Archivi del giorno: gennaio 31, 2018

Lo spot con Gesù, il rispetto e la libertà

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Come sempre, e come è inevitabile, i titoli riassumono in modo brusco e a volte unilaterale la notizia. La Corte di Strasburgo considera lecito usare le figure di Gesù e Maria in una pubblicità. Presentata così, la sentenza dei giudici dell’alta Corte sembra dire: di quei simboli potete fare quel che volete, o quasi. Nel dispositivo si legge invece che le autorità lituane, comminando una multa all’azienda di abbigliamento che aveva fatto indossare i suoi abiti a un Gesù tatuato, e a una Maria tutta agghindata, perché si facessero reciprocamente i complimenti (Gesù che bel jeans, Maria che bel vestito!), non hanno “raggiunto il giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte, e il diritto alla libertà d’espressione dall’altra”.
Questo chiarisce alcune cose. Anzitutto, che la libertà di espressione riguarda anche la comunicazione pubblicitaria, nonostante i suoi fini commerciali. Pretendere dunque di limitarsi alle sole manifestazioni del pensiero politico, religioso o artistico, per riservare ad altre forme di espressione una sorta di libertà minore, non si può fare. Peraltro, quando Massimo Troisi vestiva i panni di una umanissima Maria, e Lello Arena i panni di un barbuto arcangelo Gabriele che sbattendo i piedi annunciava gridando: “Annunciazione! Annunciazione!” si trattava di arte, non c’è dubbio: arte dello spettacolo e della comicità. Ma lo spettacolo vendeva biglietti e aveva quindi anche una finalità commerciale. Eppure non credo che nessuno oggi multerebbe la “Smorfia” di Troisi Arena e Decaro .
In secondo luogo, e soprattutto, la sentenza non dice affatto che le autorità pubbliche non debbano preoccuparsi del rispetto del sentimento religioso. Riconosce anzi che rientra nei loro compiti la protezione della pubblica morale, e riconosce pure che, nel caso di specie, erano in gioco i diritti delle persone religiose (che hanno dunque specifici diritti proprio in quanto religiose). Solo, osserva che, nella multa inflitta dall’autorità lituana, quei diritti fondamentali non sono bilanciati in maniera adeguata con il diritto altrettanto fondamentale della libertà di espressione. E non lo erano perché la pubblicità non aveva un contenuto offensivo, né incitava all’odio. Certo, se uno sostiene che la commercializzazione delle immagini sacre è di per sé offensiva, allora qualche problema la sentenza lo dà. Ma siccome, senza scomodare Lutero, la commercializzazione è pratica diffusa, che so, nei dintorni di un santuario o all’interno di una basilica, forse non è consigliabile sostenere incondizionatamente il divieto di commercializzazione dei simboli religiosi.
Fin qui ci muoviamo dunque nelle pieghe di una sentenza tutto sommato equilibrata. Che, per come è congegnata, non mi pare strida, per venire a fatti di casa nostra, con le norme del codice penale italiano, le quali prevedono pene pecuniarie per i reati di vilipendio delle religioni. I giudici di Strasburgo non cancellano con un tratto di penna ogni forma di protezione della sensibilità religiosa. Per questo, il giudizio del padre gesuita Francesco Occhetta, di “Civiltà cattolica”, secondo il quale la sentenza umilia il sentimento religioso e tradisce il principio di una autentica laicità, va ben oltre il pronunciamento, e credo anche oltre le intenzioni, della Corte di Strasburgo.
Se però si guarda più complessivamente al modo in cui lo spazio pubblico si fa oggi attento alle ragioni dei credenti, si comprende da dove nasca il grido di allarme di padre Occhetta. Quel che accade ai simboli della fede cristiana, nel nostro Paese, non accade ad altri simboli. Con i quali, mettiamola così, si scherza meno. Se poi si pone mente al fatto che fino a non molti anni fa la religione cattolica era religione di Stato (e le pene per il vilipendio erano non multe ma anni di carcere), si vede bene quale distanza la secolarizzazione dei costumi, della morale, dei comportamenti abbia percorso in poco tempo: siamo passati da una protezione forte e arcigna, addirittura esclusiva, a una protezione assai scarsa, ridotta ormai al minimo indispensabile.
Dobbiamo dolercene? Si vive peggio così? Non mi sentirei di affermarlo, non solo dal punto di vista generale della società, ma anche da quello particolare della fede religiosa. La prima si difende in questo modo dai demoni dell’intolleranza e del fondamentalismo, che sono più pericolosi degli sberleffi; la seconda si può fare più adulta e matura, più libera e meno clericale, anche grazie al pungolo dell’ironia o della irriverenza.
Su una cosa bisogna però dar ragione a quanti guardano sconsolatamente la scristianizzazione del Paese (e, oltre le Alpi, dell’Europa). La laicità ha scavato un fossato fra cultura e religione, per cui oggi si può essere, sentirsi e dichiararsi persone colte pur ignorando tutto o quasi della storia delle religioni. Questo non  è un guadagno: è una perdita. Che certo contribuisce alla superficialità e alla faciloneria con cui si usano certi simboli. Non è un problema,  però, che si curi col diritto penale (a cui troppo spesso chiediamo di supplire a troppe manchevolezze politiche, sociali o morali). Se mai con inviti come quello rivolto in Francia da Macron alle autorità religiose, di contribuire pubblicamente al formarsi di una filosofia comune su materie di primario interesse, fermo restando il rispetto assoluto delle leggi della Repubblica.
Ecco, se avsssimo quel rispetto assoluto e insieme quel contributo, forse non ci spaventeremmo per una pubblicità.
(Il Mattino, 31 gennaio 2018)

