Archivi del giorno: dicembre 31, 2017

Intercettazioni. La riforma che non riforma

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Ci sono quelli che dicono: con l’esclusione delle intercettazioni non rilevanti, ci sarà una parte di verità che non conosceremo mai. Non si accorgono che, con il loro argomento, legittimerebbero qualunque metodo, compresa la tortura: non è un peccato, infatti, non poter conoscere le verità che potremmo estorcere torturando i malcapitati? Deve essere questa la ragione per cui il decreto legislativo del governo sulle intercettazioni non riesce a porre un rispetto assoluto della segretezza dei colloqui fra l’avvocato e il suo assistito. Magari i due si dicono cose che potrebbero servire alle indagini, si obietta infatti. Certo: potrebbe andare così, e potrebbe essere pure che il torturato riveli qualcosa di altrettanto utile. Che facciamo, allora: torturiamo? Il diritto di difesa è un diritto fondamentale: il suo rispetto viene prima di qualunque esigenza investigativa. Non tenere fermo questo principio, mettere l’accusa in posizione di vantaggio rispetto alla difesa, significa rinunciare a una concezione liberale del sistema penale della giustizia.

Il decreto governativo è stato adottato al fine di contenere la diffusione delle intercettazioni, in particolare di quelle irrilevanti (quasi sottintendendo che, invece, i soggetti sotto indagine un po’ di cattiva stampa se la possono pure aspettare). Non so quanto, a tal fine, si rivelerà efficace. Di sicuro non ha alcuna efficacia sulla cultura che sostiene il ricorso sempre più diffuso e sempre più invasivo a un tale strumento di ricerca della prova (che non vuol dire automaticamente prova, come sempre più spesso si fa mostra di intendere). Il codice di procedura* penale richiede che le intercettazioni, per essere autorizzate, siano «assolutamente indispensabili» ai fini delle indagini. In italiano corrente, una locuzione del genere lascia presumere che il ricorso alle intercettazioni sia caso raro. E però: avremo pure i migliori poliziotti del pianeta, e magistrati che tutto il mondo ci invidia, sta di fatto che, al giorno d’oggi, pare non ci sia modo di condurre un’indagine decente che non passi per – anzi: non si fondi su – le intercettazioni.

Indispensabili sempre: non è strano? Ci sono quelli che dicono: però, caspita, senza il ricorso alle intercettazioni, come mai faremo a punire reati come il concorso esterno, o il traffico di influenze? Non si accorgono che, di nuovo, così ragionando, assumono che i reati debbano essere puniti a qualunque costo. Anche se nei costi sono inclusi diritti fondamentali, libertà e garanzie dei cittadini. I quali, in genere, pensano che si debba fare di tutto per perseguire i reati. Degli altri. Solo quando ci finiscono di mezzo, si rendono conto che in quel «di tutto» c’è, forse, qualcosa di troppo.

Non si accorgono nemmeno che è ben strana questa situazione, per cui le intercettazioni devono essere assolutamente indispensabili, e al contempo lo sono ormai di default per perseguire determinati reati. Dato il reato, è data immediatamente l’assoluta indispensabilità del mezzo necessario a perseguirlo: non è strano? Non ci sarà qualcosa di sbagliato nel modo in cui certe nuove figure di reato vengono introdotte nel nostro ordinamento? In effetti è così. E lo è soprattutto per una tendenza, che sempre più si è affermata negli anni, di investire della rilevanza penale determinate condotte, non già i fatti che ne conseguirebbero. i fatti, anzi, interessano sempre meno, e sempre più interessano gli autori. Non i reati, ma i rei. Così succede che il magistrato trovi naturale far ricorso alle intercettazioni, e altrettanto naturale mettere le più varie e diverse nel numero di quelle rilevanti, dal momento che tutte o quasi possono servire a descrivere non fatti e circostanze, ma nientedimeno che la fisionomia dell’indagato.

