Archivi del mese: gennaio 2018

Lo spot con Gesù, il rispetto e la libertà

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Come sempre, e come è inevitabile, i titoli riassumono in modo brusco e a volte unilaterale la notizia. La Corte di Strasburgo considera lecito usare le figure di Gesù e Maria in una pubblicità. Presentata così, la sentenza dei giudici dell’alta Corte sembra dire: di quei simboli potete fare quel che volete, o quasi. Nel dispositivo si legge invece che le autorità lituane, comminando una multa all’azienda di abbigliamento che aveva fatto indossare i suoi abiti a un Gesù tatuato, e a una Maria tutta agghindata, perché si facessero reciprocamente i complimenti (Gesù che bel jeans, Maria che bel vestito!), non hanno “raggiunto il giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte, e il diritto alla libertà d’espressione dall’altra”.
Questo chiarisce alcune cose. Anzitutto, che la libertà di espressione riguarda anche la comunicazione pubblicitaria, nonostante i suoi fini commerciali. Pretendere dunque di limitarsi alle sole manifestazioni del pensiero politico, religioso o artistico, per riservare ad altre forme di espressione una sorta di libertà minore, non si può fare. Peraltro, quando Massimo Troisi vestiva i panni di una umanissima Maria, e Lello Arena i panni di un barbuto arcangelo Gabriele che sbattendo i piedi annunciava gridando: “Annunciazione! Annunciazione!” si trattava di arte, non c’è dubbio: arte dello spettacolo e della comicità. Ma lo spettacolo vendeva biglietti e aveva quindi anche una finalità commerciale. Eppure non credo che nessuno oggi multerebbe la “Smorfia” di Troisi Arena e Decaro .
In secondo luogo, e soprattutto, la sentenza non dice affatto che le autorità pubbliche non debbano preoccuparsi del rispetto del sentimento religioso. Riconosce anzi che rientra nei loro compiti la protezione della pubblica morale, e riconosce pure che, nel caso di specie, erano in gioco i diritti delle persone religiose (che hanno dunque specifici diritti proprio in quanto religiose). Solo, osserva che, nella multa inflitta dall’autorità lituana, quei diritti fondamentali non sono bilanciati in maniera adeguata con il diritto altrettanto fondamentale della libertà di espressione. E non lo erano perché la pubblicità non aveva un contenuto offensivo, né incitava all’odio. Certo, se uno sostiene che la commercializzazione delle immagini sacre è di per sé offensiva, allora qualche problema la sentenza lo dà. Ma siccome, senza scomodare Lutero, la commercializzazione è pratica diffusa, che so, nei dintorni di un santuario o all’interno di una basilica, forse non è consigliabile sostenere incondizionatamente il divieto di commercializzazione dei simboli religiosi.
Fin qui ci muoviamo dunque nelle pieghe di una sentenza tutto sommato equilibrata. Che, per come è congegnata, non mi pare strida, per venire a fatti di casa nostra, con le norme del codice penale italiano, le quali prevedono pene pecuniarie per i reati di vilipendio delle religioni. I giudici di Strasburgo non cancellano con un tratto di penna ogni forma di protezione della sensibilità religiosa. Per questo, il giudizio del padre gesuita Francesco Occhetta, di “Civiltà cattolica”, secondo il quale la sentenza umilia il sentimento religioso e tradisce il principio di una autentica laicità, va ben oltre il pronunciamento, e credo anche oltre le intenzioni, della Corte di Strasburgo.
Se però si guarda più complessivamente al modo in cui lo spazio pubblico si fa oggi attento alle ragioni dei credenti, si comprende da dove nasca il grido di allarme di padre Occhetta. Quel che accade ai simboli della fede cristiana, nel nostro Paese, non accade ad altri simboli. Con i quali, mettiamola così, si scherza meno. Se poi si pone mente al fatto che fino a non molti anni fa la religione cattolica era religione di Stato (e le pene per il vilipendio erano non multe ma anni di carcere), si vede bene quale distanza la secolarizzazione dei costumi, della morale, dei comportamenti abbia percorso in poco tempo: siamo passati da una protezione forte e arcigna, addirittura esclusiva, a una protezione assai scarsa, ridotta ormai al minimo indispensabile.
Dobbiamo dolercene? Si vive peggio così? Non mi sentirei di affermarlo, non solo dal punto di vista generale della società, ma anche da quello particolare della fede religiosa. La prima si difende in questo modo dai demoni dell’intolleranza e del fondamentalismo, che sono più pericolosi degli sberleffi; la seconda si può fare più adulta e matura, più libera e meno clericale, anche grazie al pungolo dell’ironia o della irriverenza.
Su una cosa bisogna però dar ragione a quanti guardano sconsolatamente la scristianizzazione del Paese (e, oltre le Alpi, dell’Europa). La laicità ha scavato un fossato fra cultura e religione, per cui oggi si può essere, sentirsi e dichiararsi persone colte pur ignorando tutto o quasi della storia delle religioni. Questo non  è un guadagno: è una perdita. Che certo contribuisce alla superficialità e alla faciloneria con cui si usano certi simboli. Non è un problema,  però, che si curi col diritto penale (a cui troppo spesso chiediamo di supplire a troppe manchevolezze politiche, sociali o morali). Se mai con inviti come quello rivolto in Francia da Macron alle autorità religiose, di contribuire pubblicamente al formarsi di una filosofia comune su materie di primario interesse, fermo restando il rispetto assoluto delle leggi della Repubblica.
Ecco, se avsssimo quel rispetto assoluto e insieme quel contributo, forse non ci spaventeremmo per una pubblicità.
(Il Mattino, 31 gennaio 2018)

La modernità che Napoli non sa trovare

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E se i napoletani si stancassero di Napoli? Forse bestemmio. Il Napoli guida la classifica: non è certo il momento di stancarsi della città e della sua squadra. E poi anche i napoletani che hanno lasciato la città e vivono ormai lontano non smettono di dichiarare il loro amore per Napoli. La loro rabbia, anche, ma questo non vuol dire che non sentono ancora vivo e forte il legame con le loro origini, la loro storia, la loro lingua.

Però è un fatto che, a cominciare dal famoso saggio di Domenico Rea sulle due Napoli, un senso di fastidio, o di sazietà, o forse addirittura di nausea torna continuamente ad affiorare. Nei confronti di Napoli, o della napoletanità? Di quest’ultima, a dirla appunto con Rea. Il quale distingueva gli addolcimenti letterari, certi ritratti compiaciuti della sensualità, della musicalità, della veracità napoletana dagli aspetti più crudi, dolorosi o miserabili della vita quotidiana, quando essa si presenta senza folclore e priva di moine. Aveva ragione su un mucchio di cose, Rea, passando per esempio in rassegna il lirismo pietoso di Di Giacomo o la vena malinconica di Eduardo, e cercando di tracciare una linea diversa, tragicamente plebea, capace di incarnare – come la sua maschera, Pulcinella (non, però, edulcorata o ridotta a macchietta) – il nocciolo aspro e irriducibile della città.

E però anche in questa semplice opposizione si finisce ormai con l’indulgere troppo: in questa nostra parte occidentale del mondo, Napoli sarebbe rimasta l’unico luogo in cui di sotto agli stereotipi popolari e agli archetipi letterari, pulsa ancora la vita vera, la forza vitale «cruda e selvatica», quasi ferina, refrattaria ad ogni superiore educazione, cui perfino Benedetto Croce riservò un posto nella sua filosofia dello spirito.

E se anche questo, a distanza di quasi settant’anni dal saggio di Rea, fosse divenuto un mito letterario? Possibile che non ci siano vie verso la modernità che Napoli possa percorrere, ma che tutte debbano riuscire finte, artificiali, posticce? Possibile che solo a Napoli la vita debba rimanere, per essere vita vera, inselvatichita? Oppure possiamo dirci stanchi anche di questa rappresentazione, pur lasciando a tutti gli scrittori partenopei la giusta esigenza di scavare fin nelle viscere della città?

Riprendendo un giudizio abbastanza sconsolato di Antonio Polito, il procuratore generale Luigi Riello ha detto, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che a Napoli l’egemonia culturale è purtroppo nelle mani dei delinquenti, non dei galantuomini, per quanto questi ultimi siano in maggior numero rispetto ai primi. Ovviamente, né l’uno né l’altro intendevano con ciò mostrare alcuna indulgenza: al contrario. Ma quel discorso ormai insistito sulla Napoli sanguigna, livida ed efferata non trova così anche questa volta, nell’iperbole di quella egemonia, una sua conferma, o almeno un suo riverbero, dal momento che parliamoci chiaro: chi vorrete mai che coltivi con sanguigna passione il senso civico e le strutture istituzionali della legalità?

L’impressione è insomma che siamo ancora allo stesso punto: si capovolge il valore, naturalmente, ma il discorso rimane sempre quello. Un modo di cucire l’identità della città alle caratteristiche della moderna cittadinanza politica e sociale non viene trovato.

Né sarà facile trovarlo, finché gli aspetti materiali e quelli valoriali correranno separati. Questo peraltro è, o dovrebbe essere, il principale insegnamento della modernità: portare in terra, dal cielo delle idee, i cosiddetti valori, intrecciando la produzione economica e la dimensione culturale, il benessere e la ricerca di senso, la felicità e la moralità.

