pubblico, e a misurare le proposte del governo e delle forze politiche su questi temi: come si colma la distanza fra il Nord e il Sud d’Italia? E poi: come si trattengono i giovani al Sud, senza costringerli a cercare altrove? Come si creano nuove opportunità di lavoro, all’altezza delle nuove sfide della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica? Come si fa a far funzionare la pubblica amministrazione?

Voci diverse, si diceva. Perché un conto è ritenere che la strada dello sviluppo sia, sotto qualunque latitudine o lungitudine, una sola, fatta, nell’ordine, di investimenti, imprese e occupazione. Un altro, se non tutt’altro, è ragionare invece nei termini di un impegno prioritario che la politica deve assumersi verso il Mezzogiorno, se vuole tenere insieme ed evitare che vada in pezzi un Paese profondamente duale. Un conto è pensare che tutto sta o cade con la selezione di una nuova classe dirigente meridionale, capace ed efficiente; un altro, se non tutt’altro, è affermare innanzitutto l’esigenza di politiche speciali per il Sud, come ha detto nel suo intervento di apertura il premier (con il governatore De Luca che ne prendeva atto con soddisfazione, mista però a un prudente scetticismo).

Le due cose, naturalmente, non si escludono l’un l’altra. Il ministro Calenda ha tutte le ragioni del mondo quando manifesta la sua incredulità per il ricorso al Tar presentato dal governatore della Puglia, Emiliano, al fine di bloccare un investimento di 5,3 miliardi di euro: «caso unico nel globo terracqueo». Ma qualche ragione ce l’ha anche chi osserva che la sola stagione nel corso della quale si è ridotto il gap fra Nord e Sud, cioè nei primi decenni del secondo dopoguerra, è stata segnata, più che dalla chiaroveggenza intellettuale o dalle specchiate qualità morali della classe politica, dalla continuità e intensità dell’intervento straordinario.

Se non che l’applauso più convinto dal pubblico dei giovani presenti in sala ieri lo ha raccolto l’esponente dei Cinquestelle, Roberto Fico. Non però per le ricette economiche che ha proposto alla platea: su questo versante, anzi, Fico quasi non è entrato, limitandosi piuttosto a ribadire che, Nord o Sud non importa, per i Cinquestelle la madre di tutte le battaglie è il reddito di cittadinanza. No, Fico ha ricevuto l’applauso più grande e spontaneo quando se l’è presa con le raccomandazioni e il nepotismo nell’università.

Non v’è dubbio che questo sia l’umore prevalente nell’opinione pubblica del Paese, e che dunque la risposta venga cercata meno dal lato delle politiche, e di strategie di medio-lungo periodo che nessuno ha più il tempo di aspettare, e molto più nei termini di una protesta moralistica (a volte più rassegnata che bellicosa) nei confronti di classi dirigenti percepite come corrotte e inconcludenti.

È una risposta sufficiente, oppure è un gigantesco diversivo di massa? Se per esempio potessimo sostituire tutti gli amministratori pubblici delle regioni del Sud, con i cento uomini d’acciaio, «col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile», di cui parlava un grande meridionalista, Guido Dorso, riusciremmo anche ad eliminare d’incanto la questione meridionale? È lecito dubitarne. Ed è dubbio pure che se gli uomini fossero mille, invece di cento, il problema sarebbe risolto. L’idea che vi sia una società meridionale viva e vitale, soffocata dalla cappa mortifera di una politica immorale, incapace e disonesta, non spiega per intero il divario che separa il Sud dal resto del Paese.

Ma intanto, qualche passo avanti, almeno nella discussione, si è fatto. Se non altro perché da nessuna parte si sono ascoltati accenti queruli e meramente recriminatori, o certi arroccamenti identitari costruiti su improbabili revanscismi storici, oppure lungo percorsi meridiani irrimediabilmente lontani dalla modernità e dall’Europa.

Nulla di tutto questo: non era nello spirito di questa giornata, e non è sulle colonne di questo giornale. È stata piuttosto una proficua giornata di confronto pubblico, e non ci si può non augurare che non rimanga isolata.

(Il Mattino, 12 dicembre 2017)

La sinistra che cavalca l’onda nera

Lichtenstein

Signori, la proporzione è questa: circa un italiano su due ha paura di circa un italiano su ventiduemila. Il primo numero lo fornisce Repubblica, che pubblica un sondaggio il quale accredita il seguente dato: 46 italiani su 100 temono che il fascismo sia molto o abbastanza diffuso nel Paese. Il secondo numero fa invece riferimento al numero di iscritti di Forza Nuova, la più consistente formazione di estrema destra che, però, non raggiunge i tremila iscritti. Il che per esempio significa che in una città di un milione di abitanti i neofascisti sono, mediamente,… quarantacinque!

Se questa è la proporzione, ne viene che o gli italiani sono particolarmente timorosi e gemebondi, oppure il giornale romano sovrastima abbondantemente il fenomeno.