Il decreto del governo, però, non aveva da riscrivere il codice penale; si proponeva semplicemente di tappare le falle dalle quali usciva, per finire sui giornali, la ricca materia delle registrazioni. Ma è come proporsi di chiudere qualche buco, dopo aver consentito di scavare dappertutto. Così si lascia un terreno accidentato, sul quale accusa e difesa non stanno, dinanzi al giudice, su un piano di parità, come dovrebbe essere in un sistema accusatorio. La rilevanza delle intercettazioni e la modalità del loro utilizzo si decidono in un circuito, tra il pm e il gip, nel quale l’avvocato difensore può entrare, chiedendo il permesso, solo in un secondo momento. E siccome si pensa che è dagli studi degli avvocati che vengono le fughe di notizie, si mettono divieti di copiare gli atti, o stretti limiti temporali per l’ascolto del materiale. Col risultato che i diritti della difesa vengono inesorabilmente compressi. Provate voi a sedervi nella sala d’ascolto delle Procure e a venire a capo in dieci giorni di tutto il materiale registrato: come svuotare il mare con un bicchiere.

Ma poi ci sono pure quelli che dicono che non basta: stabilite pure le regole per l’utilizzo di questo materiale. Ma, una volta stabilite, quando non siano più coperte da segreto consentitene una discovery completa. Perché c’è la rilevanza giudiziaria, ma c’è pure il diritto di cronaca. Non si accorgono, quelli che così dicono, che desiderano un mondo nel quale la diffusione di conversazioni private, carpite grazie alle intercettazioni, invece di essere un male necessario, diventano un bene avidamente desiderato. Che da mezzo interno al processo si riversa al di fuori, per farsi la base del dibattito pubblico, dell’opinione dei benpensanti, e finanche del giudizio delle parti politiche: non vi sono già partiti e movimenti che affiderebbero ai materiali processuali, liberamente circolanti fuori delle aule, la vita o la morte della Repubblica?

Già, ci sono. E ci sono fin troppe cose di cui non ci si accorge, in questa implacabile caccia ai ladri e al malaffare, che va avanti da quasi trent’anni. Senza peraltro darci un Paese più giusto, ma solo la convinzione opposta, che siamo sempre più irrimediabilmente sprofondati nella corruzione. Così un sospetto di principio viene elevato su tutte le espressioni dei pubblici poteri, e gli spazi del confronto pubblico ne vengono progressivamente consumati.
*Per una svista, sul giornale è saltato “di procedura”.

(Il Mattino, 30 dicembre 2017)

L’arrivederci

Lavagna

(Il Mattino pubblica le “pagelle” dei ministri del governo Gentiloni. A me sono toccati il premier e la ministra Fedeli)

Paolo Gentiloni

Non siamo più il fanalino di coda dell’eurozona, la crescita è stata più sostenuta di quanto si prevedesse, si è accorciata la distanza dalla media dei Paesi Ue: nel tracciare il bilancio di fine anno, Gentiloni ha potuto delineare un quadro sostanzialmente positivo, rivendicando la continuità dell’azione di governo nel corso della legislatura. Solo che i dati economici positivi – dalla crescita industriale al recupero di posti di lavoro – si appiccicano su di lui più di quanto riesca al suo predecessore Renzi di farlo. Perché Renzi ha sul groppone la sconfitta al referendum, Gentiloni no. E ha invece, dalla sua, uno stile più misurato, in grado di rassicurare il Paese. Contrapponendosi ai «dilettanti allo sbaraglio» (leggi: i CInquestelle) ha voluto offrire una chiara alternativa in termini di capacità di governo. Politicamente, il suo peso è di molto cresciuto, ed è oggi uno dei nomi sui quali il Pd può puntare, già in campagna elettorale.

Valeria Fedeli

La ministra Fedeli è stata tra le poche novità del governo Gentiloni. Bersagliata dalle critiche (non ha la laurea, ha abbellito il curriculum, ogni tanto sbaglia i verbi), vanta un non piccolo risultato: in legge di stabilità, ha potuto mettere un po’ di risorse in più. Sull’università: dall’immissione di nuovi ricercatori all’incremento dei fondi per il diritto allo studio, sino al superamento del blocco degli scatti stipendiali. Una significativa inversione di tendenza. Ancora inadeguata, ma percepibile. È presto però per dire se sia anche l’inizio di una diversa strategia. Anche sulla scuola la Fedeli ha ottenuto investimenti aggiuntivi, e insistito in particolare sull’alternanza scuola-lavoro, muovendosi dunque nel quadro della riforma varata dal governo Renzi. Anche qui: buona manutenzione più che cambiamento. Difficile dire se sarà sufficiente a mutare il giudizio dell’opinione pubblica sulla “buona scuola”.

(Il Mattino, 29 dicembre 2017)