Archivi del giorno: gennaio 18, 2018

Oltre il teorema resta la gogna

A giudicare dalle prime battute, la giustizia non rientra tra i temi del confronto politico-elettorale. I partiti parlano di tasse, di lavoro, di migranti, di vaccini e perfino di razze, ma non di giustizia. Come se i nodi del rapporto fra politica e giustizia fossero stati sciolti, o come se non avessero più alcuna centralità nella vicenda pubblica del Paese. Poi arriva la sentenza del Tribunale di Napoli sul caso Cpl-Concordia e il sindaco dem di Ischia, Giosi Ferrandino, assolto perché il fatto non sussiste, e uno si domanda se davvero si possa continuare così, come se nulla fosse, come se ancora una volta bastasse appellarsi alla normale dialettica processuale, per cui a volte fioccano le condanne, altre volte arrivano le assoluzioni, e insomma il processo c’è apposta per quello, e tante felicitazioni a Ferrandino ma aspettiamo di leggere le motivazioni, e poi è sempre possibile che la Procura ricorra in appello, e dunque non affrettiamoci a dare giudizi all’inchiesta della procura di Napoli coordinata dal pm John Woodcock, al suo ennesimo insuccesso.

Eh no, la storia degli appalti alla Cpl-Concordia, risolta in nulla, ha tenuto banco per settimane e mesi; ha scatenato un putiferio nel mondo politico e sulla stampa; ha alimentato con il gran fiume delle intercettazioni pagine e pagine di giornali, e, certo, non ha giovato alla carriera politica del sindaco d’Ischia, finito in carcere tre anni fa nell’ambito dell’inchiesta per la metanizzazione dell’isola e oggi completamente scagionato.

A non dire del coinvolgimento degli esponenti politici nazionali: Ferrandino che è vicino a Guerini, Ferrandino che parla di Lotti, Renzi che parla con il generale delle fiamme gialle Michele Adinolfi, e pure i vini e i libri di D’Alema che la coop rossa acquista e regala. Ce n’è stato abbastanza per favoleggiare dei soldi di Cpl-Concordia finiti a Renzi e al Pd, per ironizzare sulla rottamazione che si fermava a Ischia, per descrivere un partito scosso dagli scandali e un leader succube dei vecchi apparati. E per utilizzare le telefonate intercettate nell’ambito dell’inchiesta, prive di qualunque rilevanza penale, al fine di ricostruire la storia politica del Paese, naturalmente a disdoro dei suoi protagonisti. Il buco della serratura come lente di ingrandimento della politica, grazie all’occhio (o all’orecchio) dei pm.

A fronte di tutto questo, non è indispensabile riproporre con forza il tema delle profonde distorsioni che certe indagini della magistratura – sempre solo le ipotesi accusatoria, non le (tardive) sentenze – hanno provocato nell’opinione pubblica, contribuendo per anni a costruire quel genere di narrazione giustizialista per cui la notizia dell’assoluzione di Ferrandino viene oggi data da certi quotidiani sotto l’occhiello “Giustizia e impunità”, come se essere assolti volesse dire averla fatta franca, e solo l’essere condannati significasse che giustizia è stata fatta?

Fare macchina indietro non è possibile, ovviamente. Chi finisce sui giornali non si vede certo restituito tutto quello che il furore giustizialista gli toglie prima di qualunque verdetto di tribunale. Proprio per questo, però, non è indispensabile accendere i riflettori sull’uso delle intercettazioni a strascico, su metodi che appaiono orientati molto meno sull’esito processuale, e molto di più sull’eco mediatica che è possibile suscitare? Aggiornando la vecchia frase di Voltaire, si potrebbe dire che queste indagini, che crollano come castelli di carta, sembrano reggersi esclusivamente sul principio: “Intercettate; intercettate: qualcosa resterà”. In realtà, non resta nulla dinanzi al giudice, che manda assolti gli imputati per la totale assenza di riscontri oggettivi. Ma qualcosa resta sulla stampa, che manovra le parole intercettate per costruire il proprio, interessato racconto delle malefatte della politica. Pensate anche solo a cosa ha significato la telefonata Adinolfi-Renzi, che con l’inchiesta non c’entrava nulla, che non c’era motivo di registrare né di divulgare, e che però ha messo a rischio persino la stabilità del governo. Ora che tutto l’impianto della Procura è stato smantellato, dell’indagine di Woodcock non rimane nulla, ma la telefonata resta. Nessun risultato giudiziario, ma un sicuro risultato politico.

Perciò torno all’inizio. Questa campagna elettorale non mette tra le sue priorità la questione del riequilibrio dei poteri fra politica e giustizia, non discute di separazione delle carriere o di obbligatorietà dell’azione penale, non si occupa dei poteri dei pm e delle garanzie dei cittadini, non accenna a riforme nel campo dell’organizzazione giudiziaria (a cominciare dal Csm), e in generale evita di porsi la domanda se il discorso pubblico possa ancora essere condotto sulla falsariga delle ordinanze di custodia cautelare. Non sarà un’altra, la millesima, occasione perduta?