Uno può dire: quando è in gioco la democrazia, è meglio andarci cauti. Gli ultimi episodi – irruzione di estremisti di destra durante un’assemblea organizzata a Como dalle associazioni per i diritti dei migranti;  fumogeni accesi a Roma da un gruppetto di militanti sotto la sede di Repubblica, primo atto di una guerra politica «contro chi diffonde il verbo immigrazionista» – non attestano forse che c’è un allarme democratico? Meglio evitare sottovalutazioni. Anche perché oltre a Forza Nuova c’è CasaPound, ci sono le associazioni studentesche di estrema destra, c’è una piccola galassia di associazioni in cui circolano gli stessi simboli del ventennio fascista e gli stessi slogan xenofobi.

Di qui però a parlare di un pericolo concreto, reale, per le istituzioni democratiche io credo ce ne corra. Oltre ai numeri e alle proporzioni, può aiutare anche il senso storico: non c’è oggi il clima di violenza politica che c’era nei primi anni Venti del Novecento. Non ci sono corpi paramilitari e non si registrano decine di migliaia di iscritti a formazioni neofasciste in costante crescita. E, a tacere di altre differenze, non ci sono le condizioni che determinarono la risposta autoritaria alla crisi dello Stato: non abbiamo un conflitto mondiale alle nostre spalle, né l’introduzione del suffragio universale ha messo fuori gioco, come accade un secolo fa, le vecchie élites liberali.

Questi gruppetti di militanti che indossano maschere, leggono proclami e innalzano bandiere appartengono in realtà alla pattumiera della storia: lì sono e lì devono restare. Se pongono questioni di ordine democratico, lo Stato italiano ha gli strumenti per affrontarle: ha le forze di polizia e la legge penale. Ma il discrimine decisivo oggi non passa, per nostra fortuna, fra fascismo e antifascismo. E dirlo non significa affatto negare il fondamento storico della Costituzione e della Repubblica, ma tenere il confronto politico (e, fra poco, elettorale) nel suo alveo naturale. Perché delle due l’una: o c’è davvero il fascismo alle porte, e allora tutte le altre differenze fra i partiti democratici debbono scomparire, di fronte alla necessità di fronteggiare la minaccia – e non mi pare che sia questo il senso delle posizioni assunte finora dalla sinistra politica e culturale di questo Paese, che pratica oggi la divisione, molto più dell’unione –, oppure c’è poco da fare: siamo in presenza di una fiammata propagandistica, assai più alta e più grande del mostro che vuole esorcizzare.

Sia chiaro: anche la propaganda ci vuole. Anche le democrazie hanno bisogno di mobilitare passioni e di alimentare credenze collettive. Ma non è cercando ancoraggi nel passato che la sinistra riuscirà a parlare nuovamente a fasce ampie di popolo. Prima di temere che il passato ritorni c’è bisogno di capire se mai come avere nuovamente accesso al futuro. Il miglior modo per scacciare la paura è alimentare la speranza, ma non vale il contrario, purtroppo: il miglior modo per alimentare la speranza non è agitare vecchie o nuove paure. Che se poi tutta questa nuova visibilità e attenzione mediatica per Forza Nuova o per CasaPound avesse l’effetto opposto, di fare esistere e acquisire centralità a ciò che ha dimensioni trascurabili?

Uno sguardo in giro per l’Europa dimostra che sta effettivamente tornando una destra meno aperta e liberale di quella degli anni Novanta, coagulatasi, in tempi di crisi economica, grazie all’ostilità nei confronti dello straniero immigrato. Noi del resto abbiamo Salvini: e su questo Salvini non scherza. Ma il più urgente compito della sinistra è un altro: è rivendicare i valori dell’accoglienza e della solidarietà difendendo lo spazio di una politica di integrazione concreta e realistica; è far sentire la presenza dello Stato e delle istituzioni nei luoghi della marginalità e dell’esclusione sociale; è rimettere in moto l’ascensore sociale di questo Paese. Certo, meglio cantare «Bella ciao» una volta in più che una in meno, ma non fingiamo, per favore, che stiamo chiamando gli italiani a una nuova lotta partigiana, perché non è così.

Signori, la proporzione è questa: circa un italiano su due ha paura di circa un italiano su ventiduemila. Il primo numero lo fornisce Repubblica, che pubblica un sondaggio il quale accredita il seguente dato: 46 italiani su 100 temono che il fascismo sia molto o abbastanza diffuso nel Paese. Il secondo numero fa invece riferimento al numero di iscritti di Forza Nuova, la più consistente formazione di estrema destra che, però, non raggiunge i tremila iscritti. Il che per esempio significa che in una città di un milione di abitanti i neofascisti sono, mediamente,… quarantacinque!

Se questa è la proporzione, ne viene che o gli italiani sono particolarmente timorosi e gemebondi, oppure il giornale romano sovrastima abbondantemente il fenomeno.

