Il mito degli outsider

Meno di due mesi al voto e già un vincitore annunciato: il Movimento Cinque Stelle. Almeno al Sud. I sondaggi che i partiti hanno tra le mani sono infatti unanimi nel diagnosticare il successo dei grillini. Possono differenziarsi nel misurarne l’entità, ma sono concordi nel ritenere che, allo stato, il M5S è davanti a tutti gli altri partiti, con percentuali che superano il 30% e che in Campania arrivano addirittura a lambire il 35%. Se questi numeri fossero confermati nelle urne, si produrrebbe un terremoto politico persino superiore a quello che nel ’94 segnò la fine della prima Repubblica e l’avvento di Silvio Berlusconi. Il tema del governo possibile del Paese dominerà le settimane successive al voto ma, riescano o meno i pentastellati a costruire una maggioranza parlamentare, rimarrà comunque il dato di un partito che alla sua seconda legislatura avrà toccato cifre da grande partito di massa.

Se raggiungeranno effettivamente queste dimensioni, vorrà dire che i Cinque Stelle non avranno raccolto solo un generico voto qualunquista e protestatario. Bisognerà invece che ampi strati sociali si saranno riconosciuti in una proposta politica e in un leader, Luigi Di Maio, la cui immagine non appare affatto scalfita dalle critiche di inesperienza o impreparazione, oppure da beffardi commenti sul suo scarno curriculum. C’è un’Italia che vota Cinque Stelle: perché?

La risposta più ovvia viene proprio dalla composizione del ceto politico pentastellato. Che si presenta quasi completamente privo di esperienza politica o sindacale. Tra le prime regole dettate da Grillo nella selezione dei “portavoce” stava infatti il prerequisito essenziale dell’assenza di esperienze di militanza in altri partiti. Tutta la polemica nei confronti dell’incompetenza dei grillini dipende non dalla mancanza di adeguati titoli di studio, o dall’assenza di esponenti delle libere professioni, ma dal rifiuto della professionalizzazione politica. Questo tratto è stato funzionale alla rappresentazione di una totale alterità rispetto alle liturgie della politica, ma è oggi anche motivo di attrazione per quanti aspirano a soppiantare la “casta” formata dal vecchio ceto politico. Che tanto vecchio non è, se si guarda al dato anagrafico (il Parlamento che chiude oggi i battenti è molto più giovane di quelli delle passate legislature), ma lo è molto di più, se si guarda invece alla composizione sociale. Tra le file dei grillini, sono infatti molto più rappresentati figure del lavoro precarie, nuove professioni, e anche un ceto impiegatizio legato a nuove mansioni. Il candidato premier Luigi Di Maio, che ha lavorato come steward allo stadio San Paolo, poi come webmaster, non è affatto il fallito di cui parla Berlusconi: è invece il punto di emergenza di nuovi mondi e di nuove istanze che non scorrono più dentro i canali tradizionali, e che dunque si riversano altrove. Da questo punto di vista, il grillismo può persino essere considerato come la naturale prosecuzione (di un lato) del berlusconismo con altri, più poveri mezzi. O forse la sua radicalizzazione: non era forse Berlusconi quello che si compiaceva di apparire come un’altra cosa rispetto alla politica, come uno che ce l’ha fatta da solo, uno che mitizzava i suoi inizi come cantante sulle navi da crociera? Al fondo, non vi era forse già con il Cavaliere l’idea per cui rappresentare vuol dire non essere diversi o migliori, ma proprio uguali, l’idea insomma – esiziale per il principio stesso della democrazia indiretta, parlamentare – per cui la politica non può essere più una cosa separata, ma deve somigliare in tutto e per tutto al cittadino elettore?

Quello che oggi accade è che per questa via si è ormai messo un pezzo di mondo che sente più forte l’esigenza di scrollarsi di dosso la politica e di sostituirsi ad essa, che non quella di affidarle una delega in bianco. E ciò è tanto più vero al Sud, dove non funziona più, o funziona sempre meno, il tradizionale riflesso filo-governativo di cercare nello Stato una forma di protezione perché in questi anni, complice la crisi, essa è venuta drammaticamente riducendosi.

Se questo è il clima, quanta difficoltà in più incontrano i partiti nella selezione del personale politico-parlamentare! Sono ancora costretti dentro la logica della politica come professione, e hanno un problema di ricandidature che ne ingolfa le liste, essendo ridotti gli spazi (e i seggi) a disposizione, ma d’altra parte sentono salire la richiesta di aprire alla società civile, che per la classe politica è un’ammissione quasi suicidaria.

Rimane allora da percorrere un sottilissimo crinale, fra l’abdicazione definitiva ai propri compiti e la più tetragona chiusura: due modi di accelerare la sconfitta, e di favorire un passaggio non privo di pesanti incognite. Lungo quel crinale ci si potrà forse muovere, senza precipitare da un lato o dall’altro, solo riuscendo ad individuare nuove sfide politiche, ideali e valoriali in base alle quali chiamare gli italiani a compiere le loro scelte. Altrimenti, non riuscendo a cambiare il gioco, l’unica scelta veramente dirimente apparirà quella di cambiare i giocatori. E in questo tutti i sondaggi confermano che il primato spetta ai Cinque Stelle.

(Il Mattino, 16 gennaio 2018)

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