Di questo intreccio c’è poca traccia per le strade e le piazze di Napoli. Né la politica ha saputo perseguirlo, preferendo piuttosto pensare i propri compiti di rappresentanza come puro rispecchiamento dell’esistente: se questi sono i napoletani, questa è Napoli. Con poche eccezioni, è sempre stato questo il patto della classe dirigente con la città. E così ancora oggi il sindaco può coltivare il mito consolatorio dei belli ma poveri, facendosi interprete di tutte le proteste contro la disumana tirannia del capitalismo, mentre da qualche altra parte ad accumulare ricchezze rimangono quasi soltanto i cattivi.

(Il Mattino, 29 gennaio 2018)

Cesaro inadatto Pascale coinvolta. Gli strani giudizi di un’inchiesta

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Il campionario della cattiva politica: l’assenza di programmi, l’impreparazione, i discorsi copiati, il familismo, la promessa del posto di lavoro o della promozione, il controllo del voto con il sistema della doppia preferenza: tutto questo si trova non in un libro di sociologia politica, oppure in un’inchiesta giornalistica a puntate, ma nell’avviso di chiusura delle indagini – condotte dal pm Simone de Roxas e coordinate dal procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco – a carico di Armando Cesaro, candidato alla Regione Campania nel 2015 ed eletto nelle file di Forza Italia, primo nel suo partito, con quasi trentamila preferenze.

Un bottino ragguardevole, raccolto senza nobili appelli ai valori, e senza neppure particolari meriti personali, ma solo perché il giovane candidato aveva alle spalle il padre, Luigi Cesaro, e poteva contare sulla sua estesa rete di influenza. Ma di nuovo: questo può essere legittimamente il giudizio di un avversario politico. E invece lo si legge nelle carte firmate da un magistrato. Che seguendo «lo svolgersi della campagna elettorale di Cesaro Armando» nota «l’assoluta mancanza di un sia pur minimo programma politico sul quale fosse fondata la candidatura», nota «l’assenza di riferimenti «agli obiettivi che Cesaro si proponeva di conseguire nell’esercizio del mandato di consigliere regionale», nota pure come Cesaro non avesse «alcun progetto» e fosse insomma «impreparato al delicato incarico». E a riprova di tutto ciò, allega il contenuto di un’intercettazione – trascelta, a quel che si capisce, in mezzo ad altre di analogo tenore – da cui si apprende che Cesaro andava a un incontro con un comitato di agricoltori senza sapere bene di cosa dovesse parlare. Nientemeno.

Cosa però si possa evincere, anche solo su un piano indiziario, da un simile episodio, cosa ne venga dallo scoprire che Cesaro non studiava i dossier o leggeva discorsi scritti da altri, sotto un qualunque profilo che possa riguardare il procedimento penale in cui è incorso, è francamente incomprensibile.

Mentre si vede bene come possa alimentare la smania mediatica, che porta le inchieste sui giornali con grande evidenza prima che esse abbiano fatto un solo passo per provarsi dinanzi a un giudice. È bene si vede pure quando piomba in redazione la notizia della chiusura delle indagini: con lo start della campagna elettorale.

Ora, si vedrà se Cesaro e gli altri indagati dovranno affrontare il processo e in quella sede difendersi dalle accuse che saranno formulate. C’è un’aria grigia, di contiguità con l’area del crimine, in cui Cesaro secondo gli inquirenti avrebbe raccolto voti, ed in cui pesca in verità una parte non piccola della politica meridionale. Ma l’impressione che si ricava da queste notazioni del pm è che essi ci portano a un passo, solo a un passo da una sorta di controllo giudiziario della pubblica decenza, condotto essenzialmente sulla base di requisiti morali o personali: spetta forse a un Pm, nel corso delle sue indagini, stabilire su cosa debba essere fondata una candidatura al consiglio regionale, o se il candidato sia dotato di adeguati skill professionali?

Si badi: simili interrogativi non solo non riguardano i futuri sviluppi processuali, se ci saranno, ma non assolvono nessuno, né Cesaro né tutte le altre famiglie politiche meridionali, dalle loro responsabilità di ordine politico, dai loro meriti e dalle loro colpe. Provano semplicemente a ripristinare una parvenza di separazione fra l’ambito giudiziario e gli altri ambiti della vita pubblica, sempre di più investiti da un’ansia di moralizzazione, che rischia davvero di travolgere quel poco di liberale che resta tra l’indagine, il processo e la pena. Il cui ordine è ormai stravolto: la pena arriva con l’indagine, e per il processo si vedrà.

A volte succede persino che la pena del clamore mediatico, e il danno politico che ne consegue, viene comminata a qualche personaggio in vista benché si sia certi della completa estraneità ai fatti di cui si parla. C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta. Da nessuna parte si legge in essa che Francesca Pascale, la compagna di Berlusconi, sia chiamata in causa da Cesaro o da altri indagati. Nessuno ne fa il nome, nemmeno de relato. Non ci sono intercettazioni che la riguardano. Ma Cesaro è di Forza Italia, e Cesaro si interessa secondo le indagini dell’assunzione di una giovane laureata in medicina presso il San Raffaele. Ora, si chiedono gli inquirenti, come potrà mai riuscire Cesaro a soddisfare l’aspettativa della giovane? Lui non lo dice, nessuno lo dice, ma ci pensa l’informativa. Il dominus del San Raffaele non era infatti don Verzé? E non sono noti i suoi rapporti con Berlusconi, e le «aderenze» della compagna Pascale nell’ospedale milanese? Questa congettura basta per coinvolgere la Pascale: non certo nel processo, ma che importa? Il nome è nelle carte dell’inchiesta, non ce l’ha messo Cesaro ma direttamente gli inquirenti, e tanto basta perché escano articoli e titoli sui giornali e l’indagine prenda l’agognato clamore mediatico.

Con questo metodo, non solo qualunque cosa può essere accostata a qualunque cosa, ma non occorre nemmeno impegnarsi in faticosi accertamenti. Tutto quello che serve è già stato ottenuto, il nome c’è, il tritacarne può partire.

Quel che però finisce stritolato non è solo un nome, ma quello straccio di civiltà giuridica che ancora ci ostiniamo a difendere.

(Il Mattino, 27 gennaio 2018)

 

Il voto al Sud e il paradosso dei notabili

Dorso

Riflettori puntati: a Pomigliano va Vittorio Sgarbi. Nel collegio che dovrebbe incoronare Luigi Di Maio, nei panni del guastafeste si candida il critico d’arte, ma anche il polemista, l’uomo di spettacolo e il politico: tutti insieme riuniti in una persona sola. Riusciranno a battere Di Maio? Difficile, stando ai sondaggi. Che danno il Movimento Cinque Stelle davanti sia al centrodestra che al centrosinistra (che non ha ancora trovato il profilo ideale da presentare in quello che un tempo era pur sempre un collegio rosso). Ma la logica di questa disfida non sembra essere quella di una contesa all’ultimo voto, con i duellanti che battono il territorio casa per casa, quanto piuttosto quella di uno show, in cui Sgarbi proverà a gualcire gli abiti e il profilo sempre azzimato del vice presidente della Camera dei Deputati. Più che il computo finale, conteranno i riverberi che lo scontro potrà produrre sulla scena politica nazionale. «Un intellettuale, un professore contro uno in cassa integrazione permanente»: Sgarbi ha già cominciato, cercando di trascinare Di Maio sul ring del confronto personale.

È come in quelle partite in cui si chiede all’allenatore di cambiare schema, di tirar fuori qualche jolly, perché altrimenti, se si gioca pulito, si perde: così Berlusconi ha pescato Sgarbi. Ma non è solo a Pomigliano d’Arco: è nel Sud che centrodestra e centrosinistra debbono (o forse avrebbero già dovuto) inventarsi qualcosa, perché è qui che i Cinque Stelle, stando alle ultime rilevazioni, volano abbondantemente sopra il 30%.

In fondo è normale: dove la democrazia è fragile, lì è più forte il rifiuto dei partiti tradizionali, che la democrazia hanno interpretato fino ad ora. Così, se prima di votava centrosinistra per far cadere il governo di centrodestra, e centrodestra per far cadere il centrosinistra, adesso si vota Cinque Stelle per farli cadere tutti e due. Poco importa che lo strumento adoperato non prometta alcun irrobustimento della democrazia, ma se mai ne metta a rischio i suoi istituti: questa è una preoccupazione da docdenti universitari, è tema per un possibile seminario, ma non è il terreno sul quale si decidono gli orientamenti di voto. Così, si può disquisire all’infinito sull’assoluta mancanza di trasparenza della mitica piattaforma Rousseau, sopra la quale si gettano come piccioni attirati da una manciata di semi i futuri parlamentari pentastellati, oppure citare ancora una volta gli slogan antiparlamentari del Movimento, e perfino citare a pappagallo tutti i vaffa pronunciati negli anni da Beppe Grillo (che però se ne va: in un Movimento che vuole compiere il passo decisivo verso l’area di governo, il giullare in vena di follie non ha più motivo di restare): non è così che si fermerà l’onda montante.