Uno può dire: quando è in gioco la democrazia, è meglio andarci cauti. Gli ultimi episodi – irruzione di estremisti di destra durante un’assemblea organizzata a Como dalle associazioni per i diritti dei migranti;  fumogeni accesi a Roma da un gruppetto di militanti sotto la sede di Repubblica, primo atto di una guerra politica «contro chi diffonde il verbo immigrazionista» – non attestano forse che c’è un allarme democratico? Meglio evitare sottovalutazioni. Anche perché oltre a Forza Nuova c’è CasaPound, ci sono le associazioni studentesche di estrema destra, c’è una piccola galassia di associazioni in cui circolano gli stessi simboli del ventennio fascista e gli stessi slogan xenofobi.

Di qui però a parlare di un pericolo concreto, reale, per le istituzioni democratiche io credo ce ne corra. Oltre ai numeri e alle proporzioni, può aiutare anche il senso storico: non c’è oggi il clima di violenza politica che c’era nei primi anni Venti del Novecento. Non ci sono corpi paramilitari e non si registrano decine di migliaia di iscritti a formazioni neofasciste in costante crescita. E, a tacere di altre differenze, non ci sono le condizioni che determinarono la risposta autoritaria alla crisi dello Stato: non abbiamo un conflitto mondiale alle nostre spalle, né l’introduzione del suffragio universale ha messo fuori gioco, come accade un secolo fa, le vecchie élites liberali.

Questi gruppetti di militanti che indossano maschere, leggono proclami e innalzano bandiere appartengono in realtà alla pattumiera della storia: lì sono e lì devono restare. Se pongono questioni di ordine democratico, lo Stato italiano ha gli strumenti per affrontarle: ha le forze di polizia e la legge penale. Ma il discrimine decisivo oggi non passa, per nostra fortuna, fra fascismo e antifascismo. E dirlo non significa affatto negare il fondamento storico della Costituzione e della Repubblica, ma tenere il confronto politico (e, fra poco, elettorale) nel suo alveo naturale. Perché delle due l’una: o c’è davvero il fascismo alle porte, e allora tutte le altre differenze fra i partiti democratici debbono scomparire, di fronte alla necessità di fronteggiare la minaccia – e non mi pare che sia questo il senso delle posizioni assunte finora dalla sinistra politica e culturale di questo Paese, che pratica oggi la divisione, molto più dell’unione –, oppure c’è poco da fare: siamo in presenza di una fiammata propagandistica, assai più alta e più grande del mostro che vuole esorcizzare.

Sia chiaro: anche la propaganda ci vuole. Anche le democrazie hanno bisogno di mobilitare passioni e di alimentare credenze collettive. Ma non è cercando ancoraggi nel passato che la sinistra riuscirà a parlare nuovamente a fasce ampie di popolo. Prima di temere che il passato ritorni c’è bisogno di capire se mai come avere nuovamente accesso al futuro. Il miglior modo per scacciare la paura è alimentare la speranza, ma non vale il contrario, purtroppo: il miglior modo per alimentare la speranza non è agitare vecchie o nuove paure. Che se poi tutta questa nuova visibilità e attenzione mediatica per Forza Nuova o per CasaPound avesse l’effetto opposto, di fare esistere e acquisire centralità a ciò che ha dimensioni trascurabili?

Uno sguardo in giro per l’Europa dimostra che sta effettivamente tornando una destra meno aperta e liberale di quella degli anni Novanta, coagulatasi, in tempi di crisi economica, grazie all’ostilità nei confronti dello straniero immigrato. Noi del resto abbiamo Salvini: e su questo Salvini non scherza. Ma il più urgente compito della sinistra è un altro: è rivendicare i valori dell’accoglienza e della solidarietà difendendo lo spazio di una politica di integrazione concreta e realistica; è far sentire la presenza dello Stato e delle istituzioni nei luoghi della marginalità e dell’esclusione sociale; è rimettere in moto l’ascensore sociale di questo Paese. Certo, meglio cantare «Bella ciao» una volta in più che una in meno, ma non fingiamo, per favore, che stiamo chiamando gli italiani a una nuova lotta partigiana, perché non è così.

(Il Mattino Il Messaggero, 10 dicembre 2017)