(Il Mattino, 17 gennaio 2018)

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Il mito degli outsider

Meno di due mesi al voto e già un vincitore annunciato: il Movimento Cinque Stelle. Almeno al Sud. I sondaggi che i partiti hanno tra le mani sono infatti unanimi nel diagnosticare il successo dei grillini. Possono differenziarsi nel misurarne l’entità, ma sono concordi nel ritenere che, allo stato, il M5S è davanti a tutti gli altri partiti, con percentuali che superano il 30% e che in Campania arrivano addirittura a lambire il 35%. Se questi numeri fossero confermati nelle urne, si produrrebbe un terremoto politico persino superiore a quello che nel ’94 segnò la fine della prima Repubblica e l’avvento di Silvio Berlusconi. Il tema del governo possibile del Paese dominerà le settimane successive al voto ma, riescano o meno i pentastellati a costruire una maggioranza parlamentare, rimarrà comunque il dato di un partito che alla sua seconda legislatura avrà toccato cifre da grande partito di massa.

Se raggiungeranno effettivamente queste dimensioni, vorrà dire che i Cinque Stelle non avranno raccolto solo un generico voto qualunquista e protestatario. Bisognerà invece che ampi strati sociali si saranno riconosciuti in una proposta politica e in un leader, Luigi Di Maio, la cui immagine non appare affatto scalfita dalle critiche di inesperienza o impreparazione, oppure da beffardi commenti sul suo scarno curriculum. C’è un’Italia che vota Cinque Stelle: perché?

La risposta più ovvia viene proprio dalla composizione del ceto politico pentastellato. Che si presenta quasi completamente privo di esperienza politica o sindacale. Tra le prime regole dettate da Grillo nella selezione dei “portavoce” stava infatti il prerequisito essenziale dell’assenza di esperienze di militanza in altri partiti. Tutta la polemica nei confronti dell’incompetenza dei grillini dipende non dalla mancanza di adeguati titoli di studio, o dall’assenza di esponenti delle libere professioni, ma dal rifiuto della professionalizzazione politica. Questo tratto è stato funzionale alla rappresentazione di una totale alterità rispetto alle liturgie della politica, ma è oggi anche motivo di attrazione per quanti aspirano a soppiantare la “casta” formata dal vecchio ceto politico. Che tanto vecchio non è, se si guarda al dato anagrafico (il Parlamento che chiude oggi i battenti è molto più giovane di quelli delle passate legislature), ma lo è molto di più, se si guarda invece alla composizione sociale. Tra le file dei grillini, sono infatti molto più rappresentati figure del lavoro precarie, nuove professioni, e anche un ceto impiegatizio legato a nuove mansioni. Il candidato premier Luigi Di Maio, che ha lavorato come steward allo stadio San Paolo, poi come webmaster, non è affatto il fallito di cui parla Berlusconi: è invece il punto di emergenza di nuovi mondi e di nuove istanze che non scorrono più dentro i canali tradizionali, e che dunque si riversano altrove. Da questo punto di vista, il grillismo può persino essere considerato come la naturale prosecuzione (di un lato) del berlusconismo con altri, più poveri mezzi. O forse la sua radicalizzazione: non era forse Berlusconi quello che si compiaceva di apparire come un’altra cosa rispetto alla politica, come uno che ce l’ha fatta da solo, uno che mitizzava i suoi inizi come cantante sulle navi da crociera? Al fondo, non vi era forse già con il Cavaliere l’idea per cui rappresentare vuol dire non essere diversi o migliori, ma proprio uguali, l’idea insomma – esiziale per il principio stesso della democrazia indiretta, parlamentare – per cui la politica non può essere più una cosa separata, ma deve somigliare in tutto e per tutto al cittadino elettore?

Quello che oggi accade è che per questa via si è ormai messo un pezzo di mondo che sente più forte l’esigenza di scrollarsi di dosso la politica e di sostituirsi ad essa, che non quella di affidarle una delega in bianco. E ciò è tanto più vero al Sud, dove non funziona più, o funziona sempre meno, il tradizionale riflesso filo-governativo di cercare nello Stato una forma di protezione perché in questi anni, complice la crisi, essa è venuta drammaticamente riducendosi.

Se questo è il clima, quanta difficoltà in più incontrano i partiti nella selezione del personale politico-parlamentare! Sono ancora costretti dentro la logica della politica come professione, e hanno un problema di ricandidature che ne ingolfa le liste, essendo ridotti gli spazi (e i seggi) a disposizione, ma d’altra parte sentono salire la richiesta di aprire alla società civile, che per la classe politica è un’ammissione quasi suicidaria.

Rimane allora da percorrere un sottilissimo crinale, fra l’abdicazione definitiva ai propri compiti e la più tetragona chiusura: due modi di accelerare la sconfitta, e di favorire un passaggio non privo di pesanti incognite. Lungo quel crinale ci si potrà forse muovere, senza precipitare da un lato o dall’altro, solo riuscendo ad individuare nuove sfide politiche, ideali e valoriali in base alle quali chiamare gli italiani a compiere le loro scelte. Altrimenti, non riuscendo a cambiare il gioco, l’unica scelta veramente dirimente apparirà quella di cambiare i giocatori. E in questo tutti i sondaggi confermano che il primato spetta ai Cinque Stelle.

(Il Mattino, 16 gennaio 2018)