E allora come? Con scafatissimi notabili, robusti portatori di voti e cacicchi variamente assortiti. È un paradosso, ma se nelle città del Mezzogiorno il voto premia i Cinque Stelle più largamente che in provincia, significa che il voto d’opinione si è ancor più allontanato dai circuiti politico-istituzionali tradizionali, e quel che dunque i partiti sono in grado di raccogliere è solo il voto clientelare. Diciamo meglio, però: dentro questo voto c’è una vicinanza e una presenza sui territori che certo non ha la limpida forma generale della rappresentanza degli interessi, ormai consumatasi, ma ha almeno un residuo legame con i bisogni delle persone, soprattutto dove la presenza dello Stato è più labile. Sono le reti che si stendono sulle pareti di una collina, perché non franino sulla strada. L’unica maniera di trattenere il definitivo smottamento del terreno.

Sono dilemmi storici, per la società meridionale, che si trascinano da tempo. E che però oggi si presentano in una forma esasperata, cruda. Perché nel frattempo è cresciuto nel Paese un Movimento formato da outsiders dai tratti evidentemente demagogici e illiberali, disponibile a fare il pieno di voti sulla base di umori anti-politici, le cui coordinate su aspetti decisivi della statualità – dalla collocazione europea e internazionale al regime parlamentare – appaiono, ad esser generosi, molto vaghe. E che, però, si propone come la prima forza al Sud, segnalando la distanza profonda di una larga parte del Paese alle partite che l’Italia dice di voler giocare a Bruxelles e nel vasto mondo.

Basta, del resto, guardare ai temi di questa campagna elettorale, tutta domestica, in cui la questione europea non riesce a riorientare le determinazioni di fondo dell’elettorato. Per cui, a parte il pirotecnico Sgarbi, finisce che ci si affidi all’usato sicuro di politici sperimentati, che almeno stringono mani e battono il territorio palmo a palmo. E chissà che non si debba a loro se alla fine non se ne verrà giù tutto.

(Il Mattino, 24 gennaio 2018)

 

Se l’ingovernabilità è il male minore

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(non sono sicuro che il titolo sia indovinato)

Dopo il voto, un governo del Presidente: e se D’Alema, almeno su questo punto, avesse ragione? A giudicare dalle reazioni venute dalle file di Liberi e Uguali, è una ragione che da quelle parti non può essere messa nero su bianco. Per Pietro Grasso, insieme con le altre forze politiche non si può fare un governo, ma solo una nuova legge elettorale. Per Laura Boldrini, in questo modo le persone si demotivano e non vanno a votare.

Si capisce: usciti ieri da un partito che accusano di aver troppo virato verso il centrodestra, non possono proporsi oggi di fare un governo insieme con Berlusconi. D’altra parte, però, un governo come lo si fa? Un sistema politico tri- o quadripolare non produce una maggioranza se non grazie a un sistema elettorale a doppio turno: come è avvenuto in Francia. Questa legge è invece congegnata perché nessuno abbia la maggioranza, ha detto D’Alema, ed è difficile dargli torto. Senza una maggioranza parlamentare, solo l’iniziativa del Presidente della Repubblica può sostenere l’esercizio di responsabilità delle forze politiche e portare ad un governo di «salvezza nazionale» che guidi una fase necessariamente di transizione.

Che altro, sennò? Il quadro che si viene componendo in questi giorni, che precedono la presentazione delle liste, non è certo dei più rosei. Esso è anzi complicato da una legge elettorale che accentua gli elementi di squilibrio del sistema politico. Una legge per due terzi proporzionale, senza che nel Paese abbia ripreso piede la cultura del proporzionale, e per un terzo un maggioritario, senza che ne vengano vincoli per le coalizioni ed effetti determinanti sulla formazione delle maggioranze.

Prendete allora il centrodestra: nei sondaggi, è dato avanti al Nord, dove può contare sulla forza della Lega. Lì i collegi uninominali possono in molti casi essere considerati sicuri, per i candidati che la coalizione sceglierà. Nel Mezzogiorno, invece, il numero di collegi sicuri è di gran lunga inferiore. Questo significa due cose. La prima: al Sud c’è meno possibilità di scelta, e il ceto politico è così costretto a difendere essenzialmente le proprie posizioni, garantendo anzitutto i seggi degli uscenti nel listino proporzionale. La seconda: il peso della Lega nel futuro Parlamento e nella coalizione di centrodestra ne risulterà accresciuto. La partita interna alla coalizione sarà peraltro decisiva, perché dalla distanza fra i due principali partiti, FI e Lega, dipende anche la maggiore o minore facilità, per Berlusconi, di sganciarsi dalla Lega e rendersi disponibile per il governo del Presidente di cui parla D’Alema.

Anche per il partito democratico questa legge, che pure porta la firma del suo capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, non è certo un toccasana. Diminuita la capacità coalizionale, il Pd deve considerare insicuri quasi tutti i collegi uninominali: agli uscenti, che subiranno una robusta sforbiciatura, non resta che andare nel listino proporzionale. In questo modo, però, il Pd produce, ancor più del centrodestra, un’impressione di arroccamento. Né c’è modo di far valere, agli occhi dell’opinione pubblica, l’argomento che anche la politica, come tutte le professioni, ha bisogno di continuità di esperienza e di competenza. Siamo pur sempre il Paese che negli ultimi anni ha tagliato il finanziamento alla politica, in cui i partiti si dettano regole di limitazione del numero dei mandati, e in cui permane l’idea che la mitica società civile è sempre meglio della società politica. Se a ciò si aggiunge che, soprattutto al Sud, è in genere pronto a sostenere la sfida dei collegi solo il micronotabilato locale, si vede subito in quale inghippo i democratici si siano cacciati con le loro stesse mani.

Per i Cinque Stelle è molto diverso. In termini di candidature, hanno molto più da offrire, e molto meno da dover garantire. Possono infatti presentarsi anche nella composizione delle liste come la forza che pesca fuori dal Palazzo, e porta in Parlamento energie nuove e fresche. Vedremo domenica, con l’annuncio dei risultati delle parlamentarie, quanta parte dei deputati e senatori uscenti sarà ricandidata, e come verrà affrontato il nodo collegio/listino. Ma non c’è dubbio che i grillini abbiano affrontato questa fase con più slancio: gli altri partiti contano i passi indietro di quanti non vogliono arrischiarsi nei collegi, i Cinque Stelle quelli in avanti dei molti che vogliono buttarsi.

Dove con ciò si vada a finire è tutt’altro discorso. D’Alema ha detto: da nessuna parte. Perciò ci vorrà un governo che metta insieme quel che si sarà salvato da un capo all’altro del Parlamento dalla rivoluzione dei parvenu. È un ragionamento certamente interessato: è il modo in cui far pesare i propri voti anche se Liberi e Uguali dovesse andare incontro a un cattivo risultato. Per questo l’obiezione che gli viene da sinistra, che in questo modo gli elettori si allontanano, gli importa poco: la sconfitta è già messa nel conto. Ma è un ragionamento tutto politicistico; perciò, visti i tempi, può apparire solo come l’araba fenice della prossima legislatura: che si faccia nessun lo dice, come si faccia ciascun lo sa.

(Il Mattino, 21 gennaio 2018)

La politica usi il linguaggio delle vittime

Gemito

In ogni profilo pubblico vi sono tre dimensioni che si intrecciano: quella personale, quella politica, quella istituzionale. Non sempre vivono in equilibrio. A volte una forte personalità prevale sul profilo politico e istituzionale; altre volte è la polemica politica a prendere il sopravvento; altre volte ancora i costumi istituzionali riescono a moderare le passioni politiche e personali. Difficilmente quest’ultimo caso si dà, purtroppo, quando il primo cittadino di Napoli prende la parola. Così anche i gravi episodi di delinquenza minorile di questi giorni diventano occasione per una serie di distinguo di cui non si avverte il bisogno, quando la cittadinanza si aspetta dai suoi rappresentanti nelle istituzioni che trovino piuttosto un linguaggio comune, e dimostrino di sentire i medesimi motivi di preoccupazione che i napoletani vivono quotidianamente sulla loro pelle.

Del resto, basta dare una scorsa alle pagine del giornale di oggi. Basta leggere la petizione di una giornalista, Paola De Simone, terrorizzata in metropolitana da una banda di minorenni, che raccoglie in poche ore diecimila firme, per avere il senso dell’emergenza che De Magistris invece nega. Oppure basta, per convincersene, apprendere dalla cronaca che ci sono scuole – come il liceo scientifico Caccioppoli –, più volte devastate da atti di vandalismo, fatte oggetto ripetutamente di raid, che hanno subito in poco tempo sei incursioni notturne e dove si rubano perfino i cavi elettrici. Ma per il sindaco di Napoli le statistiche dimostrano invece che il fenomeno è amplificato dai media, strumentalizzato per ragioni elettorali.

Tutte le opinioni sono legittime naturalmente. Il fatto è che però nelle parole di De Magistris viene ancora una volta evocata quella sindrome da accerchiamento che serve al sindaco per fornire una lettura politicamente orientata delle vicende di questi giorni, di modo che i fatti passano in secondo piano, e in primo piano viene la polemica politica, la sinistra e la destra, i buoni e i cattivi. Così Il problema non è più rappresentato dall’illegalità diffusa e dagli episodi di violenza, ma da chi li manovra per danneggiare l’Amministrazione e il Sindaco. Anche il tema della criminalità diffusa diviene occasione per polarizzare il campo fra amici e nemici, fra quelli che stanno con la città e quelli che vogliono male alla città – che però non sono più le baby gang, bensì piuttosto chi ne parla.