La modernità che Napoli non sa trovare

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E se i napoletani si stancassero di Napoli? Forse bestemmio. Il Napoli guida la classifica: non è certo il momento di stancarsi della città e della sua squadra. E poi anche i napoletani che hanno lasciato la città e vivono ormai lontano non smettono di dichiarare il loro amore per Napoli. La loro rabbia, anche, ma questo non vuol dire che non sentono ancora vivo e forte il legame con le loro origini, la loro storia, la loro lingua.

Però è un fatto che, a cominciare dal famoso saggio di Domenico Rea sulle due Napoli, un senso di fastidio, o di sazietà, o forse addirittura di nausea torna continuamente ad affiorare. Nei confronti di Napoli, o della napoletanità? Di quest’ultima, a dirla appunto con Rea. Il quale distingueva gli addolcimenti letterari, certi ritratti compiaciuti della sensualità, della musicalità, della veracità napoletana dagli aspetti più crudi, dolorosi o miserabili della vita quotidiana, quando essa si presenta senza folclore e priva di moine. Aveva ragione su un mucchio di cose, Rea, passando per esempio in rassegna il lirismo pietoso di Di Giacomo o la vena malinconica di Eduardo, e cercando di tracciare una linea diversa, tragicamente plebea, capace di incarnare – come la sua maschera, Pulcinella (non, però, edulcorata o ridotta a macchietta) – il nocciolo aspro e irriducibile della città.

E però anche in questa semplice opposizione si finisce ormai con l’indulgere troppo: in questa nostra parte occidentale del mondo, Napoli sarebbe rimasta l’unico luogo in cui di sotto agli stereotipi popolari e agli archetipi letterari, pulsa ancora la vita vera, la forza vitale «cruda e selvatica», quasi ferina, refrattaria ad ogni superiore educazione, cui perfino Benedetto Croce riservò un posto nella sua filosofia dello spirito.

E se anche questo, a distanza di quasi settant’anni dal saggio di Rea, fosse divenuto un mito letterario? Possibile che non ci siano vie verso la modernità che Napoli possa percorrere, ma che tutte debbano riuscire finte, artificiali, posticce? Possibile che solo a Napoli la vita debba rimanere, per essere vita vera, inselvatichita? Oppure possiamo dirci stanchi anche di questa rappresentazione, pur lasciando a tutti gli scrittori partenopei la giusta esigenza di scavare fin nelle viscere della città?

Riprendendo un giudizio abbastanza sconsolato di Antonio Polito, il procuratore generale Luigi Riello ha detto, nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che a Napoli l’egemonia culturale è purtroppo nelle mani dei delinquenti, non dei galantuomini, per quanto questi ultimi siano in maggior numero rispetto ai primi. Ovviamente, né l’uno né l’altro intendevano con ciò mostrare alcuna indulgenza: al contrario. Ma quel discorso ormai insistito sulla Napoli sanguigna, livida ed efferata non trova così anche questa volta, nell’iperbole di quella egemonia, una sua conferma, o almeno un suo riverbero, dal momento che parliamoci chiaro: chi vorrete mai che coltivi con sanguigna passione il senso civico e le strutture istituzionali della legalità?

L’impressione è insomma che siamo ancora allo stesso punto: si capovolge il valore, naturalmente, ma il discorso rimane sempre quello. Un modo di cucire l’identità della città alle caratteristiche della moderna cittadinanza politica e sociale non viene trovato.

Né sarà facile trovarlo, finché gli aspetti materiali e quelli valoriali correranno separati. Questo peraltro è, o dovrebbe essere, il principale insegnamento della modernità: portare in terra, dal cielo delle idee, i cosiddetti valori, intrecciando la produzione economica e la dimensione culturale, il benessere e la ricerca di senso, la felicità e la moralità.

Di questo intreccio c’è poca traccia per le strade e le piazze di Napoli. Né la politica ha saputo perseguirlo, preferendo piuttosto pensare i propri compiti di rappresentanza come puro rispecchiamento dell’esistente: se questi sono i napoletani, questa è Napoli. Con poche eccezioni, è sempre stato questo il patto della classe dirigente con la città. E così ancora oggi il sindaco può coltivare il mito consolatorio dei belli ma poveri, facendosi interprete di tutte le proteste contro la disumana tirannia del capitalismo, mentre da qualche altra parte ad accumulare ricchezze rimangono quasi soltanto i cattivi.

(Il Mattino, 29 gennaio 2018)

Cesaro inadatto Pascale coinvolta. Gli strani giudizi di un’inchiesta

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Il campionario della cattiva politica: l’assenza di programmi, l’impreparazione, i discorsi copiati, il familismo, la promessa del posto di lavoro o della promozione, il controllo del voto con il sistema della doppia preferenza: tutto questo si trova non in un libro di sociologia politica, oppure in un’inchiesta giornalistica a puntate, ma nell’avviso di chiusura delle indagini – condotte dal pm Simone de Roxas e coordinate dal procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco – a carico di Armando Cesaro, candidato alla Regione Campania nel 2015 ed eletto nelle file di Forza Italia, primo nel suo partito, con quasi trentamila preferenze.

Un bottino ragguardevole, raccolto senza nobili appelli ai valori, e senza neppure particolari meriti personali, ma solo perché il giovane candidato aveva alle spalle il padre, Luigi Cesaro, e poteva contare sulla sua estesa rete di influenza. Ma di nuovo: questo può essere legittimamente il giudizio di un avversario politico. E invece lo si legge nelle carte firmate da un magistrato. Che seguendo «lo svolgersi della campagna elettorale di Cesaro Armando» nota «l’assoluta mancanza di un sia pur minimo programma politico sul quale fosse fondata la candidatura», nota «l’assenza di riferimenti «agli obiettivi che Cesaro si proponeva di conseguire nell’esercizio del mandato di consigliere regionale», nota pure come Cesaro non avesse «alcun progetto» e fosse insomma «impreparato al delicato incarico». E a riprova di tutto ciò, allega il contenuto di un’intercettazione – trascelta, a quel che si capisce, in mezzo ad altre di analogo tenore – da cui si apprende che Cesaro andava a un incontro con un comitato di agricoltori senza sapere bene di cosa dovesse parlare. Nientemeno.

Cosa però si possa evincere, anche solo su un piano indiziario, da un simile episodio, cosa ne venga dallo scoprire che Cesaro non studiava i dossier o leggeva discorsi scritti da altri, sotto un qualunque profilo che possa riguardare il procedimento penale in cui è incorso, è francamente incomprensibile.

Mentre si vede bene come possa alimentare la smania mediatica, che porta le inchieste sui giornali con grande evidenza prima che esse abbiano fatto un solo passo per provarsi dinanzi a un giudice. È bene si vede pure quando piomba in redazione la notizia della chiusura delle indagini: con lo start della campagna elettorale.

Ora, si vedrà se Cesaro e gli altri indagati dovranno affrontare il processo e in quella sede difendersi dalle accuse che saranno formulate. C’è un’aria grigia, di contiguità con l’area del crimine, in cui Cesaro secondo gli inquirenti avrebbe raccolto voti, ed in cui pesca in verità una parte non piccola della politica meridionale. Ma l’impressione che si ricava da queste notazioni del pm è che essi ci portano a un passo, solo a un passo da una sorta di controllo giudiziario della pubblica decenza, condotto essenzialmente sulla base di requisiti morali o personali: spetta forse a un Pm, nel corso delle sue indagini, stabilire su cosa debba essere fondata una candidatura al consiglio regionale, o se il candidato sia dotato di adeguati skill professionali?

Si badi: simili interrogativi non solo non riguardano i futuri sviluppi processuali, se ci saranno, ma non assolvono nessuno, né Cesaro né tutte le altre famiglie politiche meridionali, dalle loro responsabilità di ordine politico, dai loro meriti e dalle loro colpe. Provano semplicemente a ripristinare una parvenza di separazione fra l’ambito giudiziario e gli altri ambiti della vita pubblica, sempre di più investiti da un’ansia di moralizzazione, che rischia davvero di travolgere quel poco di liberale che resta tra l’indagine, il processo e la pena. Il cui ordine è ormai stravolto: la pena arriva con l’indagine, e per il processo si vedrà.

A volte succede persino che la pena del clamore mediatico, e il danno politico che ne consegue, viene comminata a qualche personaggio in vista benché si sia certi della completa estraneità ai fatti di cui si parla. C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta. Da nessuna parte si legge in essa che Francesca Pascale, la compagna di Berlusconi, sia chiamata in causa da Cesaro o da altri indagati. Nessuno ne fa il nome, nemmeno de relato. Non ci sono intercettazioni che la riguardano. Ma Cesaro è di Forza Italia, e Cesaro si interessa secondo le indagini dell’assunzione di una giovane laureata in medicina presso il San Raffaele. Ora, si chiedono gli inquirenti, come potrà mai riuscire Cesaro a soddisfare l’aspettativa della giovane? Lui non lo dice, nessuno lo dice, ma ci pensa l’informativa. Il dominus del San Raffaele non era infatti don Verzé? E non sono noti i suoi rapporti con Berlusconi, e le «aderenze» della compagna Pascale nell’ospedale milanese? Questa congettura basta per coinvolgere la Pascale: non certo nel processo, ma che importa? Il nome è nelle carte dell’inchiesta, non ce l’ha messo Cesaro ma direttamente gli inquirenti, e tanto basta perché escano articoli e titoli sui giornali e l’indagine prenda l’agognato clamore mediatico.

Con questo metodo, non solo qualunque cosa può essere accostata a qualunque cosa, ma non occorre nemmeno impegnarsi in faticosi accertamenti. Tutto quello che serve è già stato ottenuto, il nome c’è, il tritacarne può partire.

Quel che però finisce stritolato non è solo un nome, ma quello straccio di civiltà giuridica che ancora ci ostiniamo a difendere.

(Il Mattino, 27 gennaio 2018)

 

Il voto al Sud e il paradosso dei notabili

Dorso

Riflettori puntati: a Pomigliano va Vittorio Sgarbi. Nel collegio che dovrebbe incoronare Luigi Di Maio, nei panni del guastafeste si candida il critico d’arte, ma anche il polemista, l’uomo di spettacolo e il politico: tutti insieme riuniti in una persona sola. Riusciranno a battere Di Maio? Difficile, stando ai sondaggi. Che danno il Movimento Cinque Stelle davanti sia al centrodestra che al centrosinistra (che non ha ancora trovato il profilo ideale da presentare in quello che un tempo era pur sempre un collegio rosso). Ma la logica di questa disfida non sembra essere quella di una contesa all’ultimo voto, con i duellanti che battono il territorio casa per casa, quanto piuttosto quella di uno show, in cui Sgarbi proverà a gualcire gli abiti e il profilo sempre azzimato del vice presidente della Camera dei Deputati. Più che il computo finale, conteranno i riverberi che lo scontro potrà produrre sulla scena politica nazionale. «Un intellettuale, un professore contro uno in cassa integrazione permanente»: Sgarbi ha già cominciato, cercando di trascinare Di Maio sul ring del confronto personale.

È come in quelle partite in cui si chiede all’allenatore di cambiare schema, di tirar fuori qualche jolly, perché altrimenti, se si gioca pulito, si perde: così Berlusconi ha pescato Sgarbi. Ma non è solo a Pomigliano d’Arco: è nel Sud che centrodestra e centrosinistra debbono (o forse avrebbero già dovuto) inventarsi qualcosa, perché è qui che i Cinque Stelle, stando alle ultime rilevazioni, volano abbondantemente sopra il 30%.

In fondo è normale: dove la democrazia è fragile, lì è più forte il rifiuto dei partiti tradizionali, che la democrazia hanno interpretato fino ad ora. Così, se prima di votava centrosinistra per far cadere il governo di centrodestra, e centrodestra per far cadere il centrosinistra, adesso si vota Cinque Stelle per farli cadere tutti e due. Poco importa che lo strumento adoperato non prometta alcun irrobustimento della democrazia, ma se mai ne metta a rischio i suoi istituti: questa è una preoccupazione da docdenti universitari, è tema per un possibile seminario, ma non è il terreno sul quale si decidono gli orientamenti di voto. Così, si può disquisire all’infinito sull’assoluta mancanza di trasparenza della mitica piattaforma Rousseau, sopra la quale si gettano come piccioni attirati da una manciata di semi i futuri parlamentari pentastellati, oppure citare ancora una volta gli slogan antiparlamentari del Movimento, e perfino citare a pappagallo tutti i vaffa pronunciati negli anni da Beppe Grillo (che però se ne va: in un Movimento che vuole compiere il passo decisivo verso l’area di governo, il giullare in vena di follie non ha più motivo di restare): non è così che si fermerà l’onda montante.

E allora come? Con scafatissimi notabili, robusti portatori di voti e cacicchi variamente assortiti. È un paradosso, ma se nelle città del Mezzogiorno il voto premia i Cinque Stelle più largamente che in provincia, significa che il voto d’opinione si è ancor più allontanato dai circuiti politico-istituzionali tradizionali, e quel che dunque i partiti sono in grado di raccogliere è solo il voto clientelare. Diciamo meglio, però: dentro questo voto c’è una vicinanza e una presenza sui territori che certo non ha la limpida forma generale della rappresentanza degli interessi, ormai consumatasi, ma ha almeno un residuo legame con i bisogni delle persone, soprattutto dove la presenza dello Stato è più labile. Sono le reti che si stendono sulle pareti di una collina, perché non franino sulla strada. L’unica maniera di trattenere il definitivo smottamento del terreno.

Sono dilemmi storici, per la società meridionale, che si trascinano da tempo. E che però oggi si presentano in una forma esasperata, cruda. Perché nel frattempo è cresciuto nel Paese un Movimento formato da outsiders dai tratti evidentemente demagogici e illiberali, disponibile a fare il pieno di voti sulla base di umori anti-politici, le cui coordinate su aspetti decisivi della statualità – dalla collocazione europea e internazionale al regime parlamentare – appaiono, ad esser generosi, molto vaghe. E che, però, si propone come la prima forza al Sud, segnalando la distanza profonda di una larga parte del Paese alle partite che l’Italia dice di voler giocare a Bruxelles e nel vasto mondo.

Basta, del resto, guardare ai temi di questa campagna elettorale, tutta domestica, in cui la questione europea non riesce a riorientare le determinazioni di fondo dell’elettorato. Per cui, a parte il pirotecnico Sgarbi, finisce che ci si affidi all’usato sicuro di politici sperimentati, che almeno stringono mani e battono il territorio palmo a palmo. E chissà che non si debba a loro se alla fine non se ne verrà giù tutto.

(Il Mattino, 24 gennaio 2018)

 

Se l’ingovernabilità è il male minore

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(non sono sicuro che il titolo sia indovinato)

Dopo il voto, un governo del Presidente: e se D’Alema, almeno su questo punto, avesse ragione? A giudicare dalle reazioni venute dalle file di Liberi e Uguali, è una ragione che da quelle parti non può essere messa nero su bianco. Per Pietro Grasso, insieme con le altre forze politiche non si può fare un governo, ma solo una nuova legge elettorale. Per Laura Boldrini, in questo modo le persone si demotivano e non vanno a votare.

Si capisce: usciti ieri da un partito che accusano di aver troppo virato verso il centrodestra, non possono proporsi oggi di fare un governo insieme con Berlusconi. D’altra parte, però, un governo come lo si fa? Un sistema politico tri- o quadripolare non produce una maggioranza se non grazie a un sistema elettorale a doppio turno: come è avvenuto in Francia. Questa legge è invece congegnata perché nessuno abbia la maggioranza, ha detto D’Alema, ed è difficile dargli torto. Senza una maggioranza parlamentare, solo l’iniziativa del Presidente della Repubblica può sostenere l’esercizio di responsabilità delle forze politiche e portare ad un governo di «salvezza nazionale» che guidi una fase necessariamente di transizione.

Che altro, sennò? Il quadro che si viene componendo in questi giorni, che precedono la presentazione delle liste, non è certo dei più rosei. Esso è anzi complicato da una legge elettorale che accentua gli elementi di squilibrio del sistema politico. Una legge per due terzi proporzionale, senza che nel Paese abbia ripreso piede la cultura del proporzionale, e per un terzo un maggioritario, senza che ne vengano vincoli per le coalizioni ed effetti determinanti sulla formazione delle maggioranze.

Prendete allora il centrodestra: nei sondaggi, è dato avanti al Nord, dove può contare sulla forza della Lega. Lì i collegi uninominali possono in molti casi essere considerati sicuri, per i candidati che la coalizione sceglierà. Nel Mezzogiorno, invece, il numero di collegi sicuri è di gran lunga inferiore. Questo significa due cose. La prima: al Sud c’è meno possibilità di scelta, e il ceto politico è così costretto a difendere essenzialmente le proprie posizioni, garantendo anzitutto i seggi degli uscenti nel listino proporzionale. La seconda: il peso della Lega nel futuro Parlamento e nella coalizione di centrodestra ne risulterà accresciuto. La partita interna alla coalizione sarà peraltro decisiva, perché dalla distanza fra i due principali partiti, FI e Lega, dipende anche la maggiore o minore facilità, per Berlusconi, di sganciarsi dalla Lega e rendersi disponibile per il governo del Presidente di cui parla D’Alema.

Anche per il partito democratico questa legge, che pure porta la firma del suo capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, non è certo un toccasana. Diminuita la capacità coalizionale, il Pd deve considerare insicuri quasi tutti i collegi uninominali: agli uscenti, che subiranno una robusta sforbiciatura, non resta che andare nel listino proporzionale. In questo modo, però, il Pd produce, ancor più del centrodestra, un’impressione di arroccamento. Né c’è modo di far valere, agli occhi dell’opinione pubblica, l’argomento che anche la politica, come tutte le professioni, ha bisogno di continuità di esperienza e di competenza. Siamo pur sempre il Paese che negli ultimi anni ha tagliato il finanziamento alla politica, in cui i partiti si dettano regole di limitazione del numero dei mandati, e in cui permane l’idea che la mitica società civile è sempre meglio della società politica. Se a ciò si aggiunge che, soprattutto al Sud, è in genere pronto a sostenere la sfida dei collegi solo il micronotabilato locale, si vede subito in quale inghippo i democratici si siano cacciati con le loro stesse mani.

Per i Cinque Stelle è molto diverso. In termini di candidature, hanno molto più da offrire, e molto meno da dover garantire. Possono infatti presentarsi anche nella composizione delle liste come la forza che pesca fuori dal Palazzo, e porta in Parlamento energie nuove e fresche. Vedremo domenica, con l’annuncio dei risultati delle parlamentarie, quanta parte dei deputati e senatori uscenti sarà ricandidata, e come verrà affrontato il nodo collegio/listino. Ma non c’è dubbio che i grillini abbiano affrontato questa fase con più slancio: gli altri partiti contano i passi indietro di quanti non vogliono arrischiarsi nei collegi, i Cinque Stelle quelli in avanti dei molti che vogliono buttarsi.

Dove con ciò si vada a finire è tutt’altro discorso. D’Alema ha detto: da nessuna parte. Perciò ci vorrà un governo che metta insieme quel che si sarà salvato da un capo all’altro del Parlamento dalla rivoluzione dei parvenu. È un ragionamento certamente interessato: è il modo in cui far pesare i propri voti anche se Liberi e Uguali dovesse andare incontro a un cattivo risultato. Per questo l’obiezione che gli viene da sinistra, che in questo modo gli elettori si allontanano, gli importa poco: la sconfitta è già messa nel conto. Ma è un ragionamento tutto politicistico; perciò, visti i tempi, può apparire solo come l’araba fenice della prossima legislatura: che si faccia nessun lo dice, come si faccia ciascun lo sa.

(Il Mattino, 21 gennaio 2018)

La politica usi il linguaggio delle vittime

Gemito

In ogni profilo pubblico vi sono tre dimensioni che si intrecciano: quella personale, quella politica, quella istituzionale. Non sempre vivono in equilibrio. A volte una forte personalità prevale sul profilo politico e istituzionale; altre volte è la polemica politica a prendere il sopravvento; altre volte ancora i costumi istituzionali riescono a moderare le passioni politiche e personali. Difficilmente quest’ultimo caso si dà, purtroppo, quando il primo cittadino di Napoli prende la parola. Così anche i gravi episodi di delinquenza minorile di questi giorni diventano occasione per una serie di distinguo di cui non si avverte il bisogno, quando la cittadinanza si aspetta dai suoi rappresentanti nelle istituzioni che trovino piuttosto un linguaggio comune, e dimostrino di sentire i medesimi motivi di preoccupazione che i napoletani vivono quotidianamente sulla loro pelle.

Del resto, basta dare una scorsa alle pagine del giornale di oggi. Basta leggere la petizione di una giornalista, Paola De Simone, terrorizzata in metropolitana da una banda di minorenni, che raccoglie in poche ore diecimila firme, per avere il senso dell’emergenza che De Magistris invece nega. Oppure basta, per convincersene, apprendere dalla cronaca che ci sono scuole – come il liceo scientifico Caccioppoli –, più volte devastate da atti di vandalismo, fatte oggetto ripetutamente di raid, che hanno subito in poco tempo sei incursioni notturne e dove si rubano perfino i cavi elettrici. Ma per il sindaco di Napoli le statistiche dimostrano invece che il fenomeno è amplificato dai media, strumentalizzato per ragioni elettorali.

Tutte le opinioni sono legittime naturalmente. Il fatto è che però nelle parole di De Magistris viene ancora una volta evocata quella sindrome da accerchiamento che serve al sindaco per fornire una lettura politicamente orientata delle vicende di questi giorni, di modo che i fatti passano in secondo piano, e in primo piano viene la polemica politica, la sinistra e la destra, i buoni e i cattivi. Così Il problema non è più rappresentato dall’illegalità diffusa e dagli episodi di violenza, ma da chi li manovra per danneggiare l’Amministrazione e il Sindaco. Anche il tema della criminalità diffusa diviene occasione per polarizzare il campo fra amici e nemici, fra quelli che stanno con la città e quelli che vogliono male alla città – che però non sono più le baby gang, bensì piuttosto chi ne parla.

De Magistris ha ragione solo su un punto, che la questione della sicurezza e della legalità non è affatto priva, in generale, di significato politico. Intere carriere vi sono state costruite su. Ma questo non vuol dire che non esista una dimensione istituzionale del discorso pubblico, che è suo compito far avvertire alla città, mettere innanzi alle proprie esigenze di affermazione politica e personale, particolarmente quando sono toccati valori fondamentali della convivenza civile. Ed è questo che si vuol sentire oggi dal primo cittadino: che parli a nome di tutta la collettività, anche ed anzi soprattutto a nome delle vittime delle violenze, lasciando per una volta che a polemizzare, se proprio devono, siano altri.

(Il Mattino, 20 gennaio 2018)

Se il Pd si smarca e punta sull’Europa alla Macron

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«Cari amici, non ci sono amici»: Renzi avrebbe potuto citare Aristotele, ieri in Direzione, per fotografare il momento che il Pd attraversa. Si decidono alleanze, candidature, collegi, ma c’è poco di amichevole nelle decisioni che Matteo Renzi è chiamato a prendere. Anche perché il cuore della sfida è altrove. E non ci sono amici, che si siano legati indissolubilmente al segretario: le minoranze interne di Orlando e Emiliano avranno le loro quote di candidati, sulla base dei risultati delle scorse primarie, e sulla base dei sondaggi accreditati in queste ore si chiuderà l’accordo con le liste minori: +Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci, Insieme con socialisti verdi e prodiani, Civica popolare dei moderati guidati da Beatrice Lorenzin. Ma ben poco di queste diverse forze, personalità e formazioni rimarrà vicino a Renzi, se le cose non dovessero andare per il verso giusto. Renzi questa battaglia deve vincerla altrove. Contano dunque i nomi, contano le liste, ma conta di più, per il partito democratico, riuscire a imporre all’attenzione del Paese il senso della partita che ha annunciato in Direzione: «insistere sull’Europa come punto di riferimento, senza le fughe dei ‘boh euro’ o ‘no euro’ che mettano in discussione l’appartenenza a questa grande storia».

È qualcosa di diverso da una rivendicazione dei risultati dell’azione di governo. Che d’altra parte non è mai stata premiata lungo tutto il corso di questi anni: non c’è stato un governo o una coalizione che sia riuscita a bissare il successo di un’elezione, confermandosi al governo dopo il voto. Non è mai riuscito né al centrodestra né al centrosinistra. Ci vuole dunque dell’altro. E il terreno scelto da Renzi è effettivamente quello che meglio traccia una linea di demarcazione fra il partito democratico e le altre coalizioni. Perché la Lega nutre una chiara ostilità nei confronti dell’ideologia europeista, non solo delle politiche, e anche i Cinque Stelle nutrono diffidenza (ricambiata) nei confronti di Bruxelles. C’è poi il precedente di Macron, che è riuscito a conquistare l’Eliseo su posizioni profondamente europeiste, contro l’euroscetticismo di Marine Le Pen. Replicare quello schema è dunque l’ambizione di Renzi.

Per riuscirci, occorre però una mobilitazione politico-simbolica di cui finora il discorso sull’Europa è stato privo. Renzi ne è consapevole, ed è per questo che ha insistito sull’elezione diretta del presidente
della Commissione, con «l’accorpamento in una stessa figura del ruolo del presidente della Commissione e del presidente del Consiglio». Ma che una simile proposta di riforma delle istituzioni europee riesca ad infondere quell’«elemento emozionale» che ci vuole per vincere le elezioni è abbastanza improbabile.

Che cosa significa Europa? Regole sulle banche, moneta unica, vincoli di bilancio? Agli occhi di una larga parte del Paese, l’Europa ha questo volto. Mettergli a fianco un’idea di libertà, una speranza di progresso, una condizione di prosperità si è fatto sempre più complicato. È difficile immaginare un altro terreno sul quale i democratici possano far valere il loro profilo politico-programmatico, ma è altrettanto difficile immaginare che questo terreno sia largo a sufficienza.

Eppure è chiaro che il nodo della collocazione dell’Italia nell’Unione europea è essenziale per l’implementazione di qualunque, seria politica economica. Immaginare che, nell’attuale reticolo di norme, interessi e rapporti che ci legano al continente, si possa vivere in una specie di sogno autarchico è del tutto vano. Oppure serve soltanto a alimentare un concetto distorto e anzi finto della sovranità nazionale, come fanno i cosiddetti sovranisti.

Dopodiché però siamo alle solite: può riuscire il partito democratico di Renzi a portare su posizioni di europeismo spinto la maggioranza del Paese, attaccando l’inaffidabilità dei Cinque Stelle da una parte, l’implausibilità della coalizione di centrodestra dall’altra? Porre questa domanda oggi, dopo una Direzione dedicata alle più prosaiche vicende delle deroghe per i ministri o alla mappa dei collegi sicuri, quasi sicuri o meno sicuri è forse incongruo. Ma non sempre la soluzione dei problemi politici si trova nella feconda bassura dell’esperienza, tra grassi portatori di voti e timorosi deputati uscenti; qualche volta bisogna pur provare ad appenderla al cielo di un’idea.

(Il Mattino, 18 gennaio 2018)