Gli intellettuali che sparano nel mucchio

Questa Italia tra disfattismo e speranza: l’importanza della critica ma anche di pensare positivo

Difficile scrivere un editoriale più sconsolato di quello che ha scritto ieri Ernesto Galli della Loggia. Prendendo spunto dalla formazione delle liste, così come i giornali in questi giorni le hanno raccontate, l’editorialista principe del Corriere della Sera si chiede retoricamente cosa mai abbiamo fatto per meritarci un simile spettacolo. L’interrogativo è retorico perché l’articolo fornisce la risposta: queste liste ce le meritiamo, il Paese se le merita, visto che non è affatto meglio dei suoi rappresentanti, salvo forse una sparuta minoranza, e visto anche che non c’è ragione alcuna perché la classe politica sia migliore della società che la elegge.

In realtà, è assai dubbio che sia valida questa teoria del rispecchiamento. Ognuno sa che il Parlamento (in Italia come in ogni altro Paese democratico) non offre una rappresentazione proporzionale per classe sociale, età o censo: non si capisce allora perché dovrebbe offrirla sotto gli altri profili – per esempio morale, o culturale – sotto i quali si manifesterebbe il degrado italiano. Il che significa che ci si può augurare, al contrario di quanto pensa Della Loggia, che in Parlamento vada un’Italia migliore.

Questo almeno in linea di principio, per non tagliare definitivamente le gambe a ogni ipotesi di cambiamento, o all’idea stessa che cambiamenti profondi possano passare anche attraverso l’azione politica e sociale. In linea di fatto, però, si può convenire che la qualità della rappresentanza politica si sia nel tempo deteriorata, anche se è difficile restringere questo giudizio al solo nostro Paese, come se altrove invece rivivesse l’Atene di Pericle. Le cause di questo scadimento sono diverse e complesse, ma attengono principalmente al deperimento del ruolo e della funzione politica nei sistemi sociali contemporanei. Se in tutti i partiti il capo politico recluta «parlamentari-camerieri, per lo più sconosciuti e insignificanti» è forse perché proprio i partiti non ci sono più, o non hanno più la fisionomia novecentesca, che tre le altre cose comportava una certa selezione delle classi dirigenti, e insieme forniva una preparazione sia ideologica che, semplicemente, pratico-amministrativa.

D’altra parte il caso italiano ha una sua peculiarità in ciò, che in questi anni il vento ha soffiato in una sola direzione, e cioè contro quei partiti che oggi si finisce col rimpiangere. Se quella che si profila non è una democrazia migliore è forse anche perché le voci di coloro che mettevano in guardia da una completa destrutturazione della democrazia dei partiti sono state ben poche. È prevalso invece lo schema secondo il quale bisogna soppiantare la classe politica, corrotta e inefficiente, affidandosi alle virtù civiche di un’operosa, moderna ed europea società civile, salvo scoprire ora desolati che non c’è niente da fare: sono (siamo) tutti uguali.

Ma è poi così? Siamo veramente tutti uguali? È veramente uguale per il Paese se a vincere saranno i Cinque Stelle oppure Berlusconi, la Lega oppure il Pd? Non mi pare. Comunque si giudichino le rispettive proposte politiche, non è vero affatto che siano uguali o che per il Paese sarebbe la stessa cosa. E, forse, compito di un intellettuale, di un giornale, della pubblica opinione in genere è quello di spiegare dove sono le differenze, piuttosto che lasciarsi andare a un giudizio del tipo: fanno tutti schifo. Né è di qualche utilità concludere, come fa Della Loggia, che fanno tutti schifo, ma siccome a fare schifo è in realtà l’Italia tutta intera (con le solite, pochissime eccezioni) non abbiamo neppure motivo di recriminare, di imprecare contro lo schifo.

L’editoriale, tuttavia, è un’imprecazione di questo genere. È una specie di invettiva contro il Paese degli evasori fiscali, degli ignoranti e dei furbi, da cui Galli della Loggia da gran tempo si sente ormai assediato, letteralmente soffocato. Tanto da finire con lo sparare nel mucchio: i futuri parlamentari saranno camerieri, cioè fedeli famigli dei leader, ma anche – lo citavo prima – «sconosciuti e insignificanti»: come se avere per esempio volti televisivi noti elevasse la qualità politica della classe dirigente. Oppure il criterio della riconoscibilità e della rilevanza si deve intendere che sia fondato sull’appartenenza alla ristretta cerchia della quale Galli stesso fa parte?

Cosa bisogna pensare, però, se questa ristretta cerchia – formata dai pochissimi che non evadono le tasse, non prosperano sull’illegalità, non smanettano su Facebook e non si stracciano le vesti per un selfie in più – abdica anch’essa ai suoi compiti, rinuncia non dico a nutrire una vocazione pedagogica verso il resto del Paese ma almeno a fornire un’analisi razionale, articolata, conseguente, magari spietata ma non generica e superficiale – come, ahimè, l’Italia che non sopporta? A qual titolo, allora, potrà ancora considerarsi migliore?

(Il Mattino, 1° febbraio 2018)

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