Il progetto impossibile

morte-squartamento

Mezio Fufezio, chi era costui? Forse un lontanissimo progenitore di Giuliano Pisapia. La cui sorte (di Fufezio, non di Pisapia) è stata raccontata dallo storico Tito Livio: l’ultimo, sconfitto re di Alba Longa fu dai romani legato per un braccio e una gamba a un carro trainato da quattro focosi cavalli, e per l’altro braccio e l’altro gamba ad un altro carro, anch’esso tirato da quattro cavalli, lanciati però nella direzione opposta al primo. Fu così che Mezio Fufezio morì squartato.
La politica romana di oggi non è così feroce come quella di ieri, ma la sorte toccata – non a Pisapia ma al suo Campo progressista – non è molto dissimile da quella patita dell’antico sovrano. La neonata lista dei Liberi e Uguali se ne è andata da una parte; il Pd procede dalla parte opposta. Pisapia, rimasto in mezzo, non ha potuto che prenderne atto. La sua idea, di riunire sotto un’unica insegna tutte le formazioni della sinistra, non aveva più alcuna plausibilità.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata, secondo le dichiarazioni ufficiali, la decisione della maggioranza di mettere in fondo al calendario dell’aula la legge sullo ius soli, che così diviene irrealistico ipotizzare che venga approvata durante gli ultimissimi scampoli della legislatura. In realtà, è la fine di Mezio Fufezio: i carri hanno preso a strappare, e un pezzo di Campo progressista sente la spinta a ricongiungersi agli ex compagni di Sinistra e Libertà,  ora confluiti nella lista guidata dal presidente del Senato Grasso, mentre l’altro pezzo, ulivista, progetta di coalizzarsi col Pd.
Lo ius soli c’entra, ma sembra piuttosto un alibi, che una causa reale. È vero che per Pisapia costituiva una parte fondamentale della costruzione dell’identità del centrosinistra, ed è noto quanto stia a cuore all’ex sindaco di Milano la tematica dei diritti e una politica di accoglienza diversa da quella fin qui incarnata dal ministro Minniti. Ma se lo una soli non sarà approvato, nulla impedisce che entri nel programma della coalizione e diventi un punto qualificante della sfida elettorale. Il Pd rimane compattamente schierato per la sua approvazione anche se in questo finale di legislatura sta venendo meno la forza politica necessaria ad imporla ai riluttanti alleati centristi. Non solo, ma la scelta compiuta dalla maggioranza, di portare piuttosto ad approvazione la legge sul biotestamento – che attende da più di un quinquennio – non contraddice affatto la proposta di una piattaforma progressista avanzata sul tema dei diritti.
Dunque, non è questo il punto. Il punto è il supplizio di Medio Fufezio, che ora dilania Campo progressista – l’ultima nata delle diverse sigle politiche a sinistra del Pd, la più incerta e la più fragile – ma che ha sempre torturato la sinistra, più brava a dividersi che a unirsi. L’associazione temporanea di scopo – questo era, in fondo, il Campo di Pisapia – aveva, per giunta, contro di sé solide ragioni storiche, politiche e di sistema. In una cornice proporzionale, la spinta a stare insieme è minore, e la quota maggioritaria da sola non è motivo sufficiente per superare i riflessi identitari che da sempre affliggono la sinistra. Non a caso, nella prima Repubblica solo alla Democrazia Cristiana riusciva di tenere dentro di sé correnti ideologiche e culturali assai diverse per ispirazione e tendenza. La stessa cosa non succedeva a sinistra, dove non bastava affatto la forza egemonica del PCI a riunire le varie declinazioni del progressismo: riformiste e non, socialiste e non, marxiste e non.
Ma è storia di ieri. Oggi ci sono oggi le più contingenti ragioni della politica: la rottura  fra il partito democratico e i fuoriusciti di Mdp era troppo recente perché potesse riuscire l’operazione di incollare nuovamente i cocci. Ancor meno probabile era che potessero bastare i buoni uffici di Pisapia. Il quale ha forse pensato che bastasse rievocare lo spirito dell’Ulivo (assurto ormai a mito politico) per superare antipatie personali e divergenze reali. Peccato che né D’Alema da una parte, né Renzi dall’altra siano mai stati ulivisti. E che soprattutto non lo sia il Pd, nato piuttosto dai limiti di quella esperienza, che non dalla sua ideale prosecuzione. Campo progressista doveva avere il respiro di un nuovo progetto strategico, ma non poteva averlo, perché né da parte di Mdp si voleva mettere in campo una cosa nuova, ma solo azzoppare il Pd, né da parte del Pd si voleva cambiare schema e direzione, ma solo allargare l’offerta elettorale. Giuliano Pisapia ne ha preso onestamente atto: a differenza di Mezio Fufezio, non era lui il finto alleato di Roma, ma gli altri, e forse meriterebbe per questo l’onore delle armi.
(Il Mattino, 7 dicembre 2017)

Il moralismo come offerta

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Nasce una nuova forza politica, Liberi e Eguali, e prende definitivamente corpo e figura quello spirito che ha aleggiato per tutto il corso della seconda Repubblica sopra le diverse formazioni che nel campo del centro-sinistra si sono succedute dal 1994 ad oggi: la sinistra morale, che trova immediatamente il suo leader nel Presidente del Senato Pietro Grasso.

Se si arriva alla manifestazione di ieri seguendo il ritmo della cronaca, si è costretti a raccontare la lenta diaspora del Pd, poi il rimescolamento di carte in quella che una volta era Sinistra e Libertà di Nichi Vendola (e che ora si chiama Sinistra italiana ed è guidata da Fratoianni), poi la fragorosa scissione di Bersani e D’Alema, che persa la guerra con Renzi dentro il Pd danno vita a Mdp, infine la ricomposizione di questi pezzi sparsi della sinistra in un’unica lista, in vista delle prossime elezioni. Tutto questo conta, ovviamente, ma visto troppo da vicino porta in primo piano solo i dissapori personali, le schermaglie tattiche (accentuate dalla nuova cornice proporzionale in cui si svolgeranno le elezioni), e anche una comprensibile esigenza di sopravvivenza di quella parte di ceto politico che Renzi ha costretto a traslocare fuori del Pd.