De Magistris ha ragione solo su un punto, che la questione della sicurezza e della legalità non è affatto priva, in generale, di significato politico. Intere carriere vi sono state costruite su. Ma questo non vuol dire che non esista una dimensione istituzionale del discorso pubblico, che è suo compito far avvertire alla città, mettere innanzi alle proprie esigenze di affermazione politica e personale, particolarmente quando sono toccati valori fondamentali della convivenza civile. Ed è questo che si vuol sentire oggi dal primo cittadino: che parli a nome di tutta la collettività, anche ed anzi soprattutto a nome delle vittime delle violenze, lasciando per una volta che a polemizzare, se proprio devono, siano altri.

(Il Mattino, 20 gennaio 2018)

Se il Pd si smarca e punta sull’Europa alla Macron

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«Cari amici, non ci sono amici»: Renzi avrebbe potuto citare Aristotele, ieri in Direzione, per fotografare il momento che il Pd attraversa. Si decidono alleanze, candidature, collegi, ma c’è poco di amichevole nelle decisioni che Matteo Renzi è chiamato a prendere. Anche perché il cuore della sfida è altrove. E non ci sono amici, che si siano legati indissolubilmente al segretario: le minoranze interne di Orlando e Emiliano avranno le loro quote di candidati, sulla base dei risultati delle scorse primarie, e sulla base dei sondaggi accreditati in queste ore si chiuderà l’accordo con le liste minori: +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, Insieme con socialisti verdi e prodiani, Civica popolare dei moderati guidati da Beatrice Lorenzin. Ma ben poco di queste diverse forze, personalità e formazioni rimarrà vicino a Renzi, se le cose non dovessero andare per il verso giusto. Renzi questa battaglia deve vincerla altrove. Contano dunque i nomi, contano le liste, ma conta di più, per il partito democratico, riuscire a imporre all’attenzione del Paese il senso della partita che ha annunciato in Direzione: «insistere sull’Europa come punto di riferimento, senza le fughe dei ‘boh euro’ o ‘no euro’ che mettano in discussione l’appartenenza a questa grande storia».

È qualcosa di diverso da una rivendicazione dei risultati dell’azione di governo. Che d’altra parte non è mai stata premiata lungo tutto il corso di questi anni: non c’è stato un governo o una coalizione che sia riuscita a bissare il successo di un’elezione, confermandosi al governo dopo il voto. Non è mai riuscito né al centrodestra né al centrosinistra. Ci vuole dunque dell’altro. E il terreno scelto da Renzi è effettivamente quello che meglio traccia una linea di demarcazione fra il partito democratico e le altre coalizioni. Perché la Lega nutre una chiara ostilità nei confronti dell’ideologia europeista, non solo delle politiche, e anche i Cinque Stelle nutrono diffidenza (ricambiata) nei confronti di Bruxelles. C’è poi il precedente di Macron, che è riuscito a conquistare l’Eliseo su posizioni profondamente europeiste, contro l’euroscetticismo di Marine Le Pen. Replicare quello schema è dunque l’ambizione di Renzi.

Per riuscirci, occorre però una mobilitazione politico-simbolica di cui finora il discorso sull’Europa è stato privo. Renzi ne è consapevole, ed è per questo che ha insistito sull’elezione diretta del presidente
della Commissione, con «l’accorpamento in una stessa figura del ruolo del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio». Ma che una simile proposta di riforma delle istituzioni europee riesca ad infondere quell’«elemento emozionale» che ci vuole per vincere le elezioni è abbastanza improbabile.

Che cosa significa Europa? Regole sulle banche, moneta unica, vincoli di bilancio? Agli occhi di una larga parte del Paese, l’Europa ha questo volto. Mettergli a fianco un’idea di libertà, una speranza di progresso, una condizione di prosperità si è fatto sempre più complicato. È difficile immaginare un altro terreno sul quale i democratici possano far valere il loro profilo politico-programmatico, ma è altrettanto difficile immaginare che questo terreno sia largo a sufficienza.

Eppure è chiaro che il nodo della collocazione dell’Italia nell’Unione europea è essenziale per l’implementazione di qualunque, seria politica economica. Immaginare che, nell’attuale reticolo di norme, interessi e rapporti che ci legano al continente, si possa vivere in una specie di sogno autarchico è del tutto vano. Oppure serve soltanto a alimentare un concetto distorto e anzi finto della sovranità nazionale, come fanno i cosiddetti sovranisti.

Dopodiché però siamo alle solite: può riuscire il partito democratico di Renzi a portare su posizioni di europeismo spinto la maggioranza del Paese, attaccando l’inaffidabilità dei Cinque Stelle da una parte, l’implausibilità della coalizione di centrodestra dall’altra? Porre questa domanda oggi, dopo una Direzione dedicata alle più prosaiche vicende delle deroghe per i ministri o alla mappa dei collegi sicuri, quasi sicuri o meno sicuri è forse incongruo. Ma non sempre la soluzione dei problemi politici si trova nella feconda bassura dell’esperienza, tra grassi portatori di voti e timorosi deputati uscenti; qualche volta bisogna pur provare ad appenderla al cielo di un’idea.

(Il Mattino, 18 gennaio 2018)

Oltre il teorema resta la gogna

A giudicare dalle prime battute, la giustizia non rientra tra i temi del confronto politico-elettorale. I partiti parlano di tasse, di lavoro, di migranti, di vaccini e perfino di razze, ma non di giustizia. Come se i nodi del rapporto fra politica e giustizia fossero stati sciolti, o come se non avessero più alcuna centralità nella vicenda pubblica del Paese. Poi arriva la sentenza del Tribunale di Napoli sul caso Cpl-Concordia e il sindaco dem di Ischia, Giosi Ferrandino, assolto perché il fatto non sussiste, e uno si domanda se davvero si possa continuare così, come se nulla fosse, come se ancora una volta bastasse appellarsi alla normale dialettica processuale, per cui a volte fioccano le condanne, altre volte arrivano le assoluzioni, e insomma il processo c’è apposta per quello, e tante felicitazioni a Ferrandino ma aspettiamo di leggere le motivazioni, e poi è sempre possibile che la Procura ricorra in appello, e dunque non affrettiamoci a dare giudizi all’inchiesta della procura di Napoli coordinata dal pm John Woodcock, al suo ennesimo insuccesso.

Eh no, la storia degli appalti alla Cpl-Concordia, risolta in nulla, ha tenuto banco per settimane e mesi; ha scatenato un putiferio nel mondo politico e sulla stampa; ha alimentato con il gran fiume delle intercettazioni pagine e pagine di giornali, e, certo, non ha giovato alla carriera politica del sindaco d’Ischia, finito in carcere tre anni fa nell’ambito dell’inchiesta per la metanizzazione dell’isola e oggi completamente scagionato.

A non dire del coinvolgimento degli esponenti politici nazionali: Ferrandino che è vicino a Guerini, Ferrandino che parla di Lotti, Renzi che parla con il generale delle fiamme gialle Michele Adinolfi, e pure i vini e i libri di D’Alema che la coop rossa acquista e regala. Ce n’è stato abbastanza per favoleggiare dei soldi di Cpl-Concordia finiti a Renzi e al Pd, per ironizzare sulla rottamazione che si fermava a Ischia, per descrivere un partito scosso dagli scandali e un leader succube dei vecchi apparati. E per utilizzare le telefonate intercettate nell’ambito dell’inchiesta, prive di qualunque rilevanza penale, al fine di ricostruire la storia politica del Paese, naturalmente a disdoro dei suoi protagonisti. Il buco della serratura come lente di ingrandimento della politica, grazie all’occhio (o all’orecchio) dei pm.

A fronte di tutto questo, non è indispensabile riproporre con forza il tema delle profonde distorsioni che certe indagini della magistratura – sempre solo le ipotesi accusatoria, non le (tardive) sentenze – hanno provocato nell’opinione pubblica, contribuendo per anni a costruire quel genere di narrazione giustizialista per cui la notizia dell’assoluzione di Ferrandino viene oggi data da certi quotidiani sotto l’occhiello “Giustizia e impunità”, come se essere assolti volesse dire averla fatta franca, e solo l’essere condannati significasse che giustizia è stata fatta?

Fare macchina indietro non è possibile, ovviamente. Chi finisce sui giornali non si vede certo restituito tutto quello che il furore giustizialista gli toglie prima di qualunque verdetto di tribunale. Proprio per questo, però, non è indispensabile accendere i riflettori sull’uso delle intercettazioni a strascico, su metodi che appaiono orientati molto meno sull’esito processuale, e molto di più sull’eco mediatica che è possibile suscitare? Aggiornando la vecchia frase di Voltaire, si potrebbe dire che queste indagini, che crollano come castelli di carta, sembrano reggersi esclusivamente sul principio: “Intercettate; intercettate: qualcosa resterà”. In realtà, non resta nulla dinanzi al giudice, che manda assolti gli imputati per la totale assenza di riscontri oggettivi. Ma qualcosa resta sulla stampa, che manovra le parole intercettate per costruire il proprio, interessato racconto delle malefatte della politica. Pensate anche solo a cosa ha significato la telefonata Adinolfi-Renzi, che con l’inchiesta non c’entrava nulla, che non c’era motivo di registrare né di divulgare, e che però ha messo a rischio persino la stabilità del governo. Ora che tutto l’impianto della Procura è stato smantellato, dell’indagine di Woodcock non rimane nulla, ma la telefonata resta. Nessun risultato giudiziario, ma un sicuro risultato politico.

Perciò torno all’inizio. Questa campagna elettorale non mette tra le sue priorità la questione del riequilibrio dei poteri fra politica e giustizia, non discute di separazione delle carriere o di obbligatorietà dell’azione penale, non si occupa dei poteri dei pm e delle garanzie dei cittadini, non accenna a riforme nel campo dell’organizzazione giudiziaria (a cominciare dal Csm), e in generale evita di porsi la domanda se il discorso pubblico possa ancora essere condotto sulla falsariga delle ordinanze di custodia cautelare. Non sarà un’altra, la millesima, occasione perduta?

(Il Mattino, 17 gennaio 2018)

Il mito degli outsider

Meno di due mesi al voto e già un vincitore annunciato: il Movimento Cinque Stelle. Almeno al Sud. I sondaggi che i partiti hanno tra le mani sono infatti unanimi nel diagnosticare il successo dei grillini. Possono differenziarsi nel misurarne l’entità, ma sono concordi nel ritenere che, allo stato, il M5S è davanti a tutti gli altri partiti, con percentuali che superano il 30% e che in Campania arrivano addirittura a lambire il 35%. Se questi numeri fossero confermati nelle urne, si produrrebbe un terremoto politico persino superiore a quello che nel ’94 segnò la fine della prima Repubblica e l’avvento di Silvio Berlusconi. Il tema del governo possibile del Paese dominerà le settimane successive al voto ma, riescano o meno i pentastellati a costruire una maggioranza parlamentare, rimarrà comunque il dato di un partito che alla sua seconda legislatura avrà toccato cifre da grande partito di massa.

Se raggiungeranno effettivamente queste dimensioni, vorrà dire che i Cinque Stelle non avranno raccolto solo un generico voto qualunquista e protestatario. Bisognerà invece che ampi strati sociali si saranno riconosciuti in una proposta politica e in un leader, Luigi Di Maio, la cui immagine non appare affatto scalfita dalle critiche di inesperienza o impreparazione, oppure da beffardi commenti sul suo scarno curriculum. C’è un’Italia che vota Cinque Stelle: perché?

La risposta più ovvia viene proprio dalla composizione del ceto politico pentastellato. Che si presenta quasi completamente privo di esperienza politica o sindacale. Tra le prime regole dettate da Grillo nella selezione dei “portavoce” stava infatti il prerequisito essenziale dell’assenza di esperienze di militanza in altri partiti. Tutta la polemica nei confronti dell’incompetenza dei grillini dipende non dalla mancanza di adeguati titoli di studio, o dall’assenza di esponenti delle libere professioni, ma dal rifiuto della professionalizzazione politica. Questo tratto è stato funzionale alla rappresentazione di una totale alterità rispetto alle liturgie della politica, ma è oggi anche motivo di attrazione per quanti aspirano a soppiantare la “casta” formata dal vecchio ceto politico. Che tanto vecchio non è, se si guarda al dato anagrafico (il Parlamento che chiude oggi i battenti è molto più giovane di quelli delle passate legislature), ma lo è molto di più, se si guarda invece alla composizione sociale. Tra le file dei grillini, sono infatti molto più rappresentati figure del lavoro precarie, nuove professioni, e anche un ceto impiegatizio legato a nuove mansioni. Il candidato premier Luigi Di Maio, che ha lavorato come steward allo stadio San Paolo, poi come webmaster, non è affatto il fallito di cui parla Berlusconi: è invece il punto di emergenza di nuovi mondi e di nuove istanze che non scorrono più dentro i canali tradizionali, e che dunque si riversano altrove. Da questo punto di vista, il grillismo può persino essere considerato come la naturale prosecuzione (di un lato) del berlusconismo con altri, più poveri mezzi. O forse la sua radicalizzazione: non era forse Berlusconi quello che si compiaceva di apparire come un’altra cosa rispetto alla politica, come uno che ce l’ha fatta da solo, uno che mitizzava i suoi inizi come cantante sulle navi da crociera? Al fondo, non vi era forse già con il Cavaliere l’idea per cui rappresentare vuol dire non essere diversi o migliori, ma proprio uguali, l’idea insomma – esiziale per il principio stesso della democrazia indiretta, parlamentare – per cui la politica non può essere più una cosa separata, ma deve somigliare in tutto e per tutto al cittadino elettore?

Quello che oggi accade è che per questa via si è ormai messo un pezzo di mondo che sente più forte l’esigenza di scrollarsi di dosso la politica e di sostituirsi ad essa, che non quella di affidarle una delega in bianco. E ciò è tanto più vero al Sud, dove non funziona più, o funziona sempre meno, il tradizionale riflesso filo-governativo di cercare nello Stato una forma di protezione perché in questi anni, complice la crisi, essa è venuta drammaticamente riducendosi.

Se questo è il clima, quanta difficoltà in più incontrano i partiti nella selezione del personale politico-parlamentare! Sono ancora costretti dentro la logica della politica come professione, e hanno un problema di ricandidature che ne ingolfa le liste, essendo ridotti gli spazi (e i seggi) a disposizione, ma d’altra parte sentono salire la richiesta di aprire alla società civile, che per la classe politica è un’ammissione quasi suicidaria.

Rimane allora da percorrere un sottilissimo crinale, fra l’abdicazione definitiva ai propri compiti e la più tetragona chiusura: due modi di accelerare la sconfitta, e di favorire un passaggio non privo di pesanti incognite. Lungo quel crinale ci si potrà forse muovere, senza precipitare da un lato o dall’altro, solo riuscendo ad individuare nuove sfide politiche, ideali e valoriali in base alle quali chiamare gli italiani a compiere le loro scelte. Altrimenti, non riuscendo a cambiare il gioco, l’unica scelta veramente dirimente apparirà quella di cambiare i giocatori. E in questo tutti i sondaggi confermano che il primato spetta ai Cinque Stelle.

(Il Mattino, 16 gennaio 2018)

Partiti al voto, ecco i programmi

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(Il 4 marzo si andrà alle urne per il rinnovo del Parlamento. Ma per quale politica voteremo? Il Mattino ha spulciato tra i programmi, ancora in bozze e in via di definizione, dei tre sfidanti diretti: dal lavoro al fisco, dalla giustizia ai migranti ecco le differenze fra M5S, Pd e Centrodestra. Mentre i Cinquestelle sfidano la casta e puntano allo sforamento del deficit, per i dem la campagna elettorale va centrata su occupazione e welfare. Collaudato lo schema di FI e Lega che fanno di fisco, giustizia e migranti i loro cavalli di battaglia. Intanto, si complica la corsa alla presidenza della Regione Lombardia dove Liberi e Uguali dice no al candidato del Pd Gori e acclama Rosati)

I programmi non sono il miglior viatico per le campagne elettorali, e nemmeno il modo migliore per riempire le urne, però qualche indicazione di fondo sull’impianto politico e culturale di una forza o di una coalizione politica possono darla.

Se quegli impianti esistono. Nel caso dell’attuale centrodestra, che pure sembra godere dei favori del pronostico, è piuttosto difficile dire dove abbia la sua impronta fondamentale. Non mancano certo alcune idee portanti, che sembrano tutte provenire dalle precedenti esperienze di governo (salvo essere mancate sul fronte dei risultati effettivi di governo), ma è ben poco chiaro quanto siano condivise dai due partiti principali, Forza Italia e Lega. A sentire Salvini, bisogna togliere di mezzo la legge Fornero. A sentire Berlusconi no. A sentire Salvini, bisogna uscire dall’euro. A sentire Berlusconi no. Più che un vero denominatore comune, il centrodestra sembra cercare la residua area di intersezione fra due insiemi di idee che si sono separati dopo la crisi del 2011 e la fine dell’ultimo governo Berlusconi. La Forza Italia ha una matrice liberale moderata; la Lega di Salvini una caratterizzazione populista e sovranista: mettere insieme questi diversi universi ideologici non è semplice. Al Cavaliere riuscì di farlo nel ’94, quando le distanze fra i partner erano ancora maggiori, in nome di un cambiamento radicale di scena politica e di una profonda rivoluzione fiscale. La prima fiche non può essere puntata un’altra volta, dopo quasi un quarto di secolo; la seconda invece sì, e Berlusconi sta infatti lanciando con forza l’idea, davvero dirompente, di una flat tax (al 15, al 20 o al 23%: ancora non si sa). Che sia una strada veramente praticabile, non una trovata estemporanea ma il perno di una ridefinizione del rapporto fra Stato e cittadini, beh: questa è tutt’altra faccenda.

I Cinque Stelle hanno due direttrici di fondo, lungo le quali viene formandosi la loro identità nero-verde: da un lato, il tema ambientale; dall’altro, la lotta alla speculazione finanziaria. Gli ambiti in cui infatti provano a costruire proposte di intervento incisivi sono questi due: la conversione ecologica dell’economia; la riforma in senso ‘nazionale’ del sistema bancario. Certo, la campagna elettorale Di Maio e i grillini la giocano su altre proposte: il reddito di cittadinanza (che costa un pacco di miliardi), l’abolizione della legge Fornero, la guerra senza quartiere alla casta della politica. Ma se si cerca qualche tratto ideologico più marcato, nei giri di frase dei Cinque Stelle, si trova questo: la finanza è cattiva, l’euro – così com’è – è cattivo, petrolio e carbone sono cattivi. Cattivi sono poi, oltre ai politici, anche i giornalisti (niente più finanziamento pubblico all’editoria), e cattivi infine gli sbarchi illegali di immigrati sulle nostre coste. In una mescolanza con cui si prova a rappresentare i diffusi umori antipolitici ma anche a intercettare quel che c’è di nuovo nel modo di organizzarsi dell’economia e della società (vedi l’attenzione al web, oltre all’ecologismo spinto), il Movimento Cinque Stelle non è più un’incognita completamente indeterminata. Ha anzi una base sociale sempre più riconoscibile nei giovani e nel ceto piccolo e medio, che Luigi Di Maio incarna perfettamente.

Quanto al partito democratico, ha un problema tutto diverso. Perché per un verso si sforza di dimostrare che merita il voto della sinistra – nonostante la spina nel fianco di Liberi e Uguali sia lì all’unico scopo di contestargliene il diritto – per altro verso però non può certo farlo rinnegando il lavoro svolto in questa legislatura. Che indubbiamente ha ricevuto il suo timbro dal governo Renzi. Ora: in nome di cosa Renzi ha governato? Della rottamazione della vecchia politica, delle riforme costituzionali, di una definitiva acquisizione di un solido impianto riformista. Paradossalmente, è però la parte più “politica” di questa eredità che il Pd non è in grado di rivendicare. È il suo significato politico-culturale che sembra essere andato perduto. Perché il Pd ha i suoi punti programmatici da segnare: sul fronte dell’economia, sul versante dei diritti civili. Manca però il collante ideologico. C’è la difesa del jobs act, c’è l’ancoraggio europeo, c’è lo ius soli nel programma: ma non c’è ancora la forza di convincere l’elettorato di centrosinistra che è quella la linea lungo la quale proseguire, se non vuole tornare indietro. E questa, alle soglie di un voto, non è certo la situazione più comoda.

(Il Mattino, 13 gennaio 2018)

Una sanzione non fa primavera

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La destituzione del consigliere di Stato Francesco Bellomo non è ancora operativa. Dopo l’assemblea plenaria di ieri, dovrà essere il consiglio di presidenza della giustizia amministrativa a dar seguito al parere espresso dall’adunanza generale. Ma ormai il percorso è tracciato ed è assai improbabile che un pronunciamento quasi unanime venga disatteso. D’altra parte, a prescindere da futuri risvolti giudiziari, il caso di un alto magistrato che si occupava della lunghezza delle minigonne delle borsiste della propria scuola, o del quoziente di intelligenza dei di loro fidanzati, era così abnorme, e così poco consono alla funzione magistratuale, che subito era parsa inevitabile la massima sanzione disciplinare.

Ma per un organo di autogoverno che fa pulizia al proprio interno ce n’è un altro che invece fa finta di nulla. E intanto incassa. È accaduto infatti, lo ha raccontato “Il dubbio” la scorsa settimana, che nell’ultima legge di stabilità, fra un comma e l’altro della legge, venisse infilata una norma piccola piccola, che coi conti dello Stato non c’entra assolutamente nulla, ma che al Consiglio Superiore della Magistratura non sarà affatto dispiaciuta. La norma dice che il membro togato che termina il suo servizio a Palazzo dei Marescialli può finire immediatamente a capo di qualche Procura (o assumere qualche prestigioso incarico extra-giurisdizionale). Prima era previsto un intervallo di due anni, poi di uno soltanto, adesso nessuno. Così il do ut des è più rapido ed efficace: io aiuto te a entrare al Csm; tu ti mostri subito riconoscente con me, nominandomi alla guida di un ufficio. Se c’è un modo per rafforzare il controllo sulle funzioni apicali, e di riservarli a una cerchia ristretta in grado di assicurare una gestione corporativa  del potere in seno alla magistratura, beh: la norma approvata è precisamente quel modo. Ne rappresenta anzi lo stadio supremo.

Permettetemi di dire: capisco lo scandalo, ma delle due notizie la seconda avrebbe meritato molta più attenzione della prima. Ed è molto più grave. Perché il caso Bellomo è il caso di un uomo che aveva evidentemente perso qualunque senso del proprio ruolo. Fa scalpore, produce articoli e commenti, ma rimane una vicenda individuale, circoscritta al ridicolo superomismo del personaggio, che inevitabilmente si conclude con il suo allontanamento dai ranghi della Magistratura. Nel caso invece della norma piccola piccola che il Parlamento ha votato, non si sa se in piena consapevolezza o in modo colpevolmente distratto, siamo dinanzi all’ultima pennellata su un quadro istituzionale sempre più sbilanciato a favore di un soggetto, la magistratura, sempre meno contenuta nel suo ordine. La magistratura, ma certo è più corretto dire, in particolare, certe sue espressioni organizzate. Sta di fatto che, ora, può accadere che un membro del Csm si chiuda dietro di sé la porta di Palazzo dei Marescialli per vedersi aperta immediatamente la porta di qualche ministero, o vedersi affidata la direzione di qualche importante ufficio. Come se non accadesse già dell’altro: magistrati che si mettono a fare politica negli stessi territori dove hanno esercitato le loro funzioni, o che non disdegnano di assumere addirittura la guida di un partito (che qualche volta fondano a proprio uso personale). Ora è la volta di Pietro Grasso, ma arriva buon ultimo dopo i vari Di Pietro, Ingroia, De Magistris.

E come non chiedersi quanto opportuno sia che dal vertice dell’Autorità Nazionale Antimafia si arrivi rapidamente in Parlamento? Non c’è forse il rischio che l’istituzione né venga svilita, risolvendosi (al di là delle intenzioni soggettive, sicuramente nobilissime) in una sorta di passerella per il successivo ingresso in politica? Eppure, stando alle voci raccolte dai giornali, per Franco Roberti si starebbe profilando in queste ore una candidatura al Senato. Come se trascorrere nel giro di poche settimane dai vertici dell’Antimafia ai palcoscenici della politica nazionale fosse il più logico degli approdi possibili.

Le cause generali di questo stato di cose sono state raccontate fino alla nausea, e assommano tutte alla debolezza di una politica in prolungato deficit di autorevolezza. Così va avanti da anni. E ora che l’antipolitica non disdegna di scegliere fra i magistrati i suoi eroi, figurandoseli al governo del Paese, va anche peggio. Ma non è una buona ragione per rassegnarsi, o per soprassedere. Anzi, forse è un motivo in più per chiedersi e chiedere dove, come e quando si troveranno le forze per ripensare daccapo i rapporti fra politica e magistratura, per riformare il Csm, e magari per mettere mano a quella separazione delle carriere. Che per ora è solo una battaglia simbolica dell’avvocatura, ma che un Paese che volesse davvero cambiare dovrebbe avere il coraggio di cominciare almeno a discutere.

(Il Mattino, 11 gennaio 2018)

L’Europa à la carte dei 5 Stelle

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Ora Luigi Di Maio pensa che non sia più il momento di uscire dall’euro. Non è ultimo dei repentini mutamenti di rotta del Movimento Cinque Stelle, e non sarà certo l’ultimo. Semplicemente, sta accadendo che per il Movimento la possibilità di andare al governo del Paese si avvicina, e le posizioni più dirompenti si mutano in più realistiche valutazioni di opportunità. Ieri bisognava lasciare l’euro, oggi non più. Ieri bisognava indire un referendum per far decidere gli italiani, oggi il referendum viene derubricato a “extrema ratio”: non una cosa che bisogna fare per rispettare religiosamente la sovranità del popolo – anzi: l’espressione diretta della sua volontà –, ma l’ultima delle strade che a malincuore un governo pentastellato percorrerebbe, se proprio nulla in Europa dovesse cambiare.

Si può leggere questo evidente cambiamento di linea politica in due modi: come una prova della definitiva maturazione del Movimento, della progressiva marcia di avvicinamento alle istituzioni e dello stemperarsi dei più accesi ardori populisti e antisistema, oppure come ennesima dimostrazione dell’inaffidabilità di una formazione politica, che riesce a dire tutto e il contrario di tutto, a giocare più di una parte in commedia, a mutare il proprio profilo a seconda delle circostanze, delle conveniente, dei sondaggi.

Di Maio giustifica questa svolta così: l’Europa del 2013 non è l’Europa del 2018. Il che è vero, naturalmente. Si può però ipotizzare che anche l’Europa del 2023 sarà diversa da quella di oggi. Oppure, senza aspettare tanto, che l’Europa del 2021, quella che dovrà dotarsi di un nuovo bilancio, sia ancora ben lungi dall’avere un profilo, e non è detto affatto che, quando l’avrà, somiglierà all’Europa che oggi Di Maio vede cambiata. Oppure ancora che l’Europa delle prossime elezioni europee, quelle del 2019, sarà diversa sia da quella delle precedenti elezioni del 2014, che, di nuovo, dall’Europa odierna. Cosa dobbiamo attenderci allora, dai Cinque Stelle, dinanzi a tutte queste scadenze? Quante svolte ci saranno ancora?

Il fatto è che l’ancoraggio europeo non può non costituire una scelta strategica fondamentale, durevole e di lungo periodo. In grado di reggere dinanzi ai cambiamenti di ciclo politico. Oggi Di Maio scopre una Germania più debole, per via delle difficoltà della Merkel nel formare un governo. Ma se, dopo il congresso dei socialdemocratici, le trattative in corso sfoceranno nella riedizione della Grosse Koalition fra Cdu e Spd, Di Maio cosa farebbe: tornerebbe a ventilare la possibilità di un’uscita dalla moneta unica? Mentre nota l’impasse politico in Germania, Di Maio, peraltro, non mostra affatto di accorgersi che in Francia è stato eletto Macron, sulla base di una forte vocazione europeista, rilanciata con accenti ispirati nello scorso settembre, con l’ormai celebre discorso alla Sorbona: su questo, il candidato premier dei Cinque Stelle non dice nulla, e dunque non fa capire se, referendum sull’euro a parte, ha in animo di condividere e sostenere l’impegno del Presidente francese per un rilancio del percorso di integrazione europeo.

In realtà, il referendum non è l’unica cosa che i Cinque Stelle dovrebbero mettere da parte, se volessero fare dell’ultima presa di posizione di Luigi Di Maio qualcosa di diverso da un furbesco appeasement con l’establishment, pronunciato per motivi principalmente elettorali.

Perché mentre Di Maio lascia scivolare molto sullo sfondo l’arma fine-di-mondo del referendum (che sarebbe solo consultivo, ma non consulti decine di milioni di persone se poi non vuoi fartene nulla di un tale consulto), i Cinque Stelle in Europa continuano a sedere nel gruppo politico guidato da un certo Nigel Farage, il leader dell’Ukip, fra gli attori principali della Brexit. Proprio la vicenda della collocazione nel Parlamento europeo è stata massimamente indicativa: prima corrispondenza di amorosi sensi con l’antieuropeista Farage, difeso a spada tratta contro la cattiva stampa di cui godrebbe immeritatamente; poi, per un attimo e con una giravolta davvero sorprendente, in realtà semplicemente opportunistica, con i liberali dell’ultraeuropeista Guy Verhofstadt: una posizione che più antipodale non si potrebbe. Quindi daccapo, come il figliuol prodigo, con il focoso leader britannico, insieme al quale i grillini continuano a votare, trovando nell’euroscetticismo il più ampio dei comuni denominatori disponibili a Strasburgo.

Forse l’unica cosa certa, in questo disinvolto ondeggiare, è che Di Maio non ha molta voglia di confrontarsi su questi temi, e preferisce sgombrare il terreno da insidie e polemiche, che distoglierebbero l’attenzione dell’opinione pubblica dai cavalli di battaglia del movimento. Col che però si dimostra che non è certo l’europeismo, e nemmeno l’antieuropeismo, la ragione per cui Di Maio vuole andare a Palazzo Chigi. Ma può la questione dell’integrazione europea rimanere ai margini del dibattito pubblico, o essere trattata.

(Il Mattino, 10 gennaio 2018)

Se la scuola è allergica alle riforme

Ultimo venne il Consiglio di Stato, a stabilire che il diploma non è titolo sufficiente per accedere alle graduatorie che danno diritto all’immissione in ruolo. Parliamo di circa seimila “vecchi” docenti della scuola primaria e dell’infanzia, che ora temono di non poter più insegnare, dopo anni (o decenni) di precariato. Non ne hanno forse più diritto? Dipende da cosa si intende per diritto. E certo: se qualunque posizione acquisita, per il solo fatto di essere stata acquisita, vale come diritto, allora certamente è così: la giustizia amministrativa sta togliendo incomprensibilmente a questi docenti un loro diritto. Ma, posto pure che così fosse (e così non è), il diritto di questi docenti è l’unico diritto in gioco? Non c’è un diritto dei bambini a ricevere uguale trattamento – e dunque maestri con gli stessi titoli di studio (non diplomati di qua, laureati di là)? E dov’è la giustizia, se alcuni possono accedere al ruolo grazie al diploma, mentre altri, gli ultimi venuti, devono affrontare anche l’università e laurearsi? Ho detto gli ultimi venuti e ho sbagliato: si tratta in realtà degli ultimi, dei penultimi e dei terzultimi, perché la norma che richiede la laurea per l’insegnamento in tutte le scuole di ogni ordine e grado risale a quasi vent’anni fa. Siamo un Paese che dopo la bellezza di vent’anni ancora non riesce a mandare a regime una riforma, e dove dunque anche la più timida prospettiva di cambiamento si porta dietro zavorre storiche.

Tutta la vicenda della scuola è in realtà segnata da un simile andamento: un passo avanti con la riforma, due passi indietro per le resistenze che tutti i soggetti investiti dalle intenzioni riformatrici sono in grado di inscenare. Come Cimabue, che fa una cosa e ne sbaglia due. La “buona scuola” di Renzi non ha fatto eccezione.

Si volevano presidi manager, in grado di gestire con ampi margini di autonomia i rapporti con i docenti? Provate allora ad andare negli istituti, e chiedete quanto ampi siano nei fatti questi margini, e se davvero il dirigente scolastico può modellare il corpo docente secondo le esigenze dell’offerta didattica.

Si voleva azzerare il precariato, far sparire le vecchie graduatorie? Ma andate in giro per gli istituti, soprattutto al nord, e verificate se non vi siano nuovamente le materie scoperte ed i supplenti, se un sacco di docenti, che dovevano essere assunti ma per cui non c’erano le relative ore di insegnamento, non siano finiti nell’organico di potenziamento (spesso un parcheggio), mentre su altre discipline mancano le relative competenze. Ma non poteva andare che così, una volta che la posizione soggettiva del docente, trasformata in diritto, fosse stata messa innanzi all’esigenza dell’istituzione, di cui evidentemente non si riconosce come fondamentale il dovere di erogare un’offerta formativa adeguata. Volevate infine introdurre con i fondi per la premialità un elemento di differenziazione della retribuzione in base al merito? Ma ecco che i sindacati della scuola respingono la logica stessa della premialità e, non contenti, chiedono di utilizzare i fondi disponibili per aumenti a pioggia, fino a preferire 250 euro circa di incremento stipendiale ai 500 euro (leggasi 500, cioè il doppio) della carta docente.

Ora: ciascuno dei punti indicati può essere discusso. E la discussione può essere la più larga e la più approfondita. Si possono indire stati generali, lanciare campagne di ascolto e accompagnare il varo di una riforma con la più estesa delle consultazioni possibili. Non è lì, però, che le cose si inceppano. È, invece, un minuto dopo che la legge compare in gazzetta ufficiale, che subito si organizza la controriforma. Anzi, non c’è nemmeno bisogno che si organizzi: si tratti dei sindacati confederali o dei cobas, degli studenti o della burocrazia del ministero, dei collegi docenti o delle famiglie, state pur certi che il primo principio della dinamica – il più arcigno principio della fisica, quello che riguarda l’inerzia – farà presto valere il suo imperio.

Quando poi si arriva sotto elezioni, le sacche di resistenza aumentano, le necessità elettorali premono, e anche la volontà politica, che al momento del varo della riforma era apparsa titanica, addirittura autoritaria, perfino dittatoriale – tanto siamo disabituati all’idea che una decisione possa essere presa per legge – si infrange inesorabilmente contro le mille resistenze corporative, le pigrizie intellettuali, e, certo, anche le posizioni soggettive: umanamente comprensibilissime, ma spesso anche incomprensibili, sotto il profilo della razionalità giuridica e amministrativa. Con buona pace del Consiglio di Stato.

La buona scuola era un’idea di riforma della scuola, che non toccava in profondità punti decisivi come il riordino dei cicli o l’istruzione tecnica, e su altri rimaneva con molto realismo a metà del guado (nuovi concorsi ma dentro tutti i precari; chiamata diretta, ma con forti limitazioni). Introduceva però alcune novità – l’alternanza scuola-lavoro, l’obbligatorietà della formazione in servizio, il fondo per la valorizzazione del merito – e rimetteva perlomeno in moto un sistema scolastico che da anni perdeva risorse e invecchiava. Non basta, non è bastato. Ma più che la parola scuola è evidentemente la parola riforma che il Paese fatica ormai a digerire in molti ambiti della vita pubblica. In cui finisce ogni volta che lo slancio iniziale si ripieghi su se stesso e, infine, si spenga.

(Il Mattino, 7 maggio 2018)

Tutto è bene quel che finisce bene. La pratica «firme per la presentazione delle liste» può essere archiviata grazie all’aiuto dei centristi di Bruno Tabacci, e la strada verso un accordo politico con il partito democratico si presenta adesso in discesa. Che non ci fosse, però, solo un problema tecnico dietro le fibrillazioni degli ultimi giorni è parso palese, quando la Bonino ha tenuto a precisare che in base alla legge vigente la presentazione in coalizione non richiede la condivisione di un programma politico. È così: basta vedere del resto il centrodestra, dove sono addirittura i due principali partiti, Forza Italia e la Lega, a doversi misurare con differenze programmatiche importanti, benché sia ormai data per fatta la coalizione.

Ciò detto, la domanda è tuttavia: che cosa c’è nel programma politico della lista +Europa, che la Bonino guida e anzi impersona, che potrebbe entrare con difficoltà in dialogo con i democratici? Non certo i temi europei. La lista +Europa vuole rappresentare la punta più avanzata dello schieramento europeista, quella che darebbe ogni volta ragione a Bruxelles piuttosto che a Roma. O che perlomeno rifiuta di considerare le istituzioni europee come il capro espiatorio sopra il quale scaricare tutto il peso delle contraddizioni che la politica italiana si porta dietro fin dai tempi di Maastricht: sempre europeisti a parole, spesso inadempienti nei fatti. Ma su queste posizioni c’è in realtà una convergenza di fondo col Pd, che non dubita affatto della necessità di una maggiore integrazione, che non ha alcun dubbio sulla irreversibilità della scelta per la moneta unica, e che dunque può consentirsi più o meno dialettica con la Commissione e i partner europei dentro una cornice che non viene mai messa in discussione: quella dei Trattati, e del modo in cui progredire in vista di un rafforzamento delle politiche comunitarie. Se mai, al centrosinistra manca in questo momento la capacità di trasformare il capitolo Europa nel capitolo decisivo, discriminante fra le forze politiche. L’opinione pubblica appare abbastanza disinteressata, al punto che nel centrodestra possono stare tranquillamente insieme le posizioni pro e contro dei popolari e dei populisti, di Forza Italia e Lega, senza il timore di subire uno scotto in termini elettorali. E gli stessi Cinquestelle, partiti lancia in resta contro l’Euro con la proposta di un referendum, oggi relegano la faccenda a margine rispetto alle battaglie principali che conducono: in nome dell’ambiente, del reddito di cittadinanza, della lotta contro gli sprechi e i privilegi. Chi vota centrosinistra dà sicuramente un voto europeista, e l’alleanza con la Bonino ne dà ulteriormente conferma, ma la capacità di mobilitazione su questi temi non appare, al momento, davvero dirimente.

Che altro, allora? Che cos’altro significa “più Europa”? Due cose, essenzialmente. Una è legata allo storico impegno dei radicali sul tema dei diritti civili, e alla figura stessa di Emma Bonino, che da commissaria europea si è molto impegnata sul fronte dei diritti delle persone migranti. Anche su questi temi c’è una consonanza di fondo coi democratici, sebbene sentir parlare la Bonino non è proprio come sentir parlare il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Ma il Pd è stato, in questa legislatura, il partito del testamento biologico, del divorzio breve, delle unioni civili, e da ultimo anche dello ius soli, sebbene non sia riuscito a far approvare la legge. Un denominatore comune, anche in questo caso, c’è.

L’altro asset che la lista +Europa getta nella battaglia elettorale viene invece dalla sua componente liberale e liberista. E qui le cose filano forse meno lisce. Nelle scorse settimane, Emma Bonino ha formulato la proposta di congelare la spesa pubblica al livello nominale del 2017 per tutta la durata della prossima legislatura, per avviare in questo modo una significativa riduzione del deficit. Dato l’aumento della spesa pensionistica nel prossimo triennio, questo significa prevedere tagli di spesa di 10 miliardi il prossimo anno, 24 il secondo e 33 il terzo. «Doloroso ma sopportabile», a giudizio della leader radicale. Difficile però che il Pd voglia promettere una politica economica all’insegna del dolore sopportabile, mentre gli altri fanno a gara a immaginare tagli alle tasse e nuovi aumenti di spesa – sulle pensioni (Berlusconi), sul reddito di cittadinanza (Di Maio), sugli investimenti pubblici (entrambi) –. E più complicato è anche immaginare che una simile piattaforma culturale e programmatica – sia davvero congeniale al partito democratico. Ma questo è un problema che, passata la sbornia elettorale, qualunque governo sarà chiamato ad affrontare: se per essere europeisti bisogna essere anche rigoristi, per rifarsi una reputazione presso gli altri Paesi europei (ed i mercati), o se invece “più Europa” può significare provare a spostare il fulcro dell’impegno europeo dal rigore finanziario alla correzione delle diseguaglianze economiche e sociali. Pensare di contrastare la ventata nazionalista e populista che scuote il continente solo con una più austera disciplina di finanza pubblica è una mossa molto rischiosa: non è detto che riesca.

(Il Mattino, 5 gennaio 2018)

 

Il fascino delle utopie naufragato alla prova del realismo

68

Forse è stata la fine dei grandi racconti. Oppure il tramonto di ogni utopismo e la prevalenza di una ragione cinica e disincantata: sta di fatto che il Sessantotto appare oggi lontanissimo dai quadri culturali dell’epoca attuale. E certo è più facile trovare condivisione intorno ai giudizi sferzanti di un Raymond Aron sulla «maratona delle chiacchiere» o sui «rivoluzionari da aula magna», che non emozionarsi al pensiero di quegli anni formidabili, per dirla con un campione della nostalgia sessantottina, Mario Capanna.

Può darsi che non sia soltanto la distanza storica, ma un rattrappimento effettivo degli spazi della politica o delle ambizioni teoriche, certo è che molto di quel sussulto rivoluzionario appare oggi quasi incomprensibile, nonostante l’affabulazione sessantottesca ne abbia a lungo rimandato l’eco, sempre più sbiadendo lo spontaneismo, il velleitarismo, l’estremismo, l’egualitarismo radicale, il dilettantismo. Ecco quel che, nel fatto, accadeva: una società profondamente trasformata nel giro dei due decenni che seguirono la fine del conflitto mondiale sperimentava un nuovo benessere, ma rifiutava al contempo le istituzioni politiche, sociali ed economiche che lo avevano reso possibile – la democrazia, i partiti, l’università, la fabbrica – in cui riconosceva solo tratti repressivi e autoritari.

E tanto bastò per fare la rivoluzione. O almeno per provarci per qualche mese. La critica definitiva della società repressiva, comunque, ebbe i suoi profeti. Primo fra tutti Herbert Marcuse, il filosofo dell’eros e della «liberazione di una nuova sensibilità» che nel luglio del ’67, agli studenti della Libera Università di Berlino, già spiegava come nuovi, liberi bisogni vitali sarebbero sorti dalla «eliminazione degli orrori della industrializzazione e della commercializzazione capitalistica, dalla totale ricostruzione delle città e dalla restaurazione della natura».

Vasto programma. Al cui confronto, certo, riesce troppo limitato quello che oggi si offre ai cittadini-utenti della rete, alle prese non più con lo sproposito dell’immaginazione al potere, o con l’iperbolico «non lavorate!» del situazionista Guy Debord, ma con il più modesto numero di like ai post. Allora si voleva che qualunque cosa fosse alla portata di chiunque («vogliamo tutto!»), oggi è Amazon che suggerisce la stessa mira.

Ma la stella di Marcuse brillò altissima, in una confusa costellazione nella quale – insieme all’anarchismo, al libertarismo, al maoismo, al «Che» e a Ho Chi Minh – avevano potuto incontrarsi Friedrich Nietzsche e Karl Marx, grazie soprattutto al libro che Gilles Deleuze aveva dato alle stampe già nel 1962: «Nietzsche e la filosofia». Il filosofo di Dioniso serviva per andare oltre la concezione marxiana dell’alienazione e oltre pure le teorie freudiane dell’inconscio, e denunciare così in tutte le forme della società borghese, pubbliche e private, nient’altro che una corazza di violenza della quale liberarsi.

In realtà la violenza – quella vera – arrivò dopo, negli anni Settanta. Da una più radicale democratizzazione degli spazi sociali al proposito di abbattere gli istituti della democrazia liberale il passo fu, purtroppo, assai breve. La mitologizzazione del Maggio francese ha di fatto reciso i legami con quello che ci fu prima, e con quello che ci fu dopo. Ma almeno in Italia il ’68 coprì un arco di lotte decennale, «l’esplodere e l’espandersi di una insubordinazione proletaria, operaia e studentesca, popolare ed intellettuale», così come l’ha ricordata uno dei suoi protagonisti, Toni Negri. Che il ’68 se lo ritrova ancora nella testa e nelle gambe, quando dice che «non si può più pensare, né vivere, come si pensava o si viveva prima».

E però, mentre Negri esalta la rivoluzione delle forme di vita (o più modestamente dei costumi) promossa dal ’68, escono libriccini come «Il Sessantotto realizzato da Mediaset», di Valerio Magrelli, o come «Berlusconi o il ’68 realizzato», di Mario Perniola, che a quella rivoluzione danno tutt’altro significato, e esito:  l’anti-intellettualismo, la completa deregolamentazione del comportamento individuale, un’istanza desiderante non sottoponibile a censura alcuna, il rifiuto del principio della competenza, l’ostilità verso la cultura «ufficiale», di maggioranza e di opposizione (si pensi ai seni sventolati dinanzi a un intimidito e timidissimo Theodore Adorno). Tutte cose che, ben lungi dall’annunziare la fine del capitalismo, hanno se mai affievolito lo spirito civico di una cittadinanza democratica autenticamente critica e razionale. Forse, la talpa della rivoluzione quella volta non ha scavato bene.

(Il Messaggero Il Mattino, 31 dicembre 2017)