Ma se si prende sufficiente distanza dal puro e semplice srotolarsi dei fatti, e si giudica in una prospettiva storica, si vede subito qual è il fattore comune che consente a questa nuova formazione di nascere: la pregiudiziale morale, o forse meglio: moralistica, che un tempo galvanizzava le più ampie coalizioni di centro-sinistra, a titolo di suo indispensabile complemento ideologico, e che ora si materializza e rapprende definitivamente in questa sinistra residuale, che in essa trova la sua ultima risorsa identitaria.

Che cos’altro, d’altronde, poteva permettere a Grasso di diventare in un battibaleno, neanche il tempo di lasciare il partito democratico, il leader naturale di Liberi e Eguali? Grasso è persona rispettate da tutti per il suo passato di magistrato: prima giudice nel maxiprocesso a Cosa Nostra, intentato da Giovanni Falcone, poi alla guida della Procura di Palermo, quindi a capo della Procura nazionale antimafia. Il Presidente del Senato ha detto ieri che non si farà forte del suo passato; sta di fatto, però, che la prima ragione che Roberto Speranza ha declinato, per sentirsi dalla parte giusta è stata il filo rosso – così ha detto – che arriva dagli attentati di Falcone e Borsellino fino a qui, fino a ieri.

D’altra parte, se uno analizza il discorso d’investitura tenuto ieri da Grasso, non vi trova il materialismo storico e l’analisi di classe – e questo si capisce –, ma nemmeno una sferzante critica del neoliberismo, o una piattaforma economica alla Mélenchon o alla Corbyn. Certo, seguirà il programma, ma è abbastanza evidente che l’unico ombrello sotto il quale la sinistra può oggi riunirsi, chiamandosi ovviamente fuori dalle responsabilità di governo che pure ha assunto in questi anni, è quello morale.

È l’ombrello più ampio che sia stato tenuto aperto dalla sinistra durante la seconda Repubblica. Sotto di esso, i tentativi di offrire una risposta di governo non sono mancati: con l’Ulivo, con l’Unione, con il Pd. Con risultati alterni e variamente giudicati. Ma quale di essi potrebbe oggi essere rivendicato da Liberi e Eguali, se l’esigenza è quella di marcare una forte discontinuità rispetto al passato? Quale eredità può essere reclamata, se si tratta di battersi per reintrodurre l’articolo 18? E quale schema politico può essere adottato, se non quello che consiste nell’alzare una barriera contro ogni possibile accordo con la destra. Certo, una simile posizione rende possibile solo dare i propri voti ai Cinque Stelle, ma chi si permetterebbe mai di considerarlo un inciucio? Invece, qualunque ipotesi di grande coalizione, o anche solo di accordo al centro, viene presentata come un cedimento morale: vai poi a capire come lo si governerà, questo Paese, dopo il voto. Ebbene, non è in questi termini che ha sempre funzionato l’antiberlusconismo? E non è di nuovo quel motivo che viene riproposto, per rappresentare il Pd come il partito traditore (copyright Pippo Civati) degli ideali della sinistra?

In realtà, la sinistra storica – quella che reggeva un pezzo dell’arco costituzionale della prima Repubblica – non era banalmente la sinistra dei grandi ideali, ma quella che stava dentro un campo internazionale di forze, che aveva robusti referenti sociali e che provava, in breve, a conquistare le casematte del potere, per dirla con il suo nume tutelare, Antonio Gramsci. Tutto questo non vive ormai più da tempo. Ma se viene abbandonato l’altro orizzonte che la sinistra ha provato faticosamente a darsi dopo l’89 – quello cioè di accreditarsi come partito convintamente riformista e di governo – è evidente che non rimane altro se non la nobile testimonianza dei propri ideali. E, per quello, chi meglio di Pietro Grasso, di un’icona morale, arricchita dal prestigio dell’istituzione?

Ora: magari ha ragione D’Alema, Liberi e Eguali può davvero raggiungere la doppia cifra (anche se i sondaggi la stimano attualmente meno della metà). Ma se anche andasse come D’Alema si augura, è improbabile che quella nata ieri sia davvero la sinistra del futuro. Ha piuttosto tutte le carte in regola per rappresentare l’ultima lampada in cui il genio moraleggiante della sinistra è tenuto racchiuso e sotto conserva, nella speranza che strofinandola con energia possa tornare a soffiare con forza.

(Il Mattino, 4 dicembre 2017)

Soddisfatti ma infelici

Non essere cattivo

La sintesi che il Censis offre dell’annuale rapporto sulla situazione sociale del Paese si fonda su due elementi contraddittori: da un lato i numeri mostrano che l’Italia ha ripreso a crescere; dall’altro che sono in crescita anche le “passioni tristi” della malinconia e del risentimento.

L’Italia va: cresce l’industria, cresce la produttività del sistema manifatturiero che continua a rappresentare la spina dorsale di un Paese a forte vocazione industriale. Crescono le esportazioni e crescono finalmente anche i consumi delle famiglie, dopo il “grande tonfo” degli anni passati. Persino la spesa per servizi che il Censis classifica come “culturali e ricreativi” è in aumento.

Si tratta tuttavia di uno scenario che ha ancora ombre, oltre che luci. L’ombra più lunga che pesa sul futuro del Paese è il calo degli investimenti pubblici, nonché il divario fra le diverse aree del Paese (difficilmente colmabile senza un forte impegno dello Stato). Colpisce ad esempio il diverso trend demografico dei grandi centri urbani: le città del Nord crescono, al Sud registrano un tracollo: così la finiamo di dire che tutti vorrebbero vivere a Napoli perché a Napoli ci sono mare e sole, mentre a Belluno no.

Ma soprattutto colpisce l’altro lato della medaglia, quello che il Censis chiama “l’Italia dei rancori”, e per il quale viene offerta una spiegazione abbastanza intuitiva: “Non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore”. Detto fuor di metafora: non tutti gli italiani stanno meglio, e quelli che stanno peggio, o che semplicemente non hanno avvertito alcun beneficio dalla ripresa dell’economia, covano comprensibilmente motivi di insoddisfazione, che sfociano in insofferenza e risentimento.

C’è però un numero che sembra non quadrare, e che deve perciò destare particolare attenzione. Secondo il rapporto del Centro Studi, a dichiararsi molto o abbastanza soddisfatto della vita che conduce non è affatto una minoranza, un ristretto numero di italiani che ce l’hanno fatta, o che sono stati baciati dalla sorte, ma è addirittura il 78,2% della popolazione. Chi l’avrebbe mai detto! Ben tre italiani su quattro si dicono contenti del proprio stile o tenore di vita.

Ma, se è così, come si spiega quel sentimento di sfiducia che percorre la società italiana, che ne alimenta la rabbia e, più spesso, la rassegnazione? Come mai non fa opinione – o forse meglio: come mai non dà il tono al discorso pubblico – quel 78,2% di italiani che si gode una propria, piccola felicità quotidiana? Come mai prevale invece il rancore? Forse, l’unica risposta plausibile è la seguente: se gli italiani sono contenti della vita che fanno, e se d’altra parte non nutrono fiducia nel futuro e covano sentimenti di rabbia e frustrazione, è perché la loro felicità è una felicità puramente privata, quindi dimezzata, legata a una dimensione del vivere del tutto scollegata dallo spazio pubblico in cui si dà nome e senso alle cose.

Qualcosa del genere viene indicato, nella sintesi del rapporto, oltre che dalla consueta gragnuola di percentuali negative che investono la politica e le istituzioni, in cui più nessuno sembra credere, anche alla voce: immaginario collettivo. Che misera cosa è, infatti, un immaginario collettivo in cui primeggiano i selfie e i tatuaggi, lo smartphone e la chirurgia estetica (e in cui comunque rimangono saldi beni primari come la prima casa e l’automobile)? Al primo posto in questa speciale classifica delle faccende che occupano i pensieri degli italiani e ne plasmano bisogni e desideri stanno loro, i social network, che hanno ormai conquistato, secondo il Censis, un “ruolo egemonico”.

Ora, questa parola, gravida di significato, richiede una riflessione in più. Perché se diciamo soltanto che sono i social network a fare opinione, a dettare l’agenda, a formare il sentiment del Paese, rischiamo di cadere in un banale determinismo tecnologico. La sfera pubblica cambia: come potrebbe essere altrimenti? Cambia persino l’umanità dell’uomo, figuriamoci se non cambiano i modi in cui si disegna uno spazio sociale nuovo, nel quale sono totalmente destrutturate, quando non semplicemente assenti, le tradizionali appartenenze, i tradizionali vincoli, le tradizionali forme della rappresentanza. Ma la disintermediazione, che sperimentiamo tutte le volte in cui in rete ci viene richiesta la nostra personale, individualissima opinione, o ci affidiamo avidamente alle altrettanto individuali opinioni altrui, aggregate su base puramente statistica, non è un processo neutrale, meramente tecnico. Nessuna forma di razionalità sociale possiede queste caratteristiche. E nessuna, direbbe la vecchia critica marxista, è sganciata da interessi di classe – noi diciamo almeno: anonima e disinteressata. Ognuna ridisegna invece i luoghi del senso e del non senso, e dunque di quello che, per ciascuno di noi, vale la pena fare o non fare. A questo però la politica non arriva più, e con essa non ci arrivano le classiche agenzie di mediazione sociale: i partiti, i sindacati, la scuola. Ma neppure i distretti industriali, che fornivano supplementi identitari a livello di territorio.

Così, questa è oggi l’Italia: divisa, oltre che da storiche differenze economiche e geografiche, anche tra una moderata, incerta, trascurabile felicità privata e un generale discredito pubblico, un rattrappimento delle ragioni comuni, introvabili nel pulviscolo della Rete. E insieme una diffusa sensazione di disgusto e l’assenza di quelli che il Censis chiama “miti positivi”.

Questa legislatura, che si chiude con dati finalmente convincenti sul versante dell’economia, ha insomma il dovere di mandare qualche segnale anche su quell’altro versante, sul quale il lavoro di ricostruzione dell’ethos civile, politico e culturale del Paese evidentemente è ancora di là dal cominciare.

(Il Mattino, 2 dicembre 2017)

Se la rete sostituisce il pensiero

Prestigiatore

Provo a spiegarla così: un prestigiatore vi fa estrarre una carta, e vi chiede di tenerla coperta. Poi, dopo qualche sapiente formula magica, vi chiede di infilarla di nuovo nel mazzo. Ancora formule magiche e un pleonastico rimescolamento di carte, quindi vi chiede di rivelare al pubblico quale carta avevate scelto. Dopodiché, tira fuori dal taschino un foglietto, sopra il quale è indicata precisamente la carta che avete pescato. Come ha fatto? Molto semplicemente, ha nelle sue molte tasche sistemato un biglietto per ogni carta, e tirato fuori quello che serviva alla bisogna.

Cosa c’entra questo trucco elementare con le fake news? C’entra, perché risponde al medesimo principio: per ogni e qualsiasi opinione vi passi per la testa (come per ogni e qualsiasi carta del prestigiatore), c’è modo di trovare in rete, da qualche parte, e anzi di costruire previamente, una conferma. Massiccia, potente, efficace. Così, del resto gli utenti si muovono in rete: cercando conferme. E trovandole: immancabilmente. Tra gli amici collegati online, nelle chat, nei gruppi sui social network. Echi, rimbombi e caverne in cui ci infiliamo volentieri, uscendone sempre più confermati e rafforzati nelle nostre opinioni.

Ora, non c’è indebolimento dello spirito critico più evidente di questo. Basta ricordarsi di Popper, e di quello che diceva sul modo in cui procede invece la scienza: si formula una congettura, dopodiché si va in cerca non della sua conferma ma della sua confutazione, dell’experimentum crucis che proverà a demolirla. Noi invece procediamo tutt’al contrario, attraverso il rimpallo virale di link che trasformano, secondo una vecchia legge dialettica, la quantità in qualità: oltre una certa soglia di visualizzazioni, una notizia diventa di per sé attendibile. E vera, almeno per il tempo necessario a produrre i suoi effetti.

Una cosa del genere è inedita. Non era vera mille, cento, a anche solo trenta anni fa. Certo, già Italo Calvino parlava di «questo mondo fitto di scrittura che ci circonda da ogni parte», ma diciamo la verità: non aveva ancora visto niente. Non aveva visto internet, non aveva visto le campagne di disinformazione che è possibile orchestrare in rete, non aveva visto quanto potenti siano le casse di risonanza che amplificano in rete i messaggi.

Cavarsela quindi dicendo che il potere ha sempre cercato di distorcere la verità, che è sempre esistita una verità ufficiale in realtà intessuta di bugie e falsità, significa mancare il fenomeno nelle sue caratteristiche specifiche, nella sua fenomenologia attuale. Che comprende una profondissima erosione di quegli spazi di mediazione oggi superati e anzi travolti dall’idea che basti una ricerca su google per sapere come stanno le cose: senza che ci si faccia anche solo una domanda su come siano imbastiti i risultati di google. Questa, poi, è una differenza fondamentale rispetto al passato: il modo in cui è costruita l’architettura della rete, gli algoritmi che la governano, i poteri e i danari che le danno forma sono per lo più del tutto sconosciuti ai suoi utenti, mentre «l’interfaccia» user friendly è per ciascuno a portata di clic. L’enciclopedia del sapere dentro la quale ci si formava un tempo, checché se ne dica, non era altrettanto invisibile e impenetrabile.

Dopodiché è certamente vero che non saranno i divieti, le censure e la legge penale a poter arginare il fenomeno. Ma questo rende se mai ancor più necessario prestarvi attenzione. Anzi: proprio la semplice constatazione che per definizione il potere mette in scena una certa rappresentazione di sé, dimostra che lo spazio in cui la rappresentazione va in scena è uno spazio decisivo, attraversato per l’appunto da lotte di potere, e dunque, se reso invisibile, pericoloso per la democrazia. Che ha bisogno, al contrario, di sottoporre a critica e di rendere il più possibile trasparente e contendibile l’esercizio di quel potere.

Per questo, il dibattito sulle fake news non è fuffa, non è un dibattito ozioso, non è una perdita di tempo. La democrazia moderna nasce in uno con la formazione di un’opinione pubblica. Anzi, dal punto di vista storico, la seconda ha preceduto e reso possibile la prima: com’è possibile allora non averne cura? Com’è possibile, quando ormai è la rete a orientare una fetta sempre maggiore di cittadini?

 

Si tratta forse di logore posizioni illuministiche? Può darsi. Ma non è ancora più illuministico, o semplicemente ingenuo, pensare di poter sempre e comunque confidare sul sano buon senso delle persone, che sarebbero sempre in grado, da sole, in qualunque condizione e contesto, di discernere il vero dal falso? Eppure è da un pezzo che sappiamo che il pensiero non è affatto una proprietà individuale, che noi parliamo, ma siamo anche parlati, e fior di filosofi hanno dimostrato che noi siamo nel pensiero molto più di quanto i pensieri siano nella nostra testa. Se questo vi pare un astruso filosofema, allora mettete la parola «rete» al posto di «pensiero» e vedrete che i conti vi torneranno.

Quanto infine alla verità, dopo un secolo e più di dubbi sul suo valore, qualcuno potrà anche ritenere che bisogna capitolare dinanzi alla potenza del falso, ma in tal caso finirà probabilmente col considerare un inganno e un’impostura la democrazia tutta intera. E in effetti: è vero forse che siamo a un passo, a un passo soltanto, dall’arrenderci.

(Il Mattino, 28 novembre 2017)

L’autorità senza autorevolezza

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È mai possibile che una studentessa non possa prendersi la libertà di commentare criticamente un post della dirigente scolastica, pubblicato sul profilo Facebook della sua scuola? È mai possibile che la dirigente giudichi il commento gravemente offensivo e lo cancelli, e che di fronte alla protesta della studentessa che difende il proprio diritto di critica replichi convocando il consiglio di classe e comminando poi una sospensione per sette giorni, d’intesa, peraltro, con l’intero consiglio? La ragazza ha scritto di provare vergogna e disprezzo per le cose dette dalla dirigente; ha scritto che il merito dei successi della scuola è tutto degli studenti e di pochi professori; ha negato che i ragazzi dell’istituto siano felici di vivere la realtà del proprio contesto scolastico: sono parole che meritano una sospensione di sette giorni? Ci sono insulti, in queste parole: offese, ingiurie, oltraggi, dileggi? L’immagine del liceo Orazio Flacco di Portici – dove tutto questo è successo – e quella della dirigente, Iolanda Giovidelli, non sono in grado di reggere il peso di una critica simile? Vanno tutelate al punto dal non potere ammettere commenti in dissenso, e dall’allontanare dall’attività scolastica chi rivendichi il diritto di esprimere la propria opinione? E in quale misura, secondo quale norma, in base a quale disposizione di legge uno studente non può commentare su un social network le comunicazioni della dirigenza scolastica? Ci sono regole di comportamento che gli studenti debbono osservare al di fuori dell’orario scolastico? O forse spetta esclusivamente alla dirigente parlare della scuola che dirige nello spazio pubblico? Oppure la dirigente pensa che gli studenti sono come i dipendenti di un’azienda, tenuti a una qualche forma di policy aziendale? E cosa avrebbe fatto, la dirigente, se da lei si fossero presentati i genitori della ragazza, sostenendo che erano stati loro, con l’account della figlia, a rilasciare il commento tanto irriguardoso? E se domani accadesse precisamente questo, e una simile forma di protesta fosse adottata da tutti gli altri studenti? Oppure: se uno studente mettesse, nei commenti ai post della dirigente, un link che rinviasse alla propria pagina, zeppa di critiche alla scuola, cosa farebbe la professoressa Giovidelli, trascorrerebbe i pomeriggi a cancellare i link, e a sospendere i ragazzi che dovessero protestare? O forse crede che basti colpirne uno per educarne cento?

Già: qual è il progetto educativo che propone una scuola, che non  tollera critiche di sorta, o che non accetta un confronto pubblico? E cosa hanno in mente i professori tutti, che non hanno esitato a sostenere le ragioni della dirigente, proponendo anzi – a quel che si apprende – perfino sanzioni più severe rispetto a quella adottata? Questo, forse, è ancor più stupefacente: che tra i docenti della malcapitata studentessa non se ne sia trovato uno che abbia insinuato nella professoressa Giovidelli il dubbio che non è con le punizioni esemplari che si doveva trattare il caso. Non ce n’è stato uno, fra di loro, che ha detto alla professoressa Giovidelli che sarebbe entrato in aula, il giorno dopo, per parlare con calma con la classe, e capire i motivi di un giudizio tanto severo. Nessuno, fra di loro, in grado di stare fra i ragazzi. Nessuno, fra di loro, che avesse sufficiente autorevolezza dal difendere le ragioni della scuola. Oppure: nessuno, fra di loro, capace di spiegare alla dirigente cosa passa nell’animo degli studenti, poco importa se a torto a ragione.

Forse la dirigente pensa che adesso l’immagine del liceo è salva: dopo che si è appreso che in quella scuola si sospendono gli studenti che si permettono di muovere critiche? Che se poi la preoccupazione non era solo per l’immagine, non sarebbe bastato elencare, di sotto al commento della ragazza, tutte le buone pratiche della scuola, il progetto formativo, le attività curriculari e, magari, il giudizio positivo di altri studenti?

E se, per finire, sulla pagina Facebook della scuola qualcuno citasse il commento di un quotidiano, in cui si parla di una dirigente intestarditasi a far valere la propria autorità, al punto da gettar via, per essa, qualunque autorevolezza?

(Il Mattino, 28 novembre